Leadership e Management

Oggi ho assistito ad una riunione ad alti livelli, a chiusura di un progetto importante.

Ho ascoltato quello che il Direttore Generale e la sua squadra dicevano, e ho avvertito un senso di inadeguatezza misto a sconforto.

Sarà stata la stanchezza da “volata finale”, saranno state le poche ore di sonno della notte precedente, saranno i dubbi e le riflessioni che continuo a farmi da un mese a questa parte, … fatto sta che – ascoltando – mi sono detta: “Io non ci riuscirò mai! Io non riuscirò mai ad essere come loro!”.

Ossia: “Non crescerò mai professionalmente, non ho le qualità e le capacità per arrivare a ricoprire ruoli via-via sempre più importanti…” e via così, in un crescendo di riflessioni non proprio funzionali.

Non è la prima volta e non sarà – temo – neanche l’ultima.

Andando a casa ho iniziato a riflettere…

Un mese fa, precisamente il 29 settembre, partivo per Livorno per quattro giorni di training. Quattro giorni che mi hanno rovesciato come un calzino.

La prima giornata è stata quella che mi ha evidenziato un concetto importante, che oggi è riemerso sulla strada verso casa.

Essere leader ma comportarsi da manager.

Essere creativi ma operare secondo schemi fortemente codificati.

Praticamente un processo di limitazione delle proprie capacità e della propria natura.

Essere manager mi è un concetto abbastanza chiaro: gestire processi, pianificare, controllare, “schedulare”… Costruire e muoversi secondo griglie ben prestabilite.

Essere leader…per me è un concetto più difficile da definire e – soprattutto – da afferrare.

La domanda che alcuni di quelli che si occupano di Leadership si pongono è: leader si nasce o si diventa? Forse leader si nasce: non si può imparare ad ispirare persone, non si può imparare ad essere creativi, non si può imparare a navigare nel caos, veleggiando agevolmente… Forse puoi implementare queste capacità, ma qualcosa deve già esserci nel DNA.

Il manager non è un tuttologo, ma si muove bene nella programmazione.

Il leader cosa sa fare? Può un leader essere indefinito nelle sue capacità pratiche, esercitando comunque un ascendente su chi gli sta vicino, motivando, ispirando e trascinando persone?

Un creativo può essere indefinito nelle sue capacità, può avere una professionalità “ibrida” (termine che fa venire l’orticaria ad alcune persone che conosco)? E può comunque influenzare la realtà che lo circonda semplicemente essendo se stesso?

Sono concetti che faccio molta fatica a comprendere e focalizzare. Forse perché cerco di razionalizzare e “logicizzare” qualcosa che – per sua natura – non può essere razionalizzato e sottoposto a valutazione logica.

Forse tanti anni nel mondo della ingegneria hanno plasmato il mio modo di ragionare in una precisa direzione.

Forse è per questo che dopo una giornata come quella di oggi, torno a casa con ricordi di un mese fa e un vago senso di impotenza nel non riuscire ad afferrare a fondo dei concetti.

Forse perché cerco di comprendere qualcosa con degli strumenti inadatti.

Come se volessi cercare di risolvere un problema con lo stesso metodo con il quale è stato creato (parafrasando Einstein).

Per comprendere un concetto così lontano dal management, come è la leadership, devo pensare in modo creativo, devo cambiare modo di pensare.

O forse devo semplicemente fidarmi del mio istinto e del mio intuito. Ossia ciò che è più lontano possibile dalla logica e dalla razionalità.

Sono pensieri che si rincorrono ed emergono a ruota libera, in ordine assolutamente sparso… e che non mi lasceranno tanto facilmente…

Pensieri e riflessioni che scaturiscono osservando ciò che mi circonda, ciò che vivo e sperimento, frequentando ambienti fortemente organizzati e vivendo in una società sempre più fluida, che richiede sempre maggiore competenza ma anche sempre maggiore flessibilità.

E competenza e flessibilità sono altri due concetti per me diametralmente opposti, che non riesco a legare tra loro con un filo rosso…

Essere figlia, avere un padre

 

padre-e-figlio

Il titolo di questo post parafrasa a reinterpreta un articolo di Sebastiano Zanolli, scritto il 2 gennaio 2008 e che ho scoperto per caso solo ieri sera, mentre navigavo in internet “annusando la rete”. A quei tempi non c’ero ancora sul web, non conoscevo la figura di Sebastiano Zanolli, i suoi libri ed il suo blog. Ma forse ieri era il momento giusto perchè incrociassi questo post di 3 anni e mezzo fa…

Dire che quell’articolo mi ha commosso è quasi riduttivo, nel senso che la parola “commozione” non descrive esattamente ciò che ho provato leggendo quelle righe.

Ho provato un senso di maliconia sordo e avvolgente (paradossalmente con un effetto quasi da “calda coperta”).

Ho provato tenerezza per un giovane padre che si fa profonde riflessioni, si pone immensi dubbi, spostandosi dalla figura di figlio alla figura di padre, rivivendo ricordi e ponendosi grandi domande sul futuro.

Ho provato comprensione verso gli uomini (che in alcuni post ribattezzo affettuosamente “maschietti”), che a volte noi donne bistrattiamo inutilmente, non comprendendo (non volendo comprendere?) la loro natura e la loro sensibilità (a volte coperta da sovrastrutture educative e sociali). Negli ultimi tempi ho acuito la sensibilità verso il genere maschile e vedo intorno a me uomini un po’ bambini, un po’ smarriti, a volte affaticati, che fingono a volte una sicurezza che stentano a portare sulle spalle.

Sto parlando di un genere di uomini, non di tutti gli uomini. Sono conscia del fatto che esistono uomini che fanno del male, ma esistono anche uomini che fanno del bene e danno il massimo.

E ho pensato a mio padre.

Ho ricordato la profonda ristrutturazione della figura di mio padre avuta in occasione dell’intervento di by-pass che subì nell’aprile del 2008.

Andò tutto bene, oserei dire magnificamente: la sua filosofia di prevenzione ha fatto si che si intervenisse prima dell’aggravarsi di un piccolo sintomo che – col tempo – avrebbe portato all’infarto. Oggi ha 71 anni, è sempre in perenne movimento e faccio fatica a stargli dietro.

E ricordo anche le ore immediatamente prima ed immediatamente dopo l’intervento.

Ricordo il discorso che mio padre mi fece il giorno prima: quasi un discorso di bilancio e di commiato, che mi gettò nel panico (costretta a sopprimerlo, per non preoccupare proprio mio padre che stava per subire l’intervento).

Ricordo quando l’ho salutato al termine dell’orario di visita, pervasa da un senso di smarrimento (ben nascosto) e preoccupazione al limite del terrore: un uomo minuto, in pigiama, che salutava. (Il mattino dopo andò mia madre a salutarlo prima dell’ingresso in sala operatoria; le dissi che io non ce la facevo, che rischiavo di scoppiare a piangere davanti a lui e che questo non doveva succedere, non volevo preoccuparlo… Ero reduce 48 ore prima da una lunga serata – conclusasi alle 1.30-2.00 di notte – al Pronto Soccorso dello stesso ospedale, per una crisi ipertensiva di mia madre con abbondante epistassi che non voleva fermarsi).

Ricordo l’attesa fuori dal blocco operatorio (credo che se mi avessero misurato la pressione allora, mi avrebbero ricoverato seduta stante) e le parole (tecniche e comunque positive) del chirurgo (e la mia scansione spasmodica – i primissimi secondi – del locale colloqui, alla ricerca di tracce che indicassero che qualcosa era andato storto).

Ricordo la successiva notte insonne, col cellulare sul comodino, perchè “le successive 24 ore sono quelle critiche” (non ricordo un episodio dove io abbia tirato al chirurgo un numero di accidenti maggiore per la sua affermazione tecnica, ma detonante).

Ricordo la mia immobilità davanti alla porta della Terapia Intensiva (quasi paralizzata), incapace di suonare il citofono; e l’accoglienza della caposala che – probabilmente vedendomi un po’ smarrita – m’ha vestito e m’ha catapultato dentro il reparto dove – finalmente – mi sono rasserenata nel vedere il babbo in buone condizioni (pesantemente intontito).

Ricordo la mia reazione iper-protettiva (a difesa di mio padre) con gli infermieri del reparto, protestando per il comportamento insulso ed irrispettoso dei parenti del compagno di stanza: dopo un giorno hanno spostato l’uomo che era con lui.

Sono tanti ricordi e flash di una settimana durante la quale mi sono confrontata seriamente per la prima volta con un “qualcosa” non previsto, e che ha costituito una riconfigurazione profonda dell’idea di mio padre che avevo nella testa.

Vedere quest’uomo, con il quale avevo avuto sempre un rapporto un po’ conflittuale, con un carattere poco propenso ad esprimere sentimenti (o espressi in modo a volte un po’ da urto della sensibilità altrui), che affrontava preoccupato un evento intenso (taciturno, non condividendo sentimenti e preoccupazioni), mi ha fatto vedere anche un uomo fragile.

Un uomo che ha lavorato duramente tutta la vita per garantire la sussistenza alla famiglia ed un futuro a me (unica figlia).

Un uomo che, anche se è stato avaro di affettuosità, ha dato cuore, anima e tutto se stesso alla famiglia e alla figlia, sacrificando se stesso (un giorno, poco tempo fa, mi ha detto: “Sono contento di quello che ho fatto perchè quando andrò via, lascio a mia figlia delle sicurezze ed un futuro.”).

C’è voluto un evento forte per farmi capire alcune cose. Per farmi vedere le cose in modo diverso. Per farmi comprendere.

Forse ci vuole anche la “maturità di testa”.

Certi ragionamenti non puoi farli quando sei piccolo, non puoi farli quando sei adolescente: sono età con diverse priorità.

Certi ragionamenti puoi farli quando maturi, quando inizi a pensare in modo diverso.

E ben vengano le riflessioni e le domande di un giovane padre. Sono domande giuste, al momento giusto. E’ giusto che sia così.

Grazie a Sebastiano Zanolli per il suo post che – capitato al momento giusto – ha rimesso a posto alcune cose.

Immagine tratta dal sito Bergamo.info.

La bellezza della scrittura

Immagine tratta da Google Image

Scrivere è un modo di parlare senza essere interrotti. (Jules Renard)

Venerdì ho partecipato al penultimo Coaching Lab con Extraordinary. Ospite della giornata Alessandro Lucchini.

Se già prima di questo Laboratorio mi piaceva scrivere (dilettandomi sul blog, testando Twitter coi suoi 160 caratteri e scrivendo riflessioni su Facebook), mentre ascoltavo Lucchini, la curiosità e la percezione delle potenzialità del linguaggio scritto è aumentata.

Bravissimo e coinvolgente nel trasmetterci conoscenza, e nell’insegnarci su come scrivere, che linguaggio usare e quale focus mantenere in funzione dell’obiettivo del testo scritto (orientato al lettore, orientato allo scrittore, orientato ad un determinato tipo di lettore), ho fatto considerazioni a getto continuo, mentre lui alternava momenti tecnici a momenti ludici (con filmati divertentissimi), unendo citazioni di testi importanti (per farci comprendere la potenza evocativa di immagini e sensazioni della parola scritta), e “scherzi” sul significato delle parole.

Alessandro lucchini
Alessandro Lucchini (fonte Twitter)

Mi sono divertita imparando, e si è rafforzata ulteriormente la mia passione per la scrittura (e la lettura).

Trovo che la scrittura sia un ottimo mezzo anche per filtrare e gestire le proprie emozioni; per ottimizzare ed organizzare messaggi e narrazioni che, nella lingua parlata, possono essere raccontate in modo confuso, perchè assoggettate al flusso – a volte incessante e caotico – dei pensieri (io sono uno di questi casi). Scrivere aiuta a focalizzare, a fissare idee, obiettivi e storie.

E scrivere utilizzando diversi caratteri, sottolineature, corsivi, grassetti, ecc. caratterizza il significato del linguaggio:

  • usare un carattere arrotondato (e/o svolazzante) per comunicazioni tecniche può stridere;
  • usare sottolineature, grassetti e corsivi differenzia ed evidenzia diversi gradi di attenzione sulla trattazione di argomenti (li uso molto per focalizzare l’attenzione del lettore; utilizzo – in ordine crescente – corsivo, sottolineato, grassetto e grassetto sottolineato per evidenziare argomenti che mi preme segnalare);
  • usare elenchi puntati, enumerati per lettere [a), b), c),…] e/o per numeri [1), 2), 3)…], fornisce diversi livelli gerarchici via-via crescenti (dall’equità del puntato, al fortemente gerarchico della enumerazione);
  • scrivere in lettere MAIUSCOLE corrisponde ad un tono di voce alto, a sottolineare o a urlare concetti (me lo insegnò un ragazzo specialista del web tanto tempo fa, e da allora sono stata bene attenta all’utilizzo delle maiuscole, da me precedentemente utilizzate erroneamente per comodità, ad evitare di scrivere le maiuscole dopo le punteggiature… grande ingenuità… e grande pigrizia…).

Scrivere è bellissimo, è condivisione: grazie al web 2.0 siamo liberi di scrivere, liberi di riflettere, liberi di raccontare.

Siamo liberi di condividere le nostre emozioni ed i nostri pensieri, imparando anche a conoscere noi stessi molto più a fondo: vedere scritto su un foglio bianco le nostre riflessioni può essere una grande scoperta anche per noi stessi.

Ora, il passo successivo – per quel che mi riguarda – è completare il percorso, affinando l’utilizzo non solo della parola scritta, ma anche di quella parlata confrontandomi con la sfera emotiva, così da osservarla, apprezzarla e valorizzarla, senza temerla.

La lettura rende un uomo completo, la conversazione lo rende agile di spirito e la scrittura lo rende esatto. (Francis Bacon)

Extraordinary Me

Foto scattata da Extraordinary.

Ieri sono tornata da un corso residenziale molto speciale: Extraordinary Me.

Quattro giorni in un bellissimo albergo, di fronte al mare.

Quattro giorni intensi, lontano da tutto e tutti, per fare il punto della situazione su se stessi, su dove si è e su dove si vuole andare.

Quattro giorni durante i quali i problemi quotidiani sono stati tenuti a debita distanza, sono risultati più o meno lontani.

Quattro giorni accompagnati da Claudio Belotti, straordinario mentore e facilitatore, supportato dalla grandissima Patrizia Belotti, dallo straordinario Sebastiano Zanolli e dal bravissimo Fausto Madaschi.

Quattro giorni durante i quali, insieme ad altri eccezionali 13 compagni di viaggio, abbiamo condiviso, abbiamo scoperto e ci siamo emozionati.

Prima di partire mi è successo di tutto. Era come se “qualcosa” facesse di tutto per impedirmi di andare: dicono che quando il fisico dia segnali di somatizzazione, qualcosa dentro di te si stia ribellando e smuovendo. Bene, una settimana prima m’è venuto un raffreddore allucinante (preso durante una calda giornata di crociera sul Brenta, navigando tra le ville venete…) che mi ha letteralmente “piegato come un origami”, costringendomi ad un uso massiccio di aspirine per restare lucida ed operativa.

Un po’ di tempo prima ho iniziato a dare segni di fastidio ed intolleranza alla “crescita personale“, tanto da uscire dal gruppo Extraordinary di Facebook.

Quando è stato il momento di dare delle risposte e di fare un punto della situazione pre-corso, è venuta fuori rabbia, frustazione e profonda insoddisfazione.

Ed oggi, guardandomi indietro, ho compreso che c’era nascosta una paura folle. Di cosa? Non ne ho la più pallida idea!

Perchè oggi, dopo avere vissuto questi 4 giorni veramente incredibili, mi sono guardata indietro e ho visto la assoluta e totale inconsistenza di quello che ho pensato e riflettuto prima di partire.

Ho visto una storia che mi sono raccontata per tanto-tanto tempo e che non ha nessun fondamento.

E’ vero, mettersi in gioco, mettersi a nudo, può farti andare in crisi, crearti un profondo imbarazzo. Soprattutto se sei abituato a vivere un determinato ruolo e questo ruolo ti ha imprigionato.

Invece, mettersi in gioco, mettersi a nudo, può solo farti crescere. Devi fidarti di quello che succederà, perchè non ci sarà nulla di cui avere paura.

Questo ho compreso: 4 giorni guidati da Claudio Belotti (che ha dato anima e cuore), accompagnati affettuosamente da sua moglie Nancy ed accolti calorosamente da Francesca, mi hanno dato modo di rimuovere un bel po’ di sovrastrutture, e di guardare in faccia alle emozioni.

Ho attraversato momenti entusiasmanti, al limite dell’innamoramento, di profonda emozione, di profonda intimità con me stessa e la mia vera natura.

E la cosa più divertente è stata che non ho risposto alla domanda alla quale volevo rispondere assolutamente prima di iniziare il corso.

Ho fatto tutt’altra cosa, ho fatto quello che realmente dovevo fare.

E’ iniziato un nuovo viaggio.

La “Crescita Personale”, un arma a doppio taglio.

Immagine tratta dal blog Efficamente

Frequento corsi di “crescita personale” dal 2007.

Approdata per ragioni personali (dalla parola stessa), come è successo (e succede) a tante persone quando iniziano a frequentare questi corsi, è nata la passione per la Programmazione Neuro Linguistica, il Coaching, la Negoziazione e la Leadership.

E la naturale conseguenza è stata quella di iscrivermi alla Scuola per Coach per diventare un Coach.

Ora, a distanza di qualche anno e continuando a frequentare i corsi, sorgono dubbi e riflessioni.

Riflessioni dettate dalle esperienze lavorative, dalle riflessioni private e dagli scambi di opinioni che nel frattempo ho avuto con amici.

La cosa che più mi inquieta è che, confrontandomi con persone che stanno seguendo percorsi di crescita personale (di vari generi e scuole: dai più concreti ed operativi, ai più spirituali), ho percepito una sorta di dipendenza.

La “materia” è sicuramente affascinante ed occasione di grande arricchimento (leggendo alcuni – non tutti – libri sull’argomento, si aprono moltissime porte che ti fanno esplorare nuovi campi, leggere nuovi libri, sviluppare nuovi interessi), ma su alcuni soggetti “sensibili” rischia di aprire dei “loop” nei quali si entra e si inizia a percorrere in circolo un sentiero autoreferenziale.

Si vede la realtà sempre sotto la stessa lente, si valutano le persone (e gli amici) solo seguendo determinati procedure o schemi, si danno consigli non richiesti, si leggono solo ed esclusivamente libri attinenti l’argomento, escludendo a priori altri libri di altri generi (narrativa, saggistica, avventura) e discussioni su argomenti “leggeri”.

Nel “loop” l’Ego si ingigantisce sempre più e ci si auto-considera “guru” di qualcosa, sentenziando e perdendo gradualmente il contatto con la realtà fatta anche di gestione concreta dei problemi.

In questo processo il passo successivo, secondo me, è la presa di decisioni molto rischiose:

  • visto che l’azienda per cui lavoro non rispecchia i miei valori, do’ le dimissioni (“salto senza rete”);
  • visto che non mi piace più il lavoro che faccio, lo lascio (senza avere preparato una alternativa);
  • voglio fare il Coach (senza avere valutato realmente le proprie capacità: un conto è che ti piace qualcosa, un conto è quello che sai fare, quello per cui hai talento);
  • ecc..

A volte penso che la “Crescita Personale” sia un’arma a doppio taglio: un insieme di strumenti in grado di apportare qualità nella vita di un individuo, ed un insieme di strumenti che – se non adeguatamente compresi e gestiti – possono generare dinamiche comportamentali dannose.

Il Coaching, la PNL e le altre discipline affini devono – sempre secondo me – aiutarti a ragionare con maggiore lucidità, ad uscire dai “loop” negativi nei quali ci si impiglia in alcuni momenti, a farti gestire gli stati d’animo in maniera migliore, a farti prendere decisioni migliori e funzionali, a farti vedere le cose da più punti di vista.

Invece, in alcuni casi, rappresentano un’ancora di salvezza, un rifugio dalla realtà, che può farti perdere la rotta e farti credere cose non reali e non correttamente ponderate.

Come tutti gli strumenti sofisticati può fare molto bene e può fare molto male, dipende dall’uso che se ne fa.

Secondo me l’abilità sta nel testare gli strumenti che si acquisiscono su se stessi, utilizzandoli per tracciare la giusta rotta, mantenendo un confronto costruttivo con la realtà fatta di conoscenze acquisite (cultura acquisita) e confronti con amici, mentori, referenti, che possono anche avere idee diverse dalle tue (e guardarti con scetticismo) ma possono anche funzionare egregiamente come “contro-bilanciatori” in grado di farti scegliere le giuste strategie, considerando sempre che la decisione finale è sempre e solo tua.

Ciò che ho scritto in questo post scaturisce da riflessioni che sto intensificando in questi ultimi tempi, a conclusione del percorso della Scuola per Coach. Ho attraversato (e sto attraversando) fasi di grande motivazione nel volere fare il Coach, e altrettanti grandi momenti di riflessione:

  • Ha senso cambiare rotta con una brusca virata, abbandonando a 43 anni quanto fatto sino ad oggi per andare a fare una cosa completamente diversa?
  • Mi piacerebbe realmente fare il Coach?
  • Ho le capacità necessarie?
  • Come posso utilizzare quanto imparato ad oggi come un valore aggiunto per riconfigurare la mia attuale professionalità?
  • Come posso incardinare queste nuove conoscenze con le conoscenze acquisite in quasi 15 anni di lavoro?
  • Come posso incardinare 15 anni di esperienze tecniche pregresse in una nuova figura professionale di Coach?

Queste domande potrebbero essere una traccia di un esame di coscienza da farsi durante questi percorsi di crescita, ascoltandosi molto attentamente mentre si risponde, individuando eventuali falsi segnali che possono farci prendere decisioni sbagliate.

Avere paura

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Claudio Belotti, nel suo libro “La vita come tu la vuoi“, ci dedica un paragrafo.

Sebastiano Zanolli ci dedica un libro (“Paura a parte”) scritto con il suo “stile rapido” che lo caratterizza.

E’ la paura. Quella brutta bestia che, se non gestita adeguatamente, è in grado di ostacolare scelte e decisioni di vita (dalle più piccole alle più grandi).

Sulle piccole scelte è un tutt’uno con l’indecisione.

Sulle grandi scelte si lega strettamente all’orientamento che la vita può prendere (in ambito privato e professionale): la paura di non farcela (di non avere capacità sufficienti), la paura di non avere sufficiente autonomia economica per attraversare momenti di probabile inattività di durata imprecisata (in caso di perdita del lavoro o di decisioni di cambiamento “saltando senza rete”), la paura di non avere sufficienti capacità tecniche/preparazione, la paura di non avere l’età giusta per affrontare i cambiamenti professionali (troppo vecchio per certe attività, troppo giovane per altre).

Oppure la paura generata dall’insicurezza nel confronto con gli altri: nei momenti di dialogo con altre persone che si incontrano in ambito lavorativo (e formativo), che vendono se stessi come i migliori professionisti del settore, e che – se solo non ci si sente assolutamente sicuri delle proprie capacità – possono ri-metterti in discussione, generarti dubbi e farti sorgere timori che – se non arginati – diventano paure.

Poi c’è la paura di quello che si sente e si legge continuamente (la crisi, la perdita del lavoro, la proiezione/previsione di mancanza di un futuro), unito allo scoraggiamento che si insinua nella presupposizione (variamente installata) che si fa carriera solo per “nepotismo” (in senso lato) e non per giusti meriti.

In queste condizioni non è semplice tracciare e mantenere focus su obiettivi e programmi per il futuro. Ma va necessariamente fatto, cercando di non ascoltare ciò che da più parti viene detto.

Come ho già scritto su precedenti post, bisogna cercare di ascoltare solo se stessi e ciò che il proprio istinto suggerisce (incuranti delle sirene disfattiste), affrontando anche il timore di ferire i propri cari (prodighi di consigli non richiesti, detti per il nostro bene), sganciandosi dalla dipendenza da indici referenziali esterni (alla ricerca dell’approvazione altrui).

E proprio per non ferire coloro che dispensano consigli in buona fede, dobbiamo affrontare le divergenze ed esprimere i motivi delle nostre scelte, che potranno non essere comprese, ma almeno coinvolgeranno i nostri cari, rendendoli partecipi e proteggendoci dal rischio di installazione di dubbi e paure.

[Scrivo questo perchè proprio oggi avevo preparato un bel discorso da fare a mio padre, con cui ho un ottimo rapporto fatto anche di scontri costruttivi, generati dalla differenza generazionale e dalla differente visione del mondo (e del vissuto della realtà). Avevo in mente tutta una sequenza di argomentazioni a “giustificazione” di alcune scelte che sto perseguendo, che non è stato necessario snocciolare, essendo riuscita a trasmettere le idee in modo molto diverso e condiviso.]

Ma anche lavorare per cambiare il proprio punto di osservazione della realtà, imparando a gestire il proprio stato emotivo, può aiutare a sospendere la paura del proprio futuro: guardando la realtà con distacco, si può comprendere ed accettare la estrema variabilità, chiarendosi e tracciando possibili nuove strade, trovando nuove porte da aprire.

Tutto ciò senza sopprimere la paura, perchè più si cerca di soffocare una sensazione, uno stato emotivo, maggiore è la forza che acquista, rendendo difficile gestirsi e ragionare con lucidità.

Chiudo con la bellissima Litania della Paura Bene Gesserit [Frank P. Herbert, Dune] (riportata da Claudio Belotti in apertura al paragrafo dedicato alla paura):

Non devo aver paura.
La paura uccide la mente.
La paura è la piccola morte che porta con sé l’annullamento totale.
Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi.

E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne osserverò il percorso. Là dove sarà andata la paura, non ci sarà più nulla.
Soltanto io ci sarò.

Immagine tratta da Google Immagini

Omaggio al Commissario Wallander

[Nella foto l’attore svedese Krister Henriksson, interprete del celebre commissario nella omonima serie televisiva svedese]

Ho appena finito di leggere “L’uomo inquieto” l’ultimo libro di Henning Mankell con protagonista il commissario Kurt Wallander.

E, a differenza di alcuni commenti letti su aNobii, è un libro che mi è piaciuto.

E’ la degna conclusione delle avventure di questo poliziotto dai modi bruschi, dal carattere burbero, ma dal grande cuore e dalla grande sensibilità.

Scoperto da mio padre, accanito divoratore di libri (gialli), ho iniziato a leggerne le avventure (in rigido ordine cronologico) appassionandomi sempre più.

La partenza è stata in salita, dovendo sia entrare nella mentalità e nello stile dello scrittore, sia – soprattutto – dovendo prendere confidenza con questa figura anomala di poliziotto e con i suoi pensieri al limite – a volte – dell’autolesionismo.

La descrizione dei luoghi (il silenzio e la “desolazione” della Scania), le riflessioni del protagonista (le decine e decine di domande che si pone su se stesso e sulla vita) e le sue fragilità umane, ne fanno – secondo me – un personaggio sfaccettato ed intelligente, mai “ipertrofico” come i protagonisti dei thriller americani, pervaso anche dalla umanissima paura in caso di pericolo.

I personaggi di contorno quali Nyberg (l’esperto della scientifica dal carattere impossibile), Martisson (il collega sempre sull’orlo della depressione), la figlia Linda ed il suo mentore Rydberg, per citarne solo alcuni, sono anch’essi tratteggiati con particolare profondità.

In questo ultimo libro (“L’uomo inquieto”), Wallander (che si trova coinvolto in una vicenda dai contorni da intrigo internazionale) ha 60 anni e inizia a fare riflessioni profonde sulla vita e sulla vecchiaia, domandandosi dove sta andando e quanto tempo gli resta ancora da vivere, pensando al suo vecchio padre (una figura eccezionale nella sua eccentricità) e alla sua malattia.

Henning Mankell e Kenneth Branagh [Immagine tratta da tvblog.it - Aggiornamento 5 ottobre 2015]
Henning Mankell e Kenneth Branagh [Immagine tratta da tvblog.it – Aggiornamento 5 ottobre 2015]
Forse, come qualcuno ha evidenziato, questo racconto è anche una sorta di auto-riflessione dello scrittore (quasi coetaneo del suo protagonista) utile però non solo a chi ha una “certa età”, ma estendibile anche a chi è più giovane.

Il ritmo del racconto è analogo alle precedenti avventure: lento, riflessivo, mirato ad evidenziare le dinamiche del comportamento umano e dell’intuito.

Forse questa mia affezione al personaggio è dovuta al fatto che ho riconosciuto in lui alcuni aspetti del mio carattere (quelli più lunatici e scontrosi), vedendo nelle sue qualità (umanità, intuito e perseveranza) aspetti insospettabili e ricchissimi che compensano ampiamente stravaganze caratteriali.

Wallander resta una bella figura della letteratura polizesca, ed è stata una occasione per conoscere anche un aspetto della Svezia per me inaspettato: una Svezia fatta di problematiche sociali, di violenza e di realtà profondamente degradate (ricordiamoci anche la splendida Trilogia Millenium di Stieg Larsson), molto diversa dal mito del Paese perfetto che alcuni di noi (me compresa) hanno coltivato nella propria testa.

“Steve Jobs – L’uomo che ha inventato il futuro”

“Siate autori della vostra vita, non lasciate che gli altri la scrivano per voi” [Steve Jobs]

Scritto da Jay Elliot (ex-Senior Vice President di Apple), con la collaborazione di William L. Simon, racconta dall’interno la storia della Apple e del suo fondatore Steve Jobs (insieme a Steve Wozniak).

Come ho letto in altre recensioni su Anobii, è effettivamente evidente che l’autore nutre una vera e propria venerazione per Steve, ma resta comunque il fatto che si tratta di un libro interessante: una storia che racconta la determinazione, l’intuito, i successi ed i sonori capitomboli dell’uomo più venerato dei nostri giorni.

L’obiettivo del libro è quello di tracciare e modellare la metodica di Steve Jobs: come affronta le sfide, come motiva i suoi collaboratori, come segue il suo istinto, nel tentativo di estrarre quella che l’autore chiama la “iLeadership” (parafrasando la “i” di iMac, iPhone, iPad e così via).

Sicuramente interessante nell’evidenziare le sue capacità di visualizzazione del prodotto nella sua totalità (compreso l’imballo!) prima che esista (fattibile o non fattibile, ma sempre fattibile alla fine) e nella capacità di trascinare con se la squadra, in progetti al limite della resistenza fisica e psicologica, con il suo stile di “Leadership battistrada“.

Affascinante la sua ossessione per il design ed il minimalismo (ed anche un pizzico di lusso…), passando per l’informalità dell’ambiente di lavoro e le modalità di progettazione (che vanno contro tutti i principi di Project Management: si avanza in parallelo su più fronti, anzichè per fasi successive).

C’è però un “neo”: il tentativo di estrarre uno schema operativo di Steve Jobs fa cadere il libro sul finale.

Va bene trarre ispirazione e spunti da personaggi di questo calibro, ma credo sia assolutamente da evitare una ripetizione che resta una scopiazzatura dell’originale, privo della linfa vitale che fa la differenza.

Quindi leggerlo si, senza però tentare di riprodurre pedissequamente: non si sarà mai uguali all’originale.

Spetta a noi stessi sviluppare il nostro personale stile di leadership.

[Immagine in evidenza tratta dal sito Macitynet]

“Io vivo nel futuro”, Nick Bilton

io-vivo-nel-futuro

“Perché il vostro mondo, il vostro lavoro e il vostro cervello stanno per essere creativamente distrutti.” [Sottotitolo del libro]

Sono inciampata per caso in questo libro, mentre cercavo testi su Twitter, sull’utilizzo ottimale dei blog, sul Personal Branding e sulla comprensione delle potenzialità del Web 2.0.

Navigando nel sito della Hoepli, dopo avere digitato la parola “Twitter” nel loro motore di ricerca interno, ho trovato anche questo libro e – spinta dalla curiosità (e dal suo sottotitolo, che trovo geniale)  –  l’ho acquistato nella libreria di via Hoepli a Milano.

Mi sono divertita e ho trovato anche conforto e conferme, leggendolo.

Il conforto l’ho trovato leggendo il divertente excursus che l’autore fa nella storia dell’uomo, attraverso le più importanti innovazioni tecnologiche: la nascita delle tecniche di stampa prima, del treno poi, della radio e della televisione successivamente. Tutte innovazioni tecnologiche che hanno generato puntualmente anatemi, strali, urla e stracciamenti di vesti di preoccupazione. Tutte indicate dai loro detrattori come causa della fine della civiltà, in una costante di corsi e ricorsi storici, pressoché ciclici.

Mi sono divertita (e si è risvegliato in me il bambino) a leggere i possibili (anzi ormai certi) sviluppi della tecnologia e del Web 2.0 come lo conosciamo oggi (mi sembrava di leggere un romanzo di fantascienza).

Mi sono anche un po’ preoccupata ed inquietata nel leggere gli sviluppi futuri che correranno sulla sottile linea di demarcazione che divide la libertà (e la condivisione assoluta), dal controllo ad opera di un Grande Fratello, sicuramente figurativamente diverso da come se lo immaginava George Orwell nel suo libro “1984”, ma già presente (basti pensare alle carte di credito, alle varie carte Fidaty, alla posta elettronica, ai Social Network, alle batterie dei cellulari che funzionano come transponder, ecc. ecc.).

Sono rimasta affascinata dalla futura possibile iper-personalizzazione della informazione, grazie alla immensa offerta e condivisione di informazioni ad opera di tutti che ci permette già oggi di scegliere ciò che a noi più si confà.

E ho trovato conferme (supportate anche da recenti articoli che ho letto) alla sensazione di cambiamento dei processi neurologici che avvengono nel cervello, grazie (o a causa di, a seconda di come la si voglia vedere) alla interazione con la rete: pensi più veloce, ti sposti più rapidamente da un argomento all’altro e diventi capace di gestire più cose contemporaneamente, in un apparente stato di distrazione continua. Una conferma a quanto avevo già percepito  e avevo espresso in un mio precedente post su questo blog (come 40enne neofita del web… quindi con tutte le difficoltà del caso di un rappresentante di una generazione che si trova a cavallo di questo cambiamento che viaggia ad una velocità esponenziale).

Ed un conferma ulteriore arrivata da una recente ricerca che afferma che “domani” (a me sta iniziando a succedere già oggi) useremo il cervello in modo diverso: non ricorderemo più i fatti, le nozioni, ecc., bensì ricorderemo dove andare a cercare le informazioni, gestendo il flusso di informazioni immenso in modo profondamente differente.

L’autore Nick Bilton, specialista del settore e giornalista del New York Times, descrive il tutto e racconta la storia dell’uomo (passata e futura) con piglio ironico (spassosa la sua indagine sul mondo del porno, decisamente fuori dagli schemi ma molto interessante) e con forza visionaria, spinto da una autentica passione.

Ci fa comprendere, con un linguaggio narrativo e quindi ancor più piacevole, che grazie al Web 2.0 siamo (saremo) tutti scrittori, fotografi, giornalisti, opinionisti e politici, in grado anche di generare cambiamenti di (possibile) ampia portata.

D’altronde:

Il battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.

[Foto in evidenza tratta dalla pagina About.me di Nick Bilton]

“Dovresti tornare a guidare il camion, Elvis”

…il pessimismo non aiuta, comunque vada a finire. Avere un sano scetticismo è molto differente dall’essere pessimisti.

Un paio di giorni fa ho finito di leggere (a tempi di record) il libro di Sebastiano Zanolli. Letto in sequenza (praticamente insieme) con il suo precedente lavoro “Io, società a responsabilità illimitata” (come suggerito da Pierangelo Raffini nel suo post), non sono in grado di ricordarmi cosa c’è scritto in uno e cosa nell’altro, costituendo entrambi (almeno per me) un unico discorso.

Però a livello emotivo sono stata molto coinvolta da “Dovresti tornare a guidare il camion, Elvis”; forse perchè con il precedente ho “scaldato i motori”, entrando con la testa nel suo modo di scrivere (sono stati i primi libri suoi che ho letto), e/o forse perchè l’ultimo lavoro è andato a toccare delle corde particolarmente sensibili, attraverso una sequenza di pensieri e riflessioni messi nero su bianco.

Infatti rispetto ad altri autori, Sebastiano ha un modo di scrivere particolare: ogni frase è a capo, come un pensiero ben distinto ma – contemporaneamente – ben legato alle altre riflessioni che seguono e che precedono.

La mia personalissima impressione è stata quelle di leggere un blocco di appunti scritto da un amico, ricchissimo di spunti (tante le citazioni di autori e testi), da cui poter partire con riflessioni e ricerche personali, come in un sistema “ad albero”, le cui radici, ed il cui tronco, sono rappresentati dal suo lavoro.

Una sequenza (una “mitragliata”) di suggerimenti e di robuste iniezioni di fiducia in se stessi e nelle proprie capacità (anche se il coro delle sirene e dei pessimisti attorno a te dice esattamente il contrario).

Una fonte inesauribile di stimoli per trovare l’ispirazione nella ricerca dei propri talenti e della forza che ognuno di noi ha (magari seppellita sotto notevoli sovrastrutture dis-funzionali e/o messa a tacere dalla cacofonia disfattista).

Un libro da rileggere ogni volta che se ne senta la necessità, grazie anche alla sua agilità, sinteticità e semplicità (tre caratteristiche non da poco in un mondo come quello di oggi, pieno di individui che amano parlare e parlarsi addosso fino allo sfinimento dell’interlocutore).

Un testo scritto da una persona che lavora (“un manager atipico”, come descritto nel retro di copertina), appassionato di formazione e di autoformazione. E proprio per questo in grado di sintetizzare, fondere e concretizzare questi mondi tra loro, a volte, scollati.

Una persona, che grazie a quello che è e che fa è riuscito a trovare il suo filo rosso che tutto lega: una ricerca che spetta a ciascuno di noi, anche per tentativi ed errori perché non siamo infallibili e non dobbiamo avere paura di sbagliare.

[Immagine in evidenza ©www.yorick-photography.com]