“Gemmazione”…?

gemmazione

Ti è mai capitato di tornare a casa tardi, andare a dormire all’1.00 di notte e svegliarti alle 5.30 con una sensazione addosso di fretta?

E di non riuscire più a prendere sonno e di arrenderti e alzarti alle 7.00?

Stamattina per me è stata così.
(E la cosa che mi consola è che – essendo sabato – magari oggi pomeriggio ci scappa un pisolo con un po’ di recupero.)

Ma quando succede una cosa così?

Quando hai una preoccupazione.
Quando hai un problema da risolvere e non ti dai pace fino a che non lo hai risolto.
Quando qualcosa “bolle in pentola nel retrocranio” e – forse – spinge per emergere e spinge per farti fare…

Non so se in chi legge c’è qualcuno che si trova in una situazione di questo tipo: le soddisfazioni lavorative sono in caduta libera in avvitamento verso il basso (ed i colleghi attorno a te li vedi stanchi, se non come te, più di te); vorresti fare altro ma non trovi il tempo se non rosicchiando angoli di riflessione durante i tragitti da e per l’ufficio e rubando ore di sonno; vorresti fare altro ma non riesci a focalizzarti su come gestire la situazione da un punto di vista finanziario…

Insomma un turbine di cose che si agitano nella testa e premono per configurarsi in una qualche struttura logica a te sconosciuta.

E questa struttura logica combatte contro uno dei tuoi più grossi demoni: la paura.
Quella paura di non farcela professionalmente ed economicamente.

Ma ti rendi conto anche che la paura ha una piccola falla che potrebbe essere la tua salvezza, la tua spinta definitiva verso un salto (non privo di rischi) che deve però escludere una programmazione ed una visione oltre l’anno (se non raccontando una storia che può “stimolarti a”).

La falla che potrebbe essere la tua salvezza si chiama “fuga”.
Fuga da situazioni di riconoscimento professionale sconfortanti.
Fuga da luoghi virtuali nei quali la tua professionalità non conta nulla: conta solo un mostro che assume diverse forme e nomi (burocrazia, profitto,… chiamalo come ti pare, perché tanto ha diverse facce…).

E allora pensi.
Ti rigiri nel letto in ansia.

Hai fretta.
Hai paura di perdere questa strana pressione di spinta all’azione, che però necessita di un finale colpo di reni che ti faccia tirare giù con una precisa spallata (neanche tanto forte) l’ultimo diaframma che ti separa dallo spazio che sta dall’altra parte e che si chiama “tentativo” (se mai provi, mai sai…).

“Tentativo” che però si deve confrontare con un altro spettro: quello del “e se poi non ce la fai?”
Quello spettro che rappresenta l’ultimo legaccio strategico che ti potrebbe tenere inchiodato qui.
Nello status-quo di qualcosa che sai benissimo che non ti rappresenta più e che – se non affrontato – ti condanna a vivere qualcosa di non tuo.

Ed in questo turbine di pensieri mattutini, ripensi a frasi dette da persone che stimi, spunti che ti sono stati offerti, caratteristiche che sono state individuate da altri (ognuno ne ha vista una, ma se ci pensi un comune denominatore c’è, anche se la tua logica e la tua razionalità stentano a capire… e questo rappresenta un ulteriore problema da affrontare).

Ripensi ai mesi di questo anno che si sta avviando alla fine e che ti ha spremuto come un limone. Ma che ti ha insegnato tanto.

Rifletti su storie di persone che conosci, che hanno avuto il coraggio di buttarsi (con tutta l’ansia del pianeta a fargli da fardello) e che adesso stanno arrivando. Ce la stanno facendo, tutti: nessuno è tornato sui propri passi.

Pensi che forse ce la puoi fare anche tu.
Solo che non hai mai avuto il coraggio di tentare.

Pensi che devi solo prenderti il tempo (senza scuse) per pianificare bene la cosa (così metti in pace la tua coscienza, che ti dà del folle sconsigliandoti vivamente di fare cose insensate “perché non è il momento adatto, e poi hai già una certa età”…).

E hai bisogno di tempo e di spazio, per sgombrare e per fare posto a cose nuove.

È possibile che da una serata trascorsa a fare quattro chiacchiere con una amica davanti ad una pizza ti emergano nottetempo queste riflessioni?
Pare di sì.

(Serata dove, tra le altre cose, raccontandole entusiasta del tuo telefono Android, i signori del tavolo a fianco ti chiedono timidamente informazioni sul telefono e tu – parlandogliene – glielo vendi [!!!]… eggià… la vendita, il tuo peggiore demone…)

Forse è stata la ciliegina sulla torta (o una delle ciliegine sulla torta) di un lungo processo decisionale, molto più complesso del peggiore consiglio di amministrazione mai visto sino ad oggi…

Se la decisione è presa, devi solo pianificare sul serio.

E smettere di rigirarti su te stesso, trovando scusanti varie ed eventuali che fanno scorrere inesorabilmente il tempo, che non si riavvolge più…

Immagine tratta da http://www.giornalettismo.it]

Io sono una astronauta

astronauta“Bello come ci si evolve… e si cambia, per ritornare poi…a fare l’astronauta alla scoperta di nuovi pianeti!”

Ho conosciuto Lucia Perfetti di Chiocciola Blu (Milano) una sera del Toastmasters: il club che frequento ha partecipato ad una serata dimostrativa per patrocinare e lanciare un club in territorio monzese.
Numerosi soci di Milano hanno accettato di buon grado la trasferta per partecipare e mettersi in gioco.
Ma anche numerosi ospiti si sono presentati (persino una amica di Verona) e tra queste c’era proprio Lucia.
Che più tardi mi ha fatto una sorpresa, di portata molto-molto ampia.
E di lunga gittata.

Infatti quando sono tornata a casa, facendo un rapido giro nei social network ho visto la condivisione sul suo profilo della pagina di questo blog intitolata “La mia storia” (dove scrivo che da piccola volevo fare l’astronauta…): nei commenti ai miei ringraziamenti per la condivisione, mi sono meravigliata per la bella ed insolita considerazione che apre questo post.
E’ stata una bella sorpresa che mi ha fatto molto piacere.
Ma siccome sono una ruminante e lenta di assimilazione, i flash di comprensione più ampia posso arrivarmi dopo tanto tempo…
E così è stato anche questa volta.

Dopo una giornata di quelle in cui sei stato un po’ (tanto) giù…
Nel mezzo di una giornata dove diventi ostaggio emotivo di te stesso e fatichi ad uscire da loop emotivi…
In una giornata di quelle dove la “para mentale” diventa una cosa fastidiosissima ed una volta che ne sei uscita, ne compare un’altra e avanti così in una sequenza senza apparente via d’uscita…

Accade che da un angolo del tuo crapino emerga un pensiero, un ricordo, che risale a diverse settimane prima, e si faccia largo – sgomitando – in mezzo ai pensieri bui e deprimenti, fino a diventare chiaro e limpido nella tua testa.
Allora osservi stupefatta questa metafora che ora – sotto un potente spotlight – esplode in un moltitudine di colori.
Dandoti ossigeno.
E in un improvviso flash-back ritorni all’infanzia, ricordando che volevi fare l’astronauta, ricordando che tutti i film di fantascienza che uscivano al cinema erano tuoi (cosa che accade ancora oggi, in misura un pochino inferiore), e la bimba che è in te gioisce (dopo che ha passato qualche giorno ranicchiata in un angolo, triste e sconsolata).

Ma anche l’adulto sorride (con benevolenza).
Sorride perché forse ha trovato un modo diverso per approcciare la quotidianità che non sempre è tutta “ricchi premi e cotillon” (anzi lo è sempre meno).
Ma che se presa nella giusta prospettiva può diventare una sfida esplorativa. Sicuramente non facile, ma comunque esplorativa.
Non a caso la quotidianità viene sempre più definita una “giungla”, ma nella accezione negativa del termine.
Invece così, sforzandoti, facendo anche dei doppi salti mortali carpiati per trovare chiavi di lettura insolite, osando ristrutturazioni linguistiche ardite, cerchi motivi per i quali andare avanti.
Tentando e sforzandoti di leggere la realtà in modo diverso da come la leggi usualmente.

E allora, esplorando, magari riesci a scrollarti di dosso quella pesantissima coperta che ti pesa sulle spalle, deprimendoti.
Riesci a liberarti di quei lacci che ti imbrigliano e ti impediscono di muoverti.
Trovando risorse inaspettate per partire in esplorazione di strade altrettanto inaspettate.
Che possono condurti verso nuovi mondi che non avevi minimamente preso in considerazione, o che ti erano totalmente sconosciuti.
Perché non li vedevi. Semplicemente.

Perché ho scritto tutto questo?
Perché magari può tornare utile a qualcuno che – come me – si ficca in pensieri nefasti e disfattisti, molto ben alimentati da tutto ciò che leggi e vedi.

Coraggio…
Non è una passeggiata, ma se non altro per rispetto nei confronti di te stesso vale la pena tentare.
Rimboccandosi le maniche e partendo in esplorazione.

“L’arte di correre” di Murakami Haruki

CopertinaL’ho trovato un libro strano.

Ho fatto molta fatica a partire.
Ad entrare in sintonia con il suo modo di scrivere.
Sì, perché all’inizio trovavo il suo stile un po’ discontinuo. Frammentato. Fatto di scarti improvvisi da un argomento (la sua passione per la corsa) all’altro (la sua vita e la sua attività di scrittore).

Poi è scattata la sintonia.
Non so esattamente a che punto, ma credo quando ho letto questa frase:

“La pazienza, la scrupolosità e la resistenza fisica sono sempre stati i miei titoli di merito, sia da quando ero bambino. Per fare un paragone con i cavalli, sono più vicino a quello da tiro che a quello da corsa.”

Da lì il percorso all’interno della sua metodica narrativa si è fatto più agevole, e le affinità si sono via-via moltiplicate:

“In una certa misura, penso che la sconfitta non si possa evitare. L’essere umano, qualunque essere umano, non può continuare a vincere in eterno. Nell’autostrada della vita, non si può sempre stare sulla corsia di sorpasso. Questo lo accetto. Ma ripetere lo stesso sbaglio, no. Da un insuccesso voglio imparare qualcosa che mi torni utile la volta successiva. Per lo meno finché mi è concessa la facoltà di farlo.”

“Sì, sono convinto che esistono processi che non subiscono variazioni, qualunque cosa accada. E, se li accettiamo così come sono, non ci resta che modificare noi stessi, trasformarci con l’esercizio ostinato e ripetitivo, fino ad assimilare quel processo nella nostra personalità. Forza e coraggio!”

Queste sono solo alcune riflessioni dell’autore che mi hanno colpito.
Ne ho sottolineate tantissime altre, ma non le riporto qui altrimenti il post diventa lunghissimo.

Alla fine credo che quello che mi abbia fatto apprezzare l’autore è stato il percepire, l’interpretare (perché di lettura personale si tratta), quello che Murakami scriveva come un qualcosa di molto affine a quello che a volte io leggo, percepisco e ascolto di me stessa. In termini di fatica, di successi, di insuccessi, di perseveranza, di forza di volontà, di sconfitte…

Ho letto tra quelle righe delle riflessioni intimiste, oggettive, anche permeate di una sottile malinconia, che ho apprezzato.

Ho interpretato, mi sono immedesimata, nelle riflessioni dinamiche dell’autore che scaturivano durante le corse:

“[…] i pensieri che si avvicendano nella mia mente mentre corro sono semplicemente dei derivati nel nulla, tutto lì. Si formano ruotando intorno al nulla.”

Ed essendo riflessioni in libero scorrimento ed associazione, forse lì ho capito che il suo modo di scrivere era voluto.
Ho ripensato di quando io vado a camminare e di cosa succede mentre mi lascio portare dalle gambe: dei pensieri che emergono, di come essi influenzano l’andatura, e di come l’andatura stessa ammansisca considerazioni che – magari – in prima istanza emergono dure, violente ed aggressive, costringendomi a fare inizialmente molta fatica fisica.

Murakami ha buttato giù appunti, pensieri, riflessioni, così come venivano:

“Perché non cerco di mettere per iscritto, nel modo che mi viene più spontaneo, ciò che mi passa pe la mente, ciò che sento? O per lo meno perché non comincio da lì?”

Non è un libro per runner.
Chi pensa di trovare un testo tecnico di allenamento, sbaglia.
Conviene che faccia altre scelte (le pubblicazioni in materia sono tante e valide).
Il suo è un testo di memorie, e come tale va preso.
E’ un libro dove vari lati della vita dell’autore si intrecciano.
E dove l’autore dimostra, descrive, racconta, di come i due aspetti principali della vita (la corsa e la scrittura) si alimentino l’un l’altro.
Traendone energia a vicenda, generando una metafora interessante.

Libere riflessioni sul tempo

Magritte

Sabato sera, prima di addormentarmi, ho avuto la sensazione di avere perso il controllo del (mio) tempo.

Mi è venuto il panico, pensando alle cose che devo fare.
E pensando alle cose fatte, che mi sembra di non avere fatto.

Così mi sono fermata un attimo e ho ripercorso mentalmente la giornata…

Cosa hai fatto stamattina? Sono andata a lavorare.
Bene, e cosa hai fatto in particolare? Ho portato avanti un disegno, recuperando qualche ora di lavoro.
Ok. E poi cosa hai fatto? Sono andata a pranzo da mia mamma.
E poi? Sono andata dal parrucchiere.
E dopo? Dopo sono tornata da mia mamma e ho riposato un po’.
E quando ti sei svegliata cosa hai fatto? Sono andata in stazione a prendere il babbo che tornava dal mare. L’ho accompagnato a casa e poi sono tornata a casa mia.
Cosa hai fatto nella serata? Ho cincischiato da un libro all’altro senza trovare la giusta motivazione per proseguire nella lettura di un testo preciso.

E pensando proprio alla serata, e ai suggerimenti di una persona sulla mia indecisione su cosa leggere, ho pensato che quando perdo (anche) la costanza mi viene il panico.
Mi sembra di gettare via il tempo.

Chissà… Forse anche da un innocuo commento ad un post sui libri, può scaturire una riflessione sul tempo e sulla sua dispersione…
Può essere…

Infatti è stato così che ho ripreso la concentrazione sulla lettura di un libro (“Una cosa alla volta, in fila indiana”, mi recito ogni tanto, quando sento che sto per iniziare a sbandare).

È stata una settimana dura.
Funestata anche da tensioni in ufficio.
Ho visto scorrere via il tempo (prezioso) in modo inesorabile.
Praticamente l’ho visto gettare via. Con conseguente accumulo di ritardo.

Quando succede questo, puntualmente ricompare l’ansia e l’affanno.
Mancano cose, manca il tempo, e bisogna fare in fretta e bene.
E “in fretta e bene” sono due concetti che – per me – non vanno a braccetto…

Entrando in questo meccanismo perverso, facendosi tritare dall’ingranaggio, perdo ancora di più la consapevolezza di quello che sto facendo.
E non riesco a rendermi conto, non riesco ad avere il polso della situazione.
Ho la sensazione di girare in tondo.
Inutilmente.

Così, mi devo fermare (come ho fatto ieri sera), riepilogare e ripercorrere quello che ho fatto, passo-passo, per scrollarmi di dosso quella sgradevole sensazione di perdita del controllo e della gestione del tempo.
Già aggravata dalla continua frammentazione operativa, che ti fa scartare, avanzando a zig-zag da un argomento all’altro e ad un altro ancora…

Fermarmi.
Ogni tanto devo fermarmi e capire dove sono, cosa ho fatto e cosa devo ancora fare.
Con carta e penna.
Con un computer.
Con i Post-it.
Va bene qualsiasi strumento.
Basta che riesca a ricordarmi – quando sono presa dall’ansia e sento di essere prossima ad essere soverchiata dagli eventi – di fermarmi due minuti per osservare cosa ho fatto, congelando la situazione.

Per capire che – forse – il tempo non l’ho gettato via…

[Immagine: “Il tempo trafitto” di René Magritte]

“Guru per caso”

guru_per_casoÈ una piccola sorpresa il libro “Guru per caso”, scritto a quattro mani da Alessandro Zaltron e Demetrio Battaglia.

Scoperto appunto per caso da dei post pubblicati su Facebook, ed incuriosita dalla copertina assai buffa, ho verificato di cosa si trattava e – trovata la versione per Kindle – l’ho acquistato e ho iniziato subito a leggero.
Complice la fatica nell’avanzata su “Platone è meglio del Prozac”, che porterò a termine dopo che avrò finito “Mad in Italy” (attualmente in lettura).

Ma torniamo al “Guru per caso”.
Narra la storia di Guido Ghiri, opaco dipendente di una mega-azienda, che – grazie ad un caso fortuito di salvataggio – assurge a fama di guru in una escalation incontrollabile, abilmente manovrata da alcune figure che lo circondano.

Non voglio anticipare nulla della trama, che scorre via veloce, in una scrittura leggera e divertente.
Quello sul quale invece mi voglio soffermare è ciò che ho letto tra le righe della storia (e mi spiace non avere potuto assistere alla presentazione che i due autori hanno fatto a Bassano, assieme a Sebastiano Zanolli: un trio decisamente insolito che forse mi avrebbe fornito ulteriori chiavi di lettura).

Non so se è voluto (credo di sì…), ma ho visto una ironia molto arguta su un certo mondo popolato da guru filosofici, guaritori bislacchi, politici folcloristici
Tutto deliziosamente descritto e raccontato con leggerezza.

Ma ho letto anche riflessioni profonde: i pensieri che attraversano la mente del protagonista e che rappresentano anche un percorso di consapevolezza, di chiarimento interiore, che si fa via-via più nitido mano a mano che la sua avventura come guru cresce e sfugge al suo controllo.

Guido Ghiri è un po’ come uno di noi.
Rappresenta e da’ voce alle nostre insoddisfazioni e frustrazioni che ci perseguitano, quando avvertiamo che non siamo più contenti  di quello che siamo e di quello che facciamo.
E così decidiamo di lanciarci in avventure ed esperienze, alla ricerca di qualcosa di nuovo e diverso.
Rischiando di rincorrere l’Araba Fenice, inseguendo non più desideri nostri ma visioni altrui.

Insomma un piccolo libro intelligente.
Leggero e pervaso da intelligente ironia.
E che cela riflessioni attorno ad un mondo popolato da persone orientate alla speculazione (non tutte per fortuna), che sfruttano le debolezze altrui per fare business.

Secondo me da leggere…
Per divertirsi e anche per riflettere…

“In simili casi vi è un solo alleato al quale affidarsi ciecamente, perché di solito non tradisce.
Quasi meccanicamente si scende dal letto, ci si avvia in cucina trascinando le ciabatte e, ancora assonnati, si cerca la luce. No, non l’interruttore: proprio una luce rivelatrice, purificante, che possa condurre sulle tracce del sonno perduto.
Però l’unica illuminazione che offre la società dell’homo technologicus è quella del frigorifero. Con sguardo appannato lo si apre, nella speranza di trovarci dentro le risposte all’insonnia notturna.
Di norma, invece, non c’è niente più che qualche pomodoro in via di decomposizione, un pezzo di formaggio con leggeri sintomi di muffa, una bottiglia di birra già aperta e sicuramente evaporata.
L’ancestrale brama di svelare uno scrigno pieno di sorprese lucenti si spegne miseramente su uno yogurt ai frutti di bosco. Scaduto.” [La metafora del frigo di Guido Ghiri]

Il mistero insondabile della fisica della caffettiera

caffè

Il mistero insondabile della fisica della caffettiera…
Potrebbe essere il titolo di un romanzo o un racconto…
Invece è la quotidiana querelle con la caffettiera che – a suo insindacabile piacimento e gradimento – decide se e come fare il caffè…
Nonostante le mie procedure di preparazione restino immutabili giorno dopo giorno dopo giorno…
Chi te possino…

Scrivevo così il giorno 21 agosto 2013.
Per la precisione dopo pranzo, quando ho deciso di prepararmi un caffè pre-pisolo pomeridiano (che poi non ho fatto).

Già… La caffettiera… Questo “elementare” e vetusto aggeggio, minacciato dalle varie macchinette domestiche marcate Nespresso (o chi per esso), capaci di farti dei caffè espresso delle miscele più pregiate ed esclusive.
Le ho sempre disdegnate queste macchinette… Sarò antica, starò invecchiando… Però la ritualità del preparare il caffè con la Moka (volutamente con la “M” maiuscola) ha tutto un altro sapore.
La preparazione secondo dei riti comunque lenti, di una bevanda che ti deve dare la spinta a partire e ad affrontare la giornata,  ha un che di particolare.
Ti permette di svegliarti ancora un pochino, nelle prime ore della mattina, mentre esegui tutta la procedura di preparazione:
Riempire di acqua fino al di sotto della valvolina…
Riempire il filtro con il caffè (usando – io – miscela adatta alla Moka, per una mia mania di perfezionismo legata alla granulometria del caffè stesso), senza pressare e senza riempire troppo…
Chiudere, avvitando…
Mettere sul fuoco e aspettare che il caffè esca, gorgogliando…
(Mentre tu ti svegli ancora un pochino, uscendo dallo stropicciamento mattutino…)

Un rito. (D’altronde ognuno di noi ha i suoi riti.)
Una bolla di calma pre-giornata, che fa accendere gradualmente tutti i neuroni, uno dopo l’altro…

Tranne quando il rito in questione si “guasta”…
Cosa che è avvenuta “random” durante i 15 giorni di vacanza…

È la caffettiera?…
Pare di no… Mi è stato detto che ben 3 caffettiere sono state cambiate, con esisto sempre discontinuo e dubbio…
È la miscela?…
Pare di no… Usando la stessa miscela per Moka usata a casa, dove non si è mai verificato alcun problema, si pensa non sia colpevole…
È l’acqua?…
Non dovrebbe… È meno calcarea di quella di Milano…
È l’umidità?…
Mmmmhhhh… Potrebbe essere…
E torna alla memoria quell’articolo di giornale che avevi letto tempo addietro, dove – esperti di caffè e gestori di torrefazioni e bar – avevano spiegato che, al cambio della umidità atmosferica, dovevano cambiare la macinazione del caffè per evitare l’agglomerazione dei granuli e compromettere la preparazione di un buon espresso…

Tutto ciò pensi, mentre osservi la caffettiera che produce a fatica una schiumetta sinistra, seguita da un liquido di densità inquietante, che sgorga a fatica e riempie lentamente (molto lentamente) la caffettiera…
Mentre si diffonde nell’aria un odore ibrido tra “caffè robusto” (per usare un eufemismo) e qualcosa di bruciacchiato…

E sempre mentre osservi la manifestazione fisica di un “caffè sbagliato” (dal concetto ben diverso del ben più noto “Negroni sbagliato”), pensi ai principi della fisica che fanno sì che questa bevanda venga prodotta attraverso il calore che agita le molecole dell’acqua, contenuta nella caldaietta, che viene spinta e convogliata a passare attraverso questi granuli che rilasciano questa sostanza che diventa caffè liquido.
(Mi si passi la “licenza fisica” da spiegazione domestica…)

Processo fisico che – a volte – risulta fallace, producendo “sostanza-altra” lontanamente imparentata con il caffè…

L’insondabile fisica della caffettiera…
Mi fa tornare in mente il titolo di un libro (che ho da qualche parte) che prima o poi leggerò.
Mi pare si intitoli “La fenomenologia del tostapane”
Ma questa è un’altra storia…

PS: il 21 agosto sono riuscita – al secondo tentativo – a prepararmi il caffè. E, portata la tazza sul comodino, sistemando i cavi e cavetti del telefono, della tavoletta e dell’eReader, sono riuscita a mettere in ammollo nel caffè il cavetto del Kindle… Tanto per non smentirci… (Il giorno dopo ho utilizzato il cavetto per ricaricare il Kindle e non è esploso, per fortuna… funziona come se nulla fosse successo)

PS-1: e visto che non credo alle coincidenze (non è esattamente così… sono per il “non è vero ma ci credo”…), il Post proprio il 21 agosto ha pubblicato un articolo sulla storia della Moka Bialetti: http://www.ilpost.it/2013/08/21/moka-bialetti-caffe/

PS-2: e ancora… un amico mi è venuto in soccorso indicandomi questo link che spiega ben-bene come funziona una caffetteria… http://parliamone.eldy.org/2009/06/la-fisica-del-caffe-e-della-caffetiera/

PS-3: un altro amico mi ha segnalato che dipende anche dalla composizione dell’acqua (non solo dalla sua quantità di calcare)….

“LEGO Story”

61npeUULOjL._SL1500_Lettura agevole, LEGO Story (edito da Egea)…

Diviso in due parti, racconta – nella prima sezione – come è nata e si è sviluppata la Lego, analizzando le colonne portanti della visione del fondatore, illustrata attraverso un determinato tipo di leadership ed una precisa metodologia di lavoro fedele ad un importante punto di vista: quello del bambino. Un punto di vista che prevede non solo uno sforzo cognitivo (come ragiona un bimbo? cosa pensa un bimbo? cosa piace ad un bimbo?), ma che si estende anche ad una dimensione fisica che prevede l’abbassarsi alla loro altezza, arrivando a sedersi a terra per poter meglio osservare quello che loro vedono, e comprendere meglio la loro dinamica comportamentale.

(Mi ha fatto ricordare quando – a Natale – dovevo scegliere i regali per dei bimbi: mancando di fantasia, una volta – in un negozio di giocattoli – mi sono messa ad osservare cosa facevano i bambini, come si comportavano, che giochi guardavano, con cosa interagivano. Fu una vera e propria rivelazione e da allora è diventanto un metodo di riferimento: osservare ed ascoltare.)

Ma nel libro vengono anche evidenziati concetti interessanti (perché  pensati in tempi non sospetti) come l’importanza del restare fedeli alle proprie idee anche quando il successo ti esplode fra le mani, ed il rischio di perdersi per strada è alto (inseguendo la smania di crescere e la bulimia da business): proprio questo principio, questo recupero dell’origine di tutto, è quello che ha consentito il salvataggio della azienda quando stava naufragando.

La LEGO è un’azienda mossa dalle idee, e restare aggrappati a un’idea può essere difficile. […]
Di regola, le aziende non muoiono di fame, ma di costipazione: continuando a espandersi, il marchio perde forza.

Ed emerge anche la visione di grande avanguardia che ha contraddistinto fin da subito il fondatore Oli Kirk Kristiansen ed i suoi eredi (figli e nipoti).
In particolare di Godtfred Kirk Kristiansen sono la redazione di vademecum fondamentali dei requisiti che un giocattolo LEGO deve avere, le dieci regole LEGO, le regole di leadership...

Scritte negli anni ’60, sembrano redatte oggi e non hanno nulla da invidiare a quanto pensato in epoca odierna:

Le dieci regole LEGO:
1) essere persone vere e obiettive
2) essere persone positive e semplici
3) essere economi
4) essere internazionali
5) risvegliare l’entusiasmo
6) incoraggiare l’immaginazione e l’attività
7) tenere presente i “requisiti LEGO”
8) lasciare in secondo piano l’interesse personale
9) tenere d’occhio l’intero processo
10) seguire l’idea di base dell’azienda

E poi:
Fare domande…
Ascoltare…
Proporre…
E attendere i risultati.
E se qualcosa va storto, prenderla con filosofia.
Questo era – in sintesi – un altro dei metodi adottati da Godtfred, nell’approcciarsi ai collaboratori.

lego13Il libro prosegue poi con una seconda parte che è quasi uno spin-off del racconto della LEGO: viene presentata la metodologia LEGO Seriuos Play.
Un metodo di formazione per gruppi e aziende, che utilizza i celebri mattoncini per creare sinergie, esaminare progetti, smuovere la creatività, fare team-building in modo anticonvenzionale.
Sistema inventato dalla LEGO stessa come metodo educativo per manager, si basa sul capovolgimento delle dinamiche normalmente usate: se di solito “si pensa e poi si fa”, qui “si fa e poi si pensa”.
Usando il gioco e la manualità come punti di partenza, di sblocco alla creatività, affrontando solo dopo l’analisi e la codifica tipica dei normali processi di management.
Il metodo viene ben spiegato (forse anche fin troppo), analizzandone i molteplici aspetti di metodica e cognitivi, e spiegando diffusamente le fasi nei quali si articola.

Quello che mi ha un po’ disturbato è stato il dilungarsi di questa seconda parte: in alcuni punti mi è risultata un po’ promozionale.
Con i concetti ripetuti più e più volte.
A mio avviso poteva essere ridotta, a favore di un possibile ampliamento dell’excursus storico dell’azienda.
D’atronde il titolo del libro è “LEGO Story” e l’aspettativa nel lettore può essere di altro tipo, rispetto a quello di illustrazione di un metodo per buona metà del testo.
Potevo capire se il libro fosse stato ad uso interno di un corso universitario o di formazione.
Ma questo è un libro di divulgazione.
Racconta una storia.
O perlomeno il titolo dà l’idea che sia così.

gli-interni-degli-uffici-legoDiciamo che sono rimasta un po’ delusa.
Mi aspettavo un libro diverso.
Diverso nella struttura (e nei contenuti): più spazio, più voce, alla realtà LEGO (anche odierna), visto che si tratta di una azienda menzionata tutt’oggi come tra le più innovative come luogo di lavoro.
Mi aspettavo più colore: so che potrà sembrare strano come commento, ma tra il testo e l’immagine della LEGO che ho nella mia memoria, ho percepito una discrepanza. Credo che tanti di noi hanno davanti agli occhi ricordi di un mare di mattoncini colorati. E proprio i colori sono uno dei punti di forza: squillanti, gioiosi, vitali.
Invece il testo è in bianco e nero. Impostazione seria. Manageriale.
Dissonante – per come l’ho percepito io – rispetto al messaggio aziendale.
Può essere che – trattandosi di un testo ufficioso (non ufficialmente riconosciuto dalla LEGO) – ci siano stati problemi autorizzativi di uso di informazioni ed immagini.
Però resta questo vago senso di incompiuto.
Come una (parziale) occasione persa.

Titolo: LEGO Story
Autori: Mikael Lindholm, Frank Stokholm, Leonardo Previ
Editore: Egea
Costo: €12,75 (versione eBook – €8,99)

Immagine sotto proveniente da http://www.leganerd.com

Le altre immagini sono relative agli uffici della LEGO Danimarca

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“€100 bastano”

100 euro bastano“Trovate il punto di convergenza tra ciò che amate e ciò che la gente è disposta a comprare; ricordate che, probabilmente, avete più di una sola competenza; e unite passione e utilità per costruire una vera impresa, non importa dove finirete a vivere.

Il marketing della vecchia scuola si fonda sulla persuasione, il nuovo marketing si basa sull’invito.

Se ricevete un buon ritorno da persone che non comprano il vostro prodotto, ma vogliono sostenervi in altri modi, siete sulla strada giusta.”

Bel libro quello scritto da Chris Guillebau (titolo originale “The $100 startup”).

Non mi ricordo più come ci sono arrivata…
Me ne hanno parlato, ho incrociato un post su Facebook e da lì sono arrivata al suo sito (alla quale mi sono iscritta per rimanere aggiornata),… Non ricordo.
La velocità del web ha questo difetto: le cose vengono prodotte, pubblicate e macinate dall’utenza ad una velocità formidabile.
Ed io, con l’età, inizio a perdere pezzi per la strada…

Ma, bando alle divagazioni simil-nostalgiche da carta-penna-calamaio e parliamo un po’ di questo bel libro che – per quanto mi riguarda – entra in pompa magna nell’elenco dei “libri mantra” di cui parlavo nel precedente post.

Perché? Che cosa ha questo libro di particolare?

Innanzitutto credo che il libro vada letto in un atteggiamento mentale di apertura, facendo serenamente saltare i propri presupposti e le proprie convinzioni, frutto di retaggi culturali ed educativi che ci vogliono con una professione impostata in un certo modo per tutta la vita: purtroppo – o per fortuna, non so – il mondo non è più così e, che ci piaccia o no, ci si deve adeguare.
Quindi parte del frutto del lavoro che l’autore ha prodotto, rende in base ad un nostro primo passo verso quello che lui ci sta comunicando.

Poi va detto che – secondo me – il libro di Guillebeau incoraggia sin dalle prime pagine.
Ma non lo fa in modo illusorio, da trip motivazionale (dall’effetto limitato), bensì lo fa in modo pragmatico. Mettendo sul tavolo (nero su bianco, sulle pagine del suo libro) casi e storie di persone che ce l’hanno fatta.
E – attenzione! – non solo riguardanti il mercato americano, bensì raccontando storie di attività (startup) che l’autore ha raccolto in giro per il mondo, e quindi calate nelle condizioni di mercato più disparate, a diversi e variegati livelli di difficoltà (ci sono anche la storia di un fotografo del Ghana e di un autista di tuk-tuk a Phnom Penh…).
[Questo per parare eventuali obiezioni di qualcuno che potrebbe dire: “Sì, però…”]

Inoltre il valore aggiunto di questo lavoro (già segnalato da alcune recensioni di lettori che ho trovato su Amazon) è l’onestà nel spiegarti anche che nessuno ti regala niente e che la fatica va comunque fatta, soprattutto in fase iniziale.
Smontando la figura mitologica “dell’imprenditore ramingo” che sta mollemente sdraiato in spiaggia, con il portatile sulle ginocchia, godendosi i trionfi, lavorando stando sdraiato al sole, sorseggiando in drink decorato con ombrellino.
Descrivendo invece il “nomade digitale” come colui che ha saputo inventarsi qualcosa di nuovo (magari scoprendo un oceano blu), che lavora da qualsiasi parte del mondo si trovi, gestendo il tempo in assoluta autonomia e libertà, riconfigurando a suo uso e consumo la sua attività.

Soprattutto avendo ben chiaro in mente che se non sai cosa vuoi, non vai da nessuna parte.

Il libro fornisce anche indicazioni su siti e informazioni utili ad avere spunti e strumenti per avviare la propria attività.
Senza trascurare l’importanza della sintesi e della semplificazione: se riesci a scrivere il tuo piano aziendale in una pagina e a redigere una dichiarazione d’intenti in poche battute, anche il processo di genesi e sviluppo della attività ne trarrà (presumibilmente) beneficio (“tanto i documenti aziendali di cinquanta pagine non li legge nessuno”, recita più o meno l’autore).

Ed una delle raccomandazioni che viene ripresa più e più volte all’interno del libro è quella di iniziare!
Anche se non sei pronto totalmente, anche se non tutta la macchina è a puntino, vai! Parti!
Vinci l’inerzia e mettiti in moto (un po’ come il “pronti, fuoco, mirate”).
Aggiusterai in corso d’opera, via-via, testando sul campo.
(Mi ha fatto ricordare un post che ho trovato qualche tempo fa, relativo alla leggerezza e che potete leggere qui.)

In conclusione penso che “€100 bastano” sia un testo da leggere e rileggere nel mentre si parte, e si muovono i primi passi, con la propria attività.

Tenendo a mente i tre principi fondamentali già elencati in questo post (almeno quelli che ho individuato io… altri magari ne vedranno di diversi…):
Inizia, anche se non tutto è pronto, correggerai la rotta cammin facendo;
Nessuno ti regala niente (occhio ai testi che ti tengono pompato per un po’, facendoti pensare che tutto sia possibile, per poi abbandonarti esaurito l’effetto di breve durata…);
Sano pragmatismo, unito alla passione che ti muove20130820-193309.jpg

Sarò suonata, ma mentre leggevo questo libro – per esempio – mi è venuta l’idea di come riconfigurare questo blog. Non so dove mi porterà, ma una mattina di questa settimana si è accesa la lampadina e ho detto: “Ma sì, proviamo. Vediamo dove andiamo a finire. Iniziamo…”
Ho aperto una pagina collegata su Facebook e sto iniziando a dare una direzione precisa a questo spazio.
“Effetto Guillebeau”? Può essere… Colpetto finale dopo tanto elucubrare errante…

Che dire ancora?
Nulla se non augurare una buona lettura con “€100 bastano”!

“Non avete bisogno del permesso di nessuno per seguire i vostri sogni.

In viaggio per il mondo, mentre incontravo il nostro gruppo di imprenditori per caso, ho sentito una storia dietro l’altra, simili a queste. Più e più volte, ripetevano lo stesso concetto: quando vivete questi momenti, tratteneteli dentro di voi. Vi infonderanno il coraggio e la positività di cui avrete bisogno durante tempi peggiori.”

Il sito di Chris è http://chrisguillebeau.com/
Risorse gratuite su http://100startup.com/
Su Twitter lo trovate in @chrisguillebeau

Titolo: €100 bastano
Autore: Chris Guillebeau
Ed: Ultra – I edizione 2013
Costo: €17,50

[Immagine di copertina tratta da http://www.milionarie.it]

Libri, libri finiti, “libri-mantra”

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Il titolo di questo post parafrasa una riflessione che avevo fatto su questo blog nel lontano novembre 2011. Un articolo che avevo scritto dopo che avevo abbandonato, con molta fatica, un testo dal titolo “La scienza della negoziazione” (di George Kolhrieser).

Chi mi ha seguito in quel periodo, e ha seguito le mie vicende con quel libro, sa con quanta sofferenza tiravo avanti nella lettura e con quanto orrore accarezzavo l’idea di abbandonare il testo…
Sì, perché per me abbandonare la lettura di un libro è un delitto: se lo acquisto vuol dire che lo ritengo (lo ritenevo?) un testo che può essere di mio interesse. Ed abbandonarlo significa – sempre per me – una sconfitta…
Però, quella volta lì, mi arresi all’evidenza che – complice la mia passione per la negoziazione – avevo preso un bel granchio (pur sapendo oggi che quel testo è consigliato in un corso universitario).

Comunque succede.
È successo.
E succederà ancora.
Capita anche nelle migliori famiglie.

Invece, dall’altro lato, ci sono testi che – leggendoli – te ne innamori.
Ti ci riconosci, entri in risonanza, ridi mentre leggi, ti commuovi, scuoti la testa in segno di assenso ai concetti espressi.
E si tratta di quei libri che – una volta finiti – diventano un tuo punto di riferimento.
Una sorta di tue personali bibbie (mi si perdoni l’irriverenza… poi capirete perché…), di bigini che consulti all’uopo e che tieni sempre a portata di mano come una sorta di copertina di Linus

Mi piace leggere, e tanto anche. E se dovessi scegliere dei libri che – in qualche modo – rappresentano lati del mio carattere (o sono entrati in risonanza con aspetti della mia vita privata e/o professionale), questi sono i quattro che tengo sempre in considerazione…

Il primo è uno degli ultimi che ho letto: “Quiet” di Susan Cain.
Ho sfinito chi mi conosce a furia di parlarne.
Lo considero quasi un testo sacro sulla Introversione (volutamente scritta con la “I” maiuscola)
Perché? Perché mi ci sono riconosciuta in molti aspetti descritti dalla autrice. Un testo corposo, ma scritto con leggerezza, che ti accompagna nel mondo della introversione e della timidezza, facendotene apprezzare i molteplici aspetti, spesso sottovalutati o soverchiati dal mondo urlante e cacofonico che ci circonda.

Il secondo libro è ritornato “di prepotenza” in primo piano con la prematura scomparsa di James Gandolfini: “La leadership secondo Tony Soprano” di Anthony Schneider.
Appassionata di libri sull’argomento (comunque tutti più o meno codificati), questo testo ha avuto la capacità di farmi ridere, imparando e verificando che alcune metodologie sono decisamente più efficaci di tanti bei manuali di Harvard & C.
[“Altro che sistemi win-win!”, scherzavo con una persona qualche tempo fa parlando di negoziazione e leadership, prendendo bonariamente in giro William Ury – che considero un mostro sacro – e le sue metodiche cooperative. PS: ottimo il suo libro “Il No positivo”.]

Il terzo libro (questo cattivissimo, ma incredibilmente vero) è “Io odio la gente” di Jonathan Littman e Marc Hershon.
Ferocissimo e divertentissimo, individua, descrive, analizza e suggerisce sistemi di neutralizzazione di colleghi di vario genere. Ce n’è per tutti i gusti. Nessuno viene risparmiato. E tu – leggendo – annuisci e sogghigni, appiccicando tante belle etichette a tutto il genere umano strampalato che incontri nelle tua avventure professionali.
Decisamente un buon manuale da consultare all’occorrenza, per ingegnarsi divertendosi.

Il quarto libro è poi la mia personalissima bibbia del management (alla faccia di tutti i manuali-mattone di tecniche manageriali varie ed eventuali): “Rework” di Jason Fried e David Hansson Heinemeier.
Ossia: prendi tutto quello che sai (e/o ti hanno insegnato) sul management e gettalo serenamente alle ortiche. Snellisci, sforbicia, alleggerisci ed inserisci un bel po’ di “rotture di schemi” e innovazioni varie, e vedrai che i risultati arriveranno (condizione necessaria? rovesciare un bel po’ di paradigmi ben consolidati da anni e anni di pratica).

Ed infine, un libro che si sta accingendo ad entrare nella rosa dei preferiti è “€100 bastano” di Chris Guillebeau.
Sono quasi al termine e mi riservo qualche riflessione a libro concluso.
Però lo sto trovando un testo decisamente pragmatico.
Semplice, senza tanti fronzoli e che va dritto al punto.
A breve seguirà post dedicato… 🙂

Immagine tratta da: http://www.milano.mentelocale.it