Negoziazione e Persuasione

2014-03-12 21.46.12 (1)Lo scorso weekend (8-9 marzo) sono stata alla due giorni di Performance Strategies relativa alla Negoziazione e Persuasione.
Un weekend di formazione che ha visto alternarsi sul palco (in ordine di avvicendamento): Sebastiano Zanolli, Emanuele Maria Sacchi e Paul McKenna (quest’ultimo per tutta la giornata di domenica).

E’ stata la mia prima esperienza con Perfomance Strategies e confesso che l’ho affrontato con un po’ di timore dovuto ad un presupposto (al buio) fatto di perplessità verso un mondo della formazione che lavora sugli alti numeri di presenze.
(Abituata come sono a frequentare corsi con circa 30-40 persone massimo in aula)
Per fortuna che ho vinto le resistenze pre-partenza, che mi facevano pensare al weekend come ad un qualcosa di faticoso.
Infatti è andato tutto bene. Com’era d’altronde prevedibile.
Organizzazione perfetta. Aula con postazioni comode. Spazi allestiti in modo che non ci fosse affollamento.

Ma veniamo ai relatori.
Sebastiano Zanolli, che seguo da un paio di anni frequentando i suoi corsi, resta una conferma ed una certezza.
Ha parlato della Gestione dei Conflitti in azienda ed è stata una continua fonte di spunti di approfondimento, nel suo inconfondibile stile dinamico e vulcanico. (Spesso mi succede di non catturare tutti i concetti al momento del suo intervento, ma di vedermeli emergere a distanza di qualche giorno).
La questione dei conflitti mi è particolarmente “cara”, essendo un mio punto debole.
Come persona molto emotiva, spesso mi trovo a doverla gestire in momenti professionali di particolare tensione (ormai quotidiani).
E ascoltandolo ho preso anche consapevolezza del fatto che spesso uso il conflitto come sistema estremo di risoluzione dei problemi… Ossia quando vedo che non se ne esce e le dimensioni dell’“elephant in the room” (citato da Zanolli) assume dimensioni notevoli, mentre le figure coinvolte fanno finta di non vederlo.

Nel pomeriggio di sabato è stata la volta di Emanuele Maria Sacchi, che ha parlato di Negoziazione.
Per me era il relatore-novità, non conoscendolo e non avendolo mai ascoltato prima.
Ed in fase di decisione di iscrizione al corso ero andata a cercare in rete qualcosa su di lui: avevo trovato un video di circa venti minuti, che avevo seguito con attenzione.
Lo stile oratorio e la pacatezza, la misura e la precisione nella esposizione, mi hanno convinto.
L’apertura del suo intervento è stata molto emozionante, catturando l’attenzione di tutta la platea.
Il suo intervento poi è proseguito affrontando ed esaminando le “best practice” negoziali per mediare con il cliente, attraverso un uso accurato e scientifico delle domande.
Ha fatto anche una digressione attorno al networking mirato agli affari, e qui – forse – non mi sono trovata totalmente d’accordo in quanto considero il networking come una attività di relazione e di condivisione. Non riesco a vederlo fatto “in funzione di”.

E domenica è stato il “Paul McKenna Day“.
Grande attesa e curiosità (mia) di voler ascoltare dal vivo la persona della quale ho letto i libri e sperimentato i CD.
E dopo una fase iniziale di “riscaldamento”, nella quale abbiamo anche lavorato parecchio, il gran finale è stato il momento nel quale abbiamo sedimentato e consolidato quanto appreso in tema di Persuasione (la materia da lui trattata). Argomento scottante, visto il significato negativo e manipolatorio che il termine si porta dietro. Infatti McKenna ha sottolineato più volte l’importanza della onestà, della integrità e della verità.
Nonostante il numero elevato di presenze (circa 400), ha condotto il suo workshop in modo magistrale, interagendo col pubblico, facendoci scrivere, muovendosi nell’aula e padroneggiando lo spazio con maestria.
Insomma una conferma della sua fama e moltissimi spunti ed informazioni, tutt’ora in fase di metabolizzazione.

Cosa mi sono portata a casa da questo weekend?
Una folgorazione sulla via di Damasco per quanto riguarda la frase memorabile con la quale presentarsi (stile titolo di giornale). M’è venuto un flash e la frase si è presentata così, pronti via. Ora verifico se affinare le parole per renderla più di effetto… (Ma penso vada bene così)
Un block-notes pieno di appunti che riguarderò fra qualche giorno. Per dare tempo di sedimentare.
Il bagaglio di convinzioni ed informazioni trasmesse da Paul McKenna, che stanno lavorando in profondità.

Qui sotto il video che ho registrato a caldo, alla sera tardi, subito dopo il rientro da Bologna (il volto stanchissimo tradisce l’intensità del weekend; ma ho preferito lasciarlo così con incertezze e difetti): buona visione

“Avere fiducia” di Michela Marzano

719iaV4LKNL._SL1396_Il filosofo Simon Blackburn parla della reliance [il fatto di contare su qualcuno di affidabile, n.d.r.] come di una sorta di base austera della fiducia. L’affidabilità di qualcuno la posso constatare via via che lo frequento e che conosco le sue qualità e le sue competenze. Può progressivamente portarmi a dargli fiducia. Soprattutto, se arrivo a instaurare un vero dialogo con lui e a dichiarargli che mi fido: a partire dal momento in cui dichiaro a qualcuno la mia intenzione di contare su di lui, può sentirsi motivato dalle mie aspettative e impegnarsi in un processo al termine del quale può infine stabilirsi la fiducia reciproca.

Questo è uno dei passaggi del libro di Michela Marzano, “Avere fiducia”, che sono stati (e restano tuttora) illuminanti per me.

Un libro che – dopo una partenza faticosa – è stata una lenta, graduale ed inaspettata discesa in profondità nel concetto di “Fiducia”.
Un libro che esamina non solo la Fiducia da un punto di vista storico, politico e sociologico. Ma che offre anche una vista ed una analisi della Fiducia da un punto di vista psicologico, con citazioni ed esempi tratti da film, libri, saggi e lettere più o meno famose.

Leggendolo ho iniziato a farmi domande:

  • cos’è per me la fiducia?
  • perché mi fido?
  • cosa mi aspetto dal dare fiducia a qualcuno?
  • perché dono la mia fiducia?

Mano a mano che avanzavo nella lettura sentivo (con sorpresa) vibrare sensazioni in profondità, ripercorrevo la mia storia professionale e personale, ricordando episodi nei quali mi sono fidata e ho ricevuto come risposta dei “tradimenti” che hanno marcato e lasciato dei segni.
Provocando di conseguenza, innalzamento di metaforici muri di difesa: più davo valore a certe azioni, e ricevevo sgambetti e coltellate nella schiena, maggiore era la struttura di difesa che innalzavo.

Continuando a progredire nella lettura, riflettevo su ciò che l’autrice scriveva, e macinavo concetti, ritrovandomi e riconoscendomi educata alla “regola del contratto”, “della fiducia in sé a tutti i costi e diffidenza verso gli altri”, del “dare e avere” e di una serie di altre nozioni, prodotto di una storia lunghissima che si perde nei secoli, che hanno plasmato quello che siamo oggi (e che forse inizia – fortunatamente – a vacillare).
Il tutto andando ad innestarsi, più che altro a confrontarsi, con il concetto di “autostima”: una autostima sana, legata alla serenità e alla accettazione di sé.
Un accettazione di sé che si accompagna al rischio di esporsi ed aprirsi verso l’altro.

Libro consigliato!
Da leggere con la chiave di lettura che preferite di più.
Vi soprenderà.
Almeno spero…

Buona lettura.

Avere fiducia in qualcuno non significa che ci si possa appoggiare completamente su di lui o aspettarsi in qualsiasi momento il suo aiuto e il suo sostegno. Avere fiducia è, al contrario, ammettere la possibilità del cambiamento, del tradimento, del capovolgimento.

“Formazione” – ragionamenti attorno al suo significato

Formazione

Sulla Lettura Emotiva e di Formazione, cercando nuovi territori da esplorare.

AGGIORNAMENTO AL 21 DICEMBRE 2013: alcuni testi verranno barrati e altri (aggiunti e/o revisionati) sono evidenziati in corsivo ed in colore blu. Inutile nasconderlo: il passaggio di identità del blog non è semplicissimo e riflettendo ci si può anche rendere conto che le cose possono essere viste da diverse angolazioni e che certe scelte possono essere “scelte di pancia” che non sempre sono buone consigliere…

Tempo di bilanci di fine anno.
E tempo di programmi per l’anno nuovo.
E questo blog non è esente da lavori di adeguamento, affinamento, varie ed eventuali.

Nel post precedente, dedicato alla crescita lenta e spontanea di questo spazio, scrivevo:

Passerei giornate intere a leggere e a scrivere di quello che leggo!
Ma non criticando bensì applicando una sorta di lettura emotiva, dedicando l’attenzione a ciò che mi suscita il leggere qualcosa…

Parlavo di business con il blog e di cose fatte con passione (tipo, proprio, leggere).
Facendo ragionamenti attorno allo scrivere e al riflettere “senza scopo di lucro”, bensì per il piacere di condividere.

E l’espressione “lettura emotiva” ha iniziato a girarmi nella testa con insistenza, assumendo un tono, una accezione, via-via sempre più importante rispetto a quella relativa alla parola “Formazione” (nel significato che do io, ma che credo diamo in tanti).
Parola – quest’ultima – che mi sembra ormai abbia raggiunto livelli di abuso al di là di ogni immaginazione, facendole perdere il suo significato originale.

Infatti ho iniziato a pensare a quei racconti che vengono presentati come “romanzo di formazione“… Dove la parola “formazione” ha un significato di ben altra caratura.
Così ho fatto una ricerca su internet, più precisamente su Wikipedia, e ho letto quanto segue:

Il concetto di formazione ha molteplici significati ed è usato in diverse discipline; il significato deriva da formare da cui dare una forma.

Wikipedia poi prosegue nella enumerazione di vari aspetti nei quali il concetto di formazione si articola e si sviluppa:

  • Aspetto pedagogico: “[…] In ambito pedagogico è un processo complesso di trasferimento di contenuti e metodi per fare acquisire alle persone livelli intellettuali, culturali, emotivi e spirituali sempre maggiori. Il processo formativo studiato dalla pedagogia, in particolare, cerca di ottenere contenuti e metodi di insegnamento propri per l’età evolutiva di riferimento in cui il processo formativo si esplica.[…]”
  • Aspetto scientifico: “[…]La formazione ha un’importanza talmente rilevante che molte università hanno intere facoltà dedicate proprio alla scienza della formazione, dove si studia la materia nel suo complesso. La materia infatti ha attinenza, sia per sé stessa che per i contenuti terzi che è deputata a trasmettere, con l’area tecnico-scientifica, l’area umanistica e l’area di ricerca.[…]”
  • Aspetto filosofico: “[…]La formazione fa parte della nostra vita, della nostra filosofia di pensiero; in ogni momento c’è bisogno della formazione, perché nessuno nasce già con le conoscenze, metà della nostra vita la passiamo a formarci. Tutte le culture più o meno evolute hanno dedicato studi e risorse alla formazione, al passaggio della conoscenza, alla formazione di una coscienza.[…]”
  • Aspetto teologico: “[…] La formazione religiosa in fondo è la formazione dell’anima e il rapporto che si dovrebbe avere con l’essere supremo.[…]”

Non dedica ampie descrizioni, però Ti dà una idea di quali significati si celino dietro questa parola, restituendole un po’ di “nobiltà”.
Infatti – purtroppo – il termine formazione (e la categoria ad esso associato: “formatore”) mi sta diventando sempre più di difficile accettazione: il suo uso (come l’abuso della parola “coach”, impiegata come un inglesismo mirato a trasmettere una [presunta e tutta da verificare] maggiore qualità) fa sì che appena io lo senta nominare, mi faccia scattare un meccanismo di rifiuto (“No! Un altro formatore! No, basta, non se ne può più!”).

Così ho deciso pensato di cambiare anche il motto di questo blog, abbandonando la parola “formazione” e passando ad un neologismo che mette assieme due argomenti che mi sono molto cari: la lettura e le emozioni. Con l’obiettivo di dare vita ad un “progetto” (non ancora ben definito) che sarà oggetto di un post successivo dedicato proprio alla “Lettura Emotiva” e ad una (forse) nuova identità: quella della “lettrice emotiva” (ma anche del lettore emotivo).

Però, dopo avere riflettuto un paio di giorni (dopo avere pubblicato questo post nella giornata del 19 dicembre), e dopo essermi riletta con attenzione la sintesi fornita da Wikipedia, nonché avere scorso i titoli dei libri che ho in programma di leggere, ho pensato: “Ma perché devo rinnegare la parola “formazione”? Perché invece non considerarla nel suo significato più primitivo e pregno di contenuti? Perché non contribuire nel proprio piccolo a ri-nobilitarla, anziché a cancellarla?”.

E allora, marcia indietro! Non rifiuto della parola in sé, piuttosto un contributo per arricchirla, ampliarla, restituendole quella sua interdisciplinarietà volta a formare l’individuo a 360 gradi. Attraverso scienza, filosofia, narrazione di storie, arte, cultura in genere. Senza fossilizzarsi sul significato che il termine “formazione” ha acquisito negli ultimi tempi, legato ad un ambito specifico.

Innestandole sopra le emozioni, che tanto peso hanno nel processo di apprendimento.
Ed intersecandole con le esperienze di vita, fonti di insegnamento anch’esse, ma anche palestra nella quale esercita ciò che si apprende dai libri.

E quindi, ecco il nuovo motto con il quale ho aperto questo post revisionato:

Sulla Lettura Emotiva e di Formazione, cercando nuovi territori da esplorare.

L’unica cosa che mi rammarica (per una mia pignoleria, dovuta ad una questione di congruenza delle informazioni trasmesse e trasferite) è l’impossibilità di cambiare il nome alla pagina Facebook, creata ad-hoc come porta di accesso di questo blog al social network in questione, visibile qui a fianco nella barra laterale.
Purtroppo – per una ragione che mi è totalmente ignota – superati i 200 Like, non è più possibile modificarne il nome.

Pazienza.
Resta un legame con ciò che era prima.
Un ricordo utile.
Da non rinnegare.

Immagine tratta dal sito http://www.novatest.it

“LEGO Story”

61npeUULOjL._SL1500_Lettura agevole, LEGO Story (edito da Egea)…

Diviso in due parti, racconta – nella prima sezione – come è nata e si è sviluppata la Lego, analizzando le colonne portanti della visione del fondatore, illustrata attraverso un determinato tipo di leadership ed una precisa metodologia di lavoro fedele ad un importante punto di vista: quello del bambino. Un punto di vista che prevede non solo uno sforzo cognitivo (come ragiona un bimbo? cosa pensa un bimbo? cosa piace ad un bimbo?), ma che si estende anche ad una dimensione fisica che prevede l’abbassarsi alla loro altezza, arrivando a sedersi a terra per poter meglio osservare quello che loro vedono, e comprendere meglio la loro dinamica comportamentale.

(Mi ha fatto ricordare quando – a Natale – dovevo scegliere i regali per dei bimbi: mancando di fantasia, una volta – in un negozio di giocattoli – mi sono messa ad osservare cosa facevano i bambini, come si comportavano, che giochi guardavano, con cosa interagivano. Fu una vera e propria rivelazione e da allora è diventanto un metodo di riferimento: osservare ed ascoltare.)

Ma nel libro vengono anche evidenziati concetti interessanti (perché  pensati in tempi non sospetti) come l’importanza del restare fedeli alle proprie idee anche quando il successo ti esplode fra le mani, ed il rischio di perdersi per strada è alto (inseguendo la smania di crescere e la bulimia da business): proprio questo principio, questo recupero dell’origine di tutto, è quello che ha consentito il salvataggio della azienda quando stava naufragando.

La LEGO è un’azienda mossa dalle idee, e restare aggrappati a un’idea può essere difficile. […]
Di regola, le aziende non muoiono di fame, ma di costipazione: continuando a espandersi, il marchio perde forza.

Ed emerge anche la visione di grande avanguardia che ha contraddistinto fin da subito il fondatore Oli Kirk Kristiansen ed i suoi eredi (figli e nipoti).
In particolare di Godtfred Kirk Kristiansen sono la redazione di vademecum fondamentali dei requisiti che un giocattolo LEGO deve avere, le dieci regole LEGO, le regole di leadership...

Scritte negli anni ’60, sembrano redatte oggi e non hanno nulla da invidiare a quanto pensato in epoca odierna:

Le dieci regole LEGO:
1) essere persone vere e obiettive
2) essere persone positive e semplici
3) essere economi
4) essere internazionali
5) risvegliare l’entusiasmo
6) incoraggiare l’immaginazione e l’attività
7) tenere presente i “requisiti LEGO”
8) lasciare in secondo piano l’interesse personale
9) tenere d’occhio l’intero processo
10) seguire l’idea di base dell’azienda

E poi:
Fare domande…
Ascoltare…
Proporre…
E attendere i risultati.
E se qualcosa va storto, prenderla con filosofia.
Questo era – in sintesi – un altro dei metodi adottati da Godtfred, nell’approcciarsi ai collaboratori.

lego13Il libro prosegue poi con una seconda parte che è quasi uno spin-off del racconto della LEGO: viene presentata la metodologia LEGO Seriuos Play.
Un metodo di formazione per gruppi e aziende, che utilizza i celebri mattoncini per creare sinergie, esaminare progetti, smuovere la creatività, fare team-building in modo anticonvenzionale.
Sistema inventato dalla LEGO stessa come metodo educativo per manager, si basa sul capovolgimento delle dinamiche normalmente usate: se di solito “si pensa e poi si fa”, qui “si fa e poi si pensa”.
Usando il gioco e la manualità come punti di partenza, di sblocco alla creatività, affrontando solo dopo l’analisi e la codifica tipica dei normali processi di management.
Il metodo viene ben spiegato (forse anche fin troppo), analizzandone i molteplici aspetti di metodica e cognitivi, e spiegando diffusamente le fasi nei quali si articola.

Quello che mi ha un po’ disturbato è stato il dilungarsi di questa seconda parte: in alcuni punti mi è risultata un po’ promozionale.
Con i concetti ripetuti più e più volte.
A mio avviso poteva essere ridotta, a favore di un possibile ampliamento dell’excursus storico dell’azienda.
D’atronde il titolo del libro è “LEGO Story” e l’aspettativa nel lettore può essere di altro tipo, rispetto a quello di illustrazione di un metodo per buona metà del testo.
Potevo capire se il libro fosse stato ad uso interno di un corso universitario o di formazione.
Ma questo è un libro di divulgazione.
Racconta una storia.
O perlomeno il titolo dà l’idea che sia così.

gli-interni-degli-uffici-legoDiciamo che sono rimasta un po’ delusa.
Mi aspettavo un libro diverso.
Diverso nella struttura (e nei contenuti): più spazio, più voce, alla realtà LEGO (anche odierna), visto che si tratta di una azienda menzionata tutt’oggi come tra le più innovative come luogo di lavoro.
Mi aspettavo più colore: so che potrà sembrare strano come commento, ma tra il testo e l’immagine della LEGO che ho nella mia memoria, ho percepito una discrepanza. Credo che tanti di noi hanno davanti agli occhi ricordi di un mare di mattoncini colorati. E proprio i colori sono uno dei punti di forza: squillanti, gioiosi, vitali.
Invece il testo è in bianco e nero. Impostazione seria. Manageriale.
Dissonante – per come l’ho percepito io – rispetto al messaggio aziendale.
Può essere che – trattandosi di un testo ufficioso (non ufficialmente riconosciuto dalla LEGO) – ci siano stati problemi autorizzativi di uso di informazioni ed immagini.
Però resta questo vago senso di incompiuto.
Come una (parziale) occasione persa.

Titolo: LEGO Story
Autori: Mikael Lindholm, Frank Stokholm, Leonardo Previ
Editore: Egea
Costo: €12,75 (versione eBook – €8,99)

Immagine sotto proveniente da http://www.leganerd.com

Le altre immagini sono relative agli uffici della LEGO Danimarca

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“€100 bastano”

100 euro bastano“Trovate il punto di convergenza tra ciò che amate e ciò che la gente è disposta a comprare; ricordate che, probabilmente, avete più di una sola competenza; e unite passione e utilità per costruire una vera impresa, non importa dove finirete a vivere.

Il marketing della vecchia scuola si fonda sulla persuasione, il nuovo marketing si basa sull’invito.

Se ricevete un buon ritorno da persone che non comprano il vostro prodotto, ma vogliono sostenervi in altri modi, siete sulla strada giusta.”

Bel libro quello scritto da Chris Guillebau (titolo originale “The $100 startup”).

Non mi ricordo più come ci sono arrivata…
Me ne hanno parlato, ho incrociato un post su Facebook e da lì sono arrivata al suo sito (alla quale mi sono iscritta per rimanere aggiornata),… Non ricordo.
La velocità del web ha questo difetto: le cose vengono prodotte, pubblicate e macinate dall’utenza ad una velocità formidabile.
Ed io, con l’età, inizio a perdere pezzi per la strada…

Ma, bando alle divagazioni simil-nostalgiche da carta-penna-calamaio e parliamo un po’ di questo bel libro che – per quanto mi riguarda – entra in pompa magna nell’elenco dei “libri mantra” di cui parlavo nel precedente post.

Perché? Che cosa ha questo libro di particolare?

Innanzitutto credo che il libro vada letto in un atteggiamento mentale di apertura, facendo serenamente saltare i propri presupposti e le proprie convinzioni, frutto di retaggi culturali ed educativi che ci vogliono con una professione impostata in un certo modo per tutta la vita: purtroppo – o per fortuna, non so – il mondo non è più così e, che ci piaccia o no, ci si deve adeguare.
Quindi parte del frutto del lavoro che l’autore ha prodotto, rende in base ad un nostro primo passo verso quello che lui ci sta comunicando.

Poi va detto che – secondo me – il libro di Guillebeau incoraggia sin dalle prime pagine.
Ma non lo fa in modo illusorio, da trip motivazionale (dall’effetto limitato), bensì lo fa in modo pragmatico. Mettendo sul tavolo (nero su bianco, sulle pagine del suo libro) casi e storie di persone che ce l’hanno fatta.
E – attenzione! – non solo riguardanti il mercato americano, bensì raccontando storie di attività (startup) che l’autore ha raccolto in giro per il mondo, e quindi calate nelle condizioni di mercato più disparate, a diversi e variegati livelli di difficoltà (ci sono anche la storia di un fotografo del Ghana e di un autista di tuk-tuk a Phnom Penh…).
[Questo per parare eventuali obiezioni di qualcuno che potrebbe dire: “Sì, però…”]

Inoltre il valore aggiunto di questo lavoro (già segnalato da alcune recensioni di lettori che ho trovato su Amazon) è l’onestà nel spiegarti anche che nessuno ti regala niente e che la fatica va comunque fatta, soprattutto in fase iniziale.
Smontando la figura mitologica “dell’imprenditore ramingo” che sta mollemente sdraiato in spiaggia, con il portatile sulle ginocchia, godendosi i trionfi, lavorando stando sdraiato al sole, sorseggiando in drink decorato con ombrellino.
Descrivendo invece il “nomade digitale” come colui che ha saputo inventarsi qualcosa di nuovo (magari scoprendo un oceano blu), che lavora da qualsiasi parte del mondo si trovi, gestendo il tempo in assoluta autonomia e libertà, riconfigurando a suo uso e consumo la sua attività.

Soprattutto avendo ben chiaro in mente che se non sai cosa vuoi, non vai da nessuna parte.

Il libro fornisce anche indicazioni su siti e informazioni utili ad avere spunti e strumenti per avviare la propria attività.
Senza trascurare l’importanza della sintesi e della semplificazione: se riesci a scrivere il tuo piano aziendale in una pagina e a redigere una dichiarazione d’intenti in poche battute, anche il processo di genesi e sviluppo della attività ne trarrà (presumibilmente) beneficio (“tanto i documenti aziendali di cinquanta pagine non li legge nessuno”, recita più o meno l’autore).

Ed una delle raccomandazioni che viene ripresa più e più volte all’interno del libro è quella di iniziare!
Anche se non sei pronto totalmente, anche se non tutta la macchina è a puntino, vai! Parti!
Vinci l’inerzia e mettiti in moto (un po’ come il “pronti, fuoco, mirate”).
Aggiusterai in corso d’opera, via-via, testando sul campo.
(Mi ha fatto ricordare un post che ho trovato qualche tempo fa, relativo alla leggerezza e che potete leggere qui.)

In conclusione penso che “€100 bastano” sia un testo da leggere e rileggere nel mentre si parte, e si muovono i primi passi, con la propria attività.

Tenendo a mente i tre principi fondamentali già elencati in questo post (almeno quelli che ho individuato io… altri magari ne vedranno di diversi…):
Inizia, anche se non tutto è pronto, correggerai la rotta cammin facendo;
Nessuno ti regala niente (occhio ai testi che ti tengono pompato per un po’, facendoti pensare che tutto sia possibile, per poi abbandonarti esaurito l’effetto di breve durata…);
Sano pragmatismo, unito alla passione che ti muove20130820-193309.jpg

Sarò suonata, ma mentre leggevo questo libro – per esempio – mi è venuta l’idea di come riconfigurare questo blog. Non so dove mi porterà, ma una mattina di questa settimana si è accesa la lampadina e ho detto: “Ma sì, proviamo. Vediamo dove andiamo a finire. Iniziamo…”
Ho aperto una pagina collegata su Facebook e sto iniziando a dare una direzione precisa a questo spazio.
“Effetto Guillebeau”? Può essere… Colpetto finale dopo tanto elucubrare errante…

Che dire ancora?
Nulla se non augurare una buona lettura con “€100 bastano”!

“Non avete bisogno del permesso di nessuno per seguire i vostri sogni.

In viaggio per il mondo, mentre incontravo il nostro gruppo di imprenditori per caso, ho sentito una storia dietro l’altra, simili a queste. Più e più volte, ripetevano lo stesso concetto: quando vivete questi momenti, tratteneteli dentro di voi. Vi infonderanno il coraggio e la positività di cui avrete bisogno durante tempi peggiori.”

Il sito di Chris è http://chrisguillebeau.com/
Risorse gratuite su http://100startup.com/
Su Twitter lo trovate in @chrisguillebeau

Titolo: €100 bastano
Autore: Chris Guillebeau
Ed: Ultra – I edizione 2013
Costo: €17,50

[Immagine di copertina tratta da http://www.milionarie.it]

A lezione di Personal Branding e Talento

“Con l’obiettivo di costruire una solida immagine di se.
Con l’obiettivo di non arrestarsi ad un metro dal traguardo.
Con l’obiettivo di abbandonare porti sicuri per conoscere nuove realtà.
Con l’obiettivo di muoversi ed essere nomadi per andare ad imparare da chi ne sa più di me.
Il tutto coi giusti tempi e ritmi, ma senza essere troppo lenti, e fidandosi dell’istinto.
Andiamo incontro al 2012…” [appunti dalla Timeline di Facebook – 21 dicembre 2011]

La riflessione che ho riportato qui sopra, scritta alla fine del 2011, rappresenta la traccia che spero di perseguire in questo 2012 (annusando la rete e restando ricettiva alle proposte che – confido – di incrociare lungo il corso dell’anno), con l’obiettivo di mantenere aperto un percorso di formazione permanente, che esuli da corsi di specializzazione meramente tecnici.

La partenza è decisamente ottima: ho ascoltato Massimo Lumiera in una Master Lecture di Casa Imbastita Campus (e venerdì prossimo parteciperò alla presentazione della nuova sede del Piemonte) e sabato scorso sono andata a Villafranca di Verona, ad ascoltare Sebastiano Zanolli sul Personal Branding (nella cornice del bellissimo Museo Nicolis).

Avevo già avuto modo di ascoltare Sebastiano per mezza giornata durante un corso residenziale a Livorno, restando con la necessità di voler sapere di più (troppo poco tempo con troppa carne al fuoco). E ho colto l’occasione di questa giornata di formazione per tornare ad ascoltarlo, per imparare qualcosa di più che uscisse dai confini del digitale (di cui avevo ascoltato da Luigi Centenaro in un Coaching Lab).

E’ stata una giornata ricca di spunti e riflessioni.

Museo Nicolis - Immagine tratta dal sito www.gardalake.com
Immagine tratta dal sito www.gardalake.com

Sebastiano ha condiviso idee su come procedere nella costruzione del proprio Brand, suggerendo trucchi del mestiere, domande strategiche da porsi ed indicando quali possono essere gli errori più comuni nei quali si rischia di scivolare.

La presenza di Simone Ardoino di Creare Passaparola, è stata occasione per un rapido excursus sui social network più comuni (fonte e porta di accesso ad infinite possibilità, avendo cura di ciò che si condivide…).

Insieme ad un gruppo variegato di persone (provenienti dagli ambiti professionali più disparati: dal web, al tecnico, all’assicurativo, al design, alla moda,…), si è ragionato, si sono condivise esperienze lavorative e abbiamo acquisito tutti qualche strumento in più, da mettere nella nostra cassetta degli attrezzi e da utilizzare per costruire qualcosa di nuovo o di diverso.

Ed oggi, riflettendo sull’esperienza vissuta, ho pensato che un fondamento importante da tenere presente, la base di partenza, è comunque essere sé stessi (con le proprie caratteristiche che ci distinguono dagli altri, le nostre unicità, i nostri valori), essere congruenti (pensare ciò che si fa e fare ciò che si pensa), ascoltarsi ed apprezzarsi per quello che si è (nelle innumerevoli sfaccettature create dalla nostra esperienza).

Perchè sì, va bene, imparare tecniche di costruzione e affinamento del proprio Brand (inteso come persona fisica). Va bene, costruire a tavolino la “gioiosa macchina da guerra”. E va bene, imparare le tecniche di estrazione del proprio talento.

Ma quello che ci distingue dagli altri è la nostra unicità: tutto un bagaglio di esperienze professionali e non, che – stratificandosi – ci hanno formato e ci hanno reso unici. Secondo me questo costituisce le fondamenta per scovare i nostri talenti e costruire il proprio autentico Personal Branding (non frutto di idee e spunti “altri”).

Perché se non c’è questo lavoro di partenza (e si costruisce un brand personale a tavolino, senza fare tesoro del proprio bagaglio culturale), è come se si iniziasse a costruire una casa dal tetto (oltre che risultare poco credibili), con risultati insoddisfacenti.

Immagine tratta da Viadeo Blog

“Dovresti tornare a guidare il camion, Elvis”

…il pessimismo non aiuta, comunque vada a finire. Avere un sano scetticismo è molto differente dall’essere pessimisti.

Un paio di giorni fa ho finito di leggere (a tempi di record) il libro di Sebastiano Zanolli. Letto in sequenza (praticamente insieme) con il suo precedente lavoro “Io, società a responsabilità illimitata” (come suggerito da Pierangelo Raffini nel suo post), non sono in grado di ricordarmi cosa c’è scritto in uno e cosa nell’altro, costituendo entrambi (almeno per me) un unico discorso.

Però a livello emotivo sono stata molto coinvolta da “Dovresti tornare a guidare il camion, Elvis”; forse perchè con il precedente ho “scaldato i motori”, entrando con la testa nel suo modo di scrivere (sono stati i primi libri suoi che ho letto), e/o forse perchè l’ultimo lavoro è andato a toccare delle corde particolarmente sensibili, attraverso una sequenza di pensieri e riflessioni messi nero su bianco.

Infatti rispetto ad altri autori, Sebastiano ha un modo di scrivere particolare: ogni frase è a capo, come un pensiero ben distinto ma – contemporaneamente – ben legato alle altre riflessioni che seguono e che precedono.

La mia personalissima impressione è stata quelle di leggere un blocco di appunti scritto da un amico, ricchissimo di spunti (tante le citazioni di autori e testi), da cui poter partire con riflessioni e ricerche personali, come in un sistema “ad albero”, le cui radici, ed il cui tronco, sono rappresentati dal suo lavoro.

Una sequenza (una “mitragliata”) di suggerimenti e di robuste iniezioni di fiducia in se stessi e nelle proprie capacità (anche se il coro delle sirene e dei pessimisti attorno a te dice esattamente il contrario).

Una fonte inesauribile di stimoli per trovare l’ispirazione nella ricerca dei propri talenti e della forza che ognuno di noi ha (magari seppellita sotto notevoli sovrastrutture dis-funzionali e/o messa a tacere dalla cacofonia disfattista).

Un libro da rileggere ogni volta che se ne senta la necessità, grazie anche alla sua agilità, sinteticità e semplicità (tre caratteristiche non da poco in un mondo come quello di oggi, pieno di individui che amano parlare e parlarsi addosso fino allo sfinimento dell’interlocutore).

Un testo scritto da una persona che lavora (“un manager atipico”, come descritto nel retro di copertina), appassionato di formazione e di autoformazione. E proprio per questo in grado di sintetizzare, fondere e concretizzare questi mondi tra loro, a volte, scollati.

Una persona, che grazie a quello che è e che fa è riuscito a trovare il suo filo rosso che tutto lega: una ricerca che spetta a ciascuno di noi, anche per tentativi ed errori perché non siamo infallibili e non dobbiamo avere paura di sbagliare.

[Immagine in evidenza ©www.yorick-photography.com]

I Master e gli alti costi di formazione

Qualche giorno fa ho ricevuto una newsletter che annuncia la presentazione di un MBA (Master of  Business Administration) serale, della durata di 20 mesi. I costi indicati sono:

  • 26.000 Euro (per il singolo),
  • 30.000 Euro (per l’azienda).

E lo slogan di presentazione focalizza l’attenzione sulla “forte motivazione alla crescita”.

Dire che ho alzato un sopracciglio, leggendo la presentazione, è dire poco. Infatti – slogan a parte – quello che a me è balzato immediatamente all’occhio è il costo: facendo un rapidissimo calcolo (senza l’ausilio di una calcolatrice scientifica), 26.000 Euro diviso 20 mesi fa la bellezza di 1.300 Euro/mese.

E si parla di costo di investimento di formazione del singolo individuo, quindi non supportato dall’azienda (che si accollerebbe il costo della formazione del proprio dipendente, sul quale vuole investire risorse per la sua crescita professionale).

Conoscendo un po’ l’ambiente della libera professione, ascoltando colleghi e informandomi in giro, mi domando chi possa accollarsi come individuo un corso il cui costo equivale quasi al compenso medio mensile che il professionista si porta a casa (de-tassato e sulla base di una media fatta di alti e bassi che il libero mercato quotidiano genera). Inoltre mi domando chi – come libero professionista – abbia questa cifra da investire se ha anche una famiglia da mantenere.

(Questa riflessione mi fa ricordare una chiacchierata con un collega in merito alle quote associative di alcuni enti normatori, ed i costi proibitivi delle norme tecniche vendute a peso d’oro; norme che dovrebbero essere di pubblica consultazione, anche on-line senza costringerti ad andare nelle loro sedi a consultare le copie cartacee con una discreta perdita di tempo).

Invece la domanda polemica che mi sorge spontanea è: possibile che per alzare il livello di professionalità (presunto) del corso, lo si debba fare pagare così tanto, selezionando l’utenza (non necessariamente intelligente solo perchè economicamente dotata)?

Sicuramente c’è l’intenzione (più che legittima, per carità!) di fare una sorta di selezione sulla utenza; ma i pianificatori di questi programmi di formazione sono sicuri di attrarre persone realmente brillanti? Non è detto che queste figure professionali sopra la media e dotate di reale voglia di crescere e formarsi, siano in grado di sopportare un impegno economico simile.

Inoltre – a mio avviso – nell’ambito della formazione (un diritto/dovere di tutti) il costo non dovrebbe avere un rapporto di crescita esponenziale con la qualità (maggiore costo – maggiore qualità [presunta]). Presenza di relatori prestigiosi e non.

Mi sembra una visione un po’ ottusa e forzatamente esclusivista della realtà.

Vuoi formare gente veramente in gamba? Fai un test di ammissione, selezionando la gente sulla loro reale capacità e motivazione, e fai pagare il giusto, supportando con finanziamenti ad-hoc se fosse necessario.

Mi ricordo i racconti di mio padre sui ragazzotti imbevuti di Master: arrivavano un azienda – pieni di sè e di tabelle e nozioni astratte (siamo sempre lì…) – e si scontravano con la dura realtà della giungla quotidiana da affrontare, crollando miseramente davanti alla prima oggettiva difficoltà da gestire e risolvere.

Più vado avanti (e di corsi di formazione ne ho fatti tanti anche io, non lo nascondo, ma non di questo tipo ed entità economica) più mi rendo conto che la formazione sul campo, resta l’unica valida alternativa a questa presunta formazione d’elite.

Inoltre ben venga la formazione da autodidatta supportata da validi testi, facilmente reperibili sul mercato.

Coaching e Management

Il viaggio con il Coaching Lab continua e venerdì scorso è stata la volta di Patrizia Belotti, che ha tenuto un laboratorio sul sistema dei Valori applicati all’ambiente aziendale.

Avevo già avuto modo di vedere Patrizia in azione e l’avevo trovata molto brava: efficace, vivace e capace di trasmetterti la passione per il Coaching.

Questa lezione è stata una conferma della sua bravura e della sua professionalità, ed è stata anche una importante occasione di ascolto ed apprendimento di come il Management si fonde con il Coaching e come – viceversa – il Coaching può apportare una marcia in più, una performance di qualità, nel Management.

Era esattamente ciò che volevo sentire.

Infatti è molto tempo che mi interessa l’argomento del Management (Project Management e affini): quello che mi ha sempre frenato è stato l’osservare montagne di tabelle e di equazioni complesse che – se le comprendi – aumentano in modo esponenziale la tua autostima; se non le comprendi, sono un deterrente nell’affrontare e assimilare la materia.

Senza contare la personalissima opinione che ho nei confronti delle tabelle e della classificazione spinta: si finisce muovendosi secondo griglie rigidissime, inquadrando tutto in categorie molto precise, senza prendere nelle dovute considerazioni la variabile “essere umano”, difficilmente incasellabile.

Invece ascoltare da chi, come Patrizia, sul campo ha la possibilità di portare la sua esperienza pluriennale nel Coaching in una azienda quotata in borsa, fa la differenza e fornisce molti spunti di riflessione.

Mi ha anche colpito il concetto di multidisciplinarietà. Questa idea a me particolarmente cara, è stato oggetto di mie profonde riflessioni negli ultimi tempi: la mia formazione accademica, unita alle mie esperienze professionali e ai miei interessi personali (compreso il Coaching e la PNL negli ultimi anni), hanno generato non pochi dubbi sul mio passato, presente e futuro.

Spesso, nell’ambiente in cui lavoro, la multidisciplinarietà e la trasversalità della formazione sono visti come un impedimento allo sviluppo professionale e fonte di scarsa credibilità (secondo quanto da me inteso e percepito). Negli ultimi tempi ho pensato che una figura professionale “ibrida” come la mia possa avere difficoltà di ricollocazione e/o di crescita. Il concetto che ho assorbito dall’ambiente circostante è stato: specializzazione. “Fai una cosa e falla bene, sii uno specialista.”

In questo Laboratorio invece il concetto trasmesso è stato diametralmente l’opposto.

Il messaggio importante che è passato è che la formazione dei partecipanti (chi avvocato, chi fisioterapista, chi architetto, ecc. ecc.), riuniti nella stessa aula, deve essere un valore aggiunto da portare nel Coaching e/o il Coaching stesso diventa una qualità distintiva della formazione e professione attuale.

Assume importanza fondamentale la polidisciplinarietà ad evitare la auto-referenzialità, tipica di chi parla sempre dello stesso argomento (nello specifico leggasi Crescita Personale), raccontandosela all’interno di un gruppo che parla sempre degli stessi argomenti, perdendo il contatto con la quotidianità e con quello di interessante che c’è la fuori nel mondo.

Per me questo è stato un messaggio molto importante, che va ad incardinarsi in una riflessione che mi facevo qualche giorno prima e che ho postato sulla bacheca di Facebook:

Devo trovare il filo rosso che lega tutti gli interessi che coltivo sul web… Sembro polverizzata sulla rete, non monotematica, e non so se sono dispersiva oppure se inconsciamente seguo un filo rosso che non vedo a livello conscio (ma che c’è).

La risposta di uno dei miei contatti, Helga Ogliari, illuminante, è stata:

beh al massimo se proprio non trovi il filo puoi giocarti la carta “bottega del Verrocchio

La voglia e la curiosità di interesse in Arte, Architettura, Tecnologia, Coaching, …, è ripartita.

Per diletto, per passione e per arricchimento.

Il lavoro da fare ora è trovare la chiave per rendere il tutto funzionale anche alla crescita professionale, consentendo una progressione ed un miglioramento.

[L’immagine in evidenza è tratta dal sito La dolce vita – ritrae una Wunderkammer (stanza delle meraviglie), molto comune nell’alta borghesia dei secoli passati. Raccoglieva gli oggetti più disparati ed esotici raccolti dal proprietario nei suoi viaggi e rappresentanti i suoi interessi.]