Infuturazione (assenza di)

Infuturare: “v. tr. [der. di futuro], letter. – Estendere nel futuro. Come intr. pron., infuturarsi, prolungarsi nel futuro, spec. nella memoria dei posteri: Poscia che s’infutura la tua vita Via più là che ’l punir di lor perfidie (Dante).” [Treccani]

Infuturazione: capacità di vedere nel futuro.
Non in termini di palla di cristallo, bensì in termini di pensiero anticipatorio. E – aggiungo – di capacità di ipotizzare soluzioni verso il futuro.

Il contrario: assenza di “infuturazione”.
Ossia incapacità di vedere – nello specifico – un (proprio) futuro (lavorativo).

La parola infuturazione l’ho ascoltata per la prima volta in un podcast de Il Post dedicato alle emozioni primarie dal titolo “Le basi”. Mi colpì subito e mi è rimasto in mente (anche a distanza di tempo) perché diede una definizione (e quindi una identità) ad un fenomeno che stava già germogliando in me ma che non aveva ancora raggiunto la superficie (come dico scherzando “non era ancora passato dal retrocranio all’avancranio”), manifestandosi in tutta la sua evidenza.

Oggi, reduce da un anno nel quale ho fatto molta pulizia delle tante attività che seguivo ma che stavano diventando un fardello sempre più pesante che alimentava solo una sorta di identità funzionale al far vedere agli altri che facevo cose (alla ricerca di una improbabile approvazione e ammirazione), ho chiaro in mente che non ho la più pallida idea di quale possa essere il mio futuro lavorativo.

Semplicemente non riesco ad immaginarlo.

E in realtà come – per esempio – i social media (luoghi che sono ormai parte integrante della nostra quotidianità, che ci piaccia o meno [NB: ho scoperto che Cal Newport – autore americano che ha fatto della focalizzazione e del minimalismo digitale la sua bandiera, e che vantava la sua assenza dalle piattaforme social – ha aperto un canale YouTube…]), dove tutti (di)mostrano grandi saperi e grandi certezze, ostentando sicurezza e vendendo soluzioni (una modalità che mi ricorda “culture vincenti” del secolo passato), la (mia) perplessità assume dimensioni ingombranti.

Soprattutto se – come me – cominci ad avere una certa età.
Che dovrebbe (secondo alcuni) darti maggiore supporto per le competenze acquisite e le esperienze vissute, unite ad una modalità di pensiero più ponderata (almeno si spera), che dovrebbero renderti unə potenziale esponente della Silver Economy (però in qualità di Prosumer: consumer + producer).

E invece la perplessità genera incapacità di infuturazione che – a sua volta – si porta dietro stallo, disorientamento (per cui necessiti di mettere ordine nelle cose da seguire, gestendo la tanto cara sindrome F.O.M.O. [Fear Of Missing Out]) e pausa nella comunicazione (se e cosa voglio comunicare?).

Ebbene, non so come è da te (che leggi) ma da queste parti più che risposte e soluzioni da condividere ci sono parecchie domande silenziose e necessità di comprensione.

[Foto di Alex wong su Unsplash]

Infuturazione

“Infuturazione” (e relativa capacità di).

Un termine che ho sentito per la prima volta qualche tempo fa, ascoltando un podcast dedicato alle emozioni primarie (rabbia, disgusto, gioia, tristezza e paura): Le Basi.

Ma cos’è la Infuturazione?
Sintetizzo con parole mie: capacità di proiettare, immaginare il futuro. Anche il proprio, aggiungo.

Se vogliamo dare uno sguardo ad una fonte autorevole, il sito Treccani definisce la parole Infuturare in questo modo:
v. tr. [der. di futuro], letter. – Estendere nel futuro. Come intr. pron., infuturarsi, prolungarsi nel futuro, spec. nella memoria dei posteri: Poscia che s’infutura la tua vita Via più là che ’l punir di lor perfidie (Dante).

E questo termine mi è venuto in mente ieri sera leggendo questo articolo di The Vision: A forza di imparare a sopportare il dolore del mondo, per difenderci, ci stiamo spegnendo.

Ebbene, non so come sei messә, ma negli ultimi tempi (con sempre maggiore e graduale aumento) faccio fatica ad immaginare il (mio) futuro. Soprattutto in termini professionali e progettuali.
Questo a causa degli avvenimenti degli ultimi due/tre anni che si sono succeduti (quasi affastellati uno sull’altro) senza intervalli di recupero (“entriamo ed usciamo costantemente da emergenze”, ha detto un collega qualche tempo fa).
Togliendomi – o comunque abbassando – la “capacità di infuturazione”.
E di cui avvertivo già una certa fatica da ben prima del 2020, i cui eventi non hanno fatto altro che dare una accelerata ai cambiamenti già in essere, ma che viaggiavano quasi sotto traccia e silenziosamente (e forse un po’ più lentamente).

E ieri sera, leggendo l’articolo, ho avuto una sorta di riscontro su quanto percepito.
Facendomi però anche pensare al suo opposto.
Cioè a quanti – per reazione uguale e contraria – corrono a ritmo indiavolato (quasi isterico) scivolando nella deriva della “psicologia positiva” (e motivazionale) contrapposta allo “spegnersi” citato da The Vision: la prima fugge (talvolta quasi senza meta), la seconda si rifugia nella caverna.

Due facce della stessa medaglia che necessiterebbero di entrare in contatto con una terza variabile: il pragmatismo.
Quel pragmatismo oggi forse un po’ “brutale” che ti fa guardare in faccia la realtà, che ti fa entrare in contatto con cose difficili, che ti fa ascoltare e osservare, portandoti a prendersi dei momenti per stare fermә (altrimenti come diavolo fai ad ascoltare?) per cercare di capire quale direzione prendere.
Cercando di cogliere i segnali deboli.
Prontә a cambiare strada, mantenendo un buon grado di fluidità.

[Foto di Drew Beamer su Unsplash]

Less is more

Less is more

“Meno è più”, recita l’iconico motto di Mies Van Der Rohe.

Un motto che sintetizzava una corrente di pensiero nata dalla Bauhaus e diventato – nel tempo – un mantra del minimalismo odierno.
Un motto però che è anche valido in altre aree, interpretabile ed applicabile in una sua accezione più ampia.
Un motto che trasportato nella propria vita quotidiana (personale e professionale) ha un suo perché.

Un perché che si fatica a raggiungere, ma che una volta raggiunto ti lascia in un primo momento un po’ spaesatә, assumendo poi una identità di ampiezza di respiro.
Di tempo che rallenta.
Di momenti di silenzio dai quali una volta saresti fuggitә a gambe levate e che invece – gradualmente – impari ad apprezzare.

Sono periodi di alleggerimento graduali e sequenziali durante i quali si chiudono (talvolta con fatica) cicli che hanno rappresentato molto.
Chiusure che sovente vedono – nelle prime settimane – momenti stranianti (con la mente impegnata a blaterare a ciclo continuo).

A cui seguono momenti di silenzio e cura di sé.
Non sempre accompagnati – almeno in prima battuta – da chiarezza del (proprio) domani.
Momenti nei quali possono permanere difficoltà di immaginazione del futuro interiore ed esteriore, a media e lunga visione. Momenti non privi di preoccupazione.

Ma per quanto questo possa risultare faticoso e a tratti imperscrutabile (impegnatә come siamo a correre e rincorrere, quasi senza soluzione di continuità), per vedere – o meglio, prepararsi ad immaginare – cosa c’è dopo, è necessario fare pulizia di spazi. Fisici e mentali.
Sgombrando. Alleggerendo. Priorizzando.
Rinunciando e scegliendo.

Con fatica (prima), con levità (dopo).

Less is more.
Meno è più.
Meno è (forse?) meglio.
Meno è (forse) più (chiarezza mentale).

[Photo by Harper Sunday on Unsplash]

Due giorni nel futuro

IMG_1696

Con un po’ di ritardo sulle tabelle di marcia, metto insieme e pubblico una serie di appunti e considerazioni sulla mia partecipazione al primo Summit di Singularity University Italia.

Una due giorni intensa trascorsa ad ascoltare di lavori del futuro, di tecnologia, di scienza e di innovazione.
Di educazione e di mobilità.
Di nuove competenze e di “leadership esponenziale” (concetto che mi ha catturato ed affascinato).

Per soddisfare una mia curiosità verso questa realtà e per cercare di capire cosa mi (ci) riserva il futuro (inevitabile).

Fare un sintesi è pressoché impossibile.
Quello che posso fare è condividere i due Moment pubblicati su Twitter.
Una panoramica di suggestioni, di parole e concetti chiave (un po’ in inglese ed un po’ in italiano, a seconda della ispirazione del momento), accompagnati da immagini:

 

Se dovessi fare una (difficile) scelta di cosa mi è piaciuto di più, di cosa mi ha emozionato ed ispirato di più, potrei citare tre relatori in particolare (senza nulla togliere agli altri):

John Hagel, con la sua call to action al seguire le proprie passioni, a dare spazio alla creatività (una caratteristica umana difficilmente sostituibile dalle macchine);

Divya Chander, con il suo talk dedicato alle neuroscienze e alla neurochirurgia; che mi ha emozionato, pensando a quali progressi potrà arrivare questa branca della scienza nella cura e nel supporto a persone colpite da malattie fortemente invalidanti (ha toccato un aspetto personale della sottoscritta, che ha ripensato a persone care colpite da malattie neurodegenerative);

David Roberts, che con i suoi keynote ispirazionali di chiusura delle due giornate, mi ha fatto conoscere il concetto di Exponential Leadership (legata alle nuove competenze – soft skills – necessarie per affrontare il futuro) e ha richiamato la nostra attenzione sull’etica e sulla umanità (due valori fondanti che non dobbiamo perdere di vista, in previsione della esponenzialità umana e tecnologica).

Un dialogo costante, tra emisfero sinistro ed emisfero destro della conoscenza.
Tra filosofia e tecnica.
Tra concretezza e teoria.
Tra massimi sistemi e tecnologia.

Che si intrecciano fra loro, generando nuove riflessioni e nuovi scenari. 

Link utili:

IMG_1760

 

 

Tecnologia pervasiva

tecnologia-futuro

“La promessa, però, è un mondo in cui vita e tecnologia si mescolano senza soluzione di continuità.”

Questa frase è tratta dall’articolo che ho letto stamattina pubblicato da Business Insider: “Lo smartphone sparirà prima di quanto pensi […]“.

Leggo sempre con grande interesse gli articoli che riguardano la tecnologia.

E mi affascina (e mi inquieta, nel contempo) la progressione esponenziale che sta avendo. Come se avesse ormai superato abbondantemente quel tipping point (ossia il punto critico, o anche “punto di non ritorno”) citato da Malcom Gladwell nel suo libro omonimo “Il punto critico”.

E come sempre mi accade ogni volta che leggo queste notizie (quindi a cadenza pressoché giornaliera), ripercorro la mia “storia tecnologica” ed il personale rapporto con device, computer, smartphone

Penso a come sono stata risucchiata (lentamente, prima, e sempre più velocemente poi) da questo “mondo”. Da questa “realtà”.

Con entusiasmo (da considerare che i miei film preferiti sono “Blade Runner” e “Strange days”…) ma – ora, negli ultimi tempi – con una parallela sensazione di inquietudine crescente (l’incontro con “Black mirror” ha costituito un salutare bagno di “realtà”… se così si può definire…).

black-mirror-white-christmas
Immagine tratta dall’episodio di Black Mirror, “White Christmas”

Ricordo nitidamente quando nel 1994 dicevo: “Io, il computer non lo userò mai!”, disegnando gli elaborati per la tesi con Rapidograph su carta da lucido, battendo a macchina il testo e portandolo ad un centro battitura tesi per la versione finale.
[Autocad era già una realtà abbastanza consolidata anche se successivamente avrebbe visto incrementi sostanziali; così come si parlava già molto dei programmi rivoluzionari di videoscrittura Macintosh.]

Ricordo nitidamente il corso di alfabetizzazione DOS fatto allo IED subito dopo la laurea (non sapevo neanche come si accendeva un computer). E poi – in rapida successione – Autocad Base e Avanzato.
Ricordo l’uso della tavoletta grafica con Autocad 12 nel mio primo posto di lavoro (la gioia di non dover digitare comandi da tastiera).

Da lì è stato un sempre più rapido incremento tecnologico, di cui sono stata in parte spettatrice e in parte utente.

autocad-2017-architectural-drawing-900x
(Immagine ©Autodesk)

Dai primi timidi passi con il primo computer (un 486), il primo telefono (un “Nokia-bisonte” che anche da tre piani sottoterra ti consentiva di telefonare…), fino ad arrivare ad oggi con un “supercomputer in tasca” (una suggestiva definizione dello smartphone che ho sentito usare al TEDx Lake Como nel 2015 da uno degli speaker).

In 23 anni ho visto come la tecnologia mi ha gradualmente e sempre più pervasivamente preso con sé. Diventando una presenza fissa sulla quale conto sempre di più per supportarmi nella quotidianità.

Ora leggendo di sperimentazioni di chip sotto pelle (“Il dipendente-cyborg: un chip sottopelle e butti carte e badge“), di lancio del progetto Neuralink di Elon Musk, di esperimenti e brevetti su lenti a contatto “intelligenti” (utili per monitorare stato di salute dei pazienti – ottima cosa secondo me – ma anche per registrare ciò che vediamo [qui un rimando ad alcuni articoli della lente Sony iVision]) e studi di Google sull’occhio bionico (“Occhio bionico by Google, si inietta e poi si trasforma“), la situazione assume aspetti interessanti che aprono scenari inaspettati e confronti etici molto delicati. (Siamo abbondantemente oltre i wearable device.)

lenti-a-contatto-intelligenti-sony-640x342

Ma voglio essere ottimista.
(Visto che comunque con questa imminente realtà bisognerà abituarsi a conviverci.)

Come sempre accade, quando ci troviamo davanti a “rivoluzioni copernicane”, la paura ci fa immaginare scenari nefasti.
Il nostro “cervello rettiliano” ci fa ragionare per modalità conservativa dello status quo, facendoci rifiutare tutto ciò che è nuovo (qualsiasi esso sia e a qualsiasi livello esso si trovi).
Facendoci anche opporre resistenza verso la inevitabilità dei processi “evolutivi” (e dei cambiamenti in genere), con conseguente nostra obsolescenza (per usare un termine caro alla tecnologia).

Invece forse conviene avere anche fiducia in questi progressi tecnologici.
Pensandoli e vedendoli anche come processi utili per gli altri (soprattutto in campo medico e sanitario, e a supporto di persone con gravi disabilità o problemi di salute).
Come strumenti utili al miglioramento della qualità della vita.

E confidare forse anche in una cosa: l’assestamento ed il rallentamento della curva di crescita verso un andamento asintotico. Una volta fatto questo “passaggio di stato” (mutuando il termine dalla fisica) verso un nuovo modo.
(Sempre che non sia corretta la previsione di Ray Kurzweil sulla Singolarità Tecnologica.)

Chiudo con un link ad un “articolo speranza”:
Noi umani abbiamo un superpotere. È l’empatia che ci rende eccezionali.

uomo-vitruviano-leonardo-da-vinci

[Immagini tratte da Google Immagini]

Il piacere di fare le cose


Secondo te fare le cose per il gusto di farle, senza avere come scopo (più o meno evidente, più o meno conscio) quello di trarne un business, è così grave?

È così grave non avere piani B, C, D,… X, Y, Z…?

Perché non so tu come sei messo, ma io ero arrivata al punto di non fare più le «cose» (leggere libri, frequentare corsi e conferenze, …) per il solo piacere di farlo (godendo del momento, della esperienza e dell’apprendimento), ma con l’obiettivo (indotto o acquisito, che dir si voglia) di trarne possibili spunti per un business, un piano B… senza riuscire – sistematicamente – a finalizzare nulla (senza cavarne un ragno dal buco, come si suol dire).

Arrivando ad una «indigestione intellettiva», con conseguente nausea di tutto. E grande insoddisfazione. E – come ultimo stadio – frustrazione e curiose forme di auto-lesionismo (leggasi dialogo interno del tipo: «non sei capace, rassegnati»).

Ed in questo ultimo anno molto intenso, grazie a (o «a causa di», come preferisci) un’attività di volontariato che mi ha assorbito nella sua totalità, e che mi ha dato e mi sta dando tanto, dove le cose che ho fatto (e che sto facendo) le ho fatte (e le faccio) per pura passione, ho visto in modo ancor più evidente quanto l’ossessione (e la frustrazione) per il business abbia lavorato molto male su di me.


Può essere che questi ragionamenti siano frutto dell’approssimarsi dei 50 anni (con tutto il bagaglio fisiologico, ormonale e psichico che questo comporta), ma questo è.

E qualche settimana fa, in occasione di un momento nel quale ho detto no ad una cosa perché non ce la facevo a sostenerla (paradossalmente legata all’attività di volontariato che sto facendo), ho pensato e ho percepito un disagio da obbligo e da privazione.

Ho pensato che dovevo fermarmi, ripensare e riprender(mi) tempi, spazi e reali interessi.

Voglio leggere libri per il puro gusto di farlo, voglio tornare a viaggiare per il puro di gusto di farlo, voglio andare ad ascoltare persone per il puro gusto di farlo.

Qualcuno potrebbe dire: «Ma se salta il banco? [leggasi: perdi il lavoro, n.d.r]? Se le cose iniziano ad andare storte? Tu che fai?»

Risposta? Non lo so.

Se dovesse succedere, mi porrò il problema. Ma adesso ho ben poco da farmi venire il mal di testa pensando costantemente al «…e se?…». Non avendo la palla di cristallo, non posso correre il rischio di non godere del ciò che faccio perché bisogna programmare, pianificare, intuire, analizzare…

Perché in questa era ad alta fluidità (concetto caro al compianto Zygmunt Baumann), pregna di paradossi, dove la previsione, la proiezione e la progettazione a media/lunga scadenza è pressoché nulla (è già tanto se riesci ad avere una vaga idea di cosa farai fra un anno), è quasi inutile fare programmi bi-tri-quadri-quinquennali (anche se forse sarebbe necessario…).


E forse questa riflessione si è rinforzata conoscendo ed ascoltando storie di persone che – proprio in questa era ad alta instabilità – si sono licenziate [follia!, si può pensare] perché arrivate al limite, e che si sono messe alla ricerca di altro che desse loro maggiore soddisfazione. Iniettando ulteriore instabilità personale alla già alta instabilità del presente. Ma vedendo anche aprirsi insospettate opportunità.

Forse conviene vivere e coltivare i propri interessi. Quegli interessi che ci arricchiscono come persone.

Che poi – magari – il tuo bagaglio personale si arricchisce inconsapevolmente di strumenti che potrebbero attivare risorse inaspettate in caso di emergenza (ma questa – forse – è un’altra storia).

[Immagini tratte dal web]

Robot e C.

Un paio di giorni fa ho visto scorrere nella timeline di Facebook un video relativo a questo “oggetto”:

Si tratta del “Pizza delivery robot” ideato da Domino’s (catena di pizzerie da asporto).
E’ un “robottino” che consegna a domicilio le pizze, ed è un possibile sostituto (sulla media-lunga distanza) dei ragazzi che sfrecciano sui motorini consegnando pizza.

Il video in questione è stato condiviso dalla pagina Facebook Futurism e rilanciato da alcuni contatti in rete (precisamente Luigi Centenaro, prima, e Sebastiano Zanolli, poi).
(Per dovere di cronaca il video di Futurism è leggermente diverso da quello condiviso qui.)

Si tratta sicuramente di un progetto curioso ed interessante, che mi ha stimolato a fare qualche riflessione e qualche ricerca, facendomi anche ricordare di alcuni progetti di robotica già operativi.

Ma andiamo con ordine.
Il progetto in sé – indubbiamente interessante – per ora mi lascia un po’ perplessa.
Perché?

Immagine tratta dal Guardian
Immagine tratta dal Guardian

Innanzitutto è in fase di sperimentazione in un luogo molto particolare: la Nuova Zelanda.
Che è già territorio di test di servizi online e offline (Facebook sta testando la sua versione business, per esempio).
Credo che questo dipenda da una serie di caratteristiche che la rendono un luogo ideale per questo tipo di attività:

  • rapporto abitanti/superficie = 15,2 ab/kmq (per avere un ordine di grandezza l’Italia ha un rapporto di 201 ab/kmq)
  • numero di abitanti 4.649.700, stima di Top Statistics New Zealand (Milano, da sola, ne conta circa 1.340.000 – Madrid, per esempio, si aggira intorno ai 3.200.000)
  • numero abitanti di Wellington (capitale della Nuova Zelanda e luogo di sperimentazione del “Pizza delivery robot”): circa 425.000.

Numeri che – credo – consentano una migliore gestione dei test e una conseguente più agevole raccolta dei dati.
Quindi ho pensato che da qui ad arrivare a vederli impiegati nelle grandi città, sarà necessario attendere ancora un po’ di tempo.

Ed è stato immediato (per me) il rimando al servizio “Amazon Prime Air” che prevede la consegna dei pacchi a mezzo di droni che atterranno davanti a casa tua.
Sicuramente un progetto affascinante sul quale credo debba essere essere fatta ancora qualche riflessione su variabili comportamentali umane (danneggiamenti accidentali o meno dei mezzi, possibili furti). Ma anche – più semplicemente – sulla circolazione in ambienti dove le variabili sono tante e non totalmente prevedibili (pensiamo al recente incidente di un’auto a guida autonoma avvenuto in un contesto di traffico normale).

https://youtu.be/98BIu9dpwHU

Ve lo immaginate un oggetto simile che plana davanti al vostro condominio, depositando un pacco?
Questa è una ulteriore variabile: la conformazione urbanistica degli insediamenti urbani (non tutti gli insediamenti urbani sono organizzati in villette con giardino).

Il nuovo drone di Amazon Prime Air - foto ©Amazon
Il nuovo drone di Amazon Prime Air – foto ©Amazon

Quindi scenari sicuramente futuristici, evocativi ed accattivanti…
Sul quale si sta lavorando e che credo vadano tagliati su misura e differenziati rispetto agli ambienti nei quali vengono inseriti.

Detto ciò, sono la prima a pensare che i robot e la automazione evoluta troveranno sempre più ampio margine operativo nella nostra quotidianità.

Il video qui sopra mostra i progressi di Atlas, l’ultima generazione di robot della Boston Dynamics.
Abbastanza impressionante, non credete?
(A me ha colpito molto)

Ma senza andare lontano, i “robottini” sono già fra noi.
I robot tuttofare domestici sono una realtà che vedo imminente.

Esistono già i loro antesignani, quali i robot aspirapolvere per esempio.

Il robot Dyson 360 - foto ©Dyson
Il robot Dyson 360 – foto ©Dyson

Ma non solo.
Tempo fa, passando davanti ad un giardino privato, ho visto con la coda dell’occhio un robottino a tre ruote che tagliava l’erba…
Credevo di avere le traveggole, tant’è che sono tornata indietro a guardarlo.
Era lì, che andava avanti ed indietro placido, operoso e silenzioso.

i-robot-tagliaerba_NG2
Foto ©Arredamento.it

E ancora.
In alcuni ospedali, il prelievo e trasporto di farmaci dal magazzino ai reparti è gestito da robot che seguono percorsi precisi su corsie prestabilite.
Così come i loro “colleghi” che trasportano i vassoi.

Un robot porta vassoi - da archivio.gonews.it)
Un robot “ospedaliero” porta vassoi – da archivio.gonews.it

Recente è l’impiego nelle corsie di robot che consentono di visitare i pazienti da remoto: Il robot-Avatar che arriva in corsia e visita i pazienti al posto del medico.

Cric e Croc - ©Corriere
Cric e Croc – ©Corriere

Se ci fate caso, il comune denominatore di tutti questi dispositivi (che sono già una realtà) è che si muovono in ambienti chiusi o – al più – circoscritti.

La mobilità all’aperto – in contesti urbani a più o meno ad alta densità e attività – vede condizioni un po’ diverse.
Valutabili di volta in volta, e da progettare caso per caso.

La strada evolutiva della robotica è rapida ma anche molto lunga e complessa.
I prototipi sono utili per capire e cogliere possibili tendenze che non sempre trovano sbocco (o seguito) nella realtà, ma che possono comunque essere fasi intermedie verso altri oggetti che verranno (Google Glass, insegna: voci di corridoio parlavano di abbandono del progetto, in realtà sta evolvendo – “I Google Glass non sono scomparsi…”)

Nel frattempo, news sui robot e la loro evoluzione si possono seguire anche su questo sito (scoperto scrivendo questo post): Robotica News.

Vi lascio con questo buffissimo video: cagnolino vs robot (di Boston Dynamics)
(Il robot in questo caso è telecomandato…)

https://youtu.be/93B55I8qrGM

[Immagine di copertina tratta da http://www.arstechnica.com]

Vacanze: tempo di riflessioni

Immagine tratta da blog.tagliaerbe.com

Oggi – lunedì 31 agosto 2015 – si può dire che sia l’inizio di un nuovo anno (una data più significativa – almeno per me – di quella tradizionale del 1° gennaio).
Una data che può significare una ripartenza. Un nuovo inizio.
Preceduto da una pausa (una vacanza) più o meno lunga.
Pausa che può essere stata declinata in vari modi: riflessione, svago, …

Per me è stato anche un momento di riflessioni, di bilanci e di pensieri sul futuro.
E proprio in questi giorni di pausa mi è capitato di leggere un po’ di articoli e di post sulle professioni e sul lavoro.

Due mi hanno colpito particolarmente:

  • uno era un’intervista comparsa su Corriere Innovazione di un giovane imprenditore che si lamentava del fatto che non riesce a trovare giovani che vogliono mettersi in gioco (parlava anche di regolare assunzione);
  • il secondo è relativo ad una ricerca su alcune figure professionali legate alla comunicazione digitale (ho scorso la pagina per curiosità, leggendo di competenze dai termini “astrusi” che poi – forse – ridotte all’osso vogliono dire cose molto semplici).

Leggendo questi articoli (ma anche altri contributi) la domanda che mi è sorta spontanea è: ma una persona della mia età [ho 47 anni, n.d.r.], che cerca di capire come il mondo sta cambiando, che cerca di cavalcare come meglio può il cambiamento, che cerca di restare al passo (senza conoscere molti dei termini astrusi che vengono snocciolati come un rosario negli ultimi tempi), che investe tempo-testa-energia per formarsi… ha futuro? Oppure è destinato comunque ad estinguersi (come i dinosauri)?

Se uno si incaponisce nel voler assumere giovani (che non ne vogliono sapere, ammesso che sia così…), perché non prova anche a valutare candidature con età maggiore, che forse hanno più esperienza, e hanno grandi bagagli di competenza che possono mettere a disposizione?

Capisco che la linguistica, ed il suo uso sapiente, possono fare da filtro e da prima scrematura, ma perché non si prova a semplificare il linguaggio in modo da attrarre anche chi ha competenze maturate consapevolmente (o anche inconsapevolmente), facilmente verificabili online (e offline) e può condividere l’esperienza accumulata nel tempo?

Tutto questo (e altro ancora, che mi capita di leggere navigando nel web) mi ha fatto ricordare un annuncio che avevo letto anni fa su “Corriere e Lavoro”.

L’annuncio recitava (più o meno): “Azienda XYZ ricerca per inserimento nel proprio organico laureati in XKW, massimo 27 anni, pluriennale esperienza maturata in ambito YYY, conoscenza X lingue (livello madrelingua), conoscenze informatiche di [elenco di una serie di software], […]“.
Un elenco di svariate conoscenze e competenze oggettivamente impossibili per un laureato da pochi anni.
In sostanza “odorava” di una immensa presa in giro e di scarsissima serietà: veniva voglia di scrivere e chiedere se erano sicuri di quello che avevano pubblicato.

(Senza contare la mia personale esperienza con una nota agenzia di “head hunter”: arrivata mi diedero un questionario da compilare fatto di tante crocette, dopodiché feci un colloquio con due ragazzi che avevano la metà dei miei anni [lui si atteggiava a manager, lei sembrava una velina]. Ricordo che uscita di lì mi domandai cosa prevedeva la loro procedura quando si presentava un manager di 50-55 anni…)

Davanti a questi episodi e a queste letture, ti fai delle serie domande.
Sul tuo futuro, sulla tua professionalità.
Su cosa ti aspetta da qui ai successivi 20 anni di lavoro.

Ed in momenti nei quali la stanchezza si fa sentire, ti capita di dire al babbo (tornando a casa assieme a lui una sera di qualche settimana fa): “Io vado a fare il contadino. Mi sa che è meglio.”
O forse no.

Buona ripresa!

Programmazione Vs. “work in progress”

age-jobs

Qualche mattina fa ti fai questa riflessione (inizio anno, tempo di riflessioni):

[Portate pazienza… è l’età… mia…]
Son sempre qui che scartabello e scrivo, prendo appunti e ragiono attorno agli appunti presi.
E mi domando una cosa: ha ancora senso fare una programmazione a cinque/dieci anni?
Secondo me, no.
O meglio, può avere un senso come idea generale, di massima.
Ma come idea di dettaglio, secondo me, non è più il momento adatto.
Il mondo come lo abbiamo visto fino a ieri non esiste più.
E non ci è consentito programmare con grande dovizia di particolari cosa vuoi essere (o dove vuoi essere) fra “x” anni.
Semplicemente perché questo non è più possibile.
Quella che va bene adesso, fra un anno non va più bene.
(Anche prima magari)

Una riflessione che mi stavo facendo come “Barbara Olivieri”, libero professionista, architetto che lavora in una piccola società di Ingegneria, che continua ad esplorare aree di interesse magari anche (apparentemente?) lontane fra loro alla ricerca di ispirazioni, idee, spunti e punti di contatto inaspettati.
Con la preoccupazione costantemente appollaiata sulla spalla che tutto quello che oggi sto vivendo professionalmente, domattina potrebbe non esserci semplicemente più.

E poi, qualche giorno fa, leggo questo articolo di Luigi Centenaro: “Cinque pezzi facili sul lavoro: 1.The End of the Age of Jobs”.
Leggo all’interno del post di ricerche, analisi, di “bassa” e “alta” competenza.
Cose che, se per un giovane possono generare ansia per il proprio futuro, ad un migrante digitale di 46 anni (io) fanno tremare le ginocchia.
Anche se sei un “migrante digitale” nato professionalmente con la partita IVA, che vive con la partita IVA e che morirà con la partita IVA (senza vedere la pensione…).
(E questo – negli ultimi tempi – mi ha fatto pensare che il miraggio del posto fisso mostrava già segni di declino la bellezza di 20 anni fa, quando mi laureai, e sentirne parlare ancor oggi da ragazze e ragazzi che hanno la metà dei miei – letterlamente – mi fa venire i brividi.)

Ma il post non è scoraggiante.
E’ pragmatico.
Arricchito di dati e utile a farti ragionare.
Tant’è che nel commentarlo su Facebook, e nel confrontarsi con altri interlocutori, mi è venuta una idea.
Che è sempre stata lì, in realtà, ma che avevo accantonato un momento per capire e concentrarmi su altre cose.
E che proprio il giorno prima si era fatta sentire in modo trasversale, mentre pianificavi alcune attività per i prossimi mesi.

Ora sono curiosa di leggere i successivi post di Luigi Centenaro, sui quesiti che chiudono il suo articolo:

Come mi formo per affrontare questo continuo cambiamento e che ruolo avranno le Università?
Come rendo il mio business e la mia vita sostenibile finanziariamente, sia ora che in futuro, in assenza di pensione?
Come mi faccio trovare dal lavoro che non so neppure che esiste e che ruolo avrà il Personal Branding sul dipendente del futuro?
In che modo le organizzazioni dovranno predisporsi per gestire tutto questo?

[Immagini tratte da: Evisors Blog (copertina) – Centenaro.it (articolo) ]

Io sono una astronauta

astronauta“Bello come ci si evolve… e si cambia, per ritornare poi…a fare l’astronauta alla scoperta di nuovi pianeti!”

Ho conosciuto Lucia Perfetti di Chiocciola Blu (Milano) una sera del Toastmasters: il club che frequento ha partecipato ad una serata dimostrativa per patrocinare e lanciare un club in territorio monzese.
Numerosi soci di Milano hanno accettato di buon grado la trasferta per partecipare e mettersi in gioco.
Ma anche numerosi ospiti si sono presentati (persino una amica di Verona) e tra queste c’era proprio Lucia.
Che più tardi mi ha fatto una sorpresa, di portata molto-molto ampia.
E di lunga gittata.

Infatti quando sono tornata a casa, facendo un rapido giro nei social network ho visto la condivisione sul suo profilo della pagina di questo blog intitolata “La mia storia” (dove scrivo che da piccola volevo fare l’astronauta…): nei commenti ai miei ringraziamenti per la condivisione, mi sono meravigliata per la bella ed insolita considerazione che apre questo post.
E’ stata una bella sorpresa che mi ha fatto molto piacere.
Ma siccome sono una ruminante e lenta di assimilazione, i flash di comprensione più ampia posso arrivarmi dopo tanto tempo…
E così è stato anche questa volta.

Dopo una giornata di quelle in cui sei stato un po’ (tanto) giù…
Nel mezzo di una giornata dove diventi ostaggio emotivo di te stesso e fatichi ad uscire da loop emotivi…
In una giornata di quelle dove la “para mentale” diventa una cosa fastidiosissima ed una volta che ne sei uscita, ne compare un’altra e avanti così in una sequenza senza apparente via d’uscita…

Accade che da un angolo del tuo crapino emerga un pensiero, un ricordo, che risale a diverse settimane prima, e si faccia largo – sgomitando – in mezzo ai pensieri bui e deprimenti, fino a diventare chiaro e limpido nella tua testa.
Allora osservi stupefatta questa metafora che ora – sotto un potente spotlight – esplode in un moltitudine di colori.
Dandoti ossigeno.
E in un improvviso flash-back ritorni all’infanzia, ricordando che volevi fare l’astronauta, ricordando che tutti i film di fantascienza che uscivano al cinema erano tuoi (cosa che accade ancora oggi, in misura un pochino inferiore), e la bimba che è in te gioisce (dopo che ha passato qualche giorno ranicchiata in un angolo, triste e sconsolata).

Ma anche l’adulto sorride (con benevolenza).
Sorride perché forse ha trovato un modo diverso per approcciare la quotidianità che non sempre è tutta “ricchi premi e cotillon” (anzi lo è sempre meno).
Ma che se presa nella giusta prospettiva può diventare una sfida esplorativa. Sicuramente non facile, ma comunque esplorativa.
Non a caso la quotidianità viene sempre più definita una “giungla”, ma nella accezione negativa del termine.
Invece così, sforzandoti, facendo anche dei doppi salti mortali carpiati per trovare chiavi di lettura insolite, osando ristrutturazioni linguistiche ardite, cerchi motivi per i quali andare avanti.
Tentando e sforzandoti di leggere la realtà in modo diverso da come la leggi usualmente.

E allora, esplorando, magari riesci a scrollarti di dosso quella pesantissima coperta che ti pesa sulle spalle, deprimendoti.
Riesci a liberarti di quei lacci che ti imbrigliano e ti impediscono di muoverti.
Trovando risorse inaspettate per partire in esplorazione di strade altrettanto inaspettate.
Che possono condurti verso nuovi mondi che non avevi minimamente preso in considerazione, o che ti erano totalmente sconosciuti.
Perché non li vedevi. Semplicemente.

Perché ho scritto tutto questo?
Perché magari può tornare utile a qualcuno che – come me – si ficca in pensieri nefasti e disfattisti, molto ben alimentati da tutto ciò che leggi e vedi.

Coraggio…
Non è una passeggiata, ma se non altro per rispetto nei confronti di te stesso vale la pena tentare.
Rimboccandosi le maniche e partendo in esplorazione.