Public speaking, audience e performance

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Immagine ©TED (www.ted.com)

Qualche giorno fa un’amica ha condiviso sul suo profilo Facebook un articolo della rubrica Alley Oop de Il Sole 24 Ore:

Nel parlare in pubblico non devi essere perfetto, sii te stesso

Scritto da Valentina Capone, analizza – dietro autorizzazione e richiesta della diretta interessata – il Talk di TEDxUdine tenuto da Valeria Filì (Professore Ordinario di discipline relative al Diritto al Lavoro alla Università degli Studi di Udine).

Guardando il video del Talk, ho concordato (e apprezzato gli spunti offerti per una migliore performance) con quanto osservato e scritto in merito alla postura del corpo, il tono di voce ed il contatto visivo.
Un insieme di componenti che contribuiscono alla efficacia comunicativa dell’oratore, rinforzando o ostacolando il messaggio che esso sta condividendo.
Trasmettendo (o meno) congruenza e convinzione nella comunicazione.

Sappiamo che parlare in pubblico è motivo di grande emozione.
E a volte l’emozione – se non è ben gestita – gioca qualche brutto scherzo, generando tensione che va a scaricarsi sul corpo e sulla respirazione che – a loro volta – agiscono anche sulla voce (ed il suo eventuale sforzo) e sul contatto visivo.

Quello che dico sempre a chi mi chiede consigli è che se conosci l’argomento (e ti prepari adeguatamente interiorizzandolo e metabolizzandolo), l’emozione che si crea prima di salire su un palco può essere trasformata e vissuta come adrenalina data dalla opportunità di condivisione con il mondo della tua idea e della tua visione.

Poi, volendo fare qualche riflessione aggiuntiva (specifica anche sul talk e sul background professionale di Valeria Filì) credo intervenga anche quella che qui chiamo “l’abitudine al contesto”.
Mi spiego.

La nostra reazione davanti ad un pubblico dipende anche dall’audience davanti a cui siamo abituati a parlare. Una abitudine che può creare una nuova zona di comfort nella quale esprimere concetti e idee.
(Ne ho fatto le spese io nel recente TEDxTorino, facendomi rendere conto di quanto sia abituata alla platea del Toastmasters).

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Immagine ©TED (www.ted.com)

Entrando nello specifico, l’ambiente accademico ha codici di comunicazione molto diversi rispetto ad un TEDx (o format simili).

E’ come trovarsi davanti ad una binomio dato da “istituzionalità vs informalità”.
Che si concretizza in luoghi diversi (aule universitarie e sale convegni vs red dot) con pubblico diverso (audience di settore vs audience eterogenea).
Tutto questo si traduce in linguaggi diversi e standing diversi.

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Immagine tratta dal Salone dello Studente – Udine

Pensate alla differenza che ci può essere tra il parlare su un palco, senza protezione fisica alcuna (leggii, cattedre, tavoli da conferenza), e parlare in aula universitaria (o in una conferenza di addetti ai lavori).

Parlare su un palco “stile TED”, ti espone nella tua integrità (fisica ed emotiva) e se questo, da un lato, rende molto più forte il tuo contatto con il pubblico, dall’altro lato ti fa sentire molto più vulnerabile.

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Performer on stage in theater (©HuffingtonPost)

Luogo, audience e linguaggio sono tre ulteriori variabili da tenere in considerazione quando si viene chiamati a fare un intervento.

Sopralluoghi, prove generali nel luogo che ospiterà il nostro discorso (cercate di andarci, di “passeggiarci dentro”, di prendere confidenza e familiarità con l’ambiente) e domande agli organizzatori per capire chi sarà il nostro pubblico, sono alcuni passaggi fondamentali da non sottovalutare.

Che fanno parte della preparazione di un discorso.
E che possono aiutarti a vivere meglio il momento.

[Immagine di copertina courtesy of Huffington Post]

 

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