Piccole cose [Flash post]

Buongiorno!
È domenica mattina e sono le 8.26.

Sto scrivendo queste righe dallo smartphone.
(Nota: ogni volta che nel titolo compare la scritta “[Flash post]” indica che sto scrivendo e pubblicando da mobile, così… per giustificare eventuali sbavature nella impaginazione.)

Sto scrivendo queste righe dopo che tra venerdì e sabato, ho trascorso un paio di giorni mogi.

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E ieri mattina (sabato) la giornata era iniziata storta.
Assai storta.
E senza alcun motivo.

Non so se capita anche a voi, ma ci sono delle volte che io non mi sopporto proprio: sono rognosa, antipatica, lamentosa e depressa.
Senza nessun motivo (apparente).

Allora ieri – ad un certo punto – mi sono detta: “Ok, Barbara. Adesso la finisci qui. E mi elenchi qui ed ora cosa è andato bene questa settimana. Vediamo cosa riesci a produrre, oltre all’insopportabile lamento.”

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Così mi sono messa a fare un elenco delle cose, calendario alla mano.
(Sì, insomma… quelle cose che ti fanno fare per ri-prendere consapevolezza della bontà – anche piccola – che incroci ogni giorno e che non vedi perché preso dal pessimismo martellante che ti circonda.)

Ebbene, tento un elenco anche qui… magari può essere di ispirazione (utile suona meglio) per qualcuno per cercare le cose belle (anche piccole) che viviamo ogni giorno e che diamo per scontate…

Una domenica sera in compagnia di cari e vecchi amici, parlando di serie TV, di bimbi (una coppia aspetta un pargolo), di vita, semplicemente stando assieme.

Il tepore della casa rientrando alla sera un po’ infreddoliti.

Il piacere di leggere un libro nel mentre si va in ufficio (e si torna) in treno, assaporando questi momenti di tranquillità. (Grazie Carina Fisicaro per avermelo fatto ricordare.)

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Il riuscire a portare a termine (non senza scivoloni ed un po’ di fatica) una telefonata in inglese (constatando che sei arrugginita sì, ma meno peggio di quanto ti prefiguravi nella testa).

Il cogliere l’opportunità di partecipare ad un test di una App sui libri. Ricompensa? Un libro cartaceo della tua libreria preferita.

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Foto tratta dalla pagina Facebook di TwoReads (http://blog.tworeads.com/)

Non sono cose roboanti.
Sono tante piccole cose.
Però, se viste ed ascoltate, sono in grado di dare un supporto positivo a giornate che possono scorrere sempre uguali e/o possono essere portatrici di preoccupazioni.

Potrà sembrare un post banale (per chi è abituato a leggere cose motivazionali alla “ye-ye branzo!”).
Ma forse la banalità nasconde delle cose interessanti e sottovalutate…

Buona domenica.

sabato
La foto qui sopra è un collage che ho pubblicato ieri su Instagram e che riassumeva l’andamento del sabato, partito storto e raddrizzato in corsa.

 

 

[La foto qui sopra è un collage che ho pubblicato ieri su Instagram e che riassumeva l’andamento del sabato, partito storto e raddrizzato in corsa.]

Tempo e gestione del tempo [Flash post]

2015-02-04 07.27.36 (1)Considerazione mattutina, davanti al caffè, riflettendo sulla giornata di ieri, e pensando a quella che mi attende oggi…

Tempo.
Gestione del tempo.
Gestione di diverse attività più o meno in contemporanea.

E osservavo che in questi ultimi tempi sembra che sia “di gran moda” criticare il multitasking.
Pare che il multitasking non esista e/o non sia percorribile.
(Sicuramente perseguirlo non è proprio balsamico per la nostra sanità mentale.)

Si leggono fior-fiore di articoli scritti da eccellenti penne (studiosi, scienziati, filosofi…): tutti a contestare la veridicità della teoria del multitasking, tutti a dipingerne e tratteggiarne i tratti e gli effetti più falsi e nefasti.
(Qui un interessante articolo dall’eccellente blog Nuovo e Utile, ma se cercate in rete, trovate tantissime altre fonti)
L’obiettivo primario è smontare il “multitasking” inteso come conduzione di più attività in parallelo.

Ok. Ve bene.
Prendiamo per buone queste considerazioni partendo dall’accezione che fare più cose contemporaneamente non è possibile o comunque è altamente sconsigliabile.

Ebbene posso dire una cosa?
Sbaglierò, ma penso che questa inversione di tendenza porti con sé un errore di interpretazione interessante.
Su cui ci si può fare qualche riflessione aggiuntiva.
(Magari da perfetti profani che però vivono il tempo in un certo modo.)

Perché?
Pensate agli slot di tempo.
Pensate alla loro durata.
Pensateci un secondo.

E ripercorrete con la memoria la vostra giornata tipo.

Ebbene, non so voi, ma i miei slot di tempo sono scesi da 8 ore a 4 per alcune attività, a 1 ora per altre attività e a 30 minuti per ulteriori attività.
Attività che non sono necessariamente legate fra loro. Anzi.

Ecco che quindi, secondo me, il multitasking non è morto.
Gode di eccellente salute.
Ha semplicemente cambiato volto.
Oppure… è sempre stato così.
Solo che non è mai stato visto sotto questo aspetto…

Non so. Mi piacerebbe sentire qualche altro parere. Condiviso da persone che vivono le giornate suddivise in slot compressi e che fanno molteplici attività non collegate tra loro.
Perché secondo me il multitasking è lì. Che ostenta una eccellente forma “fisica”.

Buona giornata stratificata…

Sui Piani B e i Fili Rossi

A volte ritornano…
E sa la vita va considerata un costante “work in progress”, ebbene eccomi daccapo qui a dissertare del futuro e a cercare il nesso di tutto.

A volte si tratta di “riflessioni sul senso della vita” (e con l’età che avanza, le riflessioni di questo tipo proliferano che è ‘na meraviglia).
Altre volte sono riflessioni di altro tipo, come questa qui sotto, che fu preceduta da un pesante smottamento accaduto qualche giorno prima che (mi) aveva presentato il problema davanti al naso in tutta la sua (pseudo)urgenza…

Chi mi conosce sa i parti (nel senso di travagli) che ho attraversato in questi mesi (e forse anni).
Ha visto tutti i fili rossi che ho tracciato, sicura che fosse la volta buona, e poi gettato via.
Chi mi ha seguito e accompagnato più da vicino, si è sorbito le mie riflessioni in avvitamento senza fine. E mi ha visto montare e smontare idee senza soluzione di continuità.
Credo che alcuni vedessero già quello che io sto iniziando a vedere solo adesso. Tentavano di dirmelo ma – zuccona come sono – rifiutavo consigli e suggerimenti.
Poi l’oggetto delle mie attenzioni, nel suo aspetto macro e quasi proteiforme, è stato rigirato di sotto in su decine di volte. Generando idee che duravano il tempo di un batter di ciglia.
Non ero mai convinta.
C’era sempre qualcosa che non andava.
Ora forse l’ennesima idea che mi è venuta (semplice e banale) pare sia abbastanza solida.
Mi sono ritrovata a scriverla in una manciata di minuti, senza incertezze.
L’ho riletta in questi giorni una marea di volte. E più la leggevo, più mi convincevo avesse un senso.
Stavolta pare stia in piedi.
Pare faccia confluire in sé tutta quella maledetta frammentazione e trasversalità che costituiscono il mio background (ed anche un po’ la mia condanna).
Pare si agganci ad un sogno che avevo condiviso su Facebook diversi mesi fa.
E la cosa assurda è che la chiave di volta è stato questo libro [“Detto, fatto!”, n.d.r.], che mi ha fatto scrivere e programmare e sfoltire a più non posso.
Che mi ha fatto riorganizzare persino le categorie del blog.
Che mi ha fatto individuare aree precise su cui concentrarmi.
Mancava solo una “nominalizzazione”, che è una di quelle cose che mi fa ammattire e contemporaneamente venire l’orticaria.
Ora c’è anche quella: c’è l’etichetta. [E che “Book Advisor” sia…, con tanto di hasthatg #bookadvisor, con buona pace della mia refrattarietà agli anglicismi…, n.d.r.]
C’è una definizione sulla quale ci ho ruminato per giorni, alla ricerca di un termine efficace.
Adesso c’è qualcosa su cui lavorare.
C’è uno scopo.
C’è una idea.
C’è una traccia.
C’è un progetto di massima su cui rimboccarsi le maniche.
C’è una strada su cui iniziare a camminare.
E qualunque sia l’esito, è ossigeno.
È qualcosa in cui credere.
Sperando che non sia l’ennesimo fuoco di paglia.

BloGEbbene, queste considerazioni le avevo scritte qualche giorno fa, nel mentre leggevo l’apparentemente innocuo libro citato.
Un libro pratico, molto pratico. Per niente spirituale, giuro!
Ma che probabilmente è arrivato al momento buono…
Infatti mi sono scoperta a scrivere, scrivere e – ancora – scrivere su taccuini. (Come scrivevo poco sopra)
A programmare, a mettere in evidenza le cose da fare e a tracciare obiettivi.

Forse lo stato mentale (ed emotivo) nel quale mi trovavo ha favorito questo “brainstorming” interiore.
E ha messo in fila una serie di cose con una naturalezza che ha dell’incredibile (per me… abituata ad intorcinamenti mentali senza fine).
E pare che tutto abbia trovato un senso. Sul serio stavolta.
[Forse…]

E allora si prova (seriamente) a mutare.
Ma forse di più, a finalizzare.

Si riorganizza il blog: si ottimizzano le categorie, si cambia il motto (in fase di test…), si cambiano i colori…
Senza distruggere e cancellare, bensì solo aggiustando, smussando e guardando le cose da un punto di vista diverso.
Anche attraverso una modifica “fisica” di un piccolo blog…

Vediamo se questa volta è quella buona…

Intuito e Istinto

IntuitoSono alle battute finali del libro di David Allen “Detto, fatto!” e – leggendolo ieri sera – mi ha colpito questa frase:

“Fidarsi del proprio intuito è una raffinata forma di libertà che rende ancora più produttivi.”

Ora, fatto salvo che si tratta di un libro che mi genera qualche perplessità per la sua perorazione della causa di una programmazione sin troppo approfondita (fino ad arrivare a darti indicazioni su cosa usare per programmare/organizzare, quali oggetti e dispositivi, in una sorta di “ABCedario della programmazione”) andando poi in leggero contrasto con una trattazione su obiettivi più alti, si tratta comunque di un testo interessante (che mi sta facendo fare riflessioni su cosa faccio e come sono organizzata, costringendomi – positivamente – a scrivere e ragionare sulle tante cose che galleggiano nella mia testa in forma di “cose da fare” e “idee”)…
Ma non è questo l’oggetto del post di oggi.

Piuttosto è proprio il concetto di “intuito” che mi ha fatto riflettere stamattina, mentre andavo a prendere il treno.
“Intuito” che spesso confondo e fondo con il concetto – a me tanto caro – di “istinto”.

E per non saper né leggere, né scrivere (come si suol dire), ho provato a formulare un significato personale dei due termini.
Così, senza guardare nessun dizionario, ho pensato che…

“Istinto” è qualcosa di primordiale – qualcosa che può anche essere definito come “sensazione di pancia”. Quella cosa che si agita in profondità e che io associo spesso con il cervello “rettiliano”. Che ti fa essere vigile in modo quasi “animale” e ti fa reagire rapido, se e quando necessario, in modalità binaria (“attacco o fuga” declinata in modi diversi, a seconda delle situazioni).

L’“Intuito” invece è qualcosa di più evoluto.
Come se fosse un istinto più razionale.
In grado di calcolare e non solo di sentire a livello pancia.
Più lento rispetto all’istinto, ma più sofisticato, e comunque più veloce del ragionamento.
E supportato da una struttura educativa fatta di esperienze, razionalità, acculturamento che vanno a costituire un substrato utile al suo esercizio e affinamento.

Non credo di essere andata molto lontana se – curiosando sul dizionario online della Treccani – ho trovato queste definizioni:

intùito s. m. [dal lat. intuĭtus -us «l’atto di guardare o di vedere dentro», der. di intueri: v. intuire]. – L’atto e la facoltà di intuire; è più generico di intuizione (di cui non ha i sign. specifici) e indica piuttosto la conoscenza rapida e chiara, e più spesso la capacità di avvertire, comprendere e valutare con immediatezza un fatto, una situazione (talora anche un’intelligenza pronta, acuta): capire a i., d’i. o per i., per improvviso i.; avere i., un i. pronto, sicuro; col suo i., si rese subito conto del pericolo; un giocatore di scacchi di grande intuito. Specificando: essere dotato d’i.pratico, d’i. psicologico; col suo i. di poliziotto, capì immediatamente lo scopo di quella mossa.

istinto s. m. [dal lat. instinctus -us, der. di instinguĕre «eccitare»]. –
1. In senso stretto, impulso, tendenza innata che provoca negli animali e nell’uomo comportamenti che consistono in risposte o reazioni caratteristiche, sostanzialmente fisse e immediate, a determinate situazioni; in partic., nell’uomo, ogni propensione naturale che, anche in contrasto con la ragione, spinga gli individui a compiere atti o a seguire comportamenti proprî di tutta la specie umana, eventualmente comuni ad altre specie: l’i. della conservazione; l’i. materno; l’i. sessuale; seguire, frenare,vincere l’i. o i proprî i.; cedere, ubbidire, resistere agli istinti. In etologia, il termine è passato a indicare l’insieme di quei comportamenti altamente specifici ed ereditarî, organizzati in sequenze ordinate (in parte modificabili attraverso l’apprendimento), che, scatenati e indirizzati da stimoli interni o esterni, hanno come fine immediato la rimozione di una tensione somatica o di uno stato di eccitazione, e concorrono alla conservazione dell’individuo o della specie. In psicologia, schema di comportamento biologicamente determinato, orientato a determinati fini e relativamente poco suscettibile di variazioni individuali, talvolta di elevata complessità, e caratterizzato da specifiche correlazioni interindividuali e ambientali; in psicanalisi il termine è usato talvolta come sinon. di pulsione (come per es. nella locuz. i. di morte).
2. Con sign. più ampio, nel linguaggio com., inclinazione, disposizione innata dell’animo, indole, temperamento, natura particolare di un individuo: avere buoni,cattivi i.; i. nobile, volgare; un uomo di i. animaleschi; è generoso per istinto; o, in relazione a determinati atti e comportamenti, impulso naturale, movimento spontaneo dell’animo, indipendente dalla ragione e dalla volontà: seguire l’i. del cuore; agire d’istinto; fare qualcosa per istinto o come per istinto, senza l’intervento della riflessione. Talora con sign. affine a intùito: avere l’i. degli affari,l’i. del poliziotto; col suo i. di vecchio mercante non poteva ingannarsi.
3. Raro, con il primo sign. ma riferito anche alle cose inanimate: Tutte nature … si muovono a diversi porti Per lo gran mar de l’essere, e ciascuna Con istinto a lei dato che la porti. Questi ne porta il foco inver’ la luna; Questi ne’ cor mortali è permotore; Questi la terra in sé stringe e aduna (Dante).

Poi se si vuole approfondire, anche Wikipedia fornisce interessanti informazioni a riguardo:

“[…] All’intuizione Bergson attribuiva la possibilità più istintiva e genuina di portare a soluzione ogni problema, essendo capace di andare al di là della rigidità materiale del pensiero razionale. Secondo Carl Gustav Jung, l’intuizione è un processo di intervento dell’inconscio con cui la mente riesce a percepire i modelli della realtà nascosti dietro i fatti.” – Sull’Intuito/Intuizione

“[…]Secondo Konrad Lorenz l’istinto è come una grande forza all’interno dell’organismo che deve incanalarsi da qualche parte.” – Sull’Istinto

Sono proprio libere dissertazioni che nascono inaspettatamente, leggendo una frase che ti fa accendere la lampadina e ti fa partire con ragionamenti a ruota libera privi di un perché…

Crescere

nodoCrescere costa fatica.
Fatica nel superare dei nodi parecchio intricati.
Ci sono appena passata e non è stato facile.

Non è stata la prima volta e non sarà neanche l’ultima: la vita personale e quella professionale (ormai strettamente interlacciate tra loro) sono costellate di questi nodi.

Però – come aveva anticipato una amica – una volta che sei dall’altra parte, che hai superato questi nodi (sciogliendoli con più o meno fatica), stai meglio e tutto ricomincia a scorrere in modo più fluido.
Molte cose piano-piano si riposizionano secondo una nuova configurazione di equilibrio.

Sì certo, quando sei dentro la fase di transizione, tutto è difficile.
Sei dentro una grossa turbolenza con i pensieri che schizzano da una parte all’altra come delle palline in un flipper impazzito.
Le emozioni si fanno sentire in modo sgradevole, togliendoti lucidità mentale.

E costa…
Costa sudore e lacrime. Alcune anche amare.

Però…

Però devi tenere duro.
Devi stringere i denti.
Devi farti coraggio e fare anche il lavoro sporco: guardare in faccia i tuoi demoni, le tue paure, immergerti nella “palta” dei brutti pensieri e starci, fronteggiandoli.

E poi magari devi anche scegliere.
Certo.

Però…
Però devi sempre-sempre-sempre ricordarti (con l’ultimo barlume di lucidità mentale che mantieni nel mezzo del caos e delle pressioni) che queste fasi di mutazione hanno una fine. Un termine.
E che quando sarai di là, sarai migliore e – comunque sia – avrai imparato delle cose nuove.

Sarà diverso.
Sicuramente più funzionale.
E – per come la vedo io – il “più funzionale” porta sempre qualcosa di buono.
Anche se di primo acchito così non appare.

Quindi avanti così…
Sciogliendo nodi e districando matasse…

[Immagini tratte dal Google Image]

Un po’ di pulizia…

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Essenzialità
Umiltà
Understatement‬

Tre parole chiave per me (mi spiace ma l’ultima non riesco a tradurla in un termine in italiano ugualmente efficace… suonerebbe come “attenuazione”, ma non dà l’idea).
Tre parole chiave che sono tre “valori”, tre caratteristiche sulle quali sono sempre più fortemente orientata.

Che – credo – facciano parte del mio DNA.

Per diverse ragioni.

La prima è cultura di famiglia: si lavora duro, si fanno le cose al meglio che si può, in silenzio e senza strombazzamenti. Si fa parlare il lavoro e si è puliti e lineari.

La seconda è una reazione uguale e contraria che ho davanti a post, messaggi e altro, conditi di parole maiuscole, di decine di punti esclamativi,… tutti segnali che io percepisco come “falsi segnali”.
Esagerati, esacerbati e tirati per i capelli.
Ma che sono poco realistici e poco rappresentativi del reale pensiero che sta dietro il messaggio stesso (se dovessi usare un termine sintetico, parlerei di “contentino” in alcuni casi).

La terza è legata all’uso sempre più dilagante di “anglismi” a mo’ di slogan apparentemente più efficaci.
Ma che – proprio perché dilaganti – stanno diventando un enorme rumore di fondo che distingue ormai ben poco.

Lo so… ne sono cosciente… sono nata nel secolo sbagliato.

E ci sono giorni – come questi – dove questo linguaggio strabordante risulta assai più fastidioso e assai meno credibile del solito.
Perdonatemi, ma (come dice una mia amica): “Io non sono cattiva… E’ che mi disegnano così!”

[In foto vasi di Guido De Zan – prelevati dal sito http://www.italianways.com]

“Pane raffermo” – un vecchio post dimenticato…

Questo post è stato scritto per la prima volta nell’aprile 2011 (per la precisione 28/04/2011)… Sì, ben 3 anni e mezzo fa. Salvato nelle bozze.
E lì e rimasto fino ad oggi, quando – complice qualche considerazione degli ultimi giorni sulla “vita normale” – mi è tornato in mente e ho deciso di riprenderlo.

Non l’ho mai dimenticato. Era sempre presente in un angolo della testa.
Ma non lo ricordavo scritto così:
(e la pubblico così, come era stato scritta nel lontano 2011, con le [eventuali] ingenuità presenti… tanto non è cambiato granché da allora…)
[Un po’ di cose in questo post sono mescolate fra loro, quasi una libera associazione di idee.
Un po’ tirate per i capelli. Un po’ bislacche.
E tutte che necessiterebbero di un certo approfondimento (dopo questi anni di giacenza in bozze).]

SIATE MODERATI E ADOTTATE UN PROFILO BASSO……è sempre una gran bella cosa nella vita, questa linea di comportamento ti garantisce una certa “non visibilità”, ti protegge in qualche modo la tua privacy, e non suscita l’invidia di nessuno. E’ un comportamento che può risparmiarti un sacco di grane gratuite. Quello che conta veramente nella vita non è quello che hai o possiedi ma quello che c’è dentro di te e prima o poi viene sempre fuori …..lascia che siano gli altri a scoprire il resto………. [Mirco Gasparotto]

Riuscire a mettere in ordine i pensieri che sono scaturiti dalla nota di Mirco Gasparotto (pubblicata sul suo profilo Facebook) e dalla abitudine che hanno dei miei conoscenti di non buttare via il pane raffermo che raccolgono per farne cibo per gli animali della loro fattoria, non è facile.
Quello che emerge è una riflessione sullo spreco e sulla ostentazione, che stanno diventando (almeno per me) una fonte di disturbo sempre maggiore. Senza contare lo stupore che provo davanti allo squilibrio tra quanti professano di non riuscire ad arrivare a fine mese e contemporaneamente sfoggiano 2-3 cellulari ultimo grido e vestono griffato.
Magari sono anche le stesse persone che – pur di apparire e soddisfare l’illusione di essere qualcuno (e di fare parte di un “gruppo”) – comprano falsi di griffe per poter dire: “Anche io ho questa borsa (o scarpe, o capo di abbigliamento, o…)”, cercando disperatamente una certezza in beni ed oggetti che sono dei palliativi momentanei.
Suona molto strano vedere gente che si lamenta di non riuscire ad arrivare a fine mese e poi getta via impressionanti quantità di cibo (ne parlavo qualche tempo fa con un signore dello stabile in cui vivo).
Fa impressione vedere sacchi di pane raffermo che rischiano di essere gettati via e vengono recuperati da un signore che provvede a portarli alla succitata fattoria.
C’è qualcosa che non va. C’è una pericolosa perdita di coscienza di cosa è veramente importante e cosa non lo è.

Una vita normale…

2014-10-09 12.02.26Non se capita anche a voi, ma ci sono delle giornate che hanno il potere (per le cause più strane ed imprevedibili) di capovolgere alcune cose.
Hanno il potere di spostare dei punti di vista…

In genere (per quanto mi riguarda) sono pre-annunciate da scossoni emotivi o sensazioni di disagio più o meno striscianti…
Che sfociano in post nervosi, rognosi, emotivi su Facebook (usato proprio come un diario online).
Ed in questi giorni è stato un po’ così…
Partita con una richiesta assolutamente innocua su una breve recensione che avevo scritto (“Cosa preferisci che scriva a fianco del tuo nome? Architetto, blogger, Presidente Milan Easy Toastmasters Club, altro…“) che mi aveva fatto cambiare due volte le indicazioni (“Scusate, sono refrattaria alle etichette”, avevo commentato mortificata), sono esplosa con due post in rapida successione (intervallati da un crescente fastidio nei confronti dei termini roboanti e vincenti che leggi sui social [dimostrazione palese dello stato di frustrazione pericolosa indotta dalle condivisioni che leggi che possono indurre stati di inadeguatezza assolutamente ingiustificati])

Il primo recitava così:

Attenzione, post rognoso.
Se non volete leggerlo, fermatevi qui.

Sarà l’atmosfera plumbea di oggi, sarà l’approssimarsi della menopausa, fatto sta che…

Lo so, sono una che non chiede mai.
E che non si autoincensa mai.
Sono una discreta.
E questo mi sta costando caro.
Molto caro.
Ne sono cosciente.
In un’era e con degli strumenti utilizzati da parecchi per farsi una pubblicità autoincensante imbarazzante.
Ma non posso farci nulla.
Fare altro equivarrebbe a forzare e a rendermi ridicola. Ergo non lo faccio.
Faccio quello che posso.
E cerco di farlo con le mie forze.
Sono arrivata dove sono arrivata, per conto mio.
Non sono arrivata in alto. No.
Non sono amministratore delegato di nulla.
Né sono direttore generale di alcunché.
Non ho scritto libri (onestamente non saprei che scrivere).
Non sono interessata a fare corsi.
Lavoro (grazie a Dio).
Ho un piccolo blog dove scribacchio.
E sono refrattaria alle etichette roboanti.

Insomma sono un bipede che si alza alla mattina, va a lavorare e torna a casa alla sera.
Coltivando qualche hobby.
E il mattino dopo ricomincia.

Perché ho scritto tutto questo?
Non lo so.
Avevo voglia di farlo. E basta.
Sarà il tempo.
Sarà l’approssimarsi della menopausa.
Boh…
O forse è solo un reclamo di normalità.
Buona serata.
(Fine del post rognoso)

Ed il secondo – di stamattina – recitava così:

“Una vita normale”… ecco, se dovessi scrivere un libro (per riagganciarsi ad un post “rognoso” di un paio di giorni fa) lo intitolerei così: “Una vita normale”.
Fatta di lavoro quotidiano, di ragionamenti attorno a cose da risolvere, di cose da pagare, di corse per prendere il treno, di libri letti nei ritagli di tempo, di “sabati del villaggio”, di domande (che aumentano all’aumentare dell’età) e di accettazione per lo stato in essere, di lotte, di arrabbiature, di tregue e di ricerca di un po’ di un pace…
Sembra che parlare di tutto questo sia scandaloso.
Sia proibito.
Sembra il nuovo tabù.

Confesso che anche io rifuggivo la normalità come la peste.
Ma erano altri tempi.
Erano tanti anni fa.
Anni nei quali ballavo sui tavoli fino alle 3.00 di notte, con 2-3 Cuba libre in corpo. E poi il mattino dopo mi alzavo e e andavo a lavorare, bevendo 5-6 caffè al giorno.
Senza batter ciglio.
(Se lo faccio ora, stramazzo…)

Oggi essere normali, “essere quotidiani”, sembra sia qualcosa di orribile. Da evitare a tutti i costi.
Perché?
Gli status che leggi sui social network sono tutti ad alta celebrazione di imprese epiche.
Perché?
Sembra che la normalità faccia paura.
Sembra che la normalità sia sinonimo di estinzione. (Quando ormai l’epicità collettiva sta creando un gigantesco rumore di fondo, che annulla qualsiasi singolarità.)

Che poi – per me – essere “normali” può anche voler dire essere se stessi, senza sovrastrutture.
Linearmente, essenzialmente.
Facendo quello si sa fare.
Essendo quello che si è.
Senza tanti orpelli.
Facendo semplicemente le cose.

Ebbene, ecco perché ho cambiato stamattina – scrivendo questo post – volevo cambiare il motto del blog in “Una Vita Normale“.
Un motto che sarebbe è decisamente più aderente al concetto di “blog personale” e a quello che cerco di comunicare qui: “una vita normale”, fatta di riflessioni e di esperienze vissute.
Ma per ora va bene così. Va bene “Non Solo Un Architetto”.
Perché, che mi piaccia o no, c’è bisogno di definizioni ed etichette. Costruite anche attraverso negazioni (ma questo è un altro discorso…).

È importante insegnare a cercare. Il metodo prima che il sapere.

“Le ricerche su internet conducono a risultati che non hanno un modello interpretativo, ma si comportano come la luce quando si riflette da uno specchio a un altro. È un gioco di superfici, è un procedimento enigmistico.”
Un interessante articolo di Roberto Cotroneo per il Corriere della Sera.
Penso che questa riflessione sia utile non solo per le nuove generazioni (che vivono senza sapere “cosa è accaduto prima di internet”, ed è recente anche un articolo che ho letto su Quartz che “re-blogger” in coda), ma anche per noi “migranti digitali” che con queste “tecnologie facilitative” rischiamo di dimenticare come era prima e di non essere più in grado di farci portatori di un certo tipo di cultura e metodologia.

Perché? (Flash post)

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Avviso ai naviganti: non ho idea del tipo di impaginazione che uscirà…
Ho scritto questo post da uno smartphone, caricando la foto, scattata dallo stesso smartphone…
Ergo il risultato grafico può essere un po’ bislacco. Quindi – nel caso – provvederò a sistemarlo quando tornerò davanti ad un PC (fra un paio di settimane).

Ma venendo al motivo di questo “flash post”, sono qui a fare una riflessione ad alta voce.
Riflessione che scaturisce da un programma che stavo redigendo su come dare una impronta significativa a questo blog.
Una impronta che potesse sposarsi con l’identità professionale che ho.
Infatti ho inserito nuove categorie, una nuova pagina (“videoriflessioni”),… tutto in funzione della mutazione di questo spazio in qualcosa più di nicchia.

Ero convinta!
Stra-convinta che la cosa potesse funzionare.
Poi complice una “innocua” mail ricevuta, che elogia i “percorsi non lineari”, è complici due libri che ho tentato di iniziare a leggere ma mi hanno sfiancano dopo pochissime pagine (sono i due in secondo piano nella foto), mi sono detta:

“Ma perché? Perché mi devo fare del male? Perché devo forzare il piacere della lettura su dei testi duri, complessi e alcuni pure incomprensibili? Perché devo forzare la chiave di lettura di un libro di narrativa?”

Ossignore!, a me piace leggere.
Mi piace riflettere.
Mi piace raccontare le cose che mi accadono e che faccio.
Perché devo diventare tediosa, saccente e noiosa?
Perché devo diventare monotematica?

Questo non è un “corporate blog”.
Questo è un blog personale.
Questo – in teoria – dovrebbe (e potrebbe) essere uno spazio dove trova sfogo proprio quel percorso non lineare menzionato in quella mail sibillina…

E allora avanti così.
Facendo qualche passo indietro e qualche scarto laterale.
Tornando anche un pochino alle origini.

[Fine del flash-post, impaginato alla cieca, scritto in una mattina di agosto…]