Il discorso di Arnold Schwarzenegger

Sta facendo parlare molto di sé.
Mi riferisco al discorso di Arnold Schwarzenegger.

E dopo una mia personale iniziale perplessità, qualche riflessione l’ho fatta.

Confesso che quando me lo hanno segnalato, ho nutrito qualche “pregiudizio anticipatorio” (complice qualche mio bias sul tema).
Che però è scomparso ascoltandolo.

Infatti se da un lato ho constatato un utilizzo di modi misurati (mi riferisco al tono della voce, al ritmo e alle pause: alla modalità espressiva), dall’altro il contenuto è tosto, “non mandandogliele a dire” al Presidente uscente (rappresentante – tra l’altro – del suo stesso partito: infatti Arnold Schwarzenegger appartiene al Partito Repubblicano).

Forte è il rimando alla nefasta “Notte dei Cristalli” e agli spettri che risveglia (Schwarzenegger è austriaco naturalizzato americano).

Intelligente è l’uso del “Democracy First” con un chiaro rimando al motto di Trump “America First”.

L’uso della spada di Conan può far sorridere (in gergo tecnico è un “prop” [un oggetto di scena utilizzato a supporto della propria argomentazione], e non è l’unico presente nel video), ma fa parte della sua storia e diventa strumento e metafora della tempra. Efficace e incoraggiante in chi lo ascolta.
Spada/tempra che è anche una metafora della (sua) vita.

Il video può piacere o non piacere.
Lui può piacere o non piacere.
A mio avviso va però ascoltato e studiato, tenendo a mente il pubblico a cui si rivolge.

Tenendo anche a mente quello che Schwarzenegger rappresenta.

Una icona della cinematografia popolare, con una storia interessante alle spalle: immigrato, è stato culturista prima (Mister Universo, se non sbaglio, la cui traccia si rivela nella foto alle sue spalle, affiancata alle due bandiere americana e dello stato della California), attore poi (anche con ironia) e infine Governatore della California.
Appartenente al Partito Repubblicano e sposato (fino al 2017) con Maria Shriver Kennedy (il cui nome appartiene alla storia americana).

Un percorso (ed una figura) che stupisce per la sua eterogeneità e che – sicuramente – ha presa sull’immaginario collettivo.
Rappresentando esso stesso una concretizzazione del Sogno Americano.

Il testo tradotto è stato pubblicato sul sito Per La Retorica a questo link: Schwarzenegger, Arnold, “Il presidente Trump è un leader fallito”

[La foto in evidenza è tratta dal sito Cinematographe.it]

Punto nave

1 Gennaio 2021
Primo giorno dell’anno.
Dopo un anno molto diverso, come ben sappiamo.

Di solito la ritualità quasi propiziatoria prevede bilanci, liste dei desideri, buoni propositi, obiettivi…

Una ritualità che ho sempre fatto un po’ fatica a seguire, che ho assecondato per una sorta di “dovere sociale” e rispetto delle “regole”.
Ma quest’anno la condizione è diversa.
Molto diversa.

Una condizione figlia di eventi che ci hanno rovesciato come dei calzini.
E fatto salvo alcune macrovoci da esplorare, da approfondire e da proseguire, ho fatto delle riflessioni che condivido qui (anche per mia futura memoria).

Passi cauti e il più possibile precisi.

Questo mi sento di scrivere.

Stando – nel contempo – con un occhio alla strada ed uno all’orizzonte, con un orecchio teso a cogliere i segnali deboli e l’altro teso all’ascolto attivo.
In una sorta di “strabismo ottico e uditivo funzionale”.

Facile? No, non lo è.
Ma è necessario (secondo me).

Unendo il sano pragmatismo (che mi è tanto caro).
Imparando a negoziare con le proprie emozioni (che non è neanche tanto salutare tenere “stoppate”; filtrate sì ma stoppate sarebbe preferibile di no, altrimenti finisci come le tubazioni in pressione).

Personalmente il 2021 non lo vedo come l’anno risolutivo. No.
Lo vedo come un anno di grande transizione.
Se il 2020 ha sbriciolato e spazzato via, accelerando alcuni processi, il 2021 è un traghettamento verso altro.
Quindi, pragmatismo e strabismo (ottico e uditivo).
Muovendosi a passi cauti e il più possibile precisi.

Il video qui sopra – “Uno sguardo al 2020” – l’ho creato ieri mattina in alternativa al rituale “Best Nine”. Ho avuto difficoltà a selezionare nove foto rappresentative dei momenti importanti dell’anno. Così ho optato per un video, selezionando alcune foto che ho scattato in momenti cardine del 2020, montandole in rigoroso ordine temporale. Nel costruirlo, mi sono resa conto di quante cose sono accadute avendo la netta sensazione che questi 364 giorni siano stati vissuti a velocità doppia.

E proprio ripercorrendo il 2020, un paio di giorni fa ho ritrovato un elenco di cui mi ero completamente dimenticata.
Lo avevo scritto durante il primo lockdown.
Un elenco delle cose che stavo facendo perché – ad un certo punto – mi ero resa conto che ero finita a piè pari dentro una “centrifuga in fuga” e non avevo più il polso di quello che stavo facendo.

L’ho riletto e ho constatato che – nel frattempo – alcune cose le ho chiuse, altre sospese, altre ancora abbandonate.
In una sorta di autorganizzazione più o meno consapevole.

È una operazione che rifarò nelle prossime ore.
Un punto della situazione a chiusura, gettando metaforicamente l’ancora e facendo il “punto nave”.

Se vi va, anziché scrivere solo gli obiettivi del 2021, provate a ripercorrere il 2020 cercando di ricordare cosa avete fatto.
Può essere un buon esercizio per ricucire, fare mente locale e capire come proseguire, cogliendo tracce che magari non si ha avuto la lucidità di vedere nel mentre si navigava in questo anno che ci stiamo lasciando alle spalle.

Photo by Erol Ahmed on Unsplash

Un altro “rito” a cavallo dell’anno è quello di scegliere cosa lasciare nel vecchio anno e cosa portare nel nuovo (in termini di abitudini, atteggiamenti, pensieri…).
Ho riflettuto anche su questo (stimolata da post condivisi sui social media da vari amici, che invitavano a farlo) e – inaspettatamente, ma forse neanche così tanto – ho scelto di portare tutto con me, nel nuovo anno.
Tutto quello che ho vissuto e sperimentato.
Tutto quello che ho imparato.
Per due ragioni:

  1. La prima – perché mi rendo conto che l’eccezionalità di questo anno che ci siamo da pochissime ore lasciati alle spalle, e ci ha messo davanti ad una serie di “variabili” da gestire, è stato veicolo di una quantità di informazioni e uno strumento di acquisizione di competenze tecniche ed emotive non da poco.
  2. La seconda – perché (purtroppo, ahimè) si impara di più dalle esperienze negative che da quelle positive. Penso sia proprio una questione legata alle difficoltà emotive e logistiche: uno stress test che ti può piegare ma può anche temprarti e farti passare dall’altra parte diverso, magari anche più adulto (come mi è accaduto due anni fa), più efficiente e anche più positivamente egoista.

E queste considerazioni possono emergere proprio grazie al punto nave di cui ho riflettuto nelle righe precedenti e che da’ anche il titolo a questo articolo.
Ecco perché invito a guardare indietro e a fare l’elenco delle cose fatte, sentite e vissute.

Buon Anno e Buon Punto Nave.

[La foto in evidenza è di cottonbro da Pexels]

Responsabilità, linguaggio e capacità di visione

Se non ci fosse di che seriamente preoccuparsi, questo periodo sarebbe il perfetto test in campo di una simulazione distopica degna dei migliori libri futuristici e cyber-punk.
L’esempio perfetto di un (altrettano) perfetto esperimento sociale (come scriveva Annamaria Testa in un suo articolo di qualche mese fa su Internazionale: Coinvolti in un gigantesco esperimento sociale).

Cerco di spiegare nel modo più semplice che mi riesce, perché stamattina (leggendo un paio di post su Facebook) si è attivata una sequenza di pensieri che – come un lampo – ha illuminato a giorno una situazione difficile da comprendere in ogni suo aspetto, ma comunque molto chiara.
(Lo so, suona come un paradosso…)

Parto dall’inizio.

Ieri riflettevo con una amica sulle restrizioni sotto Natale.
Ed il discorso si è – comprensibilmente – allargato.

Si è allargato al tipo di cultura ormai molto ben radicata (frutto di anni di comunicazione, TV, modelli sociali, educazione… ecc. ecc. di un certo tipo), che ha alimentato molto bene (consapevolmente o meno, non lo so) la deresponsabilizzazione del singolo e dei gruppi.
[“Non è mai colpa mia, è colpa di… [qualcun altro]” è la tecnica più collaudata utilizzata in molti ambiti per “flangiarsi il fondoschiena” (per usare una metafora ingegneristica che usiamo sul lavoro).]

In serata ho continuato a riflettere e – leggendo altri contributi sui social, dedicati agli assembramenti di domenica durante il “liberi tutti” – si è accesa una lampadina con su la scritta “cashback”.
Quella iniziativa (fatta – confido, ma con personale scarsa convinzione – con buoni propositi per supportare l’economia del territorio) che “premia” (per semplificare) gli acquisti nei negozi fisici e non online.

Photo by rupixen.com on Unsplash

La domanda sorge spontanea: la maggioranza delle persone – in una situazione simile (“liberi tutti” + “cashback” + Natale) – cosa fa? Esce per andare a fare acquisti. (“Se posso uscire e posso fare questa cosa, allora esco e lo faccio” è un pensiero logico che non fa un plissé, giusto?)

E qui apro una ulteriore parentesi: Paolo Benanti ha scritto sul suo profilo Facebook un post molto interessante del perché IO (la App con la quale si può attivare il meccanismo del cashback) ha avuto più download di IMMUNI:

Un meccanismo che ha a che fare con la ricompensa (immediato il rimando al concetto della “Gamification”).

Ma non è finita qui.

Perché stamattina un contatto su Facebook ha condiviso una riflessione interessante di Christophe Clavé (francese, autore di libri non tradotti in italiano, operante nel mondo aziendale e manageriale) che esordisce così:

“L’effetto Flynn – che prende il nome dallo scienziato che ha studiato questo fenomeno – afferma che il Quoziente d’Intelligenza (QI) medio della popolazione mondiale è in continuo aumento. Questo almeno dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni ’90. Da allora il QI è invece in diminuzione. È l’inversione dell’Effetto Flynn. […]” – Qui il testo integrale

Clavé ragiona sull’impoverimento del linguaggio (proprio qualche giorno fa avevo riflettuto in tal senso su una mia esperienza di quasi 20 anni fa con la lettura ad alta voce e alla quale dedicherò un articolo) e sulla conseguente incapacità di “guardare avanti e indietro” rispetto al presente per formulare pensieri complessi che ci aiutino a comprendere ed affrontare situazioni (altrettanto) complesse.

Ho ripensato alla riflessione di ieri che mi aveva fatto ricordare un Talk di diversi anni fa (2011) di Eli Pariser dedicato alle “Filters Bubble”.

Le Filter Bubbles, un sofisticato sistema di supporto ai Bias di conferma, che evidenziava come gli algoritmi di ricerca “ti mostrano ciò che tu vuoi vedere, sulla base di quello che tu cerchi, chiudendoti in un recinto di convinzioni che ti autocostruisci” (estrema sintesi dell’idea del Talk).
[Nel 2011 eravamo agli albori dei social media.]

Eli Pariser invitata (già nel 2011) a differenziare le ricerche per restare mentalmente aperti, curiosi e ricettivi.
E oggi più che mai (davanti alla complessità crescente) lo sforzo è necessario seppur impegnativo.

Orbene, ascoltando le conversazioni online, e osservando i comportamenti online e offline, è abbastanza evidente che il mix di impoverimento di linguaggio, che porta ad un impoverimento della curiosità (a favore di una maggiore propensione ad essere guidati [ricordiamoci che il cervello è pigro e tende a risparmiare energia] e a deresponsabilizzarsi, di conseguenza, soddisfacendo i bisogni del “qui e ora”, senza preoccuparsi di cosa sarà domani), porta a scelte e comportamenti di un certo tipo.
Con le conseguenze che questa pandemia sta evidenziando in tutta la sua cristallina chiarezza.

Se non ci fosse di che seriamente preoccuparsi, ci sarebbe da accomodarsi e osservare con pura meraviglia e stupore l’evolversi della situazione e le dinamiche che la muovono.

Foto di copertina di Timon Studler su Unsplash

Di discorsi e modalità espositive

Avevo in mente di scrivere questo articolo da parecchio tempo.
Poi – come al solito – mi sono lasciata trasportare dalle incombenze ed arrivo un po’ lunga, anche se il ragionamento che intendo fare non ha scadenza.

Mi riferisco a due “pesi massimi” della politica e della economia dei cui discorsi si è molto parlato nei mesi precedenti.

Foto tratta da “The Conversation”
Foto tratta da Forbes

Prima doverosa premessa: la sospensione di qualsiasi giudizio di tipo politico, etico, ecc. ecc. che potrebbe inficiare la capacità di analizzare e trarre degli spunti utili.
Infatti quello che mi ripropongo qui, è di fare delle considerazioni sulla tecnica e sulla performance (esposizione).

Due “pesi massimi”, dicevo: Joe Biden e Mario Draghi.

Con due discorsi di alto livello e di contenuti importanti.
Con due esposizioni molto diverse tra loro.
Che possono avere effetti diversi in termini di valorizzazione, rendendo più o meno efficace il messaggio che trasmettono.

Seconda doverosa premessa: la politica americana ha una grande cultura in tema di public speaking (oratoria). Cosa su cui noi italiani pecchiamo un po’ e su cui il mondo istituzionale, politico ed accademico ha (forse) qualche “presunzione” o ne ritiene l’attenzione una variabile secondaria, preferendo concentrarsi sul contenuto.

E una ulteriore conferma della capacità americana in tema di comunicazione in pubblico la abbiamo avuta con il discorso di Joe Biden alla Convention Democratica.

Osservate il tono di voce, le pause, lo sguardo.
Persino le espressioni del volto.
Un discorso talmente preparato sin nei minimi dettagli, tale da essere interiorizzato (concetto su cui tornerò in uno dei prossimi articoli).
Qui sotto il file con il discorso di Biden tradotto in italiano (grazie alla pagina Facebook “Elezioni USA 2020“):

Ad onor del vero, va tenuto presente che in questi casi vi è sempre il “gobbo” sul quale scorre il testo (il cui nome corretto è Teleprompter).
Questo consente di mantenere il contatto visivo con il pubblico e – fattore non trascurabile – ci deve fare riflettere su un’altra variabile non meno importante: la lettura interpretata (un modo di interpretare le parole scritte che non è “semplice” lettura).

E questo mi porta a rivolgere l’attenzione al discorso di Mario Draghi al meeting di Rimini.
Contenuto di altissimo valore penalizzato – ahimè – dalla esposizione in una modalità tendente al mono-tono.
[L’intervento di Mario Draghi è dal minuto 00:24]

In questo caso un lavoro sulla voce, sulla sua varietà, la sua velocità e le pause, avrebbe aggiunto – a mio avviso – ulteriore efficacia alle già importanti parole da lui pronunciate.
Una “colorazione vocale” fatta nel rispetto della personalità dell’oratore, per mantenerlo entro la sua “zona di comfort” senza esporlo emotivamente.

Sì perché la voce è emozione.
E’ il veicolo delle nostre emozioni.

E questo mi rimanda ad una conversazione recente avuta con un manager di una grande società digitale, in occasione di un suo contributo.
Espresse la propria difficoltà nel dare maggiore efficacia alla sua esposizione: “Non riesco a fare più di così”, disse.
Quello che mi sentii di suggerire fu di lavorare sulla velocità e sulle pause: di accelerare o rallentare a seconda del contenuto, inserendo pause strategiche per sottolineare concetti o creare attesa.
Dando maggiore dinamicità al suo discorso per tenera alta l’attenzione del pubblico, dando la possibilità di cogliere di più dalle sue parole.

Buon ascolto e buona lettura!

[Immagine di copertina di Mikael Kristenson su Unsplash]

Riprendendo i podcast

L’altro giorno pensavo (ed esternavo su Facebook):

Stavolta non mi faccio fregare come al primo giro.
No.
Perché al “primo giro” sono andata in sovraccarico emotivo e non ho letto un libro per tutto il lockdown (una anomalia per me, che sono una “lettrice forte”). Recuperando poi (tra prestiti in biblioteca, acquisti e audiolibri), viaggiando oggi sui 23 libri letti (in una sorta di recupero del tempo perduto).
Stavolta proseguo e rinforzo, registrando letture (nel rispetto dei copyright) ripartendo con Spreaker (come già scritto un paio di giorni fa).
Forte di alcuni strumenti domestici (ma efficaci) acquisiti durante la registrazione di letture per il Patto per la Lettura.
Forte anche di una centratura recuperata (e di una pulizia fatta) durante il percorso di psicoterapia.
Stavolta non mi faccio fregare.
Proprio no.

Una specie di “colpo di reni” (una reazione) rispetto le imminenti (e progressive) restrizioni, che alla prima tornata mi avevano un po’ turbato.

Uno scatto in avanti rinforzato – inoltre – dal recente ritorno nel mio profilo Spreaker per fare un controllo random e piccola manutenzione.
E che ha riservato una piccola sorpresa.

Che poi è una piccola sorpresa-non-sorpresa perché chi mastica un po’ di web, algoritmi, ecc. ecc., sa che le notizie che immettiamo in rete, camminano poi con le loro gambe.
Anche se te le dimentichi.

E così è stato per circa un anno con i miei podcast, abbandonati a se stessi.
Ma che – pur nella microscopicità dei numeri – hanno continuato a fare i loro passettini.

E così, forte di questi “numerelli”, e forte della convinzione che

leggere cura l’anima

ho ripreso in mano il canale, riattivando l’abbonamento e ricominciando a leggere ad ad alta voce.

Ripartendo oggi con le letture tratte dal sito Nuovo e Utile (di Annamaria Testa), e selezionando testi da leggere i cui diritti d’autore sono decaduti.

Ascolta "Nuovo e Utile di Annamaria Testa" su Spreaker.

Ecco quindi che un insieme di eventi e scoperte mi ha riavvicinato ai podcast

la passione per la lettura,
la scoperta degli audiolibri (da me sempre scartati a priori) che tanto mi stanno anche insegnando in tema di interpretazione del testo,
l’essere lettrice volontaria del Patto di Milano per la Lettura che si è avvicinata agli audio in questo tempo di pandemia (non potendo fare tutti gli eventi in presenza),
l’essere convinta del beneficio della lettura,
e il desiderio di condividerlo come conforto in questi tempi così complessi,

rimettendo in marcia una piattaforma dimenticata per un po’ di tempo.

[La foto in evidenza è di CoWomen su Unsplash]

Casa Corbellini Wassermann a Milano

L’immagine in evidenza mostra il giardino del complesso di Viale Lombardia 17

La bellezza cura.
Magari non cura il corpo, ma la mente sì.
E se la mente sta bene, anche il corpo (forse) ne beneficia.

E di “bellezza terapeutica” si è parlato anche in un recente incontro di un bookclub.
Ma questo post (scritto dopo una lunga pausa, con un paio di altri articoli fermi in bozza) non è dedicato ai libri.

E’ dedicato ad uno spazio tornato fruibile e ai suoi antichi splendori.
(Spazio di cui – confesso – non ne conoscevo l’esistenza.)

L’ingresso

Infatti sabato pomeriggio ho visitato – con WAAM – Casa Corbellini Wassermann, tornata accessibile grazie al restauro da poco terminato (2019) ad opera dello studio Binocle e che ospita la galleria d’arte Massimo De Carlo.

[Qui un articolo dedicato, pubblicato su Domus.]

La scala a chiocciola esterna proveniente da una installazione di un padiglione della V Triennale di Milano del 1933.

Progettata e costruita da Pietro Portaluppi tra il 1934 e il 1936 per le famiglie da cui prende il nome (in particolare August von Wassermann, imprenditore del mondo della farmaceutica, fu anche scopritore del metodo per la diagnosi della sifilide), semplicemente meraviglia per gli spazi, la luce ed i materiali usati.

Modernissima nella fruizione e distribuzione degli ambienti, così come nelle finestrature orizzontali ed ampie che catturano la luce.
Opulenta per la preziosità dei materiali impiegati che però mantengono un rigore che forse – paradossalmente – ne sottolinea ancora di più la preziosità.

Il gioco di apertura e l’accostamento dei materiali

Ho scattato 40 foto per un’ora di visita.
Incantata da ciò che mi circondava.

Scegliendo di far parlare alcune di esse in questo post, accompagnandole con pochissime parole.

[La gallery completa è disponibile su Flickr a questo link: Casa Corbellini Wassermann.]

Un dettaglio esterno del corpo di fabbrica, visibile da Viale Lombardia 17

L’abito non fa il monaco. O sì?

“L’abito non fa il monaco”, recita un antico adagio.

L’interpretazione che ho sempre dato a questo detto popolare è: non fidarti solo dell’apparenza, non valutare una persona solo dal come si veste, perché potresti essere tratta in inganno.
(Anche un altro proverbio sottolinea il concetto: “L’apparenza inganna”.)
Ma un paio di giorni fa ho – inconsapevolmente – modificato il significato.

Ma andiamo con ordine.

Tempo di saldi e lo scorso weekend sono tornata dopo un po’ tempo a curiosare da Muji (marca giapponese che apprezzo molto, insieme a Uniqlo), cadendo preda (volentieri, ad essere sincera) della “sirena dello shopping” facendo man-bassa di camicioni di lino e scarpe.
(Tornando in settimana a “finire il lavoro”, acquistando stole e altro…)

E un paio di mattine fa – nel mentre mi accingevo a indossare una mise Muji-only (quella della foto di apertura del post) – mi sono sentita particolarmente soddisfatta del risultato.
Una stranezza per me, abituata ad indossare solo pantaloni e a rifiutare tutto ciò che ha la parvenza di una gonna (lunga o corta che sia).

Ho pensato inaspettatamente se questo cambiamento nel modo di vestirmi fosse stato possibile per me (per “la mia testa”) 3/4 anni fa (ai tempi sono successe delle cose che hanno spostato pesantemente il mio punto di vista su alcuni aspetti della vita).
Mi sono fermata un momento a pensare e ad osservar(mi) per cercare di indagare se questa “rivoluzione” sia un puro capriccio o nasconda qualcosa di diverso e più “sotterraneo”.

E ho tratto delle mie (prime) “conclusioni”.

Nell’ultimo anno ho praticamente rifatto totalmente il mio guardaroba (sempre con un occhio rivolto al portafogli…): un cambiamento che sentivo la necessità di fare in una sorta di (credo inconsapevole) “atto di rimozione” – da un lato – della perdita subita (oggi, a distanza di due anni, sorrido al pensiero della mia reazione nei primi tempi al leggere che l’elaborazione del lutto può durare anche due anni: “Due anni??!!”, avevo esclamato sicura di metterci meno tempo…), ma anche – dall’altro lato – per saldare ancora di più il ricordo del viaggio in Giappone di tre anni fa (l’ultimo fatto con mia madre, tra l’altro), continuando ad alimentare il legame con questo Luogo in modo diverso (e a distanza, in attesa di tornarci un giorno…).

Nel contempo il riorganizzare la mia immagine, abbracciando i due brand nipponici, mi sono resa conto essere stato un curioso ed inconsapevole atto di affermazione di una nuova identità.

So che può suonare strano.
Anche perché chi mi conosce sa che non ho mai subito alcuna pressione da parte di nessuno (a maggior ragione dei miei genitori) su come dovevo vestire e cosa dovevo fare.

Ma quello di cui ho preso atto negli ultimi tempi è un legame (un laccio robusto) con il “senso del dovere” declinato in molti modi tra cui il non voler deludere persone con le quali ho (per l’appunto) dei legami.
Un obbligo che mi sono costruita nel tempo – da sola – nel mentre ero impegnata a fare altro.

Ora, complice gli accadimenti di due anni fa, il varcare la soglia dei 50 anni (anche questo fattore mi rendo conto essere importante perché innesca un cambio di mentalità che può percorrere due strade: l’inseguire la giovinezza o l’accettarsi per quello che si è, letteralmente fregandosene [nei limiti della decenza, ovviamente]) e anche quello che abbiamo vissuto in questi ultimi mesi (che ha portato personalmente ad una asciugatura delle esigenze e ad un avvicinamento all’essenzialità), hanno riposizionato molte cose.
Comportando il rivedere se stessi in modo diverso, anche attraverso ciò che si indossa (che è uno degli “artifici” con cui ci presentiamo agli altri e che contribuisce a formare l’idea che gli altri si fanno di noi).

E questo mi ha fatto tornare in mente un libro di crescita personale scritto da un italiano (di cui non ricordo più il nome) letto molti anni fa.

L’autore (life coach) adottava coi suoi clienti un metodo che ai tempi giudicai assai “stravagante”: durante il percorso, ai suoi coachee faceva rifare il guardaroba come atto fisico di rinnovamento.
Ripeto: ai tempi pensai che fosse una idiozia (non lo nascondo).
Oggi – ricordando quelle pagine – credo non sia una cosa completamente priva di senso.

Ad ogni modo, tornando al Giappone e alla sua estetica (che amo), sempre in questi giorni mi è tornata in mente un’altra immagine.

Qualche anno fa incontravo spesso in treno una donna giapponese di età indefinibile.
La guardavo sempre affascinata: essenziale (quasi spartana nel modo di abbigliarsi) era di una eleganza straordinaria (secondo me).
Capelli grigi raccolti in uno chignon, indossava gonne lunghe, golfini, cappotti, calzini di lana e scarpe tacco basso, tutto declinato in tinte neutre. In una composizione in equilibrio che dava l’idea di discrezione, morbidezza, comodità, ed eleganza.

Non so che fine abbia fatto.
Però, mi è tornata alla mente in questi giorni.
Una figura che avevo momentaneamente dimenticato ma che -evidentemente – non avevo totalmente rimosso.
Un “appunto mentale” che ha sempre costituito un punto fermo nei miei canoni estetici di riferimento, nel mentre sperimentavo altre modalità di presentarmi al mondo.

Effetti collaterali [2]

Questo post “arriva un po’ lungo”.

Sono considerazioni fatte intorno a metà giugno, nel mentre mi approssimavo a Villa Litta ad Affori, che ospita la Biblioteca di quartiere (facente parte del Sistema Bibliotecario Milano), per ritirare due libri: “Percezioni” di Beau Lotto e “Tutto il ferro della Torre Eiffel” di Michele Mari (che hanno inaugurato un mio piccolo progetto che ho denominato #1tweet1libro e #microrecensioni, che condivido sui profili Instagram [in una Stories dedicata] e Twitter).

Ma lo scopo di questo articolo non è una dissertazione sui due libri (di cui peraltro consiglio la lettura).
E’ invece il cercare di raccontare della sensazione che ho provato entrando al parco della Villa.
Un parco che non conosco bene, confesso!, e che ho ad oggi esplorato solo in minima parte.

Ebbene, varcando la soglia quel sabato di giugno è stata meraviglia.
Meraviglia e stupore.

Stupore della bellezza e del verde che erano ovunque.
Come se li vedessi per la prima volta.
Una sensazione strana.

Forse complice il maltempo dei giorni precedenti ed il sole che aveva fatto esplodere la natura, rendendola ancora più rigogliosa, aveva reso più vividi i colori?
Forse.

O forse è stato l’effetto manifesto di uno degli ulteriori effetti collaterali?
Forse l’esperienza del lockdown ha acuito i sensi?
Forse il periodo di silenzio e immobilità è stato un momento per recuperare alcune cose di cui mi ero dimenticata?

Chi lo sa?

Di sicuro però, l’occhio ha (re)imparato a vedere le cose in maniera diversa.
Nuova.

Così come l’orecchio che – complice le notti dal silenzio assordante di quei giorni, intervallato dai rumori delle ambulanze – ha (re)imparato ad ascoltare tutti quei rumori che prima davo per scontati (il fruscio delle foglie mosse dal vento, per esempio…).
E la pelle, che ha (re)imparato a percepire la vivida sensazione del vento sul viso, assaporato durante una passeggiata nel verde qualche settimana fa…

Sì, penso che sia un ulteriore effetto collaterale della esperienza vissuta.
Una “deprivazione motoria” necessaria che ha aumentato la percezione dei sensi, in una sorta di allenamento isometrico.
Preparandoli inconsapevolmente al momento in cui si sarebbero ritrovati (i sensi) nell’ambiente esterno, in una rinnovata condizione di lettura e percezione.

[La gallery delle foto di quel giorno è a questo link: Villa Litta]

L’Epica di una carta di credito

[Sottotitolo: La Burocrazia ai Tempi del Coronavirus]

In questi giorni la mia pazienza con la mia banca (e la carta di credito da loro emessa) è stata messa a durissima prova…
In una sorta di “Stress Test” ad altissimo livello (emotivo)

Ma andiamo con ordine.

Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash

Succede, talvolta, che – utilizzando molto la Carta per gli acquisiti online – ci siano dei “piccoli incidenti”: l’addebito di spese non effettuate, la clonazione, e altre amenità simili…

Il sistema dell’sms è ottimo per avere in tempo reale la segnalazione di operazioni. (Così come le stesse App delle carte di credito che funzionano allo stesso modo.)
E così è successo con una spesa addebitata a marzo (già in lockdown) per un abbonamento online per un antivirus.
Spesa che denuncio a fine aprile (dopo che mi ero prodigata autonomamente in controlli, accertandomi che non si trattasse di un servizio al quale ero abbonata, e di cui mi ero serenamente scordata [avevo anche fatto richiesta dell’estratto conto – stesso periodo – dell’anno precedente, per un controllo incrociato]).

Seguo le istruzioni sul sito della Banca e avvio le procedure, chiamando il numero indicato (indicato anche per le contestazioni di spese e non solo per blocco carta).

Centraliniste (1930) – Fonte Touring Club

L’operatore che mi risponde esordisce (dopo la mia breve spiegazione iniziale) con: “Ma questo è il numero per il blocco delle carte…” (con tono come se fossi io la stordita).
Rispondo: “Questo è il numero che c’è sul portale della Banca…” (con tono stile “mi pigli per cogliona?”, scusate il francesismo…).
Ritornato a più miti consigli (non senza comunque velata saccenza), mi guida su cosa fare ed io opero immediatamente:

  1. compilando il modulo (CARTACEO, scaricato dal sito della Banca…)
  2. scansionando il modulo (col TELEFONO… ricordiamoci sempre che siamo in lockdown)
  3. inviando il modulo (via MAIL…)

Tutto tace per qualche giorno, finché – facendo la spesa e pagando con la carta di credito – la carta viene rifiutata.
Uso altra carta (per fortuna) e parlando con la cassiera, conveniamo che forse c’è stato un blocco preventivo della carta “incriminata”.

Dopo qualche giorno mi arriva una busta (via POSTA NORMALE) che mi informa che la mia carta è stata preventivamente bloccata e, entro 15 GIORNI dalla data di ricevimento della presente (che NON ha nessun timbro che attesti la data di ricevimento…), devo:

  1. compilare il modulo allegato (IDENTICO a quello inviato via mail…)
  2. fare denuncia ai Carabinieri, allegandola al modulo “di cui la Punto 1.”
  3. inviare la documentazione via mail o via fax (il fax… questo glorioso aggeggio che resiste nel tempo…)
  4. telefonare al numero XYZ per confermare blocco della carta (…)
©Hanna-Barbera Productions [Foto d’epoca]

[Ricordo che siamo sempre in periodo Covid19…]

Vado dai Carabinieri che mi dicono che devo farmi dare dalla Banca la “lista movimenti” per risalire alla fonte della spesa (l’estratto conto non è sufficiente).

Vado in banca e scopro (essendo una che ci va pochissimo) che ricevono solo su appuntamento… (cerco di tenere a bada il mio “disappunto”, tenendo conto del periodo complesso che stiamo vivendo che comporta il “contingentamento ovunque e comunque”).
Telefono alla banca da fuori dalla loro porta, mi risponde un addetto e spiego la faccenda.
Mi dice che loro non possono vedere la “fonte della spesa” e che sono dati che ricevo solo io con il mio estratto conto.

(Inizio ad incazzarmi, perdonate il francesismo…)

Rabbia – Inside Out – ©Pixar

Faccio un bel respiro e torno dai Carabinieri (con l’estratto conto al seguito, che avevo già con me al primo giro).

Spiego la faccenda, abbiamo un confronto di vedute, mi arrendo e dico: “Torno in banca e vedo di portare a casa l’informazione…”
Il Carabiniere vede vacillare la mia tenuta mentale ed emotiva (nonostante indossi la mascherina) e mi dice: “Non si preoccupi, facciamo la denuncia”.
Spiegandomi nel frattempo le motivazioni della loro richiesta della “lista movimenti”, che non è l’estratto conto.
(Peccato però che la banca è “caduta dalla pianta” sostenendo che loro non possono accedere ai dati che vengono inviati solo a me… quindi?… che famo?…)

Fa niente.
Porto a casa la denuncia, faccio la scansione e invio tutto via mail.
(Nel frattempo ricevo la mail di avvenuta presa in carico, che mi dice che riceverò notizie via POSTA NORMALE)
E mi dimentico di fare la telefonata…

Peter Sellers in Hollywood Party [1968]


Passano i giorni…
Mi viene improvvisamente in mente che non ho più fatto la telefonata per confermare il blocco.
E sorge il dubbio amletico:

A chi telefono?
Al Servizio Clienti?
Oppure al numero sulla lettera ricevuta (quella del Blocco Carte)?

[Nel frattempo dal portale della banca scompare la carta di credito. Non esiste più. Ma non ho nessuna notizia di nuove emissioni di nuove carte di credito…]

Tiro la monetina e decido di chiamare il Servizio Clienti.

E dopo avere dipanato la matassa dei “digita X per parlare con… digita Y per parlare con… digita Z per parlare con… e ora digita il numero della tua carta di credito… e ora digita la tua data di nascita…“, riesco a parlare con una signora molto gentile che mi aggiorna che…

  • Sì – il rimborso della spesa non riconosciuta c’è stato (Yuppiiii!)
  • E – no, in effetti – non c’è stata nessuna emissione di nuova carta…
[Foto ANSA]

Sconfortata le dico: “Mi dica cosa devo fare per la nuova carta…”

La signora mi risponde: “Non si preoccupi, ci penso io. Inoltro io la richiesta alla sua filiale. Consideri che riceverà comunicazione via posta della avvenuta emissione della nuova carta, da ritirare in filiale.”
[E qui ci sta perché – via mail – comunicazioni simili possono essere preda facile di operazioni di phishing]

Passa qualche giorno e arriviamo ad oggi.

Inizio mese, faccio per entrare nel portale della banca – per controllare i movimenti – utilizzando la App sul telefono per accedere al sito e… la App non va!
Si impalla e non riesco ad avere lo sblocco per accedere su pc…
Né col riconoscimento facciale, né facendomi inviare il codice di accesso in formato numerico…
[Il mio equilibrio emotiva inizia a vacillare daccapo…]

Ma…
Nel tempo impiegato nello scrivere questo post di “sfogoracconto”, la App si sblocca ed io riesco ad accedere al sito.
Scoprendo nel frattempo che una nuova carta di credito è stata emessa…!

Forse un giorno riceverò la lettera che mi dice di recarmi in filiale per prendere la carta…
[Male che vada, telefono in questi giorni per prendere appuntamento.]

Come disse quello (aka Nick Carter): “Tutto è bene quel che finisce bene… E l’ultimo chiuda la porta!”

Nick Carter – ©riservati

[Immagine di copertina Avery Evans su Unsplash]

Abitare gli spazi

Negli ultimi tre mesi abbiamo trascorso gran parte del nostro tempo tra le mura domestiche.
Ed è molto probabile che ne trascorreremo molto altro ancora (di tempo), assorbendo gradualmente e sempre più (spontaneamente o meno) nuove modalità di vita e lavoro.

Photo by Patrick Perkins on Unsplash

Una “nuova normalità” (con buona pace di coloro che non apprezzano questo modo di definire questa quotidianità post-lockdown nella quale ci stiamo inoltrando) che sta mettendo in difficoltà molti di noi (a vari livelli, a seconda delle condizioni di vivibilità) che ci sta testando sia da un punto di vista fisico (la mobilità diversa), sia da un punto di vista psicologico.

Abitudini, agende, orari, movimenti e ritmi… tutto nuovo (o quasi).

Parlando con dei colleghi, ho ascoltato di diverse reazioni.
C’è chi ha deciso di affittare lo studio e lavorare (definitivamente) da casa.
Chi sta assaporando il lavoro da casa, forte di una disciplina che fa sì che rispetti orari che non lo portino ad abbruttirsi davanti al computer, migrando dal divano al letto, e viceversa.
E c’è chi – come me – dopo l’entusiasmo iniziale, fatica ad imporsi una disciplina (sulla quale sta lavorando).

Ma questo non è un post sulla organizzazione del tempo.
Sono la persona meno indicata per scrivere sul tema (a meno che non condivida un elenco di cose da non fare).

Questa è una riflessione sugli spazi che abbiamo abitato così tanto negli ultimi mesi (è probabile che molti di noi abbiano trascorso molte più ore in casa in queste settimane, che negli ultimi cinque anni…).

Spazi abitati sui quali in molti hanno scritto e parlato.
Evidenziando che la casa – oggi – ha assunto improvvisamente e realmente (anche) la funzione di luogo di lavoro, dopo che se ne teorizzava da tempo, restando sempre nell’ambito di pochi esempi “di nicchia”.

Vita personale e vita professionale, raccolte all’interno degli stessi metri quadri.
In una situazione forzata che forse ha distorto (nel bene e nel male) la percezione del tutto.

E nei periodi più difficili ho tenuto sempre “a portata di click” la videointervista ad Astrogiulia (al secolo Giulia Bassani) Coronavirus: stare a casa è un po’ come stare nello spazio. Parola di Astrogiulia (una piccola ancora di salvezza per vedere le cose da un lato diverso e più costruttivo)
Un video che – di recente e a scoppio ritardato – mi ha acceso una lampadina e mi ha fatto mettere insieme argomenti dei quali mi interesso da tempo ma mai – fino ad oggi – approfonditamente come vorrei.

Tre argomenti che riguardano gli spazi che usiamo, non da un punto di vista stilistico e di design ma da un punto di vista di fruizione dell’utente.
Che tanta familiarità hanno con il tema (quasi una missione che ho e mi muove) “progettare per gli altri“.

Illuminotecnica – Teoria del Colore – Architettura Comportamentale.

In foto temperature di colore diverse (l’influenza sui ritmi circadiani) – Foto ©iGuzzini

L’Illuminotecnica, una scienza che mi affascina da tempo e che non riesco ad afferrare totalmente in tutte le sue sfaccettature.
Ma che mi è particolarmente cara per la sua importanza sull’uomo.
Infatti è una disciplina che non mi affascina per il suo saper generare effetti scenografici (comunque stupefacenti); bensì mi affascina il suo influire (nel bene e nel male) sul benessere e sulla quotidianità dell’essere umano.
Un tema che ho sentito particolarmente nei giorni nei quali non uscivo di casa e che mi ha portato ad osservare con occhi nuovi l’illuminazione (artificiale e naturale) in casa.

Solido di Munsell – https://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_Munsell_dei_colori

La Teoria del Colore (è recente la mia associazione al Gruppo del Colore dopo un corso che mi ha fatto scoprire un mondo nuovo), altra disciplina che leggo in relazione al benessere e alla quotidianità dell’essere umano.
Una scienza dove il colore non è solo un elemento decorativo ma anche – e soprattutto – una componente in grado di influire sullo stato psicologico dell’individuo.
(Ricorderò sempre la mia riflessione – in tempi non sospetti, tanti anni fa – osservando un vecchio ufficio che aveva pareti grigie, arredo metallico e luci al neon; ricordo che pensai: “Capisco perché chi lavora qui dentro è particolarmente scontroso…!”)

Photo by Zac Ong on Unsplash

Ed infine l’Architettura Comportamentale, scoperta grazie ad un corso frequentato nel 2018 a tema “Architettura e Psicologia”. Una esperienza che mi entusiasmò e mi fece esultare nel vedere finalmente delle contaminazioni “dichiaratamente chiare” tra ambiti non così lontani fra loro (contaminazioni che possono apparire scontate, ma in realtà non sono poi così banali).
Una disciplina – anche qui – che mette “insieme e in chiaro” due ambiti di studio che collaborano per rendere lo spazio più “amichevole” (user friendly, se vogliamo usare un anglicismo) e fruibile nella sua quotidianità.

Illuminotecnica – Teoria del Colore – Architettura Comportamentale

Tre aspetti che credo diventare ancor più importanti nella nostra nuova quotidianità (insieme alla Ergonomia, altra scienza legata alla fruibilità fisica degli oggetti).
Nei nostri ambienti domestici.
Che sono stati (nelle scorse settimane) luoghi nei quali abbiamo vissuto e lavorato con maggiore intensità.
E che forse abbiamo visto e vissuto – per la prima volta – da una diversa angolazione.
Scoprendone anche forse aspetti che non conoscevamo.

Photo by Samule Sun on Unsplash


[Immagine di copertina di Michael Browning su Unsplash]