Slide sì, slide no…

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In questi giorni ho partecipato ad un paio di videochiamate dedicate al public speaking e al mentoring.
Il pubblico era costituito da donne facenti parte di una Academy di formazione interamente al femminile, provenienti da diverse parti d’Italia e collegate via Zoom.

L’obiettivo di questi incontri virtuali era trasmettere alcune prime informazioni e alcuni primi suggerimenti per un buon public speaking e per un fare del buon mentoring.
Ed il mio personale dubbio, fino a qualche giorno prima, è stato se usare delle slide o meno. Pensando su quale fosse il miglior modo per condurre questi incontri online.

Alla fine ho optato per delle “chiacchierate” gestite passo-passo, avendo in mente una traccia dei contenuti che volevo trasmettere, ma lasciando spazio a chi era collegato per chiedere chiarimenti e/o condividere riflessioni.

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Questi episodi mi hanno fatto prendere coscienza che negli ultimi tempi i miei discorsi sono sempre stati supportati da slide (strutturate secondo immagini corredate di poche scritte – su SlideShare sono caricate alcune presentazioni fatte).
Che col tempo sono diventate uno strumento per me fondamentale, per tenere traccia della struttura del discorso e per sostenere il contenuto raccontato con immagini a supporto e suggestione di chi assiste e ascolta.

Questo mi ha fatto tornare in mente due Talk, condotti senza slide: quello di Susan Cain e quello – molto più recente (TED2018) – di Jaron Lanier.
Sono due dei tanti che sono visionabili sul sito di TED, ma che mi sono cari perché uno parla degli introversi (il libro Quiet di Susan Cain è uno dei miei preferiti in assoluto) ed uno l’ho scoperto perché ne ho scritto una breve introduzione per l’evento che TEDxTorino ha realizzato per lo streaming di TED2018 (scoprendo anche chi è Jaron Lanier, a me totalmente sconosciuto fino a non molto tempo fa).
Due contributi dove tutto il contenuto è “a carico” dello speaker che con la sola sua presenza, l’utilizzo della linguistica, il contenuto in sé e la sua unicità (come individuo e personalità) è in grado di coinvolgere il pubblico (Lanier fa un passo in più, controintuitivo: conduce il Talk da seduto).

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Susan Cain – ©TED
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Jaron Lanier speaks at TED2018 – The Age of Amazement, April 10 – 14, 2018, Vancouver, BC, Canada. Photo: Bret Hartman / TED

Ho anche vissuto l’esperienza di affiancare la preparazione di due Talk per TEDxTorino: quello di Maureen Fan e quello di Bali Lawal.
Due talk che hanno trattato argomenti totalmente differenti (uno sulla Realtà Virtuale come strumento utile a generare empatia, ed uno su un progetto di moda condiviso), con due delivery completamente diverse.
E se uno (quello di Maureen Fan) era fortemente supportato da immagini a riprodurre una realtà immersiva, sul secondo abbiamo optato per la forza della storia e della idea (visione) della speaker, lasciando solo alla fine lo spazio per un video.

Quindi le slide sono necessarie?
No, non sempre.

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Ricordo di avere letto tempo fa una riflessione sulla possibilità/sfida di eliminarle gradualmente per lasciare spazio – e dare forza – alle parole (al loro potere evocativo) e all’oratore che le pronuncia.
Recuperando l’antica tradizione orale della trasmissione della conoscenza e del sapere.
(Jeff Bezos da tempo ha abolito le presentazioni in Power Point dalle riunioni: Le presentazioni in Powerpoint ignorano l’interconnessione delle idee.)

Esistono tanti prop utilizzabili per varie occasioni.
Io stessa in passato ho usato fogli, post-it, libri, una scatola piena di vecchi cellulari…
E mi rendo conto che col tempo le slide sono diventate una sorta di copertina di Linus (le ho usate ancora – recentemente – in uno speech aziendale di un’ora e col senno di poi mi rendo conto che forse erano un po’ troppe, irrigidendo la struttura dell’intervento, rendendo poco agile la gestione in momenti di condivisione con l’audience che stimolavo per coinvolgere ed invitare a riflettere).

Così nelle recenti videochiamate ho preferito parlare a braccio, “guardandosi in faccia”, ascoltando le partecipanti, raccontando e condividendo passo-passo, in un dialogo continuo.
In questo contesto le slide sarebbero state una ulteriore barriera, un filtro aggiuntivo a quello già presente del video (che bisogna prendere in considerazione). Un qualcosa di non necessario che – se utilizzato – avrebbe appesantito la comunicazione, rendendo l’audience ancor più passiva. Dando rigidezza all’incontro e obbligando ad una prima fase di solo ascolto, con una sessione successiva dedicata alle domande.

In sintesi non esiste la ricetta perfetta.
Come sempre tante sono le variabili da considerare per confezionare e condividere il nostro contenuto davanti ad un pubblico.

[Ad eccezione delle immagini di TED – con didascalia – le altre immagini del post sono tratte da Pexels]

Due Talk biotecnologici e ispirazionali

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©TED

Sono una appassionata di TED.
Lo sanno anche i sassi (come dico sovente quando ribadisco i concetti fino allo sfinimento.)

Seguo il loro blog, sono iscritta al portale con un profilo personale (lo sapete che potete costruire il vostro profilo personale nel quale potete anche salvare i vostri video preferiti?), ho avuto il piacere e l’onore di vivere una esperienza con TEDx Torino dietro le quinte (imparando tantissimo) e ho letto diversi libri dedicati.

TED Talks

Ultimamente ho letto quello scritto da Chris Anderson, “TED Talks” (tradotto in italiano in “Il migliore discorso della tua vita”… non commento sulla scelta del titolo per la versione italiana, riflettendo che forse dipende dal mercato nel quale si colloca, l’Italia, dove TED inizia ad essere conosciuto solo adesso, grazie al proliferare di eventi TEDx sul territorio).
Un racconto sul format della celebre conferenza fatto da un insider d’eccezione (l’autore è il curatore e direttore di TED).
Una guida per capire come funziona un talk e che illustra quali sono alcuni strumenti utili per essere efficaci nella propria comunicazione in pubblico.

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Chris Anderson ©TED

Ma non solo.

Infatti, a supporto delle sue argomentazioni, l’autore cita dei Talk di esempio: alcuni noti, altri meno.

E proprio nel secondo gruppo (i meno noti, almeno per me) si colloca quello di Neri Oxman (“Design at the intersection of technology and biology“, TEDGlobal 2015).
Portato ad esempio su come le tecniche di presentazione possono raggiungere altissimi livelli tecnici e di coinvolgimento, l’architetto e artista israeliana spiega e racconta dell’intreccio di diverse discipline e di come queste generino nuove idee, sviluppando tecnologie (di costruzione in questo caso) molto interessanti.

Una epifania per la sottoscritta, sempre affascinata dalla interdisciplinarità e sempre alla ricerca di punti di contatto, e fili rossi inaspettati, che legano ambiti anche tra loro molto diversi.

(Ascoltando il suo talk è emerso dal fondo della mia memoria il ricordo dei Tensegrity, strutture leggere che ebbi modo di analizzare durante la preparazione della mia tesi di laurea nel lontano 1994. E poi come non pensare anche a Buckminster Fuller con le sue strutture geodetiche? O agli studi effettuati sulle tele di ragno come esempio perfetto di tensotrutture?)

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Tensegrity (Immagine tratta da Pinterest)

Ma non solo.
Ancora…

E’ recentissima la (mia) scoperta di questo altrettanto recente Talk di Hugh Herr: “How we’ll become cyborgs and extend human potential“.

Presentato all’ultimo TED Global 2018 a Vancouver (non sono ancora disponibili i sottotitoli in italiano, ma assicuro essere un talk molto comprensibile), illustra e – soprattutto – racconta del rapporto uomo e tecnologia e delle sue immense potenzialità.
Presentando anche una nuova forma di progettazione: NeuroEmbodied Design.
Un ambito dove neuroscienze, progettazione, ingegneria ed ergonomia si intrecciano creando nuove possibilità di supporto all’uomo.
(Il rimando al ben più estremo progetto Neuralink, ideato da Elon Musk, è pressoché immediato.)

Due talk suggestivi ed emozionanti, da ascoltare, vivere e assorbire nella loro visione.
Non solo da un punto di vista di tecniche di presentazione ma anche – e soprattutto – da un punto di vista di contenuti.

Buona visione!

[Immagine di copertina ©TED]

Public speaking, audience e performance

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Immagine ©TED (www.ted.com)

Qualche giorno fa un’amica ha condiviso sul suo profilo Facebook un articolo della rubrica Alley Oop de Il Sole 24 Ore:

Nel parlare in pubblico non devi essere perfetto, sii te stesso

Scritto da Valentina Capone, analizza – dietro autorizzazione e richiesta della diretta interessata – il Talk di TEDxUdine tenuto da Valeria Filì (Professore Ordinario di discipline relative al Diritto al Lavoro alla Università degli Studi di Udine).

Guardando il video del Talk, ho concordato (e apprezzato gli spunti offerti per una migliore performance) con quanto osservato e scritto in merito alla postura del corpo, il tono di voce ed il contatto visivo.
Un insieme di componenti che contribuiscono alla efficacia comunicativa dell’oratore, rinforzando o ostacolando il messaggio che esso sta condividendo.
Trasmettendo (o meno) congruenza e convinzione nella comunicazione.

Sappiamo che parlare in pubblico è motivo di grande emozione.
E a volte l’emozione – se non è ben gestita – gioca qualche brutto scherzo, generando tensione che va a scaricarsi sul corpo e sulla respirazione che – a loro volta – agiscono anche sulla voce (ed il suo eventuale sforzo) e sul contatto visivo.

Quello che dico sempre a chi mi chiede consigli è che se conosci l’argomento (e ti prepari adeguatamente interiorizzandolo e metabolizzandolo), l’emozione che si crea prima di salire su un palco può essere trasformata e vissuta come adrenalina data dalla opportunità di condivisione con il mondo della tua idea e della tua visione.

Poi, volendo fare qualche riflessione aggiuntiva (specifica anche sul talk e sul background professionale di Valeria Filì) credo intervenga anche quella che qui chiamo “l’abitudine al contesto”.
Mi spiego.

La nostra reazione davanti ad un pubblico dipende anche dall’audience davanti a cui siamo abituati a parlare. Una abitudine che può creare una nuova zona di comfort nella quale esprimere concetti e idee.
(Ne ho fatto le spese io nel recente TEDxTorino, facendomi rendere conto di quanto sia abituata alla platea del Toastmasters).

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Immagine ©TED (www.ted.com)

Entrando nello specifico, l’ambiente accademico ha codici di comunicazione molto diversi rispetto ad un TEDx (o format simili).

E’ come trovarsi davanti ad una binomio dato da “istituzionalità vs informalità”.
Che si concretizza in luoghi diversi (aule universitarie e sale convegni vs red dot) con pubblico diverso (audience di settore vs audience eterogenea).
Tutto questo si traduce in linguaggi diversi e standing diversi.

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Immagine tratta dal Salone dello Studente – Udine

Pensate alla differenza che ci può essere tra il parlare su un palco, senza protezione fisica alcuna (leggii, cattedre, tavoli da conferenza), e parlare in aula universitaria (o in una conferenza di addetti ai lavori).

Parlare su un palco “stile TED”, ti espone nella tua integrità (fisica ed emotiva) e se questo, da un lato, rende molto più forte il tuo contatto con il pubblico, dall’altro lato ti fa sentire molto più vulnerabile.

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Performer on stage in theater (©HuffingtonPost)

Luogo, audience e linguaggio sono tre ulteriori variabili da tenere in considerazione quando si viene chiamati a fare un intervento.

Sopralluoghi, prove generali nel luogo che ospiterà il nostro discorso (cercate di andarci, di “passeggiarci dentro”, di prendere confidenza e familiarità con l’ambiente) e domande agli organizzatori per capire chi sarà il nostro pubblico, sono alcuni passaggi fondamentali da non sottovalutare.

Che fanno parte della preparazione di un discorso.
E che possono aiutarti a vivere meglio il momento.

[Immagine di copertina courtesy of Huffington Post]

 

Essere nel team di TEDx Torino

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Si è appena concluso TEDx Torino “Humans in Co”.
E dopo circa 36 ore, superata la fase di positivo frastornamento, si entra nella naturale fase dei bilanci in una sorta di debriefing personale (poi sarà la volta di debriefing con il tuo speaker e con il team di TEDx).

E’ stata la mia seconda esperienza come speaker coach (la prima volta era stata a quattro mani – ad ottobre – con Mavy Mereu per il TEDxTorino Salon “Visioni”, dove avevamo affiancato Maureen Fan, CEO di Baobab Studio).

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Maureen Fan a TEDxTorino Salon “Visioni” – ©TEDxTorino

Questa volta invece sono stata affiancata a Bali Lawal (CEO e Founder di A Coded World, no profit attiva nel mondo della moda e della creatività, che dà voce, visibilità e spazio a giovani designer che arrivano da tutte le parti del mondo).

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Bali Lawal a TEDxTorino “Humans In Co” – ©TEDxTorino

Due esperienze – per certi aspetti diametralmente opposte – con due donne di notevole caratura, che mi hanno dato modo di imparare ancor di più sugli aspetti legati al public speaking e – in particolare – sulla preparazione di un talk di TED.

Infatti un TED talk è una esperienza interessante ed emozionante.
Emozionante perché entri nella idea che lo speaker porta sul palco.
Interessante perché “proteggere” la forza dell’idea adattandola agli standard TED, senza “prosciugarla” della sua essenza, è una sfida che può assumere dimensioni anche notevoli.

Con una variabile in gioco molto importante: lo speaker.
Che è un essere umano.
Con la sua storia, il suo carattere, le sue debolezze, le sue paure e le sue idee.

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Con Bali Lawal, dopo la conferenza, in relax ed in modalità chiacchiera

E che – come suo referente – devi prendere per mano e accompagnarlo.
Ascoltandolo e capendo quando intervenire, quando suggerire e quando sostenere.

Sappiamo anche che parlare in pubblico è una delle paure irrazionali più forti di cui – a livello razionale – non ti capaciti.
E questa volta questa paura l’ho provata anche io, presentando proprio la speaker che avevo preparato.
Una (bella) novità che TEDxTorino ha dispiegato quest’anno, lasciando l’introduzione dei talk ad alcuni volontari e ad alcune persone del pubblico che si sono candidate.
(Ampliando quindi il concetto di condivisione, filo conduttore della conferenza.)

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I 60 secondi di paura sul palco (Foto di Maria Los Angeles Castro del team HR di TEDxTorino)

E devo dire che, nonostante sia abbastanza abituata a parlare in pubblico, la presenza di centinaia di persone in sala, la presenza del red dot e del logo TED, hanno fatto la differenza nella personale percezione dell’ambiente.
Giocando con l’emozione che ha presentato puntuale il vuoto di memoria, nel perfetto rispetto delle dinamiche neurologiche (“Speriamo non mi venga un vuoto di memoria” mi dicevo dietro le quinte e… indovinate un po’ cosa mi è successo?).
Vuoto gestito alla bene-meglio con delle pause (una amica tra il pubblico, mi ha detto che è rimasta colpita dall’uso delle pause che ho fatto, non percependo minimamente il caos che c’era nella mia testa in quel momento, a conferma che quanto vivi tu sul palco – in determinate condizioni – non è quello che viene percepito da chi ti ascolta).
Facendomi toccare con mano il gap che c’è tra la fase preparatoria e la performance vera e propria.

(Nella griglia di foto qui sopra: momento backstage con trucco pre-palco – Foto di Accademia Italiana di Estetica, responsabile make-up dell’evento)

Però – a conti fatti – è proprio l’emozione quella che aggancia l’audience.

Non una emozione costruita a tavolino, bensì una emozione che arriva direttamente dalla pancia e che tendiamo a controllare per paura di risultare imperfetti e vulnerabili.

E la soddisfazione più grande è stata quella di sentire, da dietro le quinte, il pubblico ridere alle battute di Bali (che ha sfoderato anche una ironia – talvolta amara – a supporto della sua storia), sentire gli applausi calorosi e sapere – dopo – che una ragazza si è commossa ascoltando il suo talk.
Credo che non ci sia feedback migliore di questo: quando l’idea e l’anima dello speaker che hai aiutato nel suo percorso, arrivano direttamente al cuore di chi è seduto in platea.

 Mosaico di foto pubblicata sulla pagina Facebook di TEDxTorino – ©TEDxTorino

Per come vedo colui (o colei) che prepara lo speaker, si tratta di un ruolo che porta ad una esperienza molto immersiva ed empatica.
All’interno di un team (e condivisa con un team) che si muove verso un unico obiettivo: la condivisione di idee.

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Il team dei coach di TEDxTorino con il Direttore Artistico Enrico Gentina – Foto di Ruggero Colombari

[Foto di copertina ©TEDxTorino]

L’analisi dello speech di Oprah Winfrey [dal blog Manner of Speaking]

75th Annual Golden Globe Awards - Press Room, Beverly Hills, USA - 07 Jan 2018
Foto ©Variety

John Zimmer è colui che si può definire un “professional speaker” (figura professionale non ancora pienamente nota da noi).
Il suo blog è stato menzionato come uno dei blog più interessanti (ed influenti) relativi al “public speaking”.
Ed essendo un argomento (quello della comunicazione in pubblico) che mi interessa molto, lo seguo e lo leggo con una certa assiduità.

Ebbene, questo articolo che “re-bloggo” è una analisi molto interessante ed approfondita del discorso di Oprah Winfrey alla premiazione dei Golden Globe.
Un discorso che ho guardato ieri (ma lo riguarderò anche nei prossimi giorni, con occhio via-via sempre più tecnico) e che considero come forse uno dei discorsi più potenti che io abbia mai ascoltato.

Dicevo che me lo sono guardato/ascoltato/osservato ieri.
E sebbene sia partita con un atteggiamento analitico e di studio della struttura e della “delivery”, sono finita con le lacrime agli occhi.
Ho pensato a come mai.
Che cosa stava facendo questo discorso su di me?
Perché non è un discorso recitato, teatrale, o in forma di arringa.
E un discorso colloquiale, ma che ha una potenza emotiva che arriva da una grande profondità ed entra in profondità.
E che va in crescendo (come un’onda lunga, come scriveva Sara a commento del mio post su Facebook)

Il testo del discorso (in inglese) è a questo link:
Read Oprah Winfrey’s Golden Globes Speech

Il video dello speech è qui di seguito:

https://youtu.be/fN5HV79_8B8

Qui sotto invece il reblog dal sito “Manner of speaking” di John Zimmer (testo in inglese).

Avatar di John ZimmerManner of Speaking

The 2018 Golden Globe Awards were handed out last night (7 January 2018). There were several highlights and many winners, but the overwhelming consensus is that Oprah Winfrey stole the show.

Winfrey, a talk show host, actress and philanthropist was honoured as the first black woman to win the Cecil B DeMille lifetime achievement award. She used her acceptance speech to repudiate racial injustice, abuse against women and attacks against the press.

It was a powerful speech that brought the audience to its feet for prolonged applause on more than one occasion. The speech, in full, is below. My thoughts follow.

    • Oprah had clearly prepared for this moment. Of course, she knew that she was being honoured with the award, but it is obvious that she had worked hard on her speech.
    • And yet, as prepared as she was, her speech felt natural and conversational. That is the result of good…

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Questioni di genere [Video]

 

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Immagine tratta da Fine Art America

“Questioni di genere” è il titolo dello speech che ho dato martedì scorso al Milan-Easy Toastmasters Club.

Un progetto (di discorso) piuttosto impegnativo per durata (dai 15 ai 20 minuti) e struttura (obiettivi da soddisfare), facente parte di un manuale avanzato del percorso educativo Toastmasters (“The professional speaker”)
E sul quale ho tentennato quasi fino all’ultimo, avanzando tra mille incertezze e facendo i conti con la preparazione non proprio ottimale (dovuta ad una mia scarsa pianificazione).

Scegliere un argomento per un keynote speech non è semplice: devi ispirare, coinvolgere e condividere una visione.
In genere si tratta di un discorso di apertura (o di chiusura) di conferenze, tenuto da “personalità” di riferimento del settore. Quindi il pubblico a cui si rivolge è abbastanza “targettizzato” (know your audience, il mantra da recitarsi in continuazione durante la preparazione di un discorso, è ben definito).

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Nello specifico, il progetto mi consentiva di fare una simulazione: potevo ipotizzare uno scenario di intervento in modo da focalizzare ancora di più il discorso.
Ho scelto invece di non dire nulla e di regolarmi sulla base del pubblico presente al meeting: una audience eterogenea che mi ha fatto prestare attenzione al non urtare la sensibilità di chi mi ascoltava e che ha anche rappresentato un “ostacolo” con cui fare i conti. Obbligandomi a mantenere una struttura più generale (uno scheletro), da calibrare e plasmare a seconda della risposta del pubblico.

Sono soddisfatta della performance?
Non totalmente. Avrei potuto fare sicuramente meglio.
Potevo prepararmi di più.
Ho però avuto modo di confrontarmi con un format complesso svolto in un “ambiente protetto” (il club). Molto utile per fare un test e prendere appunti su cosa migliorare.

Qui sotto il video [durata 18 minuti].
[E qui il link a Slideshare con le slide utilizzate.]

[Immagine di copertina tratta da James Vaughan on flickr]

Di lettura ad alta voce

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Sono di ritorno da un weekend intenso, che mi ha fatto tornare a casa con un ricco bagaglio di esperienza in più.
Rialimentando la passione per la lettura (che ha attraversato un periodo di stanca, essendo sempre oscillante tra il leggere manuali e il leggere storie), saldando ancora di più il suo legame con la oralità del racconto e creando ulteriori (e talvolta inaspettati) punti di contatto con la comunicazione in pubblico.

Qualche settimana fa ho ricevuto una mail che segnalava una iniziativa di Letteratura Rinnovabile all’interno della rassegna LetterAltura ospitata a Verbania: un corso intensivo di due giorni (Masterclass) sulla lettura ad alta voce condotto da Giorgina Cantalini.
Che ho conosciuto durante la preparazione intensiva (a tempo di record) per la maratona di lettura della scorsa edizione di Bookcity. (Che – a sua volta – ha aperto una porta sul mondo della lettura ad alta voce, che mi ha fatto conoscere ed entrare nella realtà del Patto di Lettura del Comune di Milano.)

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E così, in questo weekend appena passato, ci siamo ritrovati in quattordici.
Un gruppo di persone nel quale ho ritrovato volti di Bookcity e che mi ha fatto conoscere persone straordinarie.

Ci siamo messi in gioco.
Provando, tentando e superando i propri limiti, misurandoci con una “lettura fisica”.

Ci sono stati momenti di fatica e di commozione.
Ci sono stati momenti di perplessità e di entusiasmo.

Momenti (personali) nei quali – complice la stanchezza – avrei buttato i fogli a terra, rinunciando ad andare avanti. (“Stai buona, Barbara. Stai tranquilla. Ascolta e guarda quello che fanno gli altri. Adesso passa…”, mi sono detta)

Emozioni vissute assieme ad un gruppo che via-via si andava sincronizzando e accordando come una orchestra (la bella metafora di Marco Zapparoli di Marcos y Marcos).

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Una due giorni coronata (a chiusura del festival) da una lettura pubblica a più voci di alcuni brani di Anna Karenina e di una novella di Pirandello (“Il viaggio”): storie di donne, di viaggi e di treni (il treno, tema della rassegna di quest’anno).



In mezzo una passeggiata filosofica, lungo il lago, attraversando splendidi giardini, in silenzio, in fila indiana, guidati da Duccio Demetrio.
Sperimentando non solo il silenzio fisico, ma anche il (personale) rarissimo silenzio mentale. 


È stato un weekend talmente tanto intenso che mi sembra di essere stata via il doppio del tempo.

Faticoso, sì.
Ma per il quale ne è valsa assolutamente la pena.

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Libri:

  • “Anna Karenina” di Lev Tolstoj
  • “Novelle” di Luigi Pirandello
  • “Leggere” con il corpo di Giorgina Cantalini

Link utili:

  • Letteratura Rinnovabile – http://www.letteraturarinnovabile.com/
  • LetterAltura – http://www.letteraltura.it/

La tecnica non è tutto [VIDEO]

Un video dove condivido alcune riflessioni che arrivano dall’esperienza che gradualmente sto accumulando e dalla osservazione di diverse realtà.

E proprio dalla osservazione e dall’ascolto di diverse realtà, oltre che dallo sperimentare, possono giungere diversi stimoli e spunti che – se ben combinati – possono rinforzare la nostra unicità.

Buona visione!

Usare i (propri) punti di debolezza per imparare

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Torno online sul blog dopo una pausa di riflessione che coincide con la chiusura di un incarico che mi sta lasciando un inaspettato e ricco bagaglio di esperienza che sta contribuendo a smontare delle personali convinzioni limitanti. E che mi sta facendo acquisire quel “coraggio propositivo” per me impensabile fino a non molto tempo fa (e parlo di settimane, non mesi o anni).

Per ora mi destreggio tra stati di ansia, altri di entusiasmo, altri di profonda perplessità (“sarà vero?!”, “dove sta l’inghippo?!”, mi scopro a domandarmi sovente), avanzando passo-passo, testando su me stessa la riuscita o meno delle piccole azioni che sto facendo.
Contando quotidianamente – con stupore crescente – i giorni di anzianità di alcune idee nate qualche settimana fa (reduce da precedenti “epifanie” che facevano sorgere idee come pop-up che franavano rovinosamente dopo 48 ore).

E proprio di recente ho affrontato una piccola e grande sfida (per me): dare il mio contributo durante un transition meeting all’interno dell’esperienza Toastmasters.
(Il transition meeting è un passaggio di consegne tra officer – soci con ruoli – uscenti ed entranti, per condividere esperienze e informazioni utili.)

Dove stava la piccola (e grande) sfida?
Non stava tanto nel cosa dovevo dire (spiegare cosa è un club visit report), ma quanto nel come dirlo: in inglese, tenendo un webinar di 15 minuti via GoToMeeting.

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Sorvolo sulla preparazione di slide e contenuti, cercando di conciliarli con il tempo a disposizione.
Taccio sulle prove a braccio, durante le quali mi registravo e poi mi riascoltavo, preoccupata del mio inglese un po’ naïf e della moltitudine di incertezze.
Pensando alla diretta web.

Diretta che è stata messa alla prova dal sorgere di problemi tecnici durante la mia sessione (l’audio è saltato), che è stata interrotta ed è stata ripresa in un secondo momento (in una rapida staffetta tra relatori coinvolti).
Successivamente (in fase di editazione) il mio intervento è stato cucito per creare una sessione continua, ed è stato caricato su You Tube insieme agli altri contributi.

E fin qui tutto bene.

Quello che invece non mi ha soddisfatto è stata la mia performance: al riascoltarmi ho notato tutte le incertezze nell’inglese, i commenti off topic, e altre cose che non mi sono piaciute.

E la “Barbara giudicante” ha fatto sentire il suo parere.

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In tanti mi dicono che “mi prendo troppo sul serio”, “uso il bazooka per sparare ad un moscerino” (è la mia preferita), “sono troppo critica con me stessa”, ecc ecc. Tutte osservazioni che condivido e sulle quali lavoro alacremente per smussare, tollerare, accettare…

Ma proprio oggi pensavo anche che una convivenza con questo spirito critico ed esigente, è possibile e può tornare utile.
Per fare sempre meglio, alzando gradualmente e costantemente l’asticella.
Senza entrare in loop punitivi e auto-sabotanti.
Muovendosi lungo la linea di demarcazione del doppio significato della affermazione “puoi fare di più”:

  • ok, va bene, e puoi fare meglio (più propositivo)
  • non va bene, fai meglio (più tranchant)

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E così sabato mi sono messa di buzzo buono e ho rifatto la registrazione.
Sempre in inglese e sempre a braccio (quindi con tutte le imperfezioni del caso, ma decidendo scientemente di non preparare un testo scritto).

Ascoltando l’insoddisfazione, usandola come stimolo per rifare (al meglio delle mie possibilità).
Trovandomi davanti anche alla necessità di usare un programma per registrare il nuovo video e cogliendo l’occasione per imparare qualcosa di nuovo (ho scoperto Camtasia e non si contano le versioni di prova che ho registrato e regolarmente cestinato).

Ed è stato inevitabile per me ricordare il vecchio adagio “sbagliando si impara”.

Il risultato è una “extended version” che apre una finestra su uno dei compiti che gli Area Director hanno nel corso del loro mandato.

Sono soddisfatta del risultato?
Pur non essendo perfetto, sì.

Perché?
Perché è frutto di una personale ricerca.
Perché ho cercato di fare il meglio possibile.
Perché ho imparato cose nuove.

Si poteva fare meglio?
Sì, sicuramente.
Ma di questo piccolo risultato mi piace l’autenticità e la ricerca che c’è stata per produrre un risultato.
Su cui costruire qualcosa di migliore, alla prossima occasione.

[Immagini tratte da Google Immagini]

Una maratona di lettura, una polifonia di voci

Città, civiltà, lingue diverse, coesistenze, culture…

Sono queste parole che scrivevo sabato notte sul mio profilo Facebook, nel mentre aggiornavo la gallery caricando le foto che scattavo e condividevo sul social.

Cercavo un modo per descrivere la bellissima esperienza che stavo vivendo e nella quale mi ero calata in modo totalizzante. E che era iniziata quasi per scherzo.

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Sì, perché tutto è incominciato qualche mese fa, appena era stata annunciata e lanciata l’edizione 2016 di Bookcity Milano.
Navigando nel sito, ero incappata in una “call to action” per poter essere una delle voci della città nella lettura del testo di Italo Calvino, “Le città invisibili”. E mi ero ritrovata a compilare il form on line con leggerezza (e ignorando completamente l’evoluzione della storia).

Dopo qualche settimana era arrivata la convocazione per le audizioni (avevamo risposto in circa 180 persone e si era resa necessaria una selezione).
E lì avevo iniziato a scoprire un mondo: persone provenienti da tutte le esperienze professionali, appassionate di lettura ad alta voce e di libri. (Alcuni facenti parte del Patto di  Milano per la lettura.) Tutti lì, a fare le audizioni, in attesa (provando i testi scelti), in una atmosfera dal vago sapore di esame di maturità (o giù di lì). (Il gruppo si era un po’ assottigliato: avevamo risposto all’appello in 130 circa)
E poi il momento dell’audizione: l’impatto con una sala prove ed un microfono, con seduta all’altro lato della stanza la “commissione” composta da Giorgina Cantalini (che sarebbe stata colei che ci avrebbe preparato) e Daniele Abbado (regista della performance). Il batticuore (fuori dalla stanza ero calmissima), il controllo della respirazione a stento…

Ero già contenta così. Essere arrivata lì, avere deciso di partecipare, per me era un bel successo (vista la mia atavica natura rinunciataria.)

Ma poi è arrivata la sorpresa.
La mail di convocazione per le prove generali.
Ricordo di averla letta a tarda ora, rientrata a casa da una trasferta a Genova.
L’ho dovuta rileggere almeno un paio di volte, per essere sicura di non essermi sbagliata.

Sono arrivate le indicazioni per le prove generali nello spazio dove si sarebbe tenuto lo spettacolo (il Padiglione Visconti in zona Tortona a Milano, sala prove del Teatro alla Scala).

Due sere intense di presa di coscienza e ripensamento del proprio modo di lettura ad alta voce.
Di eliminazione della “sovrastruttura declamatoria” che applichi (consapevolmente o meno) per forzare la lettura dei contenuti.
Due sere di individuazione e comprensione della struttura del libro di Calvino “Le città invisibili”.

Poi le prove in autonomia, l’incespicamento che si fa più frequente all’approssimarsi dell’evento.
Nel mentre seguivo la pagina Facebook dell’evento, osservando il progressivo allestimento dello spazio e sentendo l’emozione farsi strada.

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Il Padiglione Visconti così come appariva dall’esterno sabato notte.

Decisamente una esperienza che porterò con me per tanto tempo.
Che seppur breve ed intensa, mi ha insegnato parecchie cose.
E che mi ha emozionato (la salita delle scale per accedere alla passerella dalla quale avremmo letto, i secondi di attesa, il batticuore nel mentre aspettavo il mio turno sotto i riflettori mentre i colleghi del gruppo leggevano la loro parte, la presenza del microfono [“Signore, ti prego, fa che non mi venga un colpo di tosse…!”])

Ma non solo…

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Il colpo d’cchio all’arrivo al Padiglione Visconti

E’ stata una occasione per ascoltare culture, musiche, voci, parole… di diverse città del mondo.
In un susseguirsi fluido, senza soluzione di continuità.

Una città ideale, polifonica, riunita nella sua molteplicità all’interno di un capannone. Che si è raccontata e – nel raccontarsi – ha composto un grande mosaico.

Ho ascoltato voci della comunità araba (Asfa Nibras e Bteibet Ahmed) e la voce proveniente da Damasco di Fayza Ismael.
Ho visto danze dell’Africa, e ho ascoltato musiche contemporanee.
Ho ascoltato le poesia in milanese di Franco Loi e la lettura corale del Teatro dell’ora esatta.

E poi la sorpresa di riascoltare (dopo tanto tempo) la voce di Ferdinando Bruni che ha letto – anche – un brano di Shantaram (uno dei miei libri preferiti), la scoperta di Federica Fracassi (del Teatro-i di Porta Genova) che ha letto un brano di Testori (Erodias).
E poi la scoperta di Antonio Rosti che ha letto passi del libro “Cartongesso” di Francesco Maino (testo che ho acquistato proprio oggi).

All’1:30 di notte ho ceduto. Purtroppo.
Se avessi avuto la forza sarei rimasta fino a mattina.

Dico purtroppo perché mi sono persa la visita e lettura di Vinicio Capossela alle due di notte, la lettura del capitolo di chiusura del libro di Calvino fatta al mattino da Moni Ovadia, la lettura notturna di Giorgina Cantalini (la seconda… perché ho perso anche quella di venerdì sera in Triennale…) e la chiusura dell’evento.
(E chissà quante altre cose ho perso, che non conosco e che sono accadute nel cuore della notte…)

Una nuova esperienza che mi ha aperto un mondo tutto nuovo.

Che ha rinforzato il mio amore per i libri e per la lettura ad alta voce.
E della quale sono felice di averne fatto parte, cercando di portare il mio piccolo contributo, la mia piccola tesserina nel grande mosaico che è stato composto nella notte tra sabato e domenica.

[L’immagine di copertina è una illustrazione di Monica Griffa della città di Eudossia (Capitolo “Le Città e il Cielo 1”) di “Le città invisibili” di Italo Calvino. Immagine tratta dal profilo Pinterest dell’autrice]

(La gallery completa delle foto che ho scattato è disponibile su Flickr: Bookcity 2016 – Maratona Di Lettura)

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Ore piccole al Padiglione Visconti: persone che ascoltano, via-vai e attività in corso