Ripartendo daccapo

Barbara Olivieri

Ho iniziato a scrivere questo post tra il primo ed il secondo giorno di gennaio, dopo un po’ di ragionamenti (gli ennesimi) sul fatto se portare avanti il blog o meno (riprenderlo in mano o abbandonarlo definitivamente?).

E durante il periodo di assenza da questo “luogo”, ho provato altri mezzi di comunicazione. Altri social media.
Concentrandomi sulla questione mobile: sulla possibilità di poter scrivere e condividere mentre sono in movimento, anche (e soprattutto) attraverso lo smartphone.

Così ho sperimentato nuovi media come Medium, abbandonando Pulse (di LinkedIn) per la sua grossa pecca (secondo me) di non poter essere utilizzato da mobile, provando così il social blogging (cosa che secondo me già si fa condividendo post più o meno lunghi sui social network).
[Ho fatto anche un piccolo test della versione aggiornata delle Note di Facebook, che non mi ha convinto molto, nel mentre cercavo – e cerco – di capire come è e cosa fa il nuovo Google+.]
Confrontandomi con amici e “colleghi di navigazione” sulla bontà o meno della sola condivisione dei video direttamente su Facebook, piuttosto che su YouTube.
Tutto ciò proseguendo nella ricerca di possibili evoluzioni della mia figura professionale (ormai strettamente interconnessa con la sfera personale), tentando di capire cosa succederà fra 5-10-15 anni.

Una ricerca non priva di asperità.
Molto intrecciata, senza soluzione di continuità.
Che è proseguita (e prosegue) parallela alla vita lavorativa, tra tentativi ed errori.
Fino ad oggi dove, durante questi giorni di pausa appena conclusi, mi sono fermata e ho cercato di mettere insieme i pezzi cercando di tessere una tela che creasse un legame sensato fra loro.

Questo processo di connessione (se vogliamo chiamarlo così), si è innescato dopo la lettura di un libro: “Architettura Open Source”, curato da Carlo Ratti.

Un piccolo libro acquistato per caso, dopo avere assistito ad una mattinata di formazione all’Ordine degli Architetti relativa alla “internazionalizzazione della professione”.
Lo stesso giorno sono andata alla Hoepli per acquistare un libro più “tecnico e gestionale” (legato agli argomenti trattati la mattina) e – anziché acquistare il testo che avevo in mente – sono tornata a casa con quella piccola opera che credo oggi di poter definire “il libro giusto al momento giusto”.
Non mi dilungo nel descriverlo (vi lascio al video riportato sopra), dico solo che quelle poche ma dense pagine hanno impiantato un piccolo e significativo seme, supportato da un grande conforto che mi ha fatto esclamare più volte durante la lettura: “Ma allora è possibile! Si può fare!”.

Gene Wilder
Gene Wilder in Frankestein Jr di Mel Brooks

Da lì, pezzo dopo pezzo, scrivendo, disegnando e pensando possibili opzioni, ho iniziato a rivedere il modo di comunicare. Ipotizzando qualche passo indietro e/o di lato.
E sono ritornata anche qui, al blog (“Sei sicura di volerlo proprio abbandonare?”, mi sono domandata; “Sei sicura che non ti sia necessario avere comunque un luogo che raccolga in modo più organizzato testi, foto e video?”, mi sono domandata ancora).

Riconsiderando persino il concetto di “blog tematico/nicchia” (che faccio – facevo? – tanta fatica a digerire).

So che sembra un “avanti e indietro” continuo, che suggerisce indecisione e incertezza.
E – aggiungo – non è detto che sia la fase finale, il punto di arrivo del percorso di ricerca.
Può essere solo uno dei tanti momenti di sosta e di approfondimento.
Ma mi conforta un fatto: che spostarsi, provare, tentare, smontare e rimontare, rigirando di sotto in su le cose più e più volte, non è necessariamente indice di incapacità a prendere indecisioni, bensì può essere necessario per adattarsi alla realtà in costante mutamento.
E a tale proposito chiudo con il link ad un TED Talk che ho incrociato di recente e che credo offra una interpretazione delle cose molto interessante e da non sottovalutare.

Buona ripartenza da qui, dove siete (sono) ora.

 

Sonno

sveglia_mattino

Non sapevo come intitolare questo post.
Varie ipotesi ruotavano attorno al concetto “sulle ore di sonno e l’alzarsi presto la mattina”.

Poi mi sono detta: perché non intitolarlo semplicemente “sonno”?
Titolo che può ingannare, ne sono consapevole.
Ed ecco perché ci tengo a sottolineare che non si tratta di un post scientifico sul “sonno”.
Non sono una scienziata e sono la persona meno titolata per scrivere consigli sull’argomento.

Semplicemente questo post nasce attorno a riflessioni che mi sto facendo dopo avere letto un articolo che sta girando nel web in questo periodo:
“Perché mi sveglio ogni mattina alle 5:30”

Articolo che rappresenta la punta dell’iceberg del mantra riassumibile in: “i migliori manager del pianeta si alzano molto presto al mattino”.
Mantra motivazionale martellante che sta assumendo le dimensioni di una ossessione.
(Qui un articolo – “Ecco a che ora si alzano i manager di successo” – che mi lascia molto perplessa: leggere alcuni orari di sveglia fa pensare a problemi di insonnia, più che a sane abitudini [alzarsi alle 3:30 del mattino mi giunge anomalo, più che come una caratteristica di uno spirito imprenditoriale ed operativo].)

“Brett Yormark si sveglia alle 3.30. Il Ceo dei Nets di Brooklyn, una delle trenta squadre di pallacanestro della Nba, si alza molto presto, sale in auto per raggiungere l’ufficio da dove inizia a mandare «mail motivazionali» al suo staff. Nei weekend la prende più comoda: arriva in ufficio alle 7.” [Fonte ©Corriere.it – Foto http://www.gothamsn.com ]
Però attenzione: non ce l’ho con chi si alza (per scelta) al mattino presto.
(Men che meno con chi lo fa per motivi professionali e personali)

E’ che non so voi, ma io sono stanca di (ri)leggere sempre – ad intervalli regolari – questa notizia declinata, di volta in volta, in vari modi.
Notizia che può generare non poco disagio in chi non adotta gli stessi comportamenti.
E che – in taluni casi – viene utilizzata in modo colpevolizzante da “se non sei così, non vali nulla” (il messaggio che passa – in certi casi – è purtroppo questo).

Così, mi sono ricordata di una notizia letta qualche tempo fa, che cita uno studio che dimostra il contrario (in sostanza, chi va a letto tardi è più intelligente):
“Is Sleeping Late a Sign of Laziness or Intelligence?”
E quindi – domando – come la mettiamo?

Oppure – di ben altro tenore – un articolo che parla del numero di ore sonno:
“Come dormivano i nostri antenati: 6 ore per notte e non c’era l’insonnia”.
Questione che penso sia realmente importante e di cui pochi parlano (presi nel perorare la causa che alzarsi alle 5:00-5:30 del mattino è cosa buona e giusta).
Il numero di ore sonno.
Quel numero assolutamente personale (non codificabile, non raggruppabile, non categorizzabile e tanto meno rivendibile ad altri), che ti consente di alzarti al mattino riposato e mentalmente lucido.

Qui sta la cosa veramente importante secondo me.
Ognuno è qualcosa a sé stante, con i suoi bioritmi e le necessità che il corpo richiede.

[Senza contare le esigenze di vita e di lavoro, che incidono profondamente e di cui – qui – non ho volutamente parlato.
Ma che rappresentano una variabile molto importante di cui tenere conto.
Capaci di piegare le nostre abitudini personali e quotidiane, per cause di forza maggiore.]

Sveglia_sonno_dormireEd io? A che ora mi alzo?
E come gestisco il mio sonno?
Mi alzo tra le 6:30-7:00 del mattino.
Dormo circa 7 ore per notte.
E sono più civetta che allodola.
Infatti le ore tarde per me sono l’ideale per leggere, scrivere, pianificare e preparami per l’indomani.
Nel silenzio della città che dorme.
Il solo fatto di pianificare la sera prima cosa fare per il giorno dopo, contribuisce a farmi dormire meglio (altrimenti le questioni irrisolte sono capaci di farmi svegliare in piena notte, oppure di impedirmi di prendere sonno).
Inoltre – riallacciandomi all’articolo sulle “6 ore di sonno degli antenati” – dormo sempre con la finestra un po’ aperta. Per mantenere un costante ricambio d’aria ed una bassa temperatura dell’ambiente.
Io faccio così perché è la soluzione migliore per me, oggi.
Ma non è legge.
E’ una mia abitudine.
(Poi – se necessario – mi alzo anche prima.)

Chiudo con un link ad un articolo su un altro argomento (la gestione dello spazio e dell’ordine), che potrebbe essere oggetto di un altro post:
“Essere disordinato è sinonimo di intelligenza e creatività”
Così, tanto per capovolgere il metodo alla David Allen “Getting things done”…
E confortare chi si muove meglio nel disordine.

Confermando che ognuno di noi è un individuo che possiede sue metodiche, calibrabili sulle sue specifiche esigenze.

[Immagini tratte dal web]

Ci salverà l’esperienza?

03-2-Human-Alarm-ClockSarà perché è venerdì.
Sarà l’età che ti fa fare riflessioni.
Sarà che – complice il “caso” – in questo periodo mi capita spesso di affrontare l’argomento con amici e colleghi, leggendo, osservando ciò che accade e ascoltando…

Fatto sta che le domande che mi si parano davanti negli ultimi tempi sono sempre più grandi e (apparentemente?) insormontabili.
Ed io non so se sono in grado (e sarò mai in grado) di rispondere.

Provo a elencare, in una sorta di libera associazione di pensieri.

Nel weekend pasquale, passeggiando col babbo, mi domanda: “Come va il lavoro?”.
Alla mia risposta tranquillizzante (più o meno), riflette: “Eh sì, perché se accade qualcosa adesso, per te può essere difficile trovare qualcosa d’altro… alla tua età… ed io penso che magari rientri a casa ed in qualche modo facciamo…”
Immediata la mia reazione (energica, ma che camuffa la paura del domani con la quale convivo quotidianamente): “Non è detto! Se pensi al mondo del lavoro come lo hai vissuto tu, non hai dei parametri di riferimento giusti. Quello che c’era ieri, oggi non c’è più!”
Ed il buon babbo concorda… Non so se per pacifica convivenza o per effettiva convinzione.

Già…
Quello che era (e c’era) ieri, oggi non c’è più. O va scomparendo.
(Questo mi fa tornare in mente uno “speech” che ho ascoltato di recente, che illustrava i lavori di un tempo e che sono andati via-via scomparendo. Un esempio: l’uomo che andava a bussare alle finestre per svegliare la gente “The Knocker up”. Altre professioni scomparse le puoi trovare in questa gallery curiosa dalla quale sono tratte le immagini di questo post.)

Ma è vero tutto questo?
Non lo so. A volte ho delle certezze, a volte dei dubbi.

E non so voi, ma io mi danno l’anima nel cercare di leggere, informarmi, ascoltare, capire.
Per cercare di cogliere segnali del futuro.
Per cercare di capire che strada percorrere.
Per cercare di modificare il mio modo di pensare, adeguandolo al mondo di oggi.
Per disegnarmi un possibile “piano B”, nel caso in cui tutto vada a scatafascio.
Per cercare di dare un senso alla pianificazione… (quasi un paradosso rispetto alle velocità del cambiamento in atto).

E proprio stamattina riflettevo con un collega sulla sempre più grossa difficoltà nel lavorare. Nello svolgere la nostra professione.

Si rifletteva su come tutto stia diventando sempre più faticoso.
Su come ci sia in atto una specie di scontro tra normative (e burocrazia), professionalità (nel senso di figure professionali), metodi di progettazione (che stanno cambiando e che non vanno bene con quanto richiesto dalle norme) e variabili che ti si presentano dietro ad ogni angolo.
Tutto questo rende infernale il cercare di muoversi in modo congruente, e consono alla propria identità professionale.

La propria identità professionale…

46 anni (quasi 47), laurea in Architettura, da quasi 16 anni nel mondo della ingegneria (e quindi convivente già da tempo con dissonanze di identità professionali) preceduti da un’altra manciata di anni in studi tecnici.
Con ruoli operativi e di gestione.
Ma non verticalizzati.
Non iper-specialistici.
E quindi in “collisione secca” con chi ti dice che bisogna essere specialisti di nicchia, in un mondo che cambia ad una velocità imprevedibile e che vede nella trasversalità e nella elasticità mentale, e di vedute, delle chiavi di lettura fondamentali.

“Che diavolo posso fare?”, mi domando sempre più spesso.
Come diavolo posso affrontare un mondo così, che ha un margine di prevedibilità prossimo allo zero?
Se tutto va a “carte quarantotto”, come ne esco? A quasi 50 anni…?

L’unica risposta (che è anche una domanda) che mi viene in mente è: mi (ci) salverà l’esperienza(?).
Forse.
Una esperienza intesa come una struttura in continua crescita, che si stratifica e si arricchisce attraverso un continuo interscambio tra vita professionale e curiosità (e necessità) di imparare sempre cose nuove che magari esulano anche dalla tua area di esercizio professionale.

Almeno io ci provo…

centralinisti

 

Arte vs Scienza?

In attesa
In coda per entrare alla Mediateca Santa Teresa

Mercoledì scorso ho assistito all’incontro Focus di Meet the Media Guru.

Si è parlato di innovazione culturale, arte, interdisciplinarietà e intradisciplinarietà.
Più che un focus organizzato e logico, sono state dette cose, e raccontate esperienze e progetti che hanno indotto suggestioni in chi ascoltava.
In taluni casi alcuni concetti consolidati sono stati ampiamente forzati (quello del tempo, per esempio).

E reduce anche dal TEDx Verona di domenica scorsa, mercoledì sera – sulla strada di casa – meditavo.

Nel giro di qualche giorno ho incrociato due mondi.
Quello digitale e della cultura di Meet the Media Guru, e quello delle storie di TEDx (fatte di scienza, architettura, management,…).

Ed è stato inevitabile fare dei confronti.
Confronti che fanno il paio anche la propria formazione culturale e professionale.

E la sensazione che mi sono portata a casa è stata quella di avere ascoltato due ore di magnifici esercizi di stile e filosofici.
Che poco hanno di concreto.
Che sicuramente stimolano e ampliano la visione delle cose, spostando anche i (propri) punti di vista.
Ma è come se mi fosse rimasta la sensazione del: “Sì, va bene, e allora? A che serve tutto questo? Che vantaggio porta?”.

Wall MtMG
Il cortile della Mediateca

Dubbi, perplessità e domande.
Che son sicura che stanno lavorando in profondità, e che allo stato attuale magari lasciano un senso di inconcludenza e autoreferenzialità fine a se stessa.

Ma come diceva un relatore domenica a TEDx, l’artista sogna e lo scienziato crea. E dal loro connubio possono nascere cose straordinarie.

Quindi, nonostante assistere a questi incontri possa risultare “strano” e inutile a chi ha formazione ingegneristica (e/o un mente pragmatica), nonostante possa capitare di ascoltare cose che vanno in conflitto con le proprie convinzioni, strapazzando i confini di comprensione, vale la pena.
Vale la pena ascoltare anche cose lontanissime da se e dai propri interessi.
Penso sia un buon modo per inseguire, perseguire e costruire la interdisciplinarietà.

Di seguito i tweet della serata che ho scritto e condiviso (dal più recente andando indietro, all’inizio della conferenza):

Raccontare la propria storia [VIDEO]

Ho conosciuto Carina Fisicaro a dei corsi di crescita personale.
Non avevamo scambiato molte parole, però avevamo con-vissuto e con-diviso contenuti ed esperienze.
Poi le nostre strade si sono separate e dopo qualche tempo ci siamo ritrovate su Facebook ed abbiamo iniziato a seguirci.

Qualche settimana fa, Carina inaspettatamente mi contatta in privato e mi chiede se voglio partecipare ad un suo progetto molto importante, facendo una intervista.

Il progetto si chiama “Donne di Successo & Family” e l’obiettivo è trovare donne che – con la loro storia e la loro esperienza – abbiano qualcosa da raccontare e possano essere di ispirazione per altre ragazze e donne che vorrebbero fare “qualcosa” per cambiare o anche solo sistemare la loro vita.

Come mi era accaduto già un’altra volta, la prima domanda che mi è venuta in mente è stata: “Ma io che diavolo posso raccontare?”
Però mi sono anche detta: “Ma sì, proviamo e vediamo che succede!”
(Anticipando a Carina: “Occhio che non sono sposata e non ho figli! Quindi non so che contributo posso dare…”, pensando alla parola “family” del progetto)

È diventata una chiacchierata tra amiche.
Carina ha saputo mettermi a mio agio e disquisire in modo naturale, portando con leggerezza la conversazione su argomenti di non facile approccio e facendomi dimenticare che si trattava di una intervista.
Mi sono divertita ed è stato per me anche un momento di bilancio e di riflessione.

Qui c’è il link all’articolo sul suo blog: “Come star bene con se stessi e perché – Barbara Olivieri”

Mentre qui sotto c’è il video (durata: 50 minuti… mettetevi comodi…).
(Guardandolo qualche sera fa in anteprima mi sono detta: “Ammazzate quanto parlo!”.)

Buona lettura e buona visione!
E un grande grazie di cuore a Carina per avermi coinvolto!
Complimenti per il suo progetto, che merita tutto il successo possibile!

[Foto di copertina courtesy of Viola Cappelletti Photography, scattata nella serata di Elvis Inside di gennaio 2014]

Piccole cose [Flash post]

Buongiorno!
È domenica mattina e sono le 8.26.

Sto scrivendo queste righe dallo smartphone.
(Nota: ogni volta che nel titolo compare la scritta “[Flash post]” indica che sto scrivendo e pubblicando da mobile, così… per giustificare eventuali sbavature nella impaginazione.)

Sto scrivendo queste righe dopo che tra venerdì e sabato, ho trascorso un paio di giorni mogi.

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E ieri mattina (sabato) la giornata era iniziata storta.
Assai storta.
E senza alcun motivo.

Non so se capita anche a voi, ma ci sono delle volte che io non mi sopporto proprio: sono rognosa, antipatica, lamentosa e depressa.
Senza nessun motivo (apparente).

Allora ieri – ad un certo punto – mi sono detta: “Ok, Barbara. Adesso la finisci qui. E mi elenchi qui ed ora cosa è andato bene questa settimana. Vediamo cosa riesci a produrre, oltre all’insopportabile lamento.”

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Così mi sono messa a fare un elenco delle cose, calendario alla mano.
(Sì, insomma… quelle cose che ti fanno fare per ri-prendere consapevolezza della bontà – anche piccola – che incroci ogni giorno e che non vedi perché preso dal pessimismo martellante che ti circonda.)

Ebbene, tento un elenco anche qui… magari può essere di ispirazione (utile suona meglio) per qualcuno per cercare le cose belle (anche piccole) che viviamo ogni giorno e che diamo per scontate…

Una domenica sera in compagnia di cari e vecchi amici, parlando di serie TV, di bimbi (una coppia aspetta un pargolo), di vita, semplicemente stando assieme.

Il tepore della casa rientrando alla sera un po’ infreddoliti.

Il piacere di leggere un libro nel mentre si va in ufficio (e si torna) in treno, assaporando questi momenti di tranquillità. (Grazie Carina Fisicaro per avermelo fatto ricordare.)

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Il riuscire a portare a termine (non senza scivoloni ed un po’ di fatica) una telefonata in inglese (constatando che sei arrugginita sì, ma meno peggio di quanto ti prefiguravi nella testa).

Il cogliere l’opportunità di partecipare ad un test di una App sui libri. Ricompensa? Un libro cartaceo della tua libreria preferita.

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Foto tratta dalla pagina Facebook di TwoReads (http://blog.tworeads.com/)

Non sono cose roboanti.
Sono tante piccole cose.
Però, se viste ed ascoltate, sono in grado di dare un supporto positivo a giornate che possono scorrere sempre uguali e/o possono essere portatrici di preoccupazioni.

Potrà sembrare un post banale (per chi è abituato a leggere cose motivazionali alla “ye-ye branzo!”).
Ma forse la banalità nasconde delle cose interessanti e sottovalutate…

Buona domenica.

sabato
La foto qui sopra è un collage che ho pubblicato ieri su Instagram e che riassumeva l’andamento del sabato, partito storto e raddrizzato in corsa.

 

 

[La foto qui sopra è un collage che ho pubblicato ieri su Instagram e che riassumeva l’andamento del sabato, partito storto e raddrizzato in corsa.]

Comunicare, condividere e fare formazione

14 - 2Secondo me il mondo della formazione, così come noi lo abbiamo visto sino ad oggi, non è destinato a durare a lungo.
Perché?
Provo a spiegare nelle righe che seguono…

Frequento corsi di formazione e “crescita personale” dal 2007 (via-via con sempre minore frequenza) e ho visto questo mondo (con le sue discipline) crescere, fiorire, prosperare, dare molto… ma ora ho la sensazione che si stia approssimando al capolinea.

Infatti è da diverso tempo che non sento più parlare di cose nuove.
Mentre – al contrario e paradossalmente – vedo proliferare formatori da ogni parte.
Sono tutti formatori.
Tutti organizzano corsi.
Tutti si riciclano nel mondo della formazione.
Tutti parlano e trattano di crescita personale e “annessi&connessi”.

Più di una volta ho pensato: “C’è qualcosa che non va…”.

E questa riflessione è tornata in superficie proprio ieri sera, tornando a casa dopo avere assistito all’appuntamento mensile di 5×15 italia.
[Per chi non lo sapesse 5×15 è un format che arriva da Londra e che vede alternarsi 5 speaker che parlano 15 minuti a testa.
Raccontano le loro esperienze, i loro progetti, fornendo spunti di riflessione e offrendo motivo di arricchimento culturale, di idee e di conoscenza.]

Ricorda un po’ TED, dove – anche lì – si alternano sul palco speaker che si sono distinti per iniziative, studi particolari o altro, e che raccontano la loro esperienza attraverso interventi (denominati “Talk”) della durata massima di un quarto d’ora.
(I 15 minuti hanno un motivo neurologico preciso – legato ai tempi di attenzione – e vi rimando ad un libro molto interessante, scritto da Carmine Gallo, dal titolo “Talk like TED”, disponibile per ora solo in inglese)

Il diffondersi (positivo secondo me) di questi format multidisciplinari e “corali” mi fa pensare che c’è in atto un cambio di comunicazione delle competenze, di trasmissione e condivisione della conoscenza.

Se si guardano – per esempio – anche i format come Dieci Cose (bella sorpresa del 2014, qui e qui gli Storify delle due giornate di formazione), o altre iniziative simili, si intuisce (almeno mi pare di intuire) che l’obiettivo verso il quale si sta andando è quello di condurre una sorta di “brainstorming” incrociando dati e conoscenze, fornendo nuove visioni e nuovi punti di contatto.

Credo che questo sia espressione di un nuovo mondo della informazione che non può più essere sottovalutato dai “formatori classici” in circolazione che – se non sapranno cogliere e catturare queste nuove modalità espressive – saranno destinati inevitabilmente a soccombere.

14 - 1

Poi il paradosso (che appare quasi come un cane che si morde la coda) è che proprio questo nuovo modo di divulgare e comunicare ci vede tutti “formatori”.
Tutti con competenze da offrire e da raccontare, mettendo in condivisione il proprio sapere.
(E senza per questo avere timore di “scippo” delle proprie idee perché un conto è raccontarle, un conto è “saperle fare”…)

Sono scenari che mi affascinano e che aprono prospettive interessanti (sono anche – secondo me – un po’ l’evoluzione delle cara e vecchia “tavola rotonda” e/o “dibattito” rinata in forma più evoluta).

[In foto i libri di alcuni dei relatori del Forum delle Eccellenze e del World Business Forum, che sono altri eventi formativi che vedono l’alternarsi sul palco di varie figure che in un determinato “slot” di tempo, raccontano e condividono esperienze ed informazioni.]

Intuito e Istinto

IntuitoSono alle battute finali del libro di David Allen “Detto, fatto!” e – leggendolo ieri sera – mi ha colpito questa frase:

“Fidarsi del proprio intuito è una raffinata forma di libertà che rende ancora più produttivi.”

Ora, fatto salvo che si tratta di un libro che mi genera qualche perplessità per la sua perorazione della causa di una programmazione sin troppo approfondita (fino ad arrivare a darti indicazioni su cosa usare per programmare/organizzare, quali oggetti e dispositivi, in una sorta di “ABCedario della programmazione”) andando poi in leggero contrasto con una trattazione su obiettivi più alti, si tratta comunque di un testo interessante (che mi sta facendo fare riflessioni su cosa faccio e come sono organizzata, costringendomi – positivamente – a scrivere e ragionare sulle tante cose che galleggiano nella mia testa in forma di “cose da fare” e “idee”)…
Ma non è questo l’oggetto del post di oggi.

Piuttosto è proprio il concetto di “intuito” che mi ha fatto riflettere stamattina, mentre andavo a prendere il treno.
“Intuito” che spesso confondo e fondo con il concetto – a me tanto caro – di “istinto”.

E per non saper né leggere, né scrivere (come si suol dire), ho provato a formulare un significato personale dei due termini.
Così, senza guardare nessun dizionario, ho pensato che…

“Istinto” è qualcosa di primordiale – qualcosa che può anche essere definito come “sensazione di pancia”. Quella cosa che si agita in profondità e che io associo spesso con il cervello “rettiliano”. Che ti fa essere vigile in modo quasi “animale” e ti fa reagire rapido, se e quando necessario, in modalità binaria (“attacco o fuga” declinata in modi diversi, a seconda delle situazioni).

L’“Intuito” invece è qualcosa di più evoluto.
Come se fosse un istinto più razionale.
In grado di calcolare e non solo di sentire a livello pancia.
Più lento rispetto all’istinto, ma più sofisticato, e comunque più veloce del ragionamento.
E supportato da una struttura educativa fatta di esperienze, razionalità, acculturamento che vanno a costituire un substrato utile al suo esercizio e affinamento.

Non credo di essere andata molto lontana se – curiosando sul dizionario online della Treccani – ho trovato queste definizioni:

intùito s. m. [dal lat. intuĭtus -us «l’atto di guardare o di vedere dentro», der. di intueri: v. intuire]. – L’atto e la facoltà di intuire; è più generico di intuizione (di cui non ha i sign. specifici) e indica piuttosto la conoscenza rapida e chiara, e più spesso la capacità di avvertire, comprendere e valutare con immediatezza un fatto, una situazione (talora anche un’intelligenza pronta, acuta): capire a i., d’i. o per i., per improvviso i.; avere i., un i. pronto, sicuro; col suo i., si rese subito conto del pericolo; un giocatore di scacchi di grande intuito. Specificando: essere dotato d’i.pratico, d’i. psicologico; col suo i. di poliziotto, capì immediatamente lo scopo di quella mossa.

istinto s. m. [dal lat. instinctus -us, der. di instinguĕre «eccitare»]. –
1. In senso stretto, impulso, tendenza innata che provoca negli animali e nell’uomo comportamenti che consistono in risposte o reazioni caratteristiche, sostanzialmente fisse e immediate, a determinate situazioni; in partic., nell’uomo, ogni propensione naturale che, anche in contrasto con la ragione, spinga gli individui a compiere atti o a seguire comportamenti proprî di tutta la specie umana, eventualmente comuni ad altre specie: l’i. della conservazione; l’i. materno; l’i. sessuale; seguire, frenare,vincere l’i. o i proprî i.; cedere, ubbidire, resistere agli istinti. In etologia, il termine è passato a indicare l’insieme di quei comportamenti altamente specifici ed ereditarî, organizzati in sequenze ordinate (in parte modificabili attraverso l’apprendimento), che, scatenati e indirizzati da stimoli interni o esterni, hanno come fine immediato la rimozione di una tensione somatica o di uno stato di eccitazione, e concorrono alla conservazione dell’individuo o della specie. In psicologia, schema di comportamento biologicamente determinato, orientato a determinati fini e relativamente poco suscettibile di variazioni individuali, talvolta di elevata complessità, e caratterizzato da specifiche correlazioni interindividuali e ambientali; in psicanalisi il termine è usato talvolta come sinon. di pulsione (come per es. nella locuz. i. di morte).
2. Con sign. più ampio, nel linguaggio com., inclinazione, disposizione innata dell’animo, indole, temperamento, natura particolare di un individuo: avere buoni,cattivi i.; i. nobile, volgare; un uomo di i. animaleschi; è generoso per istinto; o, in relazione a determinati atti e comportamenti, impulso naturale, movimento spontaneo dell’animo, indipendente dalla ragione e dalla volontà: seguire l’i. del cuore; agire d’istinto; fare qualcosa per istinto o come per istinto, senza l’intervento della riflessione. Talora con sign. affine a intùito: avere l’i. degli affari,l’i. del poliziotto; col suo i. di vecchio mercante non poteva ingannarsi.
3. Raro, con il primo sign. ma riferito anche alle cose inanimate: Tutte nature … si muovono a diversi porti Per lo gran mar de l’essere, e ciascuna Con istinto a lei dato che la porti. Questi ne porta il foco inver’ la luna; Questi ne’ cor mortali è permotore; Questi la terra in sé stringe e aduna (Dante).

Poi se si vuole approfondire, anche Wikipedia fornisce interessanti informazioni a riguardo:

“[…] All’intuizione Bergson attribuiva la possibilità più istintiva e genuina di portare a soluzione ogni problema, essendo capace di andare al di là della rigidità materiale del pensiero razionale. Secondo Carl Gustav Jung, l’intuizione è un processo di intervento dell’inconscio con cui la mente riesce a percepire i modelli della realtà nascosti dietro i fatti.” – Sull’Intuito/Intuizione

“[…]Secondo Konrad Lorenz l’istinto è come una grande forza all’interno dell’organismo che deve incanalarsi da qualche parte.” – Sull’Istinto

Sono proprio libere dissertazioni che nascono inaspettatamente, leggendo una frase che ti fa accendere la lampadina e ti fa partire con ragionamenti a ruota libera privi di un perché…

Crescere

nodoCrescere costa fatica.
Fatica nel superare dei nodi parecchio intricati.
Ci sono appena passata e non è stato facile.

Non è stata la prima volta e non sarà neanche l’ultima: la vita personale e quella professionale (ormai strettamente interlacciate tra loro) sono costellate di questi nodi.

Però – come aveva anticipato una amica – una volta che sei dall’altra parte, che hai superato questi nodi (sciogliendoli con più o meno fatica), stai meglio e tutto ricomincia a scorrere in modo più fluido.
Molte cose piano-piano si riposizionano secondo una nuova configurazione di equilibrio.

Sì certo, quando sei dentro la fase di transizione, tutto è difficile.
Sei dentro una grossa turbolenza con i pensieri che schizzano da una parte all’altra come delle palline in un flipper impazzito.
Le emozioni si fanno sentire in modo sgradevole, togliendoti lucidità mentale.

E costa…
Costa sudore e lacrime. Alcune anche amare.

Però…

Però devi tenere duro.
Devi stringere i denti.
Devi farti coraggio e fare anche il lavoro sporco: guardare in faccia i tuoi demoni, le tue paure, immergerti nella “palta” dei brutti pensieri e starci, fronteggiandoli.

E poi magari devi anche scegliere.
Certo.

Però…
Però devi sempre-sempre-sempre ricordarti (con l’ultimo barlume di lucidità mentale che mantieni nel mezzo del caos e delle pressioni) che queste fasi di mutazione hanno una fine. Un termine.
E che quando sarai di là, sarai migliore e – comunque sia – avrai imparato delle cose nuove.

Sarà diverso.
Sicuramente più funzionale.
E – per come la vedo io – il “più funzionale” porta sempre qualcosa di buono.
Anche se di primo acchito così non appare.

Quindi avanti così…
Sciogliendo nodi e districando matasse…

[Immagini tratte dal Google Image]

“Pane raffermo” – un vecchio post dimenticato…

Questo post è stato scritto per la prima volta nell’aprile 2011 (per la precisione 28/04/2011)… Sì, ben 3 anni e mezzo fa. Salvato nelle bozze.
E lì e rimasto fino ad oggi, quando – complice qualche considerazione degli ultimi giorni sulla “vita normale” – mi è tornato in mente e ho deciso di riprenderlo.

Non l’ho mai dimenticato. Era sempre presente in un angolo della testa.
Ma non lo ricordavo scritto così:
(e la pubblico così, come era stato scritta nel lontano 2011, con le [eventuali] ingenuità presenti… tanto non è cambiato granché da allora…)
[Un po’ di cose in questo post sono mescolate fra loro, quasi una libera associazione di idee.
Un po’ tirate per i capelli. Un po’ bislacche.
E tutte che necessiterebbero di un certo approfondimento (dopo questi anni di giacenza in bozze).]

SIATE MODERATI E ADOTTATE UN PROFILO BASSO……è sempre una gran bella cosa nella vita, questa linea di comportamento ti garantisce una certa “non visibilità”, ti protegge in qualche modo la tua privacy, e non suscita l’invidia di nessuno. E’ un comportamento che può risparmiarti un sacco di grane gratuite. Quello che conta veramente nella vita non è quello che hai o possiedi ma quello che c’è dentro di te e prima o poi viene sempre fuori …..lascia che siano gli altri a scoprire il resto………. [Mirco Gasparotto]

Riuscire a mettere in ordine i pensieri che sono scaturiti dalla nota di Mirco Gasparotto (pubblicata sul suo profilo Facebook) e dalla abitudine che hanno dei miei conoscenti di non buttare via il pane raffermo che raccolgono per farne cibo per gli animali della loro fattoria, non è facile.
Quello che emerge è una riflessione sullo spreco e sulla ostentazione, che stanno diventando (almeno per me) una fonte di disturbo sempre maggiore. Senza contare lo stupore che provo davanti allo squilibrio tra quanti professano di non riuscire ad arrivare a fine mese e contemporaneamente sfoggiano 2-3 cellulari ultimo grido e vestono griffato.
Magari sono anche le stesse persone che – pur di apparire e soddisfare l’illusione di essere qualcuno (e di fare parte di un “gruppo”) – comprano falsi di griffe per poter dire: “Anche io ho questa borsa (o scarpe, o capo di abbigliamento, o…)”, cercando disperatamente una certezza in beni ed oggetti che sono dei palliativi momentanei.
Suona molto strano vedere gente che si lamenta di non riuscire ad arrivare a fine mese e poi getta via impressionanti quantità di cibo (ne parlavo qualche tempo fa con un signore dello stabile in cui vivo).
Fa impressione vedere sacchi di pane raffermo che rischiano di essere gettati via e vengono recuperati da un signore che provvede a portarli alla succitata fattoria.
C’è qualcosa che non va. C’è una pericolosa perdita di coscienza di cosa è veramente importante e cosa non lo è.