Non solo vendita ma anche cultura

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Oggi, nel riordino post-vacanziero delle mail, ho dedicato qualche minuto in più di attenzione alla newsletter di Zumtobel (nota casa di produzione di lampade).
E nel prestare maggiore attenzione, mi sono accorta (probabilmente con un notevole ritardo rispetto alla effettiva messa online) del loro sito #lightlive, scoprendo un mondo nuovo.

Conosco Zumtobel da tempo, e l’ho sempre considerata un punto di riferimento nello studio di soluzioni di sorgenti, di apparecchi e di proposte tecnologiche. Così come ho sempre trovato interessanti le loro pubblicazioni tecniche che illustrano studi sulla influenza della luce, sulla importanza delle temperature di colore, sui ritmi circadiani e su altri aspetti appartenenti più ad aree “scientifiche” e “psicologiche” che al design illuminotecnico (così come conosciuto ai più).

E questo loro modo di operare – e divulgarne i risultati – credo sia rappresentativo di una forte identità (e congruenza) dell’azienda, che progetta e produce apparecchi per “illuminazione tecnica” ma si colloca anche in un’area interdisciplinare di ispirazione scientifica.

Oggi, navigando in #lightlive (“A Zumtobel project” recita il motto) ho visto un canale di comunicazione di questa loro identità molto ben fatto.

Questo mi ha fatto fare una ulteriore considerazione: “Questi signori non vendono (solo) lampade. Questi signori fanno (anche) cultura della luce.”

Ecco: fare cultura (oltreché vendere).

Penso che “fare cultura” sia una cosa molto importante: sono convinta che per vendere un prodotto, oltre a saperlo raccontare, deve essere supportato anche dalla ricerca che sta dietro.
Deve comunicare la cultura che ne costituisce le basi.
Deve comunicare un “perché” (qualsiasi esso sia).

Ritengo sia fondamentale nella comunicazione della sua identità.
A testimonianza del valore (aggiunto) di ciò che propone.

Certo non tutti siamo Zumtobel.
Non tutti abbiamo i suoi mezzi, la sua tecnologia ed il suo fatturato.
E – certo – comunicare “cultura” e “ricerca” che ci sono dietro ciò che si propone, comporta fatica.
Però penso che valga la pena tentare per dimostrare (comunicare) la validità di ciò che si produce.
Sia che si tratti di un prodotto fisico, sia che si tratti di un prodotto intellettuale (ancor più faticoso).

(Curiosità: Zumtobel ha vinto per la seconda volta il premio Superbrands. Qui il link alla news, che contiene anche il rimando al sito internazionale di Superbrands.)

[Immagini tratte dal sito http://www.studiomilani.eu e http://www.lighlive.com]

Le 10.000 ore

malcolm-gladwell-14Leggendo il libro di Magnus Lindkvist “Quando meno te lo aspetti, ho ritrovato una vecchia conoscenza: il libro Effetto Medici” di Frans Johansson che avevo letto nel lontano 2008 e che aveva costituito per me una di quelle piccole pietre miliari nel mio percorso di crescita attraverso i libri.

Così, dalla citazione sul libro di Lindkvist, sono arrivata al sito “The Medici Group” e alla pagina Facebook associata.
E proprio su questa ultima ho trovato un interessante articolo di Business Insider che mette seriamente in discussione la teoria delle 10.000 ore di pratica per eccellere in una competenza/professione (teoria che vede in uno dei suoi massimi esponenti Malcom Gladwell – nella foto a lato).

Il fatto che questo articolo abbia dato voce ad una perplessità che nutrivo da tempo, mi ha confortato da un lato ed incoraggiato dall’altro.
(Mi ha dato conferma di una cosa che penso da tempo… Ma non essendo io un luminare in materia, ho sempre considerato la mie riflessioni come quelle di un dilettante. E – apro una parentesi – leggendo anche il libro di Lindkvist, ho avuto conferma di tante altre cose. Ma questo sarà oggetto di un prossimo post dedicato)

Riporto uno dei passaggi in lingua inglese dell’articolo di Business Insider che ritengo fondamentali:

[…] deliberate practice is only a predictor of success in fields that have super stable structures. For example, in tennis, chess, and classical music, the rules never change, so you can study up to become the best.

But in less stable fields, like entrepreneurship and rock and roll, rules can go out the window […]

Traduco in sintesi: la regola della pratica e dell’esercizio costante è utile solo per quelle attività che hanno una struttura “super-stabile”. Per esempio il tennis, gli scacchi, la musica classica, hanno regole pressoché immutabili. Questo ti permette di esercitarti fino all’eccellenza.
Ma in campi molto meno stabili (come l’imprenditoria ed il rock and roll, per esempio) le regole possono anche essere “buttate dalla finestra” (testualmente).

Questo – come scritto poco sopra – mi conforta molto.
Ed il “beneplacito” di ricerche di settore mi fa ben sperare che quanto sia variabilità, trasversalità, interdisciplinarietà e studi condotti anche in campi diversi tra loro (per trovare punti di contatto e stimoli), cominci a non essere più visto come una sorta di confusione, indecisione e inconcludenza.
Bensì cominci ad essere visto come un qualcosa che arricchisce e stimola la crescita.
In un costante work-in-progress, liquido e mobile.

E questo mi fa ulteriormente pensare ad una specie di super-nicchia ad alta competenza, dove proprio l’attitudine alla trasversalità/interdisciplinarietà diventa LA competenza.
In una sorta di paradosso.

Non sarà facile.
Sarà una bella sfida.
Temo necessaria.

[Immagini tratte dal sito Business Insider]

Perché? (Flash post)

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Avviso ai naviganti: non ho idea del tipo di impaginazione che uscirà…
Ho scritto questo post da uno smartphone, caricando la foto, scattata dallo stesso smartphone…
Ergo il risultato grafico può essere un po’ bislacco. Quindi – nel caso – provvederò a sistemarlo quando tornerò davanti ad un PC (fra un paio di settimane).

Ma venendo al motivo di questo “flash post”, sono qui a fare una riflessione ad alta voce.
Riflessione che scaturisce da un programma che stavo redigendo su come dare una impronta significativa a questo blog.
Una impronta che potesse sposarsi con l’identità professionale che ho.
Infatti ho inserito nuove categorie, una nuova pagina (“videoriflessioni”),… tutto in funzione della mutazione di questo spazio in qualcosa più di nicchia.

Ero convinta!
Stra-convinta che la cosa potesse funzionare.
Poi complice una “innocua” mail ricevuta, che elogia i “percorsi non lineari”, è complici due libri che ho tentato di iniziare a leggere ma mi hanno sfiancano dopo pochissime pagine (sono i due in secondo piano nella foto), mi sono detta:

“Ma perché? Perché mi devo fare del male? Perché devo forzare il piacere della lettura su dei testi duri, complessi e alcuni pure incomprensibili? Perché devo forzare la chiave di lettura di un libro di narrativa?”

Ossignore!, a me piace leggere.
Mi piace riflettere.
Mi piace raccontare le cose che mi accadono e che faccio.
Perché devo diventare tediosa, saccente e noiosa?
Perché devo diventare monotematica?

Questo non è un “corporate blog”.
Questo è un blog personale.
Questo – in teoria – dovrebbe (e potrebbe) essere uno spazio dove trova sfogo proprio quel percorso non lineare menzionato in quella mail sibillina…

E allora avanti così.
Facendo qualche passo indietro e qualche scarto laterale.
Tornando anche un pochino alle origini.

[Fine del flash-post, impaginato alla cieca, scritto in una mattina di agosto…]

Le quattro regole del metodo cartesiano [Citazione]

La prima era di non accogliere mai nulla per vero
che non conoscessi esser tale per evidenza:
di evitare, cioè, accuratamente la precipitazione
e la prevenzione; e di non comprendere nei miei giudizi
nulla più di quello che si presentava così chiaramente
e distintamente alla mia intelligenza
da escludere ogni possibilità di dubbio.

La seconda era di dividere ogni problema
in tante parti minori
quante fosse possibile e necessario
per meglio risolverlo.

La terza, di condurre con ordine i miei pensieri,
cominciando dagli oggetti più semplici
e più facili a conoscere, per salire a poco a poco,
come per gradi, sino alla conoscenza dei più complessi;
e supponendo un ordine anche tra quelli
e di cui gli uni non precedono naturalmente gli altri.

In fine, di far dovunque enumerazioni così complete
e revisioni così generali
da esser sicuro di non aver omesso nulla.

René Descartes 1637

[Tratto da “Cosa nasce cosa” di Bruno Munari, Laterza Editori – libro in lettura]

Immagine in evidenza da Google Images

“Talk like TED” di Carmine Gallo [VIDEO]

A “breve giro di posta” (come si suol dire) rispetto al precedente post pubblico qualche riflessione sull’ultimo libro letto: “Talk like TED”, scritto da Carmine Gallo (già autore di un best seller sullo stile di presentazione del compianto Steve Job).

Ho impiegato due settimane per leggerlo (contravvenendo quindi alla regola “un libro a settimana”), perché ho scelto la sua versione originale (che poi ho scoperto essere allo stato attuale l’unica in circolazione, essendo di recentissima pubblicazione).
Sicuramente un buon metodo per esercitarsi con l’inglese (il testo è abbastanza comprensibile), ma – chiaramente (almeno per me) – più lento nell’avanzamento.

Il libro mi è piaciuto molto perché coniuga due interessi che mi sono cari: il public speaking e TED (il cui bellissimo sito/blog non riesco a seguire come vorrei).
E mettendo assieme queste due aree, l’autore riesce a costruire un lavoro sulla comunicazione con strumenti, spunti e suggerimenti per renderla più efficace.
Come lo fa?
Analizzando proprio alcuni degli speech più famosi della manifestazione (quelli che hanno ottenuto tra il più alto numero di visualizzazioni) sia da un punto di vista contenutistico, sia – soprattutto – da un punto di vista di stile espressivo.

Un libro interessante e vivace, la cui particolarità è proprio legata alla presenza dei Talk che lo distingue dai soliti libri triti-e-ritriti sul public speaking (di cui il mercato è pieno).

Se volete leggervelo in lingua originale, è disponibile anche su kindle (la versione che ho letto io).
Altrimenti spero che nell’arco di pochi mesi sia disponibile anche la traduzione in italiano.

Suggerimento: segnarsi i Talk menzionati per visionarli – se non in corso di lettura – in un secondo tempo (con calma) per apprezzarli e studiarli anche da un punto di vista tecnico.

Buona lettura!

[Immagine di copertina tratta dal sito newsana.com]

“Crociera e delizia” di Alessandro Zaltron [VIDEO]

Anche se il blog è rimasto un po’ indietro, le videoriflessioni continuano.
Videoriflessioni che vengono pubblicate sul canale You Tube (ormai quasi una sorta di video-blog) e che accompagnano step-by-step l’avanzamento del progetto “Un libro a settimana”.

Quella che segue è la videoriflessione del libro di Alessandro Zaltron, “Crociera e delizia” (una parafrasi del motto “croce e delizia”): un divertente taccuino di viaggio (e di appunti) di una crociera. Accompagnato da osservazioni e riflessioni argute ed ironiche che ti fanno sorridere (e sogghignare).

Leggendolo ho spesso ripensato alle impressioni di amici che hanno fatto l’esperienza di una crociera su questi giganti dei mari.
E su questo piccolo e divertente libretto (di circa una sessantina di pagine) ho trovato molte conferme, che hanno rinforzato la mia refrattarietà a questo tipo di viaggi (non fanno decisamente per me).

Il punto di forza di questo mini-racconto è proprio la brevità, che mantiene la freschezza narrativa, senza mai ripetersi e dandoti ad ogni pagina motivo di divertimento intelligente.

A questo punto cedo il passo alla videoriflessione, augurando buona visione (del video) e buona lettura (per chi deciderà di trascorrere qualche ora in compagnia delle parole scritte dall’autore).

[L’immagine del post è tratta dal sito Vanity Fair e rappresenta la copertina del libro]

 

“Jony Ive. Il genio che ha dato forma ai sogni Apple” [VIDEO]

$_35Un paio di settimane fa ho letto il libro scritto da Leander Kahney sulla figura di Jonathan Ive, il celebre “master-designer” di Apple.
L’uomo che ha creato gli oggetti della celebre casa, rendendoli unici e dipingendo una nuova visione dei device elettronici.

Avevo già letto un altro libro di Leander Kahney (“Nella testa di Steve Jobs”), ma non mi aveva entusiasmato: forse si parlava da troppo tempo della figura di Jobs e cominciavano a circolare notizie, studi e considerazioni via-via sempre più scontate.

Stavolta invece sono rimasta piacevolmente sorpresa: vuoi per la figura raccontata e vuoi anche per la evidenziazione di alcune caratteristiche salienti, già note ma ben raccontate e trattate.

Prima di tutto la attenzione di Jony Ive per la semplificazione: una passione difficile da perseguire perché per semplificare bisogna togliere, ridurre e ottimizzare. E non è così facile come sembra anche se lui ci riesce egregiamente.
Una sorta di ossessione, la sua, che lo accompagna fin da prima del suo ingresso in Apple e che creerà quello stile che ha reso inconfondibile gli oggetti prodotti dalla casa di Cupertino.

Poi la nota attenzione per il cliente. In particolare per l’esperienza utente.
Una attenzione che esplora come l’essere umano interagisce con gli oggetti e arriva a studiare anche l’esperienza dell’aprire le scatole che contengono i dispositivi Apple (ricordo ancora la scatola che conteneva l’iPhone).

Il tutto perseguendo la bellezza delle forme. L’estetica degli oggetti. Attraverso la linearità e la ricerca sull’impiego di nuovi materiali.

Semplicità. Attenzione per l’utente. Bellezza.
Tre concetti cardine che penso siano attualissimi e potrebbero fornire spunti anche nelle nostre scuole di design e di architettura.

Infatti ritengo che testi simili (come anche film-documentari come quello che ho visto di recente su Sir Norman Foster) siano molto più interessanti di molti libri canonici di storia dell’Architettura, perché più coinvolgenti e più attuali.
Sarebbe una iniziativa interessante introdurli nelle bibliografie d’esame: credo che stimolerebbero dibattiti e riflessioni, nonché spunti di crescita e di sperimentazione.

“E’ facile affrontare i problemi della vita se sai come farlo” di Pino De Sario [VIDEO]

DeSarioMetti che stai tornando a casa da un corso e sei in automobile.
Metti che decidi di fermarti per sgranchirti le gambe e bere un caffè.
E – nel mentre bevi il caffè – ti cade l’occhio su un banchetto dove sono esposti dei libri.

Uno ti colpisce.
Inizialmente per i colori.
Poi per il titolo chilometrico che – di primo acchito – ti lascia un po’ perlessa (“Essì… il solito libro di crescita personale dalle facili soluzioni!”, mormori tra te e te).

Però quel libro continua a guardarti.
E tu lo guardi.
Lo prendi in mano e lo sfogli, leggendo qui e là.
Ed infine, per una ragione a te totalmente sconosciuta, decidi di acquistarlo.

Bene, l’istinto ha avuto ragione.
Perché mi sono ritrovata a leggere un libro molto interessante di un autore facilitatore a me sconosciuto fino ad oggi (per chi vuole sapere che è Pino De Sario qui il link al sito).

Nonostante il titolo un po’ ingannevole (linguisticamente parlando), il testo raccoglie in modo organico idee e strumenti (sotto forma di spunti che possono essere approfonditi in modo autonomo ed in momenti successivi) che ruotano attorno ai conflitti e alla gestione della negatività (finalmente non più rifiutata, bensì riconosciuta come strumento/passaggio valido e propedeutico alla crescita).
Idee e strumenti che hanno come pilastri portanti l’ascolto di sé stessi e degli altri, in una ottica di facilitazione (il facilitatore è una figura professionale ben definita).

Un libro che si lascia leggere gradevolmente e si presta a sottolineature e appunti.
Che si esprime in modo semplice e chiaro, con gli inglesismi (tanto in voga) ridotti allo stretto necessario.

Un libro che – per quanto mi riguarda – può essere tenuto a portata di mano anche per consultazioni rapide, utili per spunti e reminder per la possibile soluzione di problemi.

Consigliato.

“Less is more” lo speech al Boccascena Cafè

 

Best Speaker

“Less is more” è il titolo del nono speech del manuale di Competent Communicator del Toastmasters International che ho tenuto al Milan Easy Toastmasters Club, nel meeting organizzato “fuori porta” al Boccascena Cafè.
L’obiettivo del discorso era quello di persuadere col cuore, con l’emozione ma anche con la logica.

Ho scelto questo titolo (motto caro all’architetto Mies Van Der Rohe) per raccontare e trasmettere la necessità di razionalizzare la propria quotidianità. Individuando ciò che è veramente importante per sé, favorendo – così – la qualità.
Liberandosi della quantità.

Compito non facile.
Sia trasferire in modo efficace l’idea.
Sia metterla in pratica.
(Ma ci sto provando. Ogni giorno, tutti i giorni.)

L’argomento mi ha portato fortuna.
La convinzione nel perseguire l’obiettivo del “less is more” mi ha portato fortuna.
E la presenza dell’amica Martina tra il pubblico mi ha portato fortuna.
Facendomi guadagnare il ribbon del Best Speaker.

Grazie! 🙂

“In un batter di ciglia” di Malcolm Gladwell [VIDEO]

Gladwell

Ragionare attorno al libro di Malcolm Gladwell “In un batter di ciglia” mi sembra quasi un controsenso.

Mi spiego: il libro in questione tratta del “pensiero intuitivo” e della “cognizione rapida”. Due caratteristiche dell’essere umano, difficilmente codificabili e descrivibili, ma oggetto di studi da parte di scienziati e psicologi.

Ed in questo caso – per me – la sfida è stata doppia: all’argomento (che mi affascina molto) si è aggiunto anche lo stile di trattazione dell’autore.
Stile che – curiosamente – mi ha dato qualche difficoltà e che da una lato mi spiazza, ma dall’altro lato mi sta gradualmente conquistando (qui la riflessione sul primo suo libro che ho letto).
Infatti Gladwell scrive in modo estremamente semplice, raccontando e affrontando argomenti complessi in modo molto chiaro.
Ma non lo fa con la pretesa di catalogare, analizzare, incasellare e codificare a tutti i costi. (Tendenza che ho riscontrato in molti testi che si collocano a metà strada tra i manuali ed i saggi, come per esempio “Strategia Oceano Blu”)
Bensì è come se si sedesse ad ascoltare chi ne sa più di lui, prendendo appunti e trasferendo in modo comprensibile – a chi poi leggerà – ciò che lui ha appreso.
Senza arrogarsi alcun diritto di “superiorità intellettuale”.
Collocandosi invece sullo stesso piano del lettore.

Con l’aggiunta di una ulteriore variabile: l’autore non ti offre soluzioni.
Racconta storie, supportate dalla ricerca scientifica e accompagnate da interviste ai ricercatori coinvolti, che ti danno la possibilità di fare delle riflessioni e che suscitano qualche curiosità in più.

Una considerazione sulla videoriflessione pubblicata in coda a questo post.
Registrandola, e ascoltando la fatica che ho fatto nell’esprimere i concetti, mi sono ricordata di un episodio accaduto un paio di settimane fa: nel tentare di registrare un video sul libro di Guenassia, “Il club degli incorreggibili ottimisti”, in un primo momento andai in blocco (qui la riflessione scritta e qui la videoriflessione, pubblicata in seguito).
Non riuscivo ad esprimere i concetti: tanti tentavi e false partenze, fino al “lancio della spugna sul ring” (“Basta mi arrendo, non ci riesco!”). Pubblicando un riflessione su Facebook su questo “stato di scoramento”, uno dei contatti commentò con una interessante considerazione sul dualismo tra razionalità (comunicazione di pensieri organizzata secondo una sequenzialità logica) e istinto.
Una considerazione che anticipò quello che poi ho incontrato leggendo questo libro, e che si potrebbe (con qualche licenza personale) riassumere così: il pensiero intuitivo è qualcosa che agisce in modo assolutamente autonomo, dietro la porta chiusa dell’inconscio, e che se tenti di spiegare in modo razionale non ne sei capace.
Ecco, in quel caso e con molta probabilità, avendo vissuto il libro e com-partecipato alle vicende dei personaggi, avevo incamerato sensazioni a livello istintivo che non riuscivo a trasferire a livello razionale (ci sono riuscita solo dopo essere passata attraverso la scrittura, attività che può assumere degli aspetti molto intimi).

Non mi dilungo oltre, inserendo qui sotto il video della riflessione, pubblicato su You Tube.
Buona visione.