Effetti collaterali

Qualche notte fa mi sono svegliata di soprassalto a causa di un incubo.

Un sogno in cui non si vedeva nulla, ma nel quale fuggivo da un qualcosa che mi braccava, e dal quale mi nascondevo insieme ad un’altra persona a me totalmente sconosciuta.

Non so interpretare i sogni, ma è quasi sicuro che la dinamica dell’incubo sia stata generata dalle settimane di lockdown (che hanno messo a dura prova la tenuta mentale di molti di noi) e dalla – personale – preoccupazione della Fase 2 (che io ho ribattezzato Fase 1.1).

Foto di Wolf Zimmermann su Unsplash

Uno stato d’animo che mi ha indotto ansia e mi ha fatto tendere all’isolamento al momento della prima, timida, riapertura.
E che per combattere il quale mi sono sforzata di uscire a passeggiare, per prendere un po’ di aria ed un po’ di sole.

Sì perché, non so voi, ma la tanto agognata (nei giorni di quarantena) passeggiata è diventata qualcosa di “troppo impegnativo” (la scusante) al momento della sua fattibilità.

Mi sono così “scoperta” in un nuovo equilibrio che nascondeva un desiderio di bolla protettiva.
Una bolla consolidata e assecondata dalla mia atavica pigrizia e dai due mesi di quarantena che hanno riorganizzato la quotidianità in modo conservativo.

Foto di Sharon McCutcheon su Unsplash

Un mix di pensieri ed emozioni abbastanza pericoloso di cui ero (e sono tuttora) cosciente del suo essere infido.
Ma non per questo meno seducente nella sua forma di protezione (quella sensazione che provavo solitamente quando tornavo a casa dopo una giornata di lavoro, e che verbalizzavo – riferito alla casa – come “la mia tana”, portata qui all’estremo).

Un “conforto” (o per meglio dire, “conferma”) a questo comportamento l’ho trovato in questi articoli:

Sindrome della capanna (o del prigioniero) – pubblicato sul sito GreenMe

Lo strano desiderio di voler restare a casa – pubblicato su Rivista Studio

Tre mesi di Coronavirus – pubblicato su Rivista Studio

Tre articoli che ben descrivono una sensazione tuttora presente (e comune anche ad altre persone con le quali mi sono confrontata).
E che nella sua presenza mi ha messo gradualmente in difficoltà attraverso un progressivo sovraccarico di attività al computer che – ad un certo punto, in questa settimana che è appena passata – ha fatto saltare tutti i ritmi e le alternanze fondamentali che contraddistinguono uno smart working sano.

Disturbo post-traumatico da stress” potrebbe dire qualcuno (in forma lieve, aggiungo io).
Burnout“, potrebbe dire qualcun altro (anche se impropriamente, per alcuni aspetti).
Qualsiasi cosa sia quella che in questi giorni mi è accaduta (attacco di ansia, progressivi disturbi del sonno sotto forma di insonnia e di incubi), si è presentata credo per “logoramento”.

Foto di Drew Beamer su Unsplash

Ma c’è dell’altro.
Scontato ma forse non così banale, e con una traccia di positività che può essere catturata.

Questa “esperienza Coronavirus” ha cambiato le mie abitudini (le ha cambiate a molti di noi).
Dimostrando – se mai ce ne fosse stato bisogno – che nuove modalità di lavoro sono possibili (confermate anche da telefonate con colleghi, con i quali abbiamo scambiato anche riflessioni personali).
Tratteggiando nuovi scenari ancora difficili da comprendere ma comunque diversi dai precedenti.
In costante divenire.

Per quanto riguarda l’operatività, la personale area di attenzione resta la disciplina.

L’imparare a stabilire quando “mettermi al computer” e quando staccare (soprattutto alla sera, se non voglio crearmi ulteriori problemi di insonnia grazie alla luce blu emessa dai monitor che altera i ritmi circadiani).
Il reintrodurre l’attività fisica, mantenendo la buona alimentazione che sono riuscita inaspettatamente ad applicare (che mi ha fatto perdere qualche chilo a beneficio del fisico).
Il ricominciare a leggere libri (visto che un altro effetto collaterale è stata la grande fatica nella lettura, a favore della consultazione di notizie che – dopo una prima ubriacatura – sono andata a ridimensionare a favore di una maggiore “pulizia informativa” e conseguente ricerca di migliore sanità mentale).

Ridisegnando la propria realtà.

Che è forse il compito che mi attende da adesso in avanti.

[Immagine di copertina di Andrew Neel su Unsplash]

DonnaONLine

Lo scorso 7/8 marzo si sarebbe dovuto svolgere a Riccione il quarto Congresso DonnaON.
Sappiamo come è andata in quelle settimane: l’epidemia dilagante, i decreti e le ordinanze sempre più restrittive, i lockdown che si sono moltiplicati in un effetto domino…
Interi eventi, fiere e manifestazioni venivano via-via posticipati di qualche mese fino ad essere rinviati all’anno successivo… e anche DonnaON non è stato da meno.

Ma dopo un momento di comprensibile smarrimento, Carina Fisicaro (Founder del progetto) ha organizzato in breve tempo due maratone in diretta su Facebook a distanza di due settimane l’una dall’altra.
La prima a metà aprile e la seconda durante il primo weekend di maggio:

Empowered Women United for a World ” DonnaONLine” (18/19 aprile)

DonnaONLine Empowered Women United for the World (2/3 Maggio)

Due weekend durante i quali circa 40 professioniste (complessivamente) si sono alternate in una staffetta di speech della durata di 45 minuti, nei quali hanno condiviso esperienze, riflessioni, suggestioni e strumenti per fare meglio e affrontare questo periodo ad alta imprevedibilità.

Nei due weekend ho avuto il piacere e l’onore di portare il mio contributo su due temi a me molto cari: le parole e la loro cura (di cui avevo già fatto una specie di test-speech qualche settimana prima) e la leadership di servizio (di cui avevo scritto un articolo per QuiFinanza a gennaio).

I video delle dirette di tutte le speaker sono disponibili sulle pagine Facebook i cui link sono elencati qui sotto, mentre – in chiusura di questo articolo – sono visibili i video dei miei due interventi (disponibili anche sul mio canale YouTube):

Empowered Women United for a World ” DonnaONLine” (18/19 aprile)

DonnaONLine Empowered Women United for the World (2/3 Maggio)

L’importanza delle parole | DonnaONLine – Maratona Facebook 18/19 aprile 2020

La leadership di servizio | DonnaONLine – Maratona Facebook 2/3 maggio 2020

Le slide dell’intervento sono disponibili su Slideshare a questo link: La Leadership di Servizio.

La difficile sopravvivenza in mezzo alle parole

Da qualche giorno ho rallentato la consultazione delle notizie.
Smettendo anche di seguire le conferenze stampa quotidiane che snocciolano numeri e raccontano (con vari “tone of voice“) delle attività attorno alla pandemia.

Perché?

Foto di Kaboompics .com da Pexels

Perché qualche mattina fa ho fatto il mio solito giro sulle testate online.
Quelle a cui sono fedele (Il Post, Internazionale, Rivista Studio e Youmanist) e le altre più comuni (le versioni online delle storiche testate cartacee).

Inutile nascondere la diversità di comunicazione tra il primo gruppo ed il secondo.

Per come l’ho percepito io, un abisso.

Ma mi sono anche osservata nel mentre navigavo in mezzo alle loro parole.

E ad un certo punto mi sono accorta che sul secondo gruppo mi stavo “avvelenando il fegato” (tra polemiche e altre “amenità” di varia gravità che – se assecondavo – mi avrebbero trasformato a breve in un essere estremamente “aggressivo” [per usare un eufemismo] e facile preda di un profondo disfattismo).

Ho chiuso tutto.
E mi sono fatta una domanda (retorica)

Quanto rischio nel non volermi più informare?
Nel non volere più leggere notizie?

[Continua dopo la foto]

Foto di Produtora Midtrack da Pexels

Nel farmi questa domanda (di cui conosco già la risposta, che rischia di infilarmi in un altro problema che cito più avanti), ho percepito una manifestazione diversa della Sindrome FOMO (Fear Of Missing Out).
Quella pulsione che ti spinge a esserci, sempre e comunque, per il timore (infondato) di perderti qualcosa.

Alla domanda mi sono risposta, dicendomi:

Segui solo quello di cui ti fidi e che è affine a quello che tu sei

Ben conscia – in questo caso – di rischiare di scivolare nei Bias di conferma.

Esercizio funambolico, di questi tempi (su cui ho riflettuto recentemente).
Che – in casi di estremizzazione – ti porta a sentire la pulsione all’eremitaggio digitale e fisico (quest’ultimo già in atto e che sta esercitando tutto il suo potere seduttivo).
Con tutti i rischi che questo comporta.

E proprio sulla gestione funambolica di questa incertezza, nei giorni successivi ho letto una riflessione interessante a firma Annamaria Testa (una certezza nel panorama della comunicazione declinata in molti modi), pubblicata sul suo blog Nuovo e Utile: 4 modi per gestire l’incertezza (solo uno è quello buono)
Blog di cui avevo iniziato a leggere ad alta voce alcuni brani sul mio canale Spreaker (attualmente in stand-by) e di cui mi è tornata la voglia di leggerne brani ad alta voce, traendone tracce audio.

4 modi per gestire l’incertezza (solo uno è quello buono)

E sempre in tema di Bias, sempre di Annamaria Testa (che ha affrontato il tema molte volte) è questa altra interessante riflessione: Bias cognitivi e decisioni sistemiche ai tempi del virus:

Bias cognitivi e decisioni sistemiche ai tempi del virus

[Immagine di copertina Public Domain Pictures su Pexel]

Decameron 4.0

Durante l’ultimo meeting (online) del Milan-Easy Toastmasters Club ho tenuto un breve discorso del nuovo percorso educativo Pathways.
E’ stata una buona occasione per condividere (e/o perseguire) due obiettivi.

Il primo relativo alla modalità di comunicazione (comunicazione in video, che tanta importanza ha assunto improvvisamente a causa della pandemia Covid19), il secondo relativo a cosa condividiamo e raccontiamo in questi giorni di isolamento sui social network.
(La qualità del video è bassa perché ricavato dalla registrazione del meeting via Zoom)

Di seguito il testo del discorso, disponibile in formato pdf qui:

Una nota esplicativa

I colori usati per evidenziare la varie parti del discorso, mi sono tornati utili per avere una memoria visiva dei vari passaggi.
Non sono necessariamente un rimando agli argomenti trattati in diversi punti del testo (non ci sono collegamenti univoci tra argomento e colore), bensì si tratta di una semplice individuazione dei vari “pezzi” di cui è composto.

Chi mi conosce sa che peroro la manualità nella preparazione dei propri discorsi (scrittura a mano, disegni, schemi, matite e pennarelli…).
In questo caso mi sono trovata a scrivere velocemente il testo al computer (dopo diversi giorni di ruminamento su “di cosa parlo?”) e a lavorarlo successivamente, cercando un modo che aiutasse la mia memoria visiva a ricordare i vari passaggi in una sequenza di colori riconoscibile anche a colpo d’occhio.

Un diario fotografico

Sicuramente stiamo vivendo un periodo che ci sta rivoltando come un calzino.
Emotivamente, operativamente,…
E ognuno di noi lo sta vivendo a modo suo.

Io mi sto ritrovando a riflettere sempre più spesso su cosa desidero (non su cosa “voglio”, una parola che sento arrogante e credo ormai abbia fatto il suo tempo).

Cosa desidero (o desidererei) per me, il babbo, le persone che mi sono care, gli amici, i colleghi… tutti immersi in questa vicenda che ci sta cambiando (chi più velocemente, chi più lentamente).
Immersi in un ambiente che ci sta modificando nel profondo.

Rifletto, penso a cosa desidererei, a “dove” vorrei vivere (il “dove” inteso come realtà, non necessariamente come geografia).

E nel mentre, complice anche i ritmi rallentati e dilatati (quasi talvolta sospesi), pubblico post, scatto fotografie con lo smartphone, lavoro, pulisco la casa e tento (maldestramente) di cucinare qualcosa… (mi sono autoproclamata “cintura nera di cibi pronti”…) .

In tutto questo scorro le timeline leggendo le mie e altrui parole.
Guardando le immagini mie e altrui.
E penso anche alla loro impietosità (delle timeline) e alla loro “volatilità”: tutto questo si perderà nel (nostro) passato, restando archiviato in qualche server geograficamente collocato oltre il Circolo Polare Artico.
E noi dimenticheremo le emozioni che abbiamo vissuto e le cose che abbiamo visto in questi giorni molto particolari…

Così poco fa mi sono detta: “Scusa, ma perché non archivi le foto che stai scattando in questo periodo in un album dedicato su Flickr…?”

Mi sono messa di buzzo buono, ho messo ordine, ho scremato un po’ (la condivisione serrata genera un po’ di caos nell’archivio) e ho raccolto le foto di questo periodo nell’album dedicato:

Diario dei giorni Coronavirus

Salvate anche voi da qualche parte le (vostre) parole, letture, foto… a futura memoria.
Per ricordarci dove eravamo oggi, quando tutto questo sarà (si spera) un lontano ricordo.

[La foto qui sotto l’ho scattata una sera portando giù l’immondizia… una “botta di vita”, commentata con un po’ di ironia]

Informazione ed emozione

Di Covid-19 se ne parla ormai abbondantemente, l’OMS ha dichiarato l’altro giorno la “pandemia” e la fatica mentale si sta facendo sentire.

[Immagine ©JohnHopkinsMedicine]

Personalmente, la fatica si è presentata la scorsa settimana sotto le spoglie di una sensazione di sconforto emotivo attraverso un senso di smarrimento e di malinconia, comparsi a tarda sera. Che si sono insinuati al calare della luce e – mano a mano che il buio avanzava – sono aumentati di intensità.

Ho provato anche una sensazione di solitudine.
E ho sofferto nel leggere le cronache dei medici, del personale e dei pazienti in Terapia Intensiva, rivivendo con nitidezza emozioni relativamente recenti.

D’altro canto non ho mai pensato per un momento che si stia andando verso l’apocalisse, ma sicuramente ho pensato (e penso tuttora con maggiore lucidità) che stiamo andando verso una nuova realtà.
Che si può intuire in parte, ma forse anche no.

[Photo by Macau Photo Agency on Unsplash]

E stamattina, leggendo gli articoli de Il Post “Cosa rende così contagioso il coronavirus” e “I farmaci contro l’artrite reumatoide per trattare i casi gravi di COVID-19” (mettendo insieme riflessioni fatte in queste ultime 48 ore con altre persone, “mai avuto un periodo di conversazioni [virtuali] così fitte come in questi ultimi giorni” mi dicevo tra me e me ieri sera), ho ripensato ad una metafora che ho usato recentemente in un video pubblicato su Facebook qualche giorno fa, in piena escalation.

In particolare ho usato la metafora della prateria legata alla velocità di propagazione di Covid-19.
La prateria intesa come una distesa priva di ostacoli, che consente al vento di muoversi veloce e agli animali (di qualsiasi specie essi siano) di correre altrettanto veloci.

[N.B: l’articolo menzionato nel video è “Coronavirus, i numeri cominciano a parlare ma è difficile capirli. Ecco perché.]

Ecco, il contagio da parte del Coronavirus lo vedo così.

Non ha (per ora) ostacoli: che siano essi vaccini o difese immunitarie (fatto salvo l’avere un fisico in grado di reggere e contrastare l’attacco, sviluppando degli anticorpi tali da non portarti in ospedale o – peggio – in Terapia Intensiva).

E nel frattempo mi sono resa conto che – passata la scorsa settimana con i due momenti di sconforto ed entrata da mercoledì 11/03 in modalità smart working – mi sto adattando ed abituando alla nuova situazione (è stato immediato nella mia testa il rimando al concetto di adattamento della specie).

Un adattamento frutto forse di una reazione al down emotivo.
Reazione che è andata a pescare le risorse già utilizzate due anni fa proprio in questo periodo.
Reazione che fa capo a due parole: razionalità e informazione.

Una razionalità che – supportata dalla informazione – mi consente di gestire la parte emotiva (assai agitata e sfiancante).

Una informazione che sto sfrondando a favore di una tipologia precisa.
Quella scientifica.
Quella che mi aiuta a comprendere.

[Foto di CDC su Unsplash]

Perché se comprendo (o per lo meno cerco di capire, dando un ordine di misura alle cose e agli accadimenti), ragiono.
E se ragiono, la paura diminuisce.
Perché nominalizzo, creando delle similitudini e delle differenze.

Comporta fatica? Certo.
Comporta leggere montagne di informazioni? Certo.
Comporta valutare, vagliare, soppesare e scremare? Certo.

Ma personalmente la vedo come l’unica strada percorribile.
Per lo meno in questo momento.

Poi c’è anche il tempo delle riflessioni e delle dissertazioni filosofiche.
(La mente ha bisogno di divagare e vagare in modalità flusso di pensiero.)

Ma prima – per quanto mi riguarda – viene la scienza (in tutte le sue declinazioni) e il ragionamento.

Ragionamento che – insieme a informazione e razionalità – portano a valutare e trovare soluzioni.
Riducendo al minimo i momenti di paralisi da paura.

[Immagine di copertina del CDC su Unsplash]

Coronavirus e informazione

[Aggiornato con nuove fonti – 26 febbraio 2020]

Le foto qui sotto sono state scattate ieri sera da il babbo e me nelle due Esselunga di Cusano Milanino e Settimo Milanese. Due comuni che – per chi non è di Milano – si trovano ai lati opposti della città.

In questi ultimi giorni (e nello specifico nelle ultime 72 ore) ho letto di tutto e di più su profili social (soprattutto Facebook).
Opinioni che rasentavano il delirante in taluni casi.

E stamattina – scorrendo le informazioni su testate giornalistiche e agenzia di stampa (Ansa, Il Post, Corriere della Sera con escursioni [ieri] su Le Formiche [con un bel pezzo scritto da Andrea Fontana sulla “Infodemia”] e Oggi Scienza) – ho letto un editoriale di Luigi Ripamonti sul Corriere: Una prova di maturità.
Mi ha colpito un passaggio nello specifico.

I generi acquistati in eccesso non soltanto saranno poi indisponibili per chi, più debole, non avrà avuto la possibilità di partecipare alla corsa, ma ricadranno in diversa misura sulla filiera economica e contribuiranno ad amplificare l’ondata di irrazionalità.

E questa menzione del “più debole” mi ha fatto tornare in mente una immagine di domenica (sempre in Esselunga, in piena fase di assalto alle provviste).
Io e pochi altri con pochi generi alimentari, in coda alle casse self-service dei cestini.
Una signora anziana con nipote adolescente.
Entrambi un po’ intimiditi e spaesati (domenica pomeriggio sembrava fosse scoppiato un conflitto, non scherzo).
Coda (la nostra) un po’ disordinata; compressi e sopraffatti da carrelli stracolmi.
Ci siamo regolamentati stile studio medico: “Chi è l’ultimo?”
Nel movimento della coda ci siamo trovati un po’ disordinati e quando si è liberata una cassa, la signora anziana mi ha fatto cenno di andare avanti che toccava a me, quando in realtà toccava a lei.
L’impressione che avevo era che il caos e la folla la intimidissero non poco.
(Io osservavo stranita.)

Ecco, i “deboli” sono anche queste persone (così anche come coloro che soffrono di intolleranze alimentari o altre problematiche/patologie più o meno gravi, come mi ha fatto giustamente notare un contatto su Facebook, che sono costrette a tenere un determinato regime alimentare e che potrebbero non trovare gli alimenti adatti a loro perché precedentemente – compulsivamente – saccheggiati).

Photo by Markus Spiske on Unsplash

Persone sopraffatte da questa “mandria” (e uso il termine con discernimento, intendendo proprio il “comportamento epidemico” adottato in determinate situazioni) di individui fuori controllo nella cui testa scatta una dinamica primordiale governata dal cervello rettile (con la nota reazione “Fight or fly“) e assimilabile anche alla “Not In My BackYard” [NIMBY – il link rimanda alla versione inglese di Wikipedia, perché più neutrale rispetto alla versione italiana] che tante volte ci fa comportare in modo assolutamente illogico, distruttivo e inconsulto.
[Mi ha fatto pensare alla sindrome NIMBY anche questo trafiletto su La Stampa, che invita a riflettere su come muta la nostra percezione dei problemi in funzione della loro prossimità: Il coronavirus terrorizza, il clima no: come nasce la percezione del rischio]

“Mandria” facile preda di fake news e articoli strutturati secondo il sistema del click bait.

E come ho anticipato poco sopra Andrea Fontana, esperto di comunicazione, ha scritto un pezzo molto interessante (di cui condivido la riflessione) dedicato alla Infodemia:
Quando l’infodemia è più pericolosa di una epidemia
[Nel mentre scrivo questo articolo, il sito è irraggiungibile. Spero che il link venga ripristinato al più presto.]
Ne cito un passaggio breve, invitandovi a leggere l’intero articolo:

[…] l’epidemia cognitiva sta mettendo in evidenza i limiti dell’informazione nelle emergenze quando non è chiara, tempestiva ed univoca.

Il suo è un invito ad una comunicazione ponderata, equilibrata ed allineata.
Forse anche più lenta, ma non per questo meno capace di catturare chi (e sono la stragrande maggioranza purtroppo) legge solo le prime righe e non approfondisce.

Photo by Scott Webb on Unsplash

Nel contempo il non esagerare (il “non farsi prendere dal panico”) non vuol dire prendere la direzione contraria (spesso noi essere umani passiamo da un estremo all’altro, passando dal panico iper-conservativo all’incoscienza che supera ogni livello di irresponsabilità ad oggi conosciuto).
Non vuol dire essere incuranti degli effetti del Coronavirus, né essere incuranti degli effetti che una promiscuità può avere – con un effetto domino – su i “deboli” citati da Luigi Ripamonti nel suo editoriale.
Bensì significa prendersi il tempo per informarsi, da più fonti possibili.
Attendibili.
Il che – che ci piaccia o meno – comporta uno sforzo ulteriore di verifica della veridicità di quanto viene scritto.

In tema di informazione, chiudo questo post con il link ad alcuni articoli:

Un articolo molto interessante che spiega le dinamiche del contagio:
Coronavirus, la matematica del contagio che ci aiuta a ragionare in mezzo al caos

Il sito del Ministero della Salute dedicato al Coronavirus, che divulga i dati in tempo reale:
Nuovo Coronavirus

La sezione del Corriere della Sera dedicata espressamente al tema:
Coronavirus, la parola alla scienza

L’intervista all’Infettivologo Massimo Andreoni:
Coronavirus, Massimo Andreoni: «Più casi in Italia? Perché li cerchiamo. All’estero meno»

Su Oggi Scienza:
Quel che bisogna sapere adesso che il coronavirus è in Italia

Foto di copertina di Joël de Vriend su Unsplash

Ricominciare daccapo

A maggio di quest’anno ho concluso il percorso educativo di Toastmasters (l’associazione di cui faccio parte dal 2012).
Un percorso che si è sviluppato e articolato su un doppio binario: quello dedicato alla comunicazione (il parlare in pubblico) e quello dedicato alla leadership (forse l’aspetto che mi è più caro per il grande lavoro che si fa su stessi).

E quando arrivi al termine subentra un po’ di stanchezza e un po’ di demotivazione.

Perché è vero che il percorso Toastmasters è pressoché infinito: è un processo di apprendimento che può essere reiterato tutte le volte che si vuole. Ma quando arrivi al termine di un viaggio che è durato 7 anni , qualche dubbio ti viene.

E ti trovi ad un bivio:

  • considero chiusa l’avventura e completato il “percorso di studi”?
    oppure
  • ricomincio daccapo perché non si smette mai di imparare (e perché un sano allenamento non fa mai male)?

Ebbene, il caso vuole che da qualche anno Toastmasters abbia cambiato radicalmente il percorso di formazione: sta abbandonando gradualmente i vecchi manuali (il “vecchio ordinamento” di universitaria memoria) a favore di nuovi Path (percorso Pathways, il “nuovo ordinamento” usando la metafora universitaria).
Passando nel contempo da una fase analogico-cartacea ad una digitalizzazione spinta, portatrice (nei soci senior) di non pochi mal di pancia. (E’ un bel salto, non c’è che dire.)

Foto ©Toastmasters International

Ebbene, dopo una fase interlocutoria durata qualche mese, dove non ho mai abbandonato il mio club ma ho preso le cose con un po’ più di filosofia, ho riflettuto che restare in allenamento e avere la possibilità di sperimentare, non sia una idea così poi malvagia.

E così martedì sera (dopo avere rimandato più volte) ho ricominciato daccapo, rifacendo l’IceBreaker (il primo discorso che il socio fa davanti al club per presentarsi).
Ho mosso il primo passo nel nuovo percorso scelto (Dynamic Leadership).

Confesso essere stato faticoso.
Perché ho dovuto cercare di liberarmi di tutta la complessità accumulata in 7 anni di discorsi.
Perché non sapevo di cosa parlare.
Perché non sapevo più come si faceva.

E’ così son tornata alle basi…
La prima traccia scritta al computer per superare il trauma da pagina bianca…
Le prove a braccio, registrandomi, per affinare via-via (facendolo) il contenuto del discorso…
L’estrazione e costruzione degli schemi del discorso per rendere visibile la traccia, la mappa, con la quale muoversi…

Ero tranquilla, sì. Lo confesso.
Ma ero un po’ preoccupata.
Temevo di perdere il filo.
Temevo di divagare.

Però il tornare alle origini, il ripartire, è stata una bella cosa.
Una bella sensazione.
È stato un riavvicinamento alla semplicità.
Senza slide.
Con pochi minuti a disposizione (dai 4 ai 6 minuti).

E così il viaggio è ricominciato.

Link utili:

[Foto in evidenza ©Toastmasters International]

Avere cura degli altri

Non so se capita anche a voi di riflettere sulla vostra quotidianità e su cosa lega le azioni ed i progetti che svolgete.
Se vi capita di fermarvi a pensare per cercare di capire.

Photo by Anastasiya Lobanovskaya from Pexels

Ebbene personalmente di fili rossi, nel corso di questi anni, ne ho tessuti e disfati molti.
Sempre alla ricerca di un perché faccio quello che faccio.
Per dare un senso allo svolgere delle azioni e del tempo.

Sì, perché pur essendo attratta da diversi argomenti (talvolta molto distanti tra loro), cerco di capire cosa lega il tutto per cercare di comprendere che scelte operare (o perché opero alcune scelte anziché altre).

E una domanda che ultimamente mi pongo spesso, costantemente e quotidianamente, quando devo scegliere cosa fare, è: “Perché voglio fare questo? Per diletto, perché mi serve per crescere personalmente/professionalmente, per altro…?“.
Domande talvolta scomode davanti al mio desiderio di voler essere ovunque e ascoltare tutto, ma utili per gestire il tempo al meglio (talvolta disperso attraversando periodi di grande caos).

Ebbene, una delle mie più forti motivazioni che rende (e mi ha reso) possibile reggere ritmi talvolta molto intensi è il “progettare per gli altri“.
Fare/progettare cose che tornino utili agli altri.
Soprattutto per quelle persone che necessitano di un maggiore supporto.
Una motivazione di cui ho già scritto un po’ dappertutto e in più riprese.

Foto di Dominic Alberts da Pixabay

Ultimamente però, riflettendo sull’esito di una simulazione di una possibile presentazione che raccontasse la mia storia, chi sono, perché percorro certe strade anziché altre, ripensando alla passione del “progettare per gli altri”, ho cercato un collegamento con altre esperienze fatte, che sto facendo e che farò.
Cercando di capire se esiste un macro-collegamento che dia un senso alla grande varietà di azioni che talvolta svolgo.
(“Gira? Ha senso nella mia testa ciò che dico?“, mi sono detta.)

Ebbene, riflettendo a distanza di giorni, ho ripensato agli eventi dell’ultimo anno e mezzo.
E ho iniziato ad elencarli: la vicenda di mia mamma (e tutta l’esperienza della Terapia Intensiva), le letture ad alta voce che faccio settimanalmente in una residenza per anziani, le attività di mentoring e speaker coach che svolgo per associazioni di cui faccio parte, alcune chiacchierate non scontate che faccio con amiche,…
Tutte esperienze che ho dovuto accettare (nel primo caso), o che ho scelto o cercato (negli altri casi), e che hanno operato un cambio di prospettiva rispetto al semplice atto del “progettare” (fortemente legato alle esperienze di progettazione di strutture sanitarie).
Che lo hanno ampliato e fatto evolvere al concetto dell’avere cura.

Foto di copertina di Matthias Zomer from Pexels

Avere cura.
Ecco il nuovo senso.
Un atto dall’ampio significato che mette al centro l’altro.
Che ha l’obiettivo di prendersi cura, sia in senso umano/personale (per certi aspetti) sia in senso professionale (per altri).
Che va a recuperare i tanti anni di scuola per coaching, le esperienze degli ultimi tempi, ma anche quelle più antiche.
Avendo sempre ben presente la persona, la sua centralità e la sua importanza.

Foto di copertina Pixabay da Pexels

L’onda lunga

E alla fine l’onda lunga è arrivata.
Dopo un anno e mezzo è arrivata.

Si è manifestata ieri sera sul tardi e mi ci sono dovuta immergere per aiutarmi con la pressione emotiva che aumentava gradualmente il peso sul cuore, accorciando anche il respiro.

La aspettavo e sapevo che era solo questione di tempo.

Che sia stata provocata dal nervosismo di questi giorni, o che il nervosismo di questi giorni fosse un segnale, poco importa.
È arrivata.
Ed è stata forte.
Gentile ma di una forza ferma e crescente.

E nel mezzo dell’onda (nel mentre annaspavo cercando un modo) mi sono tornate in mente due considerazioni fatte dal responsabile e dalla psicologa della Terapia Intensiva: il primo mi disse che era “straordinaria la capacità di elaborazione che avevo sviluppato [riferendosi a tutto il processo di scrittura condotto immediatamente a valle dell’evento]”, mentre la seconda mi aveva parlato di “presenza interiore”.
Sto… tubo!, ho ruggito nella mia testa ieri sera a tarda ora con un barlume di lucidità, nel mezzo dell’onda emotiva.

E mi sono ricordata anche di quello che mi disse una amica l’anno scorso: mi disse che il tempo sulla lunga distanza (purtroppo) avrebbe fatto sentire la mancanza.
Così come un’altra amica qualche giorno fa, davanti ad un caffè, mi ha confessato che dopo tanti anni non ha ancora metabolizzato l’assenza.

Temo in questi mesi di essere stata sempre in fuga.
Tradendo – tra l’altro – me stessa.
E la promessa che mi ero fatta dopo quello che era successo.
Quella di voler godere delle cose belle, dei libri, delle passeggiate, dei momenti di relax…

Invece ho saturato il tempo in ogni anfratto, fuggendo.
Fuggendo dai Dàimon (di filosofica memoria) che una (terza) amica mi aveva suggerito di fermarmi e accogliere.

E l’onda lunga di ieri sera (portata, o forse portatrice del Dàimon) si è presentata all’uscio con il conto emotivo da saldare.

Stamattina è tornata la quiete.

[Le foto di questo post sono di Engin Akyurt from Pexels]