“L’arte di correre” di Murakami Haruki

CopertinaL’ho trovato un libro strano.

Ho fatto molta fatica a partire.
Ad entrare in sintonia con il suo modo di scrivere.
Sì, perché all’inizio trovavo il suo stile un po’ discontinuo. Frammentato. Fatto di scarti improvvisi da un argomento (la sua passione per la corsa) all’altro (la sua vita e la sua attività di scrittore).

Poi è scattata la sintonia.
Non so esattamente a che punto, ma credo quando ho letto questa frase:

“La pazienza, la scrupolosità e la resistenza fisica sono sempre stati i miei titoli di merito, sia da quando ero bambino. Per fare un paragone con i cavalli, sono più vicino a quello da tiro che a quello da corsa.”

Da lì il percorso all’interno della sua metodica narrativa si è fatto più agevole, e le affinità si sono via-via moltiplicate:

“In una certa misura, penso che la sconfitta non si possa evitare. L’essere umano, qualunque essere umano, non può continuare a vincere in eterno. Nell’autostrada della vita, non si può sempre stare sulla corsia di sorpasso. Questo lo accetto. Ma ripetere lo stesso sbaglio, no. Da un insuccesso voglio imparare qualcosa che mi torni utile la volta successiva. Per lo meno finché mi è concessa la facoltà di farlo.”

“Sì, sono convinto che esistono processi che non subiscono variazioni, qualunque cosa accada. E, se li accettiamo così come sono, non ci resta che modificare noi stessi, trasformarci con l’esercizio ostinato e ripetitivo, fino ad assimilare quel processo nella nostra personalità. Forza e coraggio!”

Queste sono solo alcune riflessioni dell’autore che mi hanno colpito.
Ne ho sottolineate tantissime altre, ma non le riporto qui altrimenti il post diventa lunghissimo.

Alla fine credo che quello che mi abbia fatto apprezzare l’autore è stato il percepire, l’interpretare (perché di lettura personale si tratta), quello che Murakami scriveva come un qualcosa di molto affine a quello che a volte io leggo, percepisco e ascolto di me stessa. In termini di fatica, di successi, di insuccessi, di perseveranza, di forza di volontà, di sconfitte…

Ho letto tra quelle righe delle riflessioni intimiste, oggettive, anche permeate di una sottile malinconia, che ho apprezzato.

Ho interpretato, mi sono immedesimata, nelle riflessioni dinamiche dell’autore che scaturivano durante le corse:

“[…] i pensieri che si avvicendano nella mia mente mentre corro sono semplicemente dei derivati nel nulla, tutto lì. Si formano ruotando intorno al nulla.”

Ed essendo riflessioni in libero scorrimento ed associazione, forse lì ho capito che il suo modo di scrivere era voluto.
Ho ripensato di quando io vado a camminare e di cosa succede mentre mi lascio portare dalle gambe: dei pensieri che emergono, di come essi influenzano l’andatura, e di come l’andatura stessa ammansisca considerazioni che – magari – in prima istanza emergono dure, violente ed aggressive, costringendomi a fare inizialmente molta fatica fisica.

Murakami ha buttato giù appunti, pensieri, riflessioni, così come venivano:

“Perché non cerco di mettere per iscritto, nel modo che mi viene più spontaneo, ciò che mi passa pe la mente, ciò che sento? O per lo meno perché non comincio da lì?”

Non è un libro per runner.
Chi pensa di trovare un testo tecnico di allenamento, sbaglia.
Conviene che faccia altre scelte (le pubblicazioni in materia sono tante e valide).
Il suo è un testo di memorie, e come tale va preso.
E’ un libro dove vari lati della vita dell’autore si intrecciano.
E dove l’autore dimostra, descrive, racconta, di come i due aspetti principali della vita (la corsa e la scrittura) si alimentino l’un l’altro.
Traendone energia a vicenda, generando una metafora interessante.

“Guru per caso”

guru_per_casoÈ una piccola sorpresa il libro “Guru per caso”, scritto a quattro mani da Alessandro Zaltron e Demetrio Battaglia.

Scoperto appunto per caso da dei post pubblicati su Facebook, ed incuriosita dalla copertina assai buffa, ho verificato di cosa si trattava e – trovata la versione per Kindle – l’ho acquistato e ho iniziato subito a leggero.
Complice la fatica nell’avanzata su “Platone è meglio del Prozac”, che porterò a termine dopo che avrò finito “Mad in Italy” (attualmente in lettura).

Ma torniamo al “Guru per caso”.
Narra la storia di Guido Ghiri, opaco dipendente di una mega-azienda, che – grazie ad un caso fortuito di salvataggio – assurge a fama di guru in una escalation incontrollabile, abilmente manovrata da alcune figure che lo circondano.

Non voglio anticipare nulla della trama, che scorre via veloce, in una scrittura leggera e divertente.
Quello sul quale invece mi voglio soffermare è ciò che ho letto tra le righe della storia (e mi spiace non avere potuto assistere alla presentazione che i due autori hanno fatto a Bassano, assieme a Sebastiano Zanolli: un trio decisamente insolito che forse mi avrebbe fornito ulteriori chiavi di lettura).

Non so se è voluto (credo di sì…), ma ho visto una ironia molto arguta su un certo mondo popolato da guru filosofici, guaritori bislacchi, politici folcloristici
Tutto deliziosamente descritto e raccontato con leggerezza.

Ma ho letto anche riflessioni profonde: i pensieri che attraversano la mente del protagonista e che rappresentano anche un percorso di consapevolezza, di chiarimento interiore, che si fa via-via più nitido mano a mano che la sua avventura come guru cresce e sfugge al suo controllo.

Guido Ghiri è un po’ come uno di noi.
Rappresenta e da’ voce alle nostre insoddisfazioni e frustrazioni che ci perseguitano, quando avvertiamo che non siamo più contenti  di quello che siamo e di quello che facciamo.
E così decidiamo di lanciarci in avventure ed esperienze, alla ricerca di qualcosa di nuovo e diverso.
Rischiando di rincorrere l’Araba Fenice, inseguendo non più desideri nostri ma visioni altrui.

Insomma un piccolo libro intelligente.
Leggero e pervaso da intelligente ironia.
E che cela riflessioni attorno ad un mondo popolato da persone orientate alla speculazione (non tutte per fortuna), che sfruttano le debolezze altrui per fare business.

Secondo me da leggere…
Per divertirsi e anche per riflettere…

“In simili casi vi è un solo alleato al quale affidarsi ciecamente, perché di solito non tradisce.
Quasi meccanicamente si scende dal letto, ci si avvia in cucina trascinando le ciabatte e, ancora assonnati, si cerca la luce. No, non l’interruttore: proprio una luce rivelatrice, purificante, che possa condurre sulle tracce del sonno perduto.
Però l’unica illuminazione che offre la società dell’homo technologicus è quella del frigorifero. Con sguardo appannato lo si apre, nella speranza di trovarci dentro le risposte all’insonnia notturna.
Di norma, invece, non c’è niente più che qualche pomodoro in via di decomposizione, un pezzo di formaggio con leggeri sintomi di muffa, una bottiglia di birra già aperta e sicuramente evaporata.
L’ancestrale brama di svelare uno scrigno pieno di sorprese lucenti si spegne miseramente su uno yogurt ai frutti di bosco. Scaduto.” [La metafora del frigo di Guido Ghiri]

“LEGO Story”

61npeUULOjL._SL1500_Lettura agevole, LEGO Story (edito da Egea)…

Diviso in due parti, racconta – nella prima sezione – come è nata e si è sviluppata la Lego, analizzando le colonne portanti della visione del fondatore, illustrata attraverso un determinato tipo di leadership ed una precisa metodologia di lavoro fedele ad un importante punto di vista: quello del bambino. Un punto di vista che prevede non solo uno sforzo cognitivo (come ragiona un bimbo? cosa pensa un bimbo? cosa piace ad un bimbo?), ma che si estende anche ad una dimensione fisica che prevede l’abbassarsi alla loro altezza, arrivando a sedersi a terra per poter meglio osservare quello che loro vedono, e comprendere meglio la loro dinamica comportamentale.

(Mi ha fatto ricordare quando – a Natale – dovevo scegliere i regali per dei bimbi: mancando di fantasia, una volta – in un negozio di giocattoli – mi sono messa ad osservare cosa facevano i bambini, come si comportavano, che giochi guardavano, con cosa interagivano. Fu una vera e propria rivelazione e da allora è diventanto un metodo di riferimento: osservare ed ascoltare.)

Ma nel libro vengono anche evidenziati concetti interessanti (perché  pensati in tempi non sospetti) come l’importanza del restare fedeli alle proprie idee anche quando il successo ti esplode fra le mani, ed il rischio di perdersi per strada è alto (inseguendo la smania di crescere e la bulimia da business): proprio questo principio, questo recupero dell’origine di tutto, è quello che ha consentito il salvataggio della azienda quando stava naufragando.

La LEGO è un’azienda mossa dalle idee, e restare aggrappati a un’idea può essere difficile. […]
Di regola, le aziende non muoiono di fame, ma di costipazione: continuando a espandersi, il marchio perde forza.

Ed emerge anche la visione di grande avanguardia che ha contraddistinto fin da subito il fondatore Oli Kirk Kristiansen ed i suoi eredi (figli e nipoti).
In particolare di Godtfred Kirk Kristiansen sono la redazione di vademecum fondamentali dei requisiti che un giocattolo LEGO deve avere, le dieci regole LEGO, le regole di leadership...

Scritte negli anni ’60, sembrano redatte oggi e non hanno nulla da invidiare a quanto pensato in epoca odierna:

Le dieci regole LEGO:
1) essere persone vere e obiettive
2) essere persone positive e semplici
3) essere economi
4) essere internazionali
5) risvegliare l’entusiasmo
6) incoraggiare l’immaginazione e l’attività
7) tenere presente i “requisiti LEGO”
8) lasciare in secondo piano l’interesse personale
9) tenere d’occhio l’intero processo
10) seguire l’idea di base dell’azienda

E poi:
Fare domande…
Ascoltare…
Proporre…
E attendere i risultati.
E se qualcosa va storto, prenderla con filosofia.
Questo era – in sintesi – un altro dei metodi adottati da Godtfred, nell’approcciarsi ai collaboratori.

lego13Il libro prosegue poi con una seconda parte che è quasi uno spin-off del racconto della LEGO: viene presentata la metodologia LEGO Seriuos Play.
Un metodo di formazione per gruppi e aziende, che utilizza i celebri mattoncini per creare sinergie, esaminare progetti, smuovere la creatività, fare team-building in modo anticonvenzionale.
Sistema inventato dalla LEGO stessa come metodo educativo per manager, si basa sul capovolgimento delle dinamiche normalmente usate: se di solito “si pensa e poi si fa”, qui “si fa e poi si pensa”.
Usando il gioco e la manualità come punti di partenza, di sblocco alla creatività, affrontando solo dopo l’analisi e la codifica tipica dei normali processi di management.
Il metodo viene ben spiegato (forse anche fin troppo), analizzandone i molteplici aspetti di metodica e cognitivi, e spiegando diffusamente le fasi nei quali si articola.

Quello che mi ha un po’ disturbato è stato il dilungarsi di questa seconda parte: in alcuni punti mi è risultata un po’ promozionale.
Con i concetti ripetuti più e più volte.
A mio avviso poteva essere ridotta, a favore di un possibile ampliamento dell’excursus storico dell’azienda.
D’atronde il titolo del libro è “LEGO Story” e l’aspettativa nel lettore può essere di altro tipo, rispetto a quello di illustrazione di un metodo per buona metà del testo.
Potevo capire se il libro fosse stato ad uso interno di un corso universitario o di formazione.
Ma questo è un libro di divulgazione.
Racconta una storia.
O perlomeno il titolo dà l’idea che sia così.

gli-interni-degli-uffici-legoDiciamo che sono rimasta un po’ delusa.
Mi aspettavo un libro diverso.
Diverso nella struttura (e nei contenuti): più spazio, più voce, alla realtà LEGO (anche odierna), visto che si tratta di una azienda menzionata tutt’oggi come tra le più innovative come luogo di lavoro.
Mi aspettavo più colore: so che potrà sembrare strano come commento, ma tra il testo e l’immagine della LEGO che ho nella mia memoria, ho percepito una discrepanza. Credo che tanti di noi hanno davanti agli occhi ricordi di un mare di mattoncini colorati. E proprio i colori sono uno dei punti di forza: squillanti, gioiosi, vitali.
Invece il testo è in bianco e nero. Impostazione seria. Manageriale.
Dissonante – per come l’ho percepito io – rispetto al messaggio aziendale.
Può essere che – trattandosi di un testo ufficioso (non ufficialmente riconosciuto dalla LEGO) – ci siano stati problemi autorizzativi di uso di informazioni ed immagini.
Però resta questo vago senso di incompiuto.
Come una (parziale) occasione persa.

Titolo: LEGO Story
Autori: Mikael Lindholm, Frank Stokholm, Leonardo Previ
Editore: Egea
Costo: €12,75 (versione eBook – €8,99)

Immagine sotto proveniente da http://www.leganerd.com

Le altre immagini sono relative agli uffici della LEGO Danimarca

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“€100 bastano”

100 euro bastano“Trovate il punto di convergenza tra ciò che amate e ciò che la gente è disposta a comprare; ricordate che, probabilmente, avete più di una sola competenza; e unite passione e utilità per costruire una vera impresa, non importa dove finirete a vivere.

Il marketing della vecchia scuola si fonda sulla persuasione, il nuovo marketing si basa sull’invito.

Se ricevete un buon ritorno da persone che non comprano il vostro prodotto, ma vogliono sostenervi in altri modi, siete sulla strada giusta.”

Bel libro quello scritto da Chris Guillebau (titolo originale “The $100 startup”).

Non mi ricordo più come ci sono arrivata…
Me ne hanno parlato, ho incrociato un post su Facebook e da lì sono arrivata al suo sito (alla quale mi sono iscritta per rimanere aggiornata),… Non ricordo.
La velocità del web ha questo difetto: le cose vengono prodotte, pubblicate e macinate dall’utenza ad una velocità formidabile.
Ed io, con l’età, inizio a perdere pezzi per la strada…

Ma, bando alle divagazioni simil-nostalgiche da carta-penna-calamaio e parliamo un po’ di questo bel libro che – per quanto mi riguarda – entra in pompa magna nell’elenco dei “libri mantra” di cui parlavo nel precedente post.

Perché? Che cosa ha questo libro di particolare?

Innanzitutto credo che il libro vada letto in un atteggiamento mentale di apertura, facendo serenamente saltare i propri presupposti e le proprie convinzioni, frutto di retaggi culturali ed educativi che ci vogliono con una professione impostata in un certo modo per tutta la vita: purtroppo – o per fortuna, non so – il mondo non è più così e, che ci piaccia o no, ci si deve adeguare.
Quindi parte del frutto del lavoro che l’autore ha prodotto, rende in base ad un nostro primo passo verso quello che lui ci sta comunicando.

Poi va detto che – secondo me – il libro di Guillebeau incoraggia sin dalle prime pagine.
Ma non lo fa in modo illusorio, da trip motivazionale (dall’effetto limitato), bensì lo fa in modo pragmatico. Mettendo sul tavolo (nero su bianco, sulle pagine del suo libro) casi e storie di persone che ce l’hanno fatta.
E – attenzione! – non solo riguardanti il mercato americano, bensì raccontando storie di attività (startup) che l’autore ha raccolto in giro per il mondo, e quindi calate nelle condizioni di mercato più disparate, a diversi e variegati livelli di difficoltà (ci sono anche la storia di un fotografo del Ghana e di un autista di tuk-tuk a Phnom Penh…).
[Questo per parare eventuali obiezioni di qualcuno che potrebbe dire: “Sì, però…”]

Inoltre il valore aggiunto di questo lavoro (già segnalato da alcune recensioni di lettori che ho trovato su Amazon) è l’onestà nel spiegarti anche che nessuno ti regala niente e che la fatica va comunque fatta, soprattutto in fase iniziale.
Smontando la figura mitologica “dell’imprenditore ramingo” che sta mollemente sdraiato in spiaggia, con il portatile sulle ginocchia, godendosi i trionfi, lavorando stando sdraiato al sole, sorseggiando in drink decorato con ombrellino.
Descrivendo invece il “nomade digitale” come colui che ha saputo inventarsi qualcosa di nuovo (magari scoprendo un oceano blu), che lavora da qualsiasi parte del mondo si trovi, gestendo il tempo in assoluta autonomia e libertà, riconfigurando a suo uso e consumo la sua attività.

Soprattutto avendo ben chiaro in mente che se non sai cosa vuoi, non vai da nessuna parte.

Il libro fornisce anche indicazioni su siti e informazioni utili ad avere spunti e strumenti per avviare la propria attività.
Senza trascurare l’importanza della sintesi e della semplificazione: se riesci a scrivere il tuo piano aziendale in una pagina e a redigere una dichiarazione d’intenti in poche battute, anche il processo di genesi e sviluppo della attività ne trarrà (presumibilmente) beneficio (“tanto i documenti aziendali di cinquanta pagine non li legge nessuno”, recita più o meno l’autore).

Ed una delle raccomandazioni che viene ripresa più e più volte all’interno del libro è quella di iniziare!
Anche se non sei pronto totalmente, anche se non tutta la macchina è a puntino, vai! Parti!
Vinci l’inerzia e mettiti in moto (un po’ come il “pronti, fuoco, mirate”).
Aggiusterai in corso d’opera, via-via, testando sul campo.
(Mi ha fatto ricordare un post che ho trovato qualche tempo fa, relativo alla leggerezza e che potete leggere qui.)

In conclusione penso che “€100 bastano” sia un testo da leggere e rileggere nel mentre si parte, e si muovono i primi passi, con la propria attività.

Tenendo a mente i tre principi fondamentali già elencati in questo post (almeno quelli che ho individuato io… altri magari ne vedranno di diversi…):
Inizia, anche se non tutto è pronto, correggerai la rotta cammin facendo;
Nessuno ti regala niente (occhio ai testi che ti tengono pompato per un po’, facendoti pensare che tutto sia possibile, per poi abbandonarti esaurito l’effetto di breve durata…);
Sano pragmatismo, unito alla passione che ti muove20130820-193309.jpg

Sarò suonata, ma mentre leggevo questo libro – per esempio – mi è venuta l’idea di come riconfigurare questo blog. Non so dove mi porterà, ma una mattina di questa settimana si è accesa la lampadina e ho detto: “Ma sì, proviamo. Vediamo dove andiamo a finire. Iniziamo…”
Ho aperto una pagina collegata su Facebook e sto iniziando a dare una direzione precisa a questo spazio.
“Effetto Guillebeau”? Può essere… Colpetto finale dopo tanto elucubrare errante…

Che dire ancora?
Nulla se non augurare una buona lettura con “€100 bastano”!

“Non avete bisogno del permesso di nessuno per seguire i vostri sogni.

In viaggio per il mondo, mentre incontravo il nostro gruppo di imprenditori per caso, ho sentito una storia dietro l’altra, simili a queste. Più e più volte, ripetevano lo stesso concetto: quando vivete questi momenti, tratteneteli dentro di voi. Vi infonderanno il coraggio e la positività di cui avrete bisogno durante tempi peggiori.”

Il sito di Chris è http://chrisguillebeau.com/
Risorse gratuite su http://100startup.com/
Su Twitter lo trovate in @chrisguillebeau

Titolo: €100 bastano
Autore: Chris Guillebeau
Ed: Ultra – I edizione 2013
Costo: €17,50

[Immagine di copertina tratta da http://www.milionarie.it]

Libri, libri finiti, “libri-mantra”

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Il titolo di questo post parafrasa una riflessione che avevo fatto su questo blog nel lontano novembre 2011. Un articolo che avevo scritto dopo che avevo abbandonato, con molta fatica, un testo dal titolo “La scienza della negoziazione” (di George Kolhrieser).

Chi mi ha seguito in quel periodo, e ha seguito le mie vicende con quel libro, sa con quanta sofferenza tiravo avanti nella lettura e con quanto orrore accarezzavo l’idea di abbandonare il testo…
Sì, perché per me abbandonare la lettura di un libro è un delitto: se lo acquisto vuol dire che lo ritengo (lo ritenevo?) un testo che può essere di mio interesse. Ed abbandonarlo significa – sempre per me – una sconfitta…
Però, quella volta lì, mi arresi all’evidenza che – complice la mia passione per la negoziazione – avevo preso un bel granchio (pur sapendo oggi che quel testo è consigliato in un corso universitario).

Comunque succede.
È successo.
E succederà ancora.
Capita anche nelle migliori famiglie.

Invece, dall’altro lato, ci sono testi che – leggendoli – te ne innamori.
Ti ci riconosci, entri in risonanza, ridi mentre leggi, ti commuovi, scuoti la testa in segno di assenso ai concetti espressi.
E si tratta di quei libri che – una volta finiti – diventano un tuo punto di riferimento.
Una sorta di tue personali bibbie (mi si perdoni l’irriverenza… poi capirete perché…), di bigini che consulti all’uopo e che tieni sempre a portata di mano come una sorta di copertina di Linus

Mi piace leggere, e tanto anche. E se dovessi scegliere dei libri che – in qualche modo – rappresentano lati del mio carattere (o sono entrati in risonanza con aspetti della mia vita privata e/o professionale), questi sono i quattro che tengo sempre in considerazione…

Il primo è uno degli ultimi che ho letto: “Quiet” di Susan Cain.
Ho sfinito chi mi conosce a furia di parlarne.
Lo considero quasi un testo sacro sulla Introversione (volutamente scritta con la “I” maiuscola)
Perché? Perché mi ci sono riconosciuta in molti aspetti descritti dalla autrice. Un testo corposo, ma scritto con leggerezza, che ti accompagna nel mondo della introversione e della timidezza, facendotene apprezzare i molteplici aspetti, spesso sottovalutati o soverchiati dal mondo urlante e cacofonico che ci circonda.

Il secondo libro è ritornato “di prepotenza” in primo piano con la prematura scomparsa di James Gandolfini: “La leadership secondo Tony Soprano” di Anthony Schneider.
Appassionata di libri sull’argomento (comunque tutti più o meno codificati), questo testo ha avuto la capacità di farmi ridere, imparando e verificando che alcune metodologie sono decisamente più efficaci di tanti bei manuali di Harvard & C.
[“Altro che sistemi win-win!”, scherzavo con una persona qualche tempo fa parlando di negoziazione e leadership, prendendo bonariamente in giro William Ury – che considero un mostro sacro – e le sue metodiche cooperative. PS: ottimo il suo libro “Il No positivo”.]

Il terzo libro (questo cattivissimo, ma incredibilmente vero) è “Io odio la gente” di Jonathan Littman e Marc Hershon.
Ferocissimo e divertentissimo, individua, descrive, analizza e suggerisce sistemi di neutralizzazione di colleghi di vario genere. Ce n’è per tutti i gusti. Nessuno viene risparmiato. E tu – leggendo – annuisci e sogghigni, appiccicando tante belle etichette a tutto il genere umano strampalato che incontri nelle tua avventure professionali.
Decisamente un buon manuale da consultare all’occorrenza, per ingegnarsi divertendosi.

Il quarto libro è poi la mia personalissima bibbia del management (alla faccia di tutti i manuali-mattone di tecniche manageriali varie ed eventuali): “Rework” di Jason Fried e David Hansson Heinemeier.
Ossia: prendi tutto quello che sai (e/o ti hanno insegnato) sul management e gettalo serenamente alle ortiche. Snellisci, sforbicia, alleggerisci ed inserisci un bel po’ di “rotture di schemi” e innovazioni varie, e vedrai che i risultati arriveranno (condizione necessaria? rovesciare un bel po’ di paradigmi ben consolidati da anni e anni di pratica).

Ed infine, un libro che si sta accingendo ad entrare nella rosa dei preferiti è “€100 bastano” di Chris Guillebeau.
Sono quasi al termine e mi riservo qualche riflessione a libro concluso.
Però lo sto trovando un testo decisamente pragmatico.
Semplice, senza tanti fronzoli e che va dritto al punto.
A breve seguirà post dedicato… 🙂

Immagine tratta da: http://www.milano.mentelocale.it

“Il codice segreto delle relazioni”

foto2Boccheggiante e piazzata davanti al ventilatore, in attesa di levare le tende la prossima settimana, oggi ho finito il libro di Gianfranco Damico.
Per me – che entro in empatia coi libri che leggo – è stato un percorso costellato di mugugni alternati a rivelazioni ed illuminazioni, oltreché sogghigni
Libro insolito, fuori dagli schemi (perché, Gianfranco rispetta qualche schema…? ma va-là va-là… 🙂 ), rappresenta un po’ la naturale prosecuzione del primo lavoro (“Piantala di essere te stesso!”) che lessi un po’ di tempo fa (per la precisione nel lontano 2011).
Qui Gianfranco scorazza e contamina la sua opera e le sue riflessioni, spostandosi da trattazioni scientifiche e fisiche, a riflessioni filosofiche, toccando anche argomenti cari al Coaching nel senso più stretto e classico del termine.
Non è facile tirare le somme dopo un testo simile.
Anche perché si tratta di un libro che ti fa riflettere e ti fa incagliare contro scogli che ti rendono difficile la comprensione (facendoti anche imprecare, a volte…).
Però, nonostante le difficoltà, alla fine un semino te lo pianta nel retrocranio (come lo chiamo io).
A quel punto – a semino piantato – sta a te far germogliare la piantina…
Penso sia un libro da leggere… Sospendendo qualsiasi giudizio e dialogo interno (al limite, divertendosi ad ascoltare i blateramenti e le considerazioni che ci si fa tra sé e sé…).
E visto che è di difficile descrizione, qua sotto qualche suggestione che ho isolato leggendo:
“[…] tra quanto fonda il mondo là fuori e ciò che ci appare, si frappone una sorta di “traduttore”, qualcosa che percepisce quell’insieme indefinito di atomi, di vibrazioni elettromagnetiche, di energia e lo trasforma per noi in “cane”, “pietra”, “fiume”, “cielo” e così via. […]”
“E ciò che penso è questo: potrete leggere quintali di libri sulla comunicazione efficace o sul modo in cui costruire relazioni meravigliose, ma senza quel senso del miracolo per la fantasmagorica varietà e ricchezza che è il mondo sarete sempre fotocopie sbiadite di ciò che potreste essere, e la vostra vita relazionale una pallida ombra proiettata sul muro della mediocrità – ma col fiocchettino a posto.”
“[…] Se invece così non è – per esempio vi sto osservando svolgere una sequenza di azioni a me sconosciuta – allora ciò che fate viene elaborato da altri canali di comprensione, quelli che costruiscono la mia funzione puramente cognitiva, che comincia a svolgere le sue ipotesi e ad agitare il suo coltello analitico, ma la cui capacità di comprensione, pur potendo risultare estremamente raffinata, essendo comunque povera degli aspetti corporei, risulta essere molto meno pregnante di quella motoria. E soprattutto più lenta.”
“Siamo (potenzialmente) qualunque cosa. Possiamo diventare qualunque cosa. La narrazione che ci facciamo a proposito di ciò che siamo, non ha paletti. Siete un mobile stormo in volo in interazione costante con altri stormi in volo. Potete andare ovunque, diventare chiunque. Siete magnifici.”
“Capita che tu sia un professionista prestigioso o l’ultimo dei lavapiatti, che tu sia ricco o povero, che tu sia di destra o di sinistra, che tu sia religioso o ateo, che tu ti senta un perdente o una persona di grande successo, che tu creda che la vita abbia un senso o che non ce l’abbia, che tu sia africano, europeo, asiatico, americano o vattelapesca, la tua vulnerabilità, nostra condizione naturale, farà sentire il suo canto e verrà a trovarti; lo farà in mille modi diversi e muovendo a volte i fili più impensati – quelli che tu pensi debbano muoversi solo nella vita degli altri. Verrà a trovarti e si siederà accanto a te, ricordandoti che non esiste umanità senza imperfezione”
“Per me è sempre sorprendente constatare quanto spesso nella relazione con l’altro, le persone si lascino scuotere e sballottare da correnti esterne perdendo di vista quell’obiettivo. Eccolo qui dunque, uno dei motivi fondamentali alla base dell’inefficacia dei comportamenti; è proprio questo: che incredibilmente la persona dimentica qual era l’obiettivo e, mettendosi a rispondere istintivamente a sollecitazioni che la contingenza pone, manda la barca là dove non dovrebbe andare e dove non avrebbe voluto che andasse.”
“Lascia che le cose siano come sono, muoviti come l’acqua, rimani fermo come uno specchio, rispondi come un eco, passa velocemente come il non esistente, e sii quieto come la purezza. Chi vince, perde. Non precedere gli altri, seguili sempre.” Bruce Lee
“Poiché non saremo più nulla, non c’è nulla che non saremo. Solo così possiamo entrare nel cuore dell’altro e, a partire da lì, operare la nostra forma di guida in una forma relazionale che non sarà più quella del combattimento, ma della danza.”
“[…] Ma l’impossibilità non è la fuori, è qua dentro. Il limite inerisce al nostro schema di riferimento. Cambiato schema di riferimento, […] il compito diviene immediatamente possibile e la soluzione è improvvisamente lì, neanche così sofisticata come si poteva fantasticare.”
“Ed è qui che si incardina il paradosso più straordinario della relazione: che due prigionie possono fare un’unica libertà.
Da soli, nell’autoreferenza del non ascolto, siete prigionieri; ma insieme, due prigionie che si aprono, che dialogano, operano uno sconfinamento in un’emergente sfavillante libertà.”
Che cosa augurare al lettore che si cimenterà nella lettura di questo libro?
Buona lettura e – soprattutto – buona esplorazione!
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“La strada dritta”

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Avevo sentito parlare di questo libro qualche tempo fa: mi era passato davanti un post su un social network e mi ero detta “Interessante…”.

Avevo mentalmente preso nota, poi – come spesso accade – l’informazione si era persa nei meandri della mente. Fino a quando – qualche settimana fa – non mi sono ricordata di quel libro che raccontava la storia della costruzione dell’Autostrada del Sole. Sono partita alla ricerca del testo e dopo un paio di giorni l’ho trovato (anche in versione e-book) e l’ho prontamente acquistato.

Un libro bellissimo.

La strada dritta” di Francesco Pinto, è una storia.

La storia di una Autostrada (con la “A” maiuscola): la storia della sua costruzione, del cantiere, degli uomini e dei mezzi impiegati per costruirla, degli uomini che l’hanno progettata.

Ma è anche la storia di un Paese: l’Italia del dopoguerra, degli anni ’50 e dei primi anni ’60, della televisione, del Festival di San Remo, delle Fiat 600, di emigranti.

In un grande mosaico, nel libro si intrecciano storie personali e corali, storie di fatica, di speranza e di tenacia, con una gigante che fa da filo conduttore: l’Autostrada del Sole.

Questa opera di alta ingegneria, voluta fortemente da un manipolo di uomini che – contro ogni previsione, contro ogni avversità geografica (l’Appennino ed il Po, due giganti di Madre Natura, che sfidano uomini e mezzi), superando ostacoli surreali amministrativi e politici – riescono a realizzare qualcosa su cui nessuno avrebbe scommesso una Lira.

Leggendo questo libro mi sono appassionata davanti ai racconti del cantiere, mi sono commossa davanti alle storie personali dei singoli protagonisti, ho con-partecipato alle vicende che si snodano attorno a questa gigantesca opera.

a1950o

Leggendo questo libro ho rivissuto quello che si vive sui cantieri e ho ripensato ad un cantiere in particolare nel quale ho speso due anni della mia vita e dove – masticando amaro, ma portandomi a casa tante soddisfazioni – alla fine, guardando l’ospedale finito da lontano (dalla baracca di cantiere), ho pensato: “Barbara, ce l’hai fatta. Sei arrivata in fondo. Ce l’hai fatta.” Quella volta lì, uscendo dal cantiere per l’ultima volta, dopo che ci siamo salutati con gli altri componenti della squadra, mi ricordo che mi commossi: scattò la lacrimuccia, mentre guidavo e tornavo verso l’ufficio.

Ecco, leggendo questo libro, ho rivissuto alcuni momenti di storia personale: di vita e di lavoro.

Un bel libro.

Un monito che ci deve ricordare che siamo in grado (anche oggi) di fare grandi cose.

Nonostante tutto e nonostante tutti.

Nevio guardava i coriandoli che erano finiti nel suo bicchiere di vino. Erano quattro, quattro come gli anni che erano passati da quando si era presentato in via Po. Erano stati belli e indimenticabili quegli anni: gli uffici angusti della prima sede provvisoria, dove anche il suo tavolo da disegno faceva fatica ad entrare, gli scontri con l’ANAS, il prazo con il grassone, l’elicottero che sorvolava l’America. Ricordava ongi cosa, anche la più piccola.

Era stato bello, ma era passato, tutto passato nel momento in cui l’autostrada aveva cominciato ad essere vera.

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Immagini tratte da: www.cronologia.leonardo.itwww.indire.it

“Strategia Oceano Blu”

strategia-oceano-bluHo terminato ieri la lettura del libro “Strategia Oceano Blu“.

E devo confessare di avere avuto un andamento un po’ discontinuo: alternavo momenti nei quali scorrevo via veloce, a momenti nei quali mi arenavo.

Ho recuperato una annotazione che avevo fatto più o meno a metà del libro:

“Sto leggendo il libro “Strategia Oceano Blu”: un libro – diciamo – di management.

Kindle, da bravo assistente, mi dice che sono al 41% dello stato di avanzamento.

Faccio un po’ di fatica a comprendere alcuni concetti.

Non riesco a capire se sono complessi di per sé, o se sono abilmente “complessificati” (mi si permetta questa invenzione linguistica, voluta…) per vendere meglio un concetto che potrebbe essere espresso più sinteticamente ed in modo più semplice… (gli stessi autori toccano in alcuni punti il concetto di “semplificazione”, depurando di dati complessi, numeri e tabelle per favorire una apertura di orizzonti esplorativi).

Senza contare che alcuni punti cardine vengono continuamente ripetuti.

Ora, capisco che la ripetizione è alla base dell’apprendimento, ma – porca miseria! – snellire un po’ è così blasfemo?

Qualcuno mi potrebbe dire: “Vabbè, vai via veloce su alcuni concetti…!” Sì, vero.

Però io ho un “piccolo” difetto: se non leggo con attenzione un libro dalla prima all’ultima pagina, mi sembra di non comprenderlo appieno, di non averlo realmente letto.

(Ricordo ancora l’impresa suicida di leggere anche le pagine in latino de “Il nome della rosa”… io, che il latino non l’ho mai studiato, avendo fatto il liceo artistico…!)

Quindi mi sciroppo tomi impossibili e pesantissimi, dalla prima all’ultima pagina, per tacitare la mia coscienza.

E mi viene in mente un’altra cosa (che abbiamo proprio ricordato ieri con mia madre): l’idiosincrasia del babbo verso certi corsi e concetti di provenienza americana.

Quando lavorava, la sua azienda attraversò un periodo nel quale organizzava “corsi residenziali” per manager, dove arrivavano questi formatori americani che pretendevano di insegnare teorie varie a manager che avevano 30 anni di esperienza alle spalle.

Bene, leggendo questo libro mi sembra di rivivere la stessa cosa…

Vabbè, proseguo nella lettura…”

Arrivata al termine del testo non è che mi sono così tanto spostata dalle opinioni espresse in quell’appunto preso allo stato di avanzamento del 41%…

La tendenza degli autori di voler codificare ed estrarre le regole che governano decisioni aziendali (e non) volte ad aprire nuove aree di mercato, ad esplorare nuovi campi ed a contaminare tra loro diverse aree di influenza, in una sorta di trasversalità, in alcuni punti – secondo me – risulta tirata un po’ per i capelli.

Come a voler rendere seria una ricerca scientifica, estraendo a forza grafici e codifiche che a volte mi hanno lasciata profondamente perplessa.

Il testo invece cambia radicalmente marcia, diventando estremamente più interessante, quando passa alla presentazione di “case history” che spaziano nei più diversi ambiti: da Cirque du Soleil, alla Polizia di New York, passando per il Dubai, per il mercato dell’auto, dei cinema multisala e dei computer.

Ambiti diversi, che dimostrano che determinate scelte strategiche possono fare la differenza.

Però, codificare queste scelte strategiche risulta arduo, tanto più se si vogliono analizzare ambiti così disparati, alla ricerca di un “un comune denominatore strategico”.

E’ per questo che io sono sempre più perplessa davanti ai manuali.

Mentre trovo sempre più efficaci le storie, che – seppur narrazione – attraverso il loro esempio, possono offrire spunti inaspettati, permettendo riflessioni che consentono di arrivare al rovesciamento di personali paradigmi e alla apertura mentale.

In conclusione spezzo però anche una lancia a favore dei manuali, laddove si opera in una azienda: il dover innovare all’interno di una struttura composta di tante teste, necessità di processi e procedure abbastanza collaudate e codificate, che permettano di governare correttamente squadre eterogenee.

Questo sì. In questo ambito un manuale risulta sicuramente uno strumento efficace.

Però la frase che ho letto (e che è evidenziata in fotografia): “[…] per ottenere un livello alto di performance in un mercato così sovraffolato, le aziende dovrebbero andar oltre la concorrenza puramente rivolta alla quota di mercato […]” la dice lunga su come alcuni concetti del libro siano tirati per i capelli.

Leggendo frasi così uno pensa alla banalità disarmante di un concetto così scontato.

E poi pensi allo slogan di un corso di vendita (letto di recente) che recita: “come distruggere la concorrenza”.

Uno slogan che la dice lunga anche su quanto certi concetti (espressi nel libro) siano ancora lontani dall’essere compresi, assorbiti e metabolizzati.

Ma questa è un’altra storia…

“Mondo privato e altre storie” – Marta Dassù

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Ho appena finito di leggere un libro strano: “Mondo privato e altre storie” di Marta Dassù.

Strano perchè eterogeneo.

E ho fatto un po’ fatica all’inizio.

Vuoi per il linguaggio scritto utilizzato, vuoi per i continui scarti tra vita privata e vita pubblica (intesa come la professione esercitata dall’autrice).

Poi però mi sono appassionata ed incuriosita.

Incuriosita per lo stile narrativo, che assomiglia ad un flusso di coscienza e ad una condivisione pubblica di una seduta di psicoterapia (l’interlocutore è un fantomatico dottore).

Appassionata per i quadretti di vita privata, indicativi di una certa classe sociale e di un certo tipo di cultura italiana.

Ma anche incuriosita dalle riflessioni dell’autrice relative alle dinamiche di politica internazionale (Marta Dassù vanta un curriculum non indifferente).

Riflessioni che – secondo me – dicono molto di più di quanto non appaia ad una lettura superficiale.

Aiutando ad intuire il perché di alcune questioni della politica nazionale (anche attuali), spesso incomprensibili ed imperscrutabili (ed anche attuali).

Una piacevole lettura, interessante ed insolita, che scorre via come un racconto.

“Lavoro e carriera con LinkedIn” – Luca Conti

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Non amo particolarmente LinkedIn. Lo trovo piuttosto noioso.

Però, avendo un profilo aperto e semi-abbandonato da un po’ di tempo, mi sono messa d’impegno e mi sono letta il libro di Luca Conti.

Ben illustrato, è utile per chi si avvicina per la prima volta a questo social network destinato al business: è diviso per sezioni e ti accompagna passo-passo nella creazione del profilo e nella sua implementazione e gestione. Ha inoltre una seconda parte dedicata ai profili aziendali, alla spiegazione del profilo Premium, all’utilizzo per cercare candidati e cercare lavoro, ecc. ecc..

Però, nonostante il buon lavoro dell’autore abbia ri-acceso la mia attenzione, su alcune questioni sono rimasta perplessa.

Le elenco di seguito, così come le ho incontrare procedendo nella lettura.

I gruppi: ricordo benissimo perché questo social network ha iniziato a stancarmi. Partecipavo a delle discussioni, ma dopo un po’ leggere i commenti e le dissertazioni simil-dotte, infinite e sfiancanti, mi hanno fatto passare la voglia di intervenire ed interagire.

E mentre leggevo come gestire il networking all’interno dei gruppi, mi è sorta una domanda: “Ma i super-manager passano il tempo su LinkedIn a discutere nei gruppi, gettando serenamente il proprio tempo dalla finestra?… Oppure hanno così tanto tempo a disposizione da poter dialogare su Twitter?…

Numero di contatti: in merito alla estensione della rete, viene asserito – neanche in modo così velato – che avere una media di 300 contatti è una cosa miserrima e che bastano 3 settimane per arrivarci…

Con buona pace del famoso numero di Dunbar… (Ed io – per la cronaca – ho 280 contatti, raccolti in due anni circa…).

Vengono così suggeriti alcuni sistemi per incrementare la propria rete: per come sono fatta io (che ho una crescita lenta che sottopongo a costante controllo) li ho trovati dallo stile un po’ competitivo, “pushy” e leggermente ansiogeno. Uno stile che mi ha fatto tornare in mente un altro testo che mi sono vista passare davanti e che recava nel titolo la parola “ipercompetitività”… una keyword (inevitabile) che mi fa scappare a gambe levate….

Dal mio punto di vista una sorta di innalzamento dei livelli di testosterone di “rampantiana” memoria…

E mi sono posta un’altra domanda: ma se io sono agli inizi, o sono uno studente, qualcuno mi spiega oggettivamente come faccio a mettere assieme 300 contatti in un battibaleno, avendo come priorità la fiducia e la solidità del contatto (che incide sulla reputazione)?

Le segnalazioni: a me non passerebbe mai per la testa di chiedere una referenza  a qualcuno da poter scrivere sul mio profilo. Lo so, è una mia miopia.

O nasce spontaneamente, oppure mi suona tanto di mercato delle menzioni d’onore… (e vedo alcuni [non tutti] profili le cui numerose segnalazioni mi fanno pensare facenti parte di un mercato [io dò una cosa a te, tu dai una cosa a me] che non incide nell’innalzamento della reputazione, bensì il contrario…)

Dove sta il “purismo” tanto perorato sull’uso cautelativo e corretto di questo “social business”?

E nel mentre procedo nella lettura del testo, mi capita di leggere questo articolo: LinkedIn si fa più social e scopre le menzioni.

Sulle nuova strategia delle “menzioni” (simili ai tag di Facebook e di Google) mi sorge spontanea una terza domanda: come mai questa scelta? Come mai questo cambio di strategia ibridato con altri colossi del web? (Visto che LinkedIn è sempre stato proposto come il social per fare business…)

Comunque, dopo una prima ampia parte di spiegazione dedicata alla creazione del curriculum/profilo completo (e su questo ti viene comunque in aiuto LinkedIn stesso, che ti guida passo-passo nel completamento della tua pagina), il libro passa ad una seconda fase dove spiega (in modo abbastanza dettagliato) le molte funzioni, applicazioni e altro che il “social business” mette a disposizione.

Qui, almeno per me, è stato il momento di prendere appunti. Infatti mi sono resa conto che molte cose erano a me totalmente sconosciute.

Interessanti gli spunti sulle Applicazioni.

Un esempio: Reading List di Amazon. Per me – che leggo tanto e condivido le riflessioni che scaturiscono dalla lettura dei libri – poteva essere una utile applicazione da condividere sul profilo (visto che ho un account su Amazon). Ma purtroppo, con i recenti aggiornamenti del social network, l’applicazione non è più supportata.

Altre Applicazioni interessanti sono MyTravel (da dedicare solo ai viaggi di lavoro) ed Eventi (da dedicare agli eventi di tipo lavorativo).

Questa parte l’ho trovata già più confacente ad un discorso di tipo manageriale (così come le Domande, simili alla medesima funzione di Yahoo): mantieni vivo il tuo profilo, e non perdi tempo in discussioni (a volte sterili ed inutili) all’interno di gruppi dove i vari soggetti coinvolti fanno a gara a chi scrive cose più intelligenti.

Comunque il libro ha sortito il suo effetto: progredendo, dopo una partenza scettica e – a tratti – fastidiosa, ho iniziato a dedicare a LinkedIn un po’ più di attenzione. Per lo meno sto tentando di farlo.

Ed il cimentarsi seriamente in questa impresa richiede tempo e testa. Soprattutto un cambio di mindset non indifferente: LinkedIn richiede un atteggiamento mentale fortemente manageriale. Sostanzialmente diverso da altri social network.

Studiandolo, e continuando l’esplorazione del mondo del web (del quale continuo a considerarmi una neofita), mi è tornata in mente una affermazione che girava spesso ai tempi del curriculum cartaceo: “Cercare un lavoro è un lavoro“.

Beh… Saranno cambiati i tempi, ma questa affermazione resta – oggi più che mai – valida.

Cambiano i termini utilizzati, ma il significato di fondo resta e – anzi – diventa più complesso.

Riguardo a LinkedIn se poi, ad un esame più approfondito, ci si rende conto che non vi è affinità (come dice un amico, “ognuno ha il social network di preferenza” per capacità espressiva, struttura, uso…), si può sempre (si deve, ormai è un “must” esserci) mantenere curato ed attivo il curriculum, prediligendo altri canali per networking a sé più confacenti.

Concludo le riflessioni e le considerazioni, constatando che il web si evolve molto velocemente;  non so fino a che punto ha senso continuare a scrivere libri che spieghino il funzionamento di determinati social network. Infatti questo testo è già – per alcuni aspetti – superato: alcune funzioni illustrare nel libro non sono più attive (Reading List di Amazon, citata precedentemente per esempio).

Sicuramente sono utili dei libri che illustrino le varie realtà digitali, per sommi capi. Ma la domanda che sorge spontanea è: quanto possono e devono essere approfonditi questi testi? Se poi vengono ampiamente superati dalla metamorfosi rapida di queste entità algoritmiche?

Forse conviene prendere in considerazione una trattazione degli argomenti più “generica”, supportando con riferimenti audio-video collegati che possono essere aggiornati con maggiore rapidità…

Non so, è una idea…