Di linguistica e di parole

Non so se vi è mai capitato di prestare attenzione alle parole che dite, che pensate e che usate durante le conversazioni.
So che sembra una considerazione stravagante, ma è una mia personale fissa che inseguo e perseguo da diverso tempo.

Questa mia “sensibilità” (chiamiamola così) deriva da dei corsi che ho fatto in passato, nei quali mi hanno insegnato ad essere un po’ più consapevole del linguaggio usato sia verso l’esterno (raccontando e interloquendo con qualcuno), sia verso l’interno (raccontandosela).
Imparando che le parole che diciamo – e ci diciamo – disegnano la nostra realtà e quello che gli altri percepiscono di noi.

E nel corso di questi anni ho avuto modo di osservarlo anche in altre persone, ascoltando con attenzione quello che dicono.
Riconoscendo alcune parole chiave che vengono utilizzate e osservando del loro effetto in chi ascolta.
Accorgendomi di termini ricorrenti utilizzati che – in accezioni negative – diventano dei veri e propri bachi nella percezione della realtà.

E recentemente – nei tanti colloqui avuti coi medici – mi sono accorta ancora di più di quanta importanza stessi dando al linguaggio usato.

Da me e dagli altri.

Per esempio mi sono resa conto che alcuni verbi tendevo a coniugarli al presente a scongiurare (metaforicamente parlando) e a rifuggire l’ipotesi di scenari negativi.

In una situazione specifica, dovendo fare una domanda che poteva urtare la sfera professionale dei medici (che stavano facendo l’impossibile) – e non riuscendo a calibrare la persona che avevo davanti (che in altre occasioni, devo avere involontariamente urtato inciampando in parole sensibili) – mi sono dovuta “attrezzare” con una premessa (“La prego di prendere la domanda che sto per farle con le dovute pinze, perché non sono in grado di trovare termini migliori di questi per fargliela…”).

Altre parole urtavano – inaspettatamente e pesantemente – il mio stato mentale e psichico: paradossalmente parole come “abbraccio”, “carezza”, “amore” non volevo sentirle pronunciare (ma non ho mai avuto il coraggio di dirlo, semplicemente quando accadeva smettevo di ascoltare).
“Come mai?”, si chiederà qualcuno.
Perché – per gestire il peso emotivo – mi sforzavo di spostare la lettura della realtà tutta dal lato scienza e battaglia (per la vita). Due interpretazioni che mi tornavano più utili per mantenere un po’ di energia e di lucidità.

La parola “morte” non l’ho mai pronunciata.
Neanche mentalmente.
Forse oggi – qui – mentre scrivo, è la prima volta che lo faccio.
Perché?
Perché – presumo – la ristrutturazione linguistica  aveva raggiunto livelli estremi.
Ed il tentativo di governare lo stato di alterazione emotiva passava anche attraverso questa personale modalità (edulcorando più o meno  la lettura della situazione, o rendendola il più possibile asettica).

E la reazione (solamente interiore) davanti al linguaggio usato dai medici (differente da medico a medico) poteva tenermi calma, mandarmi in bestia, darmi speranza oppure tenermi in uno stato di fredda neutralità (quasi di “galleggiamento”).
Pur dicendo tutti la stessa cosa.

Le parole usate hanno una importanza notevole. Si sa.

E quello che dici ha una ricaduta in chi ti ascolta. Inducendogli non solo la lettura della realtà, ma anche la lettura e l’opinione che si fa di te.

Credo quindi che la scelta delle parole da usare sia una operazione molto delicata.
Quasi etica in situazioni ad alta sensibilità.
Una scelta che necessita di una operazione preventiva di calibrazione dell’altro molto accurata.

Un lavoro che – nello specifico della mia personale esperienza – non può essere fatto solo dal personale medico (che ha ben altre comprensibili priorità), ma che potrebbe essere fatto da specifici “facilitatori” fortemente orientati all’ascolto e all’osservazione di chi ti siede davanti. Capaci di fare da mediatori (e traduttori) nel dialogo tra medici e parenti dei pazienti (ma anche pazienti).

 

[Immagini tratte da Pexels]

Tre cose che ho imparato in Terapia Intensiva

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“Quello che non mi uccide, mi fortifica.”, Friedrich Nietzsche

Qualche giorno fa – scorrendo la timeline di LinkedIn – ho letto un post che menzionava un TED Talk che affrontava la questione su come acquisire nuove abitudini. Il Talk serviva per affrontare l’argomento di gestione del “business social network”, e sottolineava di come la pazienza e la perseveranza siano strategiche per acquisire e metabolizzare nuove routine.

Inaspettatamente (ma forse neanche poi così tanto, visto che il cervello continua a lavorare in background sul suo vissuto, come un vero e proprio sistema operativo, elaborando quanto acquisisce attraverso i sensi) mi sono trovata a riflettere ancora una volta sulla recente esperienza di “affiancamento” di mia madre nella sua degenza di tre settimane in Terapia Intensiva.

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Immagine tratta dal sito http://www.intensiva.it – pagina “Capire l’unità di cura”

Questa volta però cercando di rispondere ad una domanda che mi pongo spesso al termine di una qualsiasi vicenda vissuta (qualunque essa sia): “Cosa mi porto a casa?“.
In particolare – oggi – mi chiedo: “Che cosa ho imparato (da questo episodio)?”
Cosa ho acquisito che mi può tornare “utile” nella quotidianità?

Tutto ciò fatto salvo la dissertazione attorno al tempo e al riordino delle priorità di cui ho già scritto nei precedenti post dedicati.
(E mentre scrivo stanno emergendo altre riflessioni; in particolare sulla linguistica, sull’uso di termini specifici e su parole chiave che possono incidere in modo molto diverso in chi ascolta e nella sua percezione della realtà. Ma su questo scriverò più avanti.)

La-pazienza-667x468-1236x867Ebbene, ho imparato cosa sono la calma e la pazienza.
Nella loro accezione più forte.

Pazienza che devi avere nell’avanzare giorno per giorno, aspettando senza aspettative. Una condizione che – per essere sostenuta – deve essere supportata dalla calma. Quella calma che ho modellato osservando medici ed infermieri del reparto. Che – sì, certamente – non hanno lo stesso livello di legame affettivo che hai tu con la persona che giace nel letto, ma che nel loro comportamento possono fornirti indicazioni utili su quali sono le caratteristiche che le compongono.

tenaciaHo imparato cos’è la costanza (e la sua associata: la tenacia).
Avanzare con costanza giorno per giorno.
Cercando di mantenersi stabili e solidi.

Tenendo lo sguardo il più possibile davanti a sé, diritto.
Senza però avere (e alimentare) un focus sulla lunga scadenza (che potrebbe serbare delusioni dure da digerire).

Osservando – e trovandocisi immersi – in un metaforico campo di battaglia emotivo.

resilienza-1080x650Ed infine ho imparato cos’è la resilienza.
Che accorpa ed ingloba le precedenti pazienza (calma) e costanza (tenacia).

Una tipologia di resilienza molto avanzata e molto lontana dalla resilienza sportiva, fisica, manageriale e delle organizzazioni di cui si legge.
Una tipologia di resilienza che riguarda la tenuta mentale ed emotiva e che – come tale – incide profondamente sul fisico. Che – a sua volta – in un processo circolare deve sostenere la mente (e per farlo necessita di cure e sostegno suppletivi).

Calma, costanza e resilienza.
Due (calma e costanza) che generano, sviluppano e alimentano la terza (resilienza).
E che tutte e tre insieme creano una struttura (abbastanza) solida per fronteggiare situazioni inaspettate (e non) che la vita ti mette sul percorso.

[Immagini tratte dal web]

Due Talk biotecnologici e ispirazionali

TED
©TED

Sono una appassionata di TED.
Lo sanno anche i sassi (come dico sovente quando ribadisco i concetti fino allo sfinimento.)

Seguo il loro blog, sono iscritta al portale con un profilo personale (lo sapete che potete costruire il vostro profilo personale nel quale potete anche salvare i vostri video preferiti?), ho avuto il piacere e l’onore di vivere una esperienza con TEDx Torino dietro le quinte (imparando tantissimo) e ho letto diversi libri dedicati.

TED Talks

Ultimamente ho letto quello scritto da Chris Anderson, “TED Talks” (tradotto in italiano in “Il migliore discorso della tua vita”… non commento sulla scelta del titolo per la versione italiana, riflettendo che forse dipende dal mercato nel quale si colloca, l’Italia, dove TED inizia ad essere conosciuto solo adesso, grazie al proliferare di eventi TEDx sul territorio).
Un racconto sul format della celebre conferenza fatto da un insider d’eccezione (l’autore è il curatore e direttore di TED).
Una guida per capire come funziona un talk e che illustra quali sono alcuni strumenti utili per essere efficaci nella propria comunicazione in pubblico.

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Chris Anderson ©TED

Ma non solo.

Infatti, a supporto delle sue argomentazioni, l’autore cita dei Talk di esempio: alcuni noti, altri meno.

E proprio nel secondo gruppo (i meno noti, almeno per me) si colloca quello di Neri Oxman (“Design at the intersection of technology and biology“, TEDGlobal 2015).
Portato ad esempio su come le tecniche di presentazione possono raggiungere altissimi livelli tecnici e di coinvolgimento, l’architetto e artista israeliana spiega e racconta dell’intreccio di diverse discipline e di come queste generino nuove idee, sviluppando tecnologie (di costruzione in questo caso) molto interessanti.

Una epifania per la sottoscritta, sempre affascinata dalla interdisciplinarità e sempre alla ricerca di punti di contatto, e fili rossi inaspettati, che legano ambiti anche tra loro molto diversi.

(Ascoltando il suo talk è emerso dal fondo della mia memoria il ricordo dei Tensegrity, strutture leggere che ebbi modo di analizzare durante la preparazione della mia tesi di laurea nel lontano 1994. E poi come non pensare anche a Buckminster Fuller con le sue strutture geodetiche? O agli studi effettuati sulle tele di ragno come esempio perfetto di tensotrutture?)

Tensegrity
Tensegrity (Immagine tratta da Pinterest)

Ma non solo.
Ancora…

E’ recentissima la (mia) scoperta di questo altrettanto recente Talk di Hugh Herr: “How we’ll become cyborgs and extend human potential“.

Presentato all’ultimo TED Global 2018 a Vancouver (non sono ancora disponibili i sottotitoli in italiano, ma assicuro essere un talk molto comprensibile), illustra e – soprattutto – racconta del rapporto uomo e tecnologia e delle sue immense potenzialità.
Presentando anche una nuova forma di progettazione: NeuroEmbodied Design.
Un ambito dove neuroscienze, progettazione, ingegneria ed ergonomia si intrecciano creando nuove possibilità di supporto all’uomo.
(Il rimando al ben più estremo progetto Neuralink, ideato da Elon Musk, è pressoché immediato.)

Due talk suggestivi ed emozionanti, da ascoltare, vivere e assorbire nella loro visione.
Non solo da un punto di vista di tecniche di presentazione ma anche – e soprattutto – da un punto di vista di contenuti.

Buona visione!

[Immagine di copertina ©TED]

Di code lunghe ed elaborazioni

Circa un mese pubblicavo il post dedicato ad un “nuovo inizio” pensando – tra me e me – cosa poteva significare non solo in termini di vita quotidiana e di affetti, ma anche in termini di attività.

Nel frattempo ho anche indagato (e continuo ad indagare) sui processi di elaborazione di eventi importanti, osservandomi nei pensieri e nei comportamenti, in una sorta di laboratorio permanente.

E mi sto facendo delle considerazioni.

La prima riguarda il tempo.
La sua percezione e la sua durata (o permanenza).

Tempo
Immagine tratta da Google

Della sua percezione distorta durante l’accadere dell’evento ne ho già scritto nel pdf che ho pubblicato nel precedente post (scaricabile anche qui).

Ma l’inaspettato è che questa percezione modificata permane e si è evoluta: mi sembra di avere più tempo.
Una considerazione che di primo acchito sembra una anomalia, ma che forse assume un senso se osservo cosa l’evento ha fatto (e continua a fare sulla distanza) sulla quotidianità: il riordino delle priorità.

“Cosa ha veramente importanza per te?”, mi sono chiesta più volte durante l’esperienza, avanzando mano a mano in una pulizia implacabile di “cose” senza nessuna remora.
Un po’ per costrizione ed un po’ per prese di coscienza successive.

Una pulizia che continua ancora oggi.

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Immagine tratta da Gratisography

E qui arrivo a quello che ho definito in modo forse improprio “durata” (o – sempre in modo altrettanto improprio – “permanenza”).

Alcuni studi affermano che se si vogliono acquisire nuove abitudini, bisogna forzare gesti e comportamenti (“funzionali a”) per tre settimane affinché si acquisiscano nuovi automatismi.
Bene, credo che questa dinamica si possa applicare anche al vivere (non volontariamente) determinate esperienze per un certo intervallo di tempo.
Se poi queste esperienze hanno anche un impatto emotivo, la modifica di certe dinamiche di pensiero e comportamentali è più importante.
Operando una sorta di riprogrammazione del nostro sistema operativo (parafrasando), contribuendo – nello specifico – alla costante creazione di ampi spazi di recupero del tempo.

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Immagine tratta da http://www.pilotfire.com

Ma non solo.
Il tempo sta incidendo anche nel processo di elaborazione e nelle “code lunghe”.
Variabili con le quali sto facendo i conti adesso.

Quando ho letto che i tempi di elaborazione di un lutto possono durare anche due anni, ho sbarrato gli occhi.
“Due anni!!??”, mi sono detta basita.
“Non esiste proprio!”, ho continuato.
Mi sono anche detta che forse la parte più “aggressiva” della elaborazione l’ho già attraversata in quelle tre settimane che hanno modificato tutto l’intorno e la sua percezione.
(Attualmente mi trovo in uno stravagante stato di “galleggiamento emotivo” che non riesco a capire dove mi stia portando.)

Bansky Balloon Girl
Balloon Girl ©Bansky – 2002

Mentre oggi sto sperimentando le “code lunghe” di sentimenti più silenti ma non meno intensi (la sensazione della mancanza, per esempio) e le somatizzazioni (il fisico si sta facendo sentire con manifestazioni di allergie, nevralgie varie e cali energetici).

Ma la personale reazione – il “dare un senso alle cose” – può essere un buon veicolo per elaborare la perdita in modo costruttivo, affinché nulla vada perso e nulla sia stato vano.
E si possa costruire qualcosa di nuovo con quello che si è ereditato.

Un nuovo inizio

UnNuovoInizio

Ritorno a scrivere su questo blog dopo un periodo di assenza un po’ lungo (quasi tre mesi), dovuto a vicende che hanno colpito la mia famiglia: un lutto inaspettato.
E ancor più inaspettato per la velocità di progressione della causa e – forse ancora di più – per il suo inizio apparentemente innocuo.

Chiaramente eventi simili, quando arrivano, hanno la capacità di resettare pesantemente vita ed abitudini.

A seconda di come decidi di viverli sono in grado di farti fermare e farti ripensare ad una serie di priorità che avevi in mente e che d’improvviso vengono spazzate via o capovolte nella loro elencazione.

Ed è quello che successo a me (e credo anche a mio papà).

Quello che mi sto portando a casa come insegnamento da questa esperienza, è un consolidamento di alcuni valori su cui primeggia uno per tutti: aiutare (progettare per) gli altri.

Un “valore ossessione” di cui ho già scritto in passato (che ho sempre sentito molto mio e di cui presi consapevolezza qualche anno fa) e che oggi – dopo questa tempesta durata un paio di mesi – ha acquistato ancora più forza e importanza.
Un “valore ossessione” che sta diventando IL valore ossessione per antonomasia. E che mi sta spingendo a cercare il come renderlo (e strutturarlo) il fondamento di quello che sto facendo oggi e di quello che farò in futuro.

Progettare per gli altri
Assemblare i pezzi in modo diverso per percorrere strade diverse

Nel frattempo – nel processo di elaborazione della esperienza – ho condiviso impressioni e riflessioni e sentimenti e vicende, durante il percorso.

Ed oggi, dopo averne condiviso alcuni brani con specifici interlocutori, ho deciso di assemblare tutti i contenuti in un pdf che ho caricato in Google Drive, rendendolo disponibile a tutti per il download.

DARE UN SENSO ALLE COSE

Un modo per fissare i ricordi, mettere in fila gli eventi e preservare i contenuti dall’oblio delle timeline dei social.

Buona lettura, per chi leggerà il pdf, e a presto con nuovi post…

[Immagini tratte dal sito gratisography.com]

Public speaking, audience e performance

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Immagine ©TED (www.ted.com)

Qualche giorno fa un’amica ha condiviso sul suo profilo Facebook un articolo della rubrica Alley Oop de Il Sole 24 Ore:

Nel parlare in pubblico non devi essere perfetto, sii te stesso

Scritto da Valentina Capone, analizza – dietro autorizzazione e richiesta della diretta interessata – il Talk di TEDxUdine tenuto da Valeria Filì (Professore Ordinario di discipline relative al Diritto al Lavoro alla Università degli Studi di Udine).

Guardando il video del Talk, ho concordato (e apprezzato gli spunti offerti per una migliore performance) con quanto osservato e scritto in merito alla postura del corpo, il tono di voce ed il contatto visivo.
Un insieme di componenti che contribuiscono alla efficacia comunicativa dell’oratore, rinforzando o ostacolando il messaggio che esso sta condividendo.
Trasmettendo (o meno) congruenza e convinzione nella comunicazione.

Sappiamo che parlare in pubblico è motivo di grande emozione.
E a volte l’emozione – se non è ben gestita – gioca qualche brutto scherzo, generando tensione che va a scaricarsi sul corpo e sulla respirazione che – a loro volta – agiscono anche sulla voce (ed il suo eventuale sforzo) e sul contatto visivo.

Quello che dico sempre a chi mi chiede consigli è che se conosci l’argomento (e ti prepari adeguatamente interiorizzandolo e metabolizzandolo), l’emozione che si crea prima di salire su un palco può essere trasformata e vissuta come adrenalina data dalla opportunità di condivisione con il mondo della tua idea e della tua visione.

Poi, volendo fare qualche riflessione aggiuntiva (specifica anche sul talk e sul background professionale di Valeria Filì) credo intervenga anche quella che qui chiamo “l’abitudine al contesto”.
Mi spiego.

La nostra reazione davanti ad un pubblico dipende anche dall’audience davanti a cui siamo abituati a parlare. Una abitudine che può creare una nuova zona di comfort nella quale esprimere concetti e idee.
(Ne ho fatto le spese io nel recente TEDxTorino, facendomi rendere conto di quanto sia abituata alla platea del Toastmasters).

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Immagine ©TED (www.ted.com)

Entrando nello specifico, l’ambiente accademico ha codici di comunicazione molto diversi rispetto ad un TEDx (o format simili).

E’ come trovarsi davanti ad una binomio dato da “istituzionalità vs informalità”.
Che si concretizza in luoghi diversi (aule universitarie e sale convegni vs red dot) con pubblico diverso (audience di settore vs audience eterogenea).
Tutto questo si traduce in linguaggi diversi e standing diversi.

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Immagine tratta dal Salone dello Studente – Udine

Pensate alla differenza che ci può essere tra il parlare su un palco, senza protezione fisica alcuna (leggii, cattedre, tavoli da conferenza), e parlare in aula universitaria (o in una conferenza di addetti ai lavori).

Parlare su un palco “stile TED”, ti espone nella tua integrità (fisica ed emotiva) e se questo, da un lato, rende molto più forte il tuo contatto con il pubblico, dall’altro lato ti fa sentire molto più vulnerabile.

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Performer on stage in theater (©HuffingtonPost)

Luogo, audience e linguaggio sono tre ulteriori variabili da tenere in considerazione quando si viene chiamati a fare un intervento.

Sopralluoghi, prove generali nel luogo che ospiterà il nostro discorso (cercate di andarci, di “passeggiarci dentro”, di prendere confidenza e familiarità con l’ambiente) e domande agli organizzatori per capire chi sarà il nostro pubblico, sono alcuni passaggi fondamentali da non sottovalutare.

Che fanno parte della preparazione di un discorso.
E che possono aiutarti a vivere meglio il momento.

[Immagine di copertina courtesy of Huffington Post]

 

Essere nel team di TEDx Torino

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Si è appena concluso TEDx Torino “Humans in Co”.
E dopo circa 36 ore, superata la fase di positivo frastornamento, si entra nella naturale fase dei bilanci in una sorta di debriefing personale (poi sarà la volta di debriefing con il tuo speaker e con il team di TEDx).

E’ stata la mia seconda esperienza come speaker coach (la prima volta era stata a quattro mani – ad ottobre – con Mavy Mereu per il TEDxTorino Salon “Visioni”, dove avevamo affiancato Maureen Fan, CEO di Baobab Studio).

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Maureen Fan a TEDxTorino Salon “Visioni” – ©TEDxTorino

Questa volta invece sono stata affiancata a Bali Lawal (CEO e Founder di A Coded World, no profit attiva nel mondo della moda e della creatività, che dà voce, visibilità e spazio a giovani designer che arrivano da tutte le parti del mondo).

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Bali Lawal a TEDxTorino “Humans In Co” – ©TEDxTorino

Due esperienze – per certi aspetti diametralmente opposte – con due donne di notevole caratura, che mi hanno dato modo di imparare ancor di più sugli aspetti legati al public speaking e – in particolare – sulla preparazione di un talk di TED.

Infatti un TED talk è una esperienza interessante ed emozionante.
Emozionante perché entri nella idea che lo speaker porta sul palco.
Interessante perché “proteggere” la forza dell’idea adattandola agli standard TED, senza “prosciugarla” della sua essenza, è una sfida che può assumere dimensioni anche notevoli.

Con una variabile in gioco molto importante: lo speaker.
Che è un essere umano.
Con la sua storia, il suo carattere, le sue debolezze, le sue paure e le sue idee.

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Con Bali Lawal, dopo la conferenza, in relax ed in modalità chiacchiera

E che – come suo referente – devi prendere per mano e accompagnarlo.
Ascoltandolo e capendo quando intervenire, quando suggerire e quando sostenere.

Sappiamo anche che parlare in pubblico è una delle paure irrazionali più forti di cui – a livello razionale – non ti capaciti.
E questa volta questa paura l’ho provata anche io, presentando proprio la speaker che avevo preparato.
Una (bella) novità che TEDxTorino ha dispiegato quest’anno, lasciando l’introduzione dei talk ad alcuni volontari e ad alcune persone del pubblico che si sono candidate.
(Ampliando quindi il concetto di condivisione, filo conduttore della conferenza.)

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I 60 secondi di paura sul palco (Foto di Maria Los Angeles Castro del team HR di TEDxTorino)

E devo dire che, nonostante sia abbastanza abituata a parlare in pubblico, la presenza di centinaia di persone in sala, la presenza del red dot e del logo TED, hanno fatto la differenza nella personale percezione dell’ambiente.
Giocando con l’emozione che ha presentato puntuale il vuoto di memoria, nel perfetto rispetto delle dinamiche neurologiche (“Speriamo non mi venga un vuoto di memoria” mi dicevo dietro le quinte e… indovinate un po’ cosa mi è successo?).
Vuoto gestito alla bene-meglio con delle pause (una amica tra il pubblico, mi ha detto che è rimasta colpita dall’uso delle pause che ho fatto, non percependo minimamente il caos che c’era nella mia testa in quel momento, a conferma che quanto vivi tu sul palco – in determinate condizioni – non è quello che viene percepito da chi ti ascolta).
Facendomi toccare con mano il gap che c’è tra la fase preparatoria e la performance vera e propria.

(Nella griglia di foto qui sopra: momento backstage con trucco pre-palco – Foto di Accademia Italiana di Estetica, responsabile make-up dell’evento)

Però – a conti fatti – è proprio l’emozione quella che aggancia l’audience.

Non una emozione costruita a tavolino, bensì una emozione che arriva direttamente dalla pancia e che tendiamo a controllare per paura di risultare imperfetti e vulnerabili.

E la soddisfazione più grande è stata quella di sentire, da dietro le quinte, il pubblico ridere alle battute di Bali (che ha sfoderato anche una ironia – talvolta amara – a supporto della sua storia), sentire gli applausi calorosi e sapere – dopo – che una ragazza si è commossa ascoltando il suo talk.
Credo che non ci sia feedback migliore di questo: quando l’idea e l’anima dello speaker che hai aiutato nel suo percorso, arrivano direttamente al cuore di chi è seduto in platea.

 Mosaico di foto pubblicata sulla pagina Facebook di TEDxTorino – ©TEDxTorino

Per come vedo colui (o colei) che prepara lo speaker, si tratta di un ruolo che porta ad una esperienza molto immersiva ed empatica.
All’interno di un team (e condivisa con un team) che si muove verso un unico obiettivo: la condivisione di idee.

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Il team dei coach di TEDxTorino con il Direttore Artistico Enrico Gentina – Foto di Ruggero Colombari

[Foto di copertina ©TEDxTorino]

L’analisi dello speech di Oprah Winfrey [dal blog Manner of Speaking]

75th Annual Golden Globe Awards - Press Room, Beverly Hills, USA - 07 Jan 2018
Foto ©Variety

John Zimmer è colui che si può definire un “professional speaker” (figura professionale non ancora pienamente nota da noi).
Il suo blog è stato menzionato come uno dei blog più interessanti (ed influenti) relativi al “public speaking”.
Ed essendo un argomento (quello della comunicazione in pubblico) che mi interessa molto, lo seguo e lo leggo con una certa assiduità.

Ebbene, questo articolo che “re-bloggo” è una analisi molto interessante ed approfondita del discorso di Oprah Winfrey alla premiazione dei Golden Globe.
Un discorso che ho guardato ieri (ma lo riguarderò anche nei prossimi giorni, con occhio via-via sempre più tecnico) e che considero come forse uno dei discorsi più potenti che io abbia mai ascoltato.

Dicevo che me lo sono guardato/ascoltato/osservato ieri.
E sebbene sia partita con un atteggiamento analitico e di studio della struttura e della “delivery”, sono finita con le lacrime agli occhi.
Ho pensato a come mai.
Che cosa stava facendo questo discorso su di me?
Perché non è un discorso recitato, teatrale, o in forma di arringa.
E un discorso colloquiale, ma che ha una potenza emotiva che arriva da una grande profondità ed entra in profondità.
E che va in crescendo (come un’onda lunga, come scriveva Sara a commento del mio post su Facebook)

Il testo del discorso (in inglese) è a questo link:
Read Oprah Winfrey’s Golden Globes Speech

Il video dello speech è qui di seguito:

https://youtu.be/fN5HV79_8B8

Qui sotto invece il reblog dal sito “Manner of speaking” di John Zimmer (testo in inglese).

Avatar di John ZimmerManner of Speaking

The 2018 Golden Globe Awards were handed out last night (7 January 2018). There were several highlights and many winners, but the overwhelming consensus is that Oprah Winfrey stole the show.

Winfrey, a talk show host, actress and philanthropist was honoured as the first black woman to win the Cecil B DeMille lifetime achievement award. She used her acceptance speech to repudiate racial injustice, abuse against women and attacks against the press.

It was a powerful speech that brought the audience to its feet for prolonged applause on more than one occasion. The speech, in full, is below. My thoughts follow.

    • Oprah had clearly prepared for this moment. Of course, she knew that she was being honoured with the award, but it is obvious that she had worked hard on her speech.
    • And yet, as prepared as she was, her speech felt natural and conversational. That is the result of good…

View original post 888 altre parole

Questioni di genere [Video]

 

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Immagine tratta da Fine Art America

“Questioni di genere” è il titolo dello speech che ho dato martedì scorso al Milan-Easy Toastmasters Club.

Un progetto (di discorso) piuttosto impegnativo per durata (dai 15 ai 20 minuti) e struttura (obiettivi da soddisfare), facente parte di un manuale avanzato del percorso educativo Toastmasters (“The professional speaker”)
E sul quale ho tentennato quasi fino all’ultimo, avanzando tra mille incertezze e facendo i conti con la preparazione non proprio ottimale (dovuta ad una mia scarsa pianificazione).

Scegliere un argomento per un keynote speech non è semplice: devi ispirare, coinvolgere e condividere una visione.
In genere si tratta di un discorso di apertura (o di chiusura) di conferenze, tenuto da “personalità” di riferimento del settore. Quindi il pubblico a cui si rivolge è abbastanza “targettizzato” (know your audience, il mantra da recitarsi in continuazione durante la preparazione di un discorso, è ben definito).

BarbaraOlivieri

Nello specifico, il progetto mi consentiva di fare una simulazione: potevo ipotizzare uno scenario di intervento in modo da focalizzare ancora di più il discorso.
Ho scelto invece di non dire nulla e di regolarmi sulla base del pubblico presente al meeting: una audience eterogenea che mi ha fatto prestare attenzione al non urtare la sensibilità di chi mi ascoltava e che ha anche rappresentato un “ostacolo” con cui fare i conti. Obbligandomi a mantenere una struttura più generale (uno scheletro), da calibrare e plasmare a seconda della risposta del pubblico.

Sono soddisfatta della performance?
Non totalmente. Avrei potuto fare sicuramente meglio.
Potevo prepararmi di più.
Ho però avuto modo di confrontarmi con un format complesso svolto in un “ambiente protetto” (il club). Molto utile per fare un test e prendere appunti su cosa migliorare.

Qui sotto il video [durata 18 minuti].
[E qui il link a Slideshare con le slide utilizzate.]

[Immagine di copertina tratta da James Vaughan on flickr]

Prevedibilità vs imprevedibilità

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Non so se capita anche a te di avere a che fare con eventi complessi che richiedono tanta pianificazione e tanta resistenza fisica e mentale (a volte sono delle vere e proprie maratone)…

Ebbene, di recente – con grande entusiasmo – mi sono imbarcata in una serie di iniziative che oltre a necessitare di una programmazione di tipo generale e sequenziale (“prima faccio questo, poi faccio quello e poi faccio quell’altro…”, smarcando via-via la to do list ed il calendario sul quale religiosamente appunto e segno impegni e cose da fare), necessitano anche di pianificazioni spinte ad un livello di dettaglio discretamente elevato.

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E proprio questa super-pianificazione mi fa spesso pensare – per contro – all’imprevedibilità.
Quella cosa che sta in agguato, là fuori da qualche parte, e che personalmente vedo come l’altra faccia di una ipotetica stessa medaglia.
Per la quale una non può esistere senza l’altra.

Perché puoi pianificare tutto fino al micro-dettaglio e micro-secondo, ma devi comunque essere preparato all’imprevedibilità che sarà rappresentata da quell’unica variabile delle dimensioni di un “quanto” (visto che poco sopra ho scritto di “micro”) che non avevi previsto e che rischierà di “mandare serenamente in vacca” (perdona l’espressione… e chiedo scusa alle mucche) tutta la “bella & buona” pianificazione che hai fatto.

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E allora, che si fa?
Nulla.
Nel senso che sì – va bene – pianificare ogni minimo dettaglio, ma una cosa che ho imparato in questi ultimi 2-3 anni è che ad un certo punto devi “fermare le bocce” (giocando sulla variabile temporale).
Sospendere le attività.
E far metaforicamente decantare la “situazione”.

Perché va bene verificare che tutto sia più-o-meno pensato e che tutto funzioni.
Ma devi anche fermarti.
E lasciare spazio alla flessibilità operativa.
Flessibilità (e improvvisazione) che alleni maneggiando gli imprevisti.

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Perché “per saper improvvisare è richiesta una gran preparazione” (riflettevo tempo fa).
Una contro-intuizione che fa corto circuito con quanto ‘sto sostenendo in questo post.
Ma che conferma la mia strana regola (e convinzione) sulla esistenza dei dualismi.

L’imprevedibilità, che puoi (e devi) gestire anche con lucidità mentale.
Quella lucidità mentale che deriva dal fermarsi, e dal prendere le distanze e spostare il punto di osservazione.
Perché magari da lì, da quel punto nuovo punto di osservazione, ne scorgi l’ombra e ti prepari a gestirla.

 

[Foto tratte dal sito www.gratisography.com]