Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

20120729-193236.jpg“Quando pensi di non avere tanto tempo puoi permetterti certe libertà”

Oggi ho finito di leggere un bel libro (almeno per me).

Ha rappresentato una vera e propria boccata di aria fresca, dopo un periodo durante il quale, qualsiasi libro prendessi in mano, a metà (poco più, poco meno) della sua lettura, mi arenavo sistematicamente.

Sono andata avanti così per mesi, fino a che mi sono resa conto del comune denominatore che legava tutti questi libri: management, crescita personale e affini.
Nulla in contrario su questi testi, che tanto mi hanno aiutato e sono stati fonte di ispirazione per me, ma mi sono accorta che avevo bisogno di leggere altro.
Avevo bisogno di leggere di storie, di avventure, di personaggi che – attraverso le loro gesta – trasmettessero un messaggio (lo avevo già sperimentato di recente leggendo due libri a tempo di record: uno scritto da Alan D. Altieri ed uno scritto da Anna Castelli).
E così, messi momentaneamente da parte i testi di management e coaching, ho preso in mano questo libro (di cui avevo letto qualcosa su una rivista o un quotidiano, non ricordo…).
Se è vero (come ormai credo) che nulla accade per caso, questo libro mi ha riconciliato con il mondo della lettura (da me sempre amato).

È stata una boccata di aria fresca!

Mi sono divertita a seguire le vicende surreali del protagonista, Allan Karlsson, che – alla vigilia del suo centesimo compleanno – fugge dalla casa di riposo e, per una serie di incredibili coincidenze, si ritrova coinvolto in una serie di avventure popolate di personaggi degni di un film dei fratelli Coen o di Guy Ritchie: un campionario di umanità surreale, ognuno con la propria storia più o meno dentro il confine della delinquenza, che accompagna questo strampalato centenario, dispensatore di saggezza, dalla storia personale assai stravagante…

Scorrevole, divertente e pieno di tante piccole perle di saggezza anche popolare (prima fra tutti il pensare in modo positivo… “solo così si riesce a trovare la soluzione ai problemi”…) è un inno alla vita. Mi ha talmente coinvolto che ci ho letto un invito a vivere la vita e le opportunità che essa ci offre; a non prendersela, a pensare in modo pro-attivo e a non arrendersi.

Qualcuno su Anobii ha definito Allan Karlsson un moderno Forrest Gump…
Forse. Ma anche forse no. Per me resta un personaggio alla fratelli Coen (o Guy Ritchie).
Chissà se sarà uno di loro a curare la regia del film in preparazione…?
Ne verrebbe fuori un prodotto molto-molto interessante…!

Buona lettura!

“Nessuno ci sapeva stregare meglio di mio nonno materno quando, seduto sulla panchina di legno e chino sul bastone, raccontava le sue storie masticando tabacco.
‘Ma… È vero, nonno?’ chiedevamo stupiti noi nipoti.
‘Quelli che dicono soltanto la verità non sono degni di essere ascoltati’, rispondeva il nonno.”

Piantala di essere te stesso! – il seminario

Piantala di essere te stesso

Sono di ritorno da un weekend di “formazione personale” che si è svolto a Nimis (in provincia di Udine).

Il seminario si è basato sulla struttura di un libro intitolato “Piantala di essere te stesso!”.
È stato tenuto dallo stesso autore: Gianfranco Damico (coach e scrittore) ed organizzato da Claudio Marchiondelli.

Del libro (letto quasi un anno fa) ne ho già parlato in un altro articolo.
Oggi condivido l’esperienza del seminario.

È stato un ripasso dei contenuti del libro, un ampliamento degli argomenti ed un potenziamento della comprensione dell’importanza del linguaggio e delle dinamiche mentali.
Per me è stato motivo di ripresa di alcuni concetti, di intuizioni profonde e di incrocio di dati e conoscenze che – in questi anni – sono avanzate in ordine sparso e (apparentemente) scollegate tra loro.

Collegare tra loro la PNL (Programmazione Neuro Linguistica) alla Linguistica, al Coaching, alla Fisica Quantistica e alle Neuroscienze costituisce un allargamento dei propri confini di conoscenza.
Se poi si innestano anche i concetti lasciatici in eredità dalle filosofie orientali millenarie e dai filosofi che dall’antica Grecia giungono fino a noi, davanti a te si distende un universo del sapere (in continua espansione) capace di rovesciare punti di vista della realtà e capace di modificare profondamente opinioni che ci hanno condizionato sino ad oggi.

Tante sono le cose che mi hanno colpito. Una per me molto importante, è il sistema delle posizioni percettive (non smetterò mai di imparare da questo sistema): in una situazione di conflitto interlocutorio, l’avere la capacità di spostarsi dalla posizione percettiva soggettiva, a quella dell’interlocutore, alla “terza posizione” (osservando dall’esterno), è sempre fonte di comprensione di cosa e come possono essere letti eventi che sono per noi fonte di frustrazione.

Sì certo, questi weekend costano fatica e impegno.
Significa mettersi in discussione e fare scoperte a volte sgradevoli, ma che sono presagio di cambiamenti migliorativi (prendendo coscienza dei propri limiti).

Tornando a casa mi sono ritrovata a sentire un po’ di malinconia per questo bel weekend passato insieme a vecchie e nuove conoscenze. È come se – venendo via – avessi perso qualcosa.

Ma cambiando il punto di vista (la prospettiva) si può leggere invece una creazione di nuovi legami, un rinforzo di legami esistenti ed un ampliamento dei propri orizzonti intellettivi senza pari.

Continuando un viaggio che non avrà mai fine, perché sempre latore di nuove conoscenze…

Sperimentazione vs. Programmazione

identita-al-lavoroQuando ci sono in gioco i nostri possibili sé, ciò che avviene si può assimilare a una feroce competizione darwiniana in atto dentro di noi.

Ci sono dei momenti nei quali dei libri ti capitano, così come per caso… E questo è per me uno di quei momenti.

E’ un periodo nel quale ho tanti libri iniziati e nessuno finito, che porto stancamente avanti, quasi priva di motivazione, e facendo molta fatica a trovare spunti e “quel qualcosa in più” che mi fa avere l’illuminazione e l’ispirazione, accendendo i motori che mi fanno divorare ed assaporare in pieno il testo che mi ritrovo tra le mani.

Ma, proprio qualche giorno fa, cercando senza uno scopo preciso, vado (spinta da non si sa che cosa) a consultare il profilo di Anobii di Helga Ogliari e trovo tra i suoi libri, il testo di Herminia Ibarra: “Identità al lavoro – Strategie non convenzionali per trasformare il lavoro (e la vita)” (ed. ETAS – anno 2006).

Mi informo un po’, leggendo recensioni sul web, e – senza perdere molto tempo – lo ordino e – ricevuto – ne inizio la lettura.

E mi si apre un mondo…

Finalmente trovo un testo che, per come lo sto leggendo e lo sto interpretando, capovolge tutti i concetti di programmazione che – ora più che mai – mi stanno stretti.

Finalmente trovo un testo nel quale vedo scritto (nero su bianco) quanto io sto provando in questo momento che viene descritto come una transizione.

Finalmente trovo riflessioni sulla importanza della emotività e della propria storia all’interno della propria professione; professione vista come una manifestazione della nostra identità (di una delle nostre innumerevoli identità).

Finalmente viene ufficialmente sdoganata con una bella parola (“sperimentazione” e/o “esplorazione“) quella fase della tua vita professionale nella quale ti accorgi che stai vivendo un disagio che ti porta ad aprirti a nuovi interessi, navigando trasversalmente tra ambiti (dei più disparati), flirtando con nuovi sé (una espressione usata dalla stessa autrice), testando quale può essere quello da sviluppare e che ti porterà verso nuove strade.

Delle fasi di transizione, del disagio interiore e della disapprovazione della tua cerchia di conoscenze più strette (che ti vorrebbero sempre uguale) ne viene data descrizione, spiegandone la assoluta naturalezza della loro esistenza all’interno del processo di cambiamento, che può anche durare anni. D’altronde un cambiamento di identità non può essere pianificato a tavolino, non può avvenire in tempi ridotti, ma richiede tempi di gestazione adatti al consolidamento del nuovo sé.

Ed è un libro di conforto (almeno per me) perchè trovo riscontro di quello che sto vivendo ora, trovo un pezzo di me in ogni storia raccontata e trovo anche una collocazione anagrafica incredibilmente vicina alla mia età (tutte le storie raccontate riguardano persone intorno ai 40 anni e più).

Un libro che consiglio caldamente a chi sta vivendo una fase di cambiamento (magari non ancora ben definita), che sta cercando la propria strada, che si sente “vecchio” o “obsoleto” (soprattutto leggendo quello che viene scritto da più parti, con toni pessimistici) e che vuole cambiare ma non riesce a seguire i diktat della programmazione, della scrittura per obiettivi, delle “to do list” e che non trova soddisfazione nel confronto con gli head-hunter (o i consulenti vari).

Sperimentare, coltivare amorevolmente come una pianticella le proprie passioni ed i propri interessi e… “seguire il flusso” (perchè no?!).

Facendo così, senza abbandonare la speranza, e pagando (un po’ a malincuore) l’abbandono di vecchi legami a favore di nuovi legami (che ci vengono incontro con i nostri nuovi interessi), con i giusti tempi, troveremo la nostra strada…

A me è tornata la speranza ed ora mi sento sulla strada giusta, seppur un po’ caotica (per il momento…).

Non sono inconcludente. Non sono confusa. Non sto uscendo di senno.

Sto solo cambiando.

Ed adesso so che posso farlo con serenità.

“La Grande Differenza”

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E ho terminato il percorso del gambero…

Sono partita dagli ultimi libri scritti da Sebastiano Zanolli (“Dovresti tornare a guidare il camion Elvis” e “Io, società a responsabilità illimitata”) e, con una scientificità anagrafica implacabile (non voluta), sono risalita agli albori (“La Grande Differenza”,  pubblicato nel 2003), passando per “Paura a parte” e “Una soluzione intelligente alle difficoltà quotidiane”.

In questo modo ho potuto apprezzare – in modo forse un po’ atipico – anche il percorso di maturazione dell’autore.

E – cosa curiosa – invece di trovare una difficoltà crescente nei testi via-via pubblicati (che – come mia convinzione limitante – considero direttamente proporzionale alla maturazione), ho trovato una maggiore profondità unita ad una semplicità pressochè invariata nel corso degli anni (cosa abbastanza rara da trovarsi).

Ma questo libro per me ha rappresentato un “parto intellettivo” non da poco.

Una falsa partenza, con interruzione di diverse settimane, perchè innervosita dalle domande e dagli esercizi inseriti in ogni capitolo. Leggerlo come si leggesse un libro di narrativa l’ho trovato pressochè impossibile. E l’idea di mettermi alla scrivania con un quaderno e una penna da un lato, ed il libro dall’altro, mi dava fastidio.

Ho capito che c’era qualcosa che non andava, e che c’erano alcune cose che dovevano essere affrontate. E l’affrontarle comportava molta fatica.

Così, durante queste feste di Natale e Capodanno, secondo le tempistiche indicate dall’autore nella introduzione del libro (e lasciando il tempo ai miei neuroni di metabolizzare le idee e le riflessioni che emergevano), ho iniziato (e portato a conclusione) il percorso.

Dopo la fatica iniziale, superato l’attrito di primo distacco, ho iniziato a scrivere, commentare e riscrivere idee, programmi, obiettivi, tracciando – per sommi capi – il percorso per il 2012. Vinta la pigrizia, ne è uscito qualcosa di buono che – magari – durante i prossimi giorni subirà qualche ulteriore rimaneggiamento, ma che non credo cambierà nella sostanza. Casomai verrà integrato ed arricchito…

Sicuramente il merito di questo libro è stato quello di forzare il blocco e farmi muovere (cosa non facile) con i miei tempi di riflessione.

Leggendo il libro mi sono domandata cosa stavo facendo io a 39 anni (Sebastiano Zanolli nel 2003, se non ho fatto male i conti, doveva avere 39 anni). Non ero così “evoluta” (e non lo sono neanche adesso, a 43 anni suonati), ma stavo vivendo una delle più grosse crisi personali e professionali che abbia mai vissuto. Una crisi che avrebbe dato inizio ad un cambio di direzione (nel 2007) che continua tuttora e che credo che non avrà mai fine, in un percorso di ricerca continuo.

Un libro da rileggere e riprendere in mano ogni qualvolta si renda necessario o sia utile avere una traccia (un supporto) per focalizzare e tracciare percorsi nuovi.

Un libro scritto da un autore italiano, e quindi con un “taglio” italiano; infatti a volte trovo difficile apprezzare i contenuti ed i messaggi trasmessi in testi di formazione statunitensi. Pensati per una società ed uno stile di vita molto diverso dal nostro, con tradizioni storiche e sociali differenti, li trovo a volte troppo “pompati”. Invece “sento” e comprendo molto di più testi di formazione scritti da autori italiani.

Infine, ma non meno importante, oltre alla struttura e al “passo organizzativo” del libro, mi hanno molto colpito le riflessioni personali dell’autore: le ho trovate molto simili a riflessioni che mi faccio anche io ogni volta che mi accingo a frequentare corsi di formazione e leggere di libri crescita personale.

Domande che ci si pone sul senso delle proprie azioni e sulla correttezza della strada intrapresa…

“Networking”

 

Networking Sebastiano Zanolli

“Valete troppo per non agire intelligentemente.” [Sebastiano Zanolli]

Sto facendo il gambero.

Ho iniziato a leggere i libri di Sebastiano Zanolli dall’ultimo (“Dovresti tornare a guidare il camion Elvis”), in accoppiata a quello scritto in precedenza (“Io società a responsabilità illimitata”), per poi passare a “Paura a parte” (il suo terzo libro).

Ed ora ho terminato il secondo: “Una soluzione intelligente alle difficoltà quotidiane“.

Tema trattato: l’importanza di fare networking, ossia l’importanza di tessere una rete di relazioni.

Scritto nel 2005, agli “albori” di quello che la rete oggi è diventata (Facebook insegna), elenca (e supporta con argomentazioni) i motivi che devono spingerci a creare una valida rete di relazioni. MA non con lo scopo di vendere/manipolare e “fare i piazzisti”, BENSI’ con lo scopo di creare (e ri-creare) una rete di relazioni sociali utile a scambi e condivisioni di opinioni, di conoscenze (intellettuali e non).

Creazione di una rete che valorizzi e mostri la nostra ricchezza umana (e professionale), le caratteristiche che ci rendono unici ed irripetibili (e quindi in grado di fare la differenza ovunque noi andiamo), senza però essere invasivi, percussivi e strabordanti (col rischio di generare una reazione di rigetto da parte della rete stessa).

Sarò ripetitiva, ma a me piace lo “stile Zanolli”: sintetico, linguisticamente semplice ma densissimo contenutisticamente.

E anche qui, come negli altri libri che ho letto, mette il dito nella piaga delle convinzioni limitanti che ci impediscono di esprimerci al massimo delle potenzialità.

Leggendo il libro spesso mi sono soffermata pensando a quante piccole e grandi verità vengono messe nero su bianco. Verità che spesso mi sono negata o ho accuratamente evitato.

Un paio?

Non ho niente da proporre“: questa affermazione si combina alla perfezione con la scarsa chiarezza che ho nella testa; una curiosa commistione di identità varie professionali e personali che non riesco a cucire con un filo rosso che tutto lega e crea.

Se qualcuno vuole aiutarmi, deve capire da sé di cosa ho bisogno, senza che glielo spieghi“: altro discorsetto che mi sono spesso ripetuta e che ben rappresenta la mia maledetta, congenita timidezza e paura nel chiedere (la paura del  rifiuto). Due “bestie” che sto lentamente addomesticando, grazie anche all’utilizzo massiccio del web 2.0, che – facendo da filtro – mi permette di gestire almeno la prima fase di avvicinamento, dandomi un po’ di coraggio nel compiere i primi passi.

Come per gli altri libri di Zanolli, anche questo va riletto più volte per catturare appieno il fiume incessante di spunti e riflessioni che scaturiscono da ogni singola riga.

Da tenere sullo scaffale, a portata di mano, e da consultare ogniqualvolta ce ne sia bisogno per riepilogare, ricucire e chiarire.

Qual è il momento per iniziare?
Anche in questo caso la mia risposta vi deluderà.
Ora!
Anzi, era ieri.
E per questo vi chiederò nei prossimi capitoli di cercare, frugare, analizzare, ricordare chi e quando avete conosciuto questa o quella persona.
Ma vi ripeto che non c’è momento migliore di adesso per cominciare….
… La rete di salvataggio si costruisce prima dell’incidente.
Il paracadute si prepara prima del lancio…
Quello che si rischia nel rimandare l’inizio di una gestione cosciente della vostra rete di conoscenze è di perdere lungo la strada della dimenticanza un patrimonio umano incalcolabile.
Se pensate che questo pensiero sia troppo pragmatico o calcolatore, v’invito a guardare la cosa da un altro punto di vista.
Quello del rispetto e della valorizzazione del prossimo e di voi stessi.
Non rimarremo sul pianeta Terra per sempre.
Non avremo infinite possibilità di stringere legami con il resto dei nostri simili…
… Non scordatevi di chi incontrate.
Potreste non trovarlo mai più.

[Sebastiano Zanolli, citazione tratta dal libro e riportata sulla pagina Facebook “La Grande Differenza”]

Omaggio al Commissario Wallander

[Nella foto l’attore svedese Krister Henriksson, interprete del celebre commissario nella omonima serie televisiva svedese]

Ho appena finito di leggere “L’uomo inquieto” l’ultimo libro di Henning Mankell con protagonista il commissario Kurt Wallander.

E, a differenza di alcuni commenti letti su aNobii, è un libro che mi è piaciuto.

E’ la degna conclusione delle avventure di questo poliziotto dai modi bruschi, dal carattere burbero, ma dal grande cuore e dalla grande sensibilità.

Scoperto da mio padre, accanito divoratore di libri (gialli), ho iniziato a leggerne le avventure (in rigido ordine cronologico) appassionandomi sempre più.

La partenza è stata in salita, dovendo sia entrare nella mentalità e nello stile dello scrittore, sia – soprattutto – dovendo prendere confidenza con questa figura anomala di poliziotto e con i suoi pensieri al limite – a volte – dell’autolesionismo.

La descrizione dei luoghi (il silenzio e la “desolazione” della Scania), le riflessioni del protagonista (le decine e decine di domande che si pone su se stesso e sulla vita) e le sue fragilità umane, ne fanno – secondo me – un personaggio sfaccettato ed intelligente, mai “ipertrofico” come i protagonisti dei thriller americani, pervaso anche dalla umanissima paura in caso di pericolo.

I personaggi di contorno quali Nyberg (l’esperto della scientifica dal carattere impossibile), Martisson (il collega sempre sull’orlo della depressione), la figlia Linda ed il suo mentore Rydberg, per citarne solo alcuni, sono anch’essi tratteggiati con particolare profondità.

In questo ultimo libro (“L’uomo inquieto”), Wallander (che si trova coinvolto in una vicenda dai contorni da intrigo internazionale) ha 60 anni e inizia a fare riflessioni profonde sulla vita e sulla vecchiaia, domandandosi dove sta andando e quanto tempo gli resta ancora da vivere, pensando al suo vecchio padre (una figura eccezionale nella sua eccentricità) e alla sua malattia.

Henning Mankell e Kenneth Branagh [Immagine tratta da tvblog.it - Aggiornamento 5 ottobre 2015]
Henning Mankell e Kenneth Branagh [Immagine tratta da tvblog.it – Aggiornamento 5 ottobre 2015]
Forse, come qualcuno ha evidenziato, questo racconto è anche una sorta di auto-riflessione dello scrittore (quasi coetaneo del suo protagonista) utile però non solo a chi ha una “certa età”, ma estendibile anche a chi è più giovane.

Il ritmo del racconto è analogo alle precedenti avventure: lento, riflessivo, mirato ad evidenziare le dinamiche del comportamento umano e dell’intuito.

Forse questa mia affezione al personaggio è dovuta al fatto che ho riconosciuto in lui alcuni aspetti del mio carattere (quelli più lunatici e scontrosi), vedendo nelle sue qualità (umanità, intuito e perseveranza) aspetti insospettabili e ricchissimi che compensano ampiamente stravaganze caratteriali.

Wallander resta una bella figura della letteratura polizesca, ed è stata una occasione per conoscere anche un aspetto della Svezia per me inaspettato: una Svezia fatta di problematiche sociali, di violenza e di realtà profondamente degradate (ricordiamoci anche la splendida Trilogia Millenium di Stieg Larsson), molto diversa dal mito del Paese perfetto che alcuni di noi (me compresa) hanno coltivato nella propria testa.

“Steve Jobs – L’uomo che ha inventato il futuro”

“Siate autori della vostra vita, non lasciate che gli altri la scrivano per voi” [Steve Jobs]

Scritto da Jay Elliot (ex-Senior Vice President di Apple), con la collaborazione di William L. Simon, racconta dall’interno la storia della Apple e del suo fondatore Steve Jobs (insieme a Steve Wozniak).

Come ho letto in altre recensioni su Anobii, è effettivamente evidente che l’autore nutre una vera e propria venerazione per Steve, ma resta comunque il fatto che si tratta di un libro interessante: una storia che racconta la determinazione, l’intuito, i successi ed i sonori capitomboli dell’uomo più venerato dei nostri giorni.

L’obiettivo del libro è quello di tracciare e modellare la metodica di Steve Jobs: come affronta le sfide, come motiva i suoi collaboratori, come segue il suo istinto, nel tentativo di estrarre quella che l’autore chiama la “iLeadership” (parafrasando la “i” di iMac, iPhone, iPad e così via).

Sicuramente interessante nell’evidenziare le sue capacità di visualizzazione del prodotto nella sua totalità (compreso l’imballo!) prima che esista (fattibile o non fattibile, ma sempre fattibile alla fine) e nella capacità di trascinare con se la squadra, in progetti al limite della resistenza fisica e psicologica, con il suo stile di “Leadership battistrada“.

Affascinante la sua ossessione per il design ed il minimalismo (ed anche un pizzico di lusso…), passando per l’informalità dell’ambiente di lavoro e le modalità di progettazione (che vanno contro tutti i principi di Project Management: si avanza in parallelo su più fronti, anzichè per fasi successive).

C’è però un “neo”: il tentativo di estrarre uno schema operativo di Steve Jobs fa cadere il libro sul finale.

Va bene trarre ispirazione e spunti da personaggi di questo calibro, ma credo sia assolutamente da evitare una ripetizione che resta una scopiazzatura dell’originale, privo della linfa vitale che fa la differenza.

Quindi leggerlo si, senza però tentare di riprodurre pedissequamente: non si sarà mai uguali all’originale.

Spetta a noi stessi sviluppare il nostro personale stile di leadership.

[Immagine in evidenza tratta dal sito Macitynet]

“Io vivo nel futuro”, Nick Bilton

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“Perché il vostro mondo, il vostro lavoro e il vostro cervello stanno per essere creativamente distrutti.” [Sottotitolo del libro]

Sono inciampata per caso in questo libro, mentre cercavo testi su Twitter, sull’utilizzo ottimale dei blog, sul Personal Branding e sulla comprensione delle potenzialità del Web 2.0.

Navigando nel sito della Hoepli, dopo avere digitato la parola “Twitter” nel loro motore di ricerca interno, ho trovato anche questo libro e – spinta dalla curiosità (e dal suo sottotitolo, che trovo geniale)  –  l’ho acquistato nella libreria di via Hoepli a Milano.

Mi sono divertita e ho trovato anche conforto e conferme, leggendolo.

Il conforto l’ho trovato leggendo il divertente excursus che l’autore fa nella storia dell’uomo, attraverso le più importanti innovazioni tecnologiche: la nascita delle tecniche di stampa prima, del treno poi, della radio e della televisione successivamente. Tutte innovazioni tecnologiche che hanno generato puntualmente anatemi, strali, urla e stracciamenti di vesti di preoccupazione. Tutte indicate dai loro detrattori come causa della fine della civiltà, in una costante di corsi e ricorsi storici, pressoché ciclici.

Mi sono divertita (e si è risvegliato in me il bambino) a leggere i possibili (anzi ormai certi) sviluppi della tecnologia e del Web 2.0 come lo conosciamo oggi (mi sembrava di leggere un romanzo di fantascienza).

Mi sono anche un po’ preoccupata ed inquietata nel leggere gli sviluppi futuri che correranno sulla sottile linea di demarcazione che divide la libertà (e la condivisione assoluta), dal controllo ad opera di un Grande Fratello, sicuramente figurativamente diverso da come se lo immaginava George Orwell nel suo libro “1984”, ma già presente (basti pensare alle carte di credito, alle varie carte Fidaty, alla posta elettronica, ai Social Network, alle batterie dei cellulari che funzionano come transponder, ecc. ecc.).

Sono rimasta affascinata dalla futura possibile iper-personalizzazione della informazione, grazie alla immensa offerta e condivisione di informazioni ad opera di tutti che ci permette già oggi di scegliere ciò che a noi più si confà.

E ho trovato conferme (supportate anche da recenti articoli che ho letto) alla sensazione di cambiamento dei processi neurologici che avvengono nel cervello, grazie (o a causa di, a seconda di come la si voglia vedere) alla interazione con la rete: pensi più veloce, ti sposti più rapidamente da un argomento all’altro e diventi capace di gestire più cose contemporaneamente, in un apparente stato di distrazione continua. Una conferma a quanto avevo già percepito  e avevo espresso in un mio precedente post su questo blog (come 40enne neofita del web… quindi con tutte le difficoltà del caso di un rappresentante di una generazione che si trova a cavallo di questo cambiamento che viaggia ad una velocità esponenziale).

Ed un conferma ulteriore arrivata da una recente ricerca che afferma che “domani” (a me sta iniziando a succedere già oggi) useremo il cervello in modo diverso: non ricorderemo più i fatti, le nozioni, ecc., bensì ricorderemo dove andare a cercare le informazioni, gestendo il flusso di informazioni immenso in modo profondamente differente.

L’autore Nick Bilton, specialista del settore e giornalista del New York Times, descrive il tutto e racconta la storia dell’uomo (passata e futura) con piglio ironico (spassosa la sua indagine sul mondo del porno, decisamente fuori dagli schemi ma molto interessante) e con forza visionaria, spinto da una autentica passione.

Ci fa comprendere, con un linguaggio narrativo e quindi ancor più piacevole, che grazie al Web 2.0 siamo (saremo) tutti scrittori, fotografi, giornalisti, opinionisti e politici, in grado anche di generare cambiamenti di (possibile) ampia portata.

D’altronde:

Il battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.

[Foto in evidenza tratta dalla pagina About.me di Nick Bilton]

“Dovresti tornare a guidare il camion, Elvis”

…il pessimismo non aiuta, comunque vada a finire. Avere un sano scetticismo è molto differente dall’essere pessimisti.

Un paio di giorni fa ho finito di leggere (a tempi di record) il libro di Sebastiano Zanolli. Letto in sequenza (praticamente insieme) con il suo precedente lavoro “Io, società a responsabilità illimitata” (come suggerito da Pierangelo Raffini nel suo post), non sono in grado di ricordarmi cosa c’è scritto in uno e cosa nell’altro, costituendo entrambi (almeno per me) un unico discorso.

Però a livello emotivo sono stata molto coinvolta da “Dovresti tornare a guidare il camion, Elvis”; forse perchè con il precedente ho “scaldato i motori”, entrando con la testa nel suo modo di scrivere (sono stati i primi libri suoi che ho letto), e/o forse perchè l’ultimo lavoro è andato a toccare delle corde particolarmente sensibili, attraverso una sequenza di pensieri e riflessioni messi nero su bianco.

Infatti rispetto ad altri autori, Sebastiano ha un modo di scrivere particolare: ogni frase è a capo, come un pensiero ben distinto ma – contemporaneamente – ben legato alle altre riflessioni che seguono e che precedono.

La mia personalissima impressione è stata quelle di leggere un blocco di appunti scritto da un amico, ricchissimo di spunti (tante le citazioni di autori e testi), da cui poter partire con riflessioni e ricerche personali, come in un sistema “ad albero”, le cui radici, ed il cui tronco, sono rappresentati dal suo lavoro.

Una sequenza (una “mitragliata”) di suggerimenti e di robuste iniezioni di fiducia in se stessi e nelle proprie capacità (anche se il coro delle sirene e dei pessimisti attorno a te dice esattamente il contrario).

Una fonte inesauribile di stimoli per trovare l’ispirazione nella ricerca dei propri talenti e della forza che ognuno di noi ha (magari seppellita sotto notevoli sovrastrutture dis-funzionali e/o messa a tacere dalla cacofonia disfattista).

Un libro da rileggere ogni volta che se ne senta la necessità, grazie anche alla sua agilità, sinteticità e semplicità (tre caratteristiche non da poco in un mondo come quello di oggi, pieno di individui che amano parlare e parlarsi addosso fino allo sfinimento dell’interlocutore).

Un testo scritto da una persona che lavora (“un manager atipico”, come descritto nel retro di copertina), appassionato di formazione e di autoformazione. E proprio per questo in grado di sintetizzare, fondere e concretizzare questi mondi tra loro, a volte, scollati.

Una persona, che grazie a quello che è e che fa è riuscito a trovare il suo filo rosso che tutto lega: una ricerca che spetta a ciascuno di noi, anche per tentativi ed errori perché non siamo infallibili e non dobbiamo avere paura di sbagliare.

[Immagine in evidenza ©www.yorick-photography.com]

“REWORK – Manifesto del nuovo imprenditore minimalista”

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Dal retro di copertina:

“Le riunioni sono tossiche – Fate meno dei concorrenti – Lasciate che i clienti se ne vadano – Silurate i Workalcolic – Pianificare è indovinare – Scegliete un avversario – Il curriculum è ridicolo – L’ispirazione è deperibile – Imitate gli spacciatori – I migliori sono dappertutto”

Libro scritto da Jason Fired e David Heinemeier Hansson (fondatori di “37signals”, società di software), è un testo di management decisamente innovativo, che scardina tutti gli schemi e le modalità operative consone al mondo aziendale e al mondo manageriale.

La sua stessa struttura narrativa lo rende un testo agile: organizzato per brevi capitoli, è in grado di trasmettere una idea in maniera rapida, efficace e “fresca”.

Ho apprezzato particolarmente questo libro proprio per la sua innovazione che – in alcuni aspetti – rasenta l’irriverente, con uno stile narrativo ironico e sintetico.

Ho condiviso e mi sono riconosciuta in moltissime idee esposte (se non in tutte le idee elencate).

Ho condiviso le idee “contraddittorie” (secondo il mondo del project management) relative alla pianificazione (“pianificare è indovinare”), del “fare meno è meglio”, del concetto che “le riunioni sono tossiche” (mi è capitato di assistere a riunioni fiume assolutamente inutili ed improduttive dove super-mega-manager sfoggiavano “protesi elettroniche” per dimostrare di essere multitasking e ricevendo costanti e continue telefonate per dimostrare [forse più a loro stessi che agli altri] di essere uomini/donne molto-molto importanti e molto-molto impegnati… mi sorgeva il sospetto che si facessero chiamare dalla mamma e/o dal compagno/a). Ho condiviso le riflessioni sulla gestione corretta del proprio lavoro (no ai workalcol, del giusto lavoro, del non fare gli eroi… tanto non serve a nulla), dei lunghi elenchi improduttivi, del concetto del “dire no di default” (bella la citazione di Henry Ford: “Se avessi dato retta ai clienti, avrei fornito loro un cavallo più veloce”), del costruirsi un pubblico utilizzando le nuove forme di comunicazione (ed io – seguendo il consiglio – mi sono buttata a corpo morto nei social forum, aprendo un blog e scrivendo di tutto).

Ho amato l’idea dell’insegnare più dei concorrenti (condividere, no alla segretezza paranoica) emulando gli chef che scrivono e pubblicano le loro ricette.

Altra citazione (quasi “blasfema”): “Emulate gli spacciatori: … Confidano talmente nella qualità del loro prodotto da essere disposti a regalarne un assaggio….”.

Mi sono entusiasmata nei concetti del “dimenticarsi dell’istruzione formale”, del concetto dei curriculum gonfiati di pura finzione.

Insomma un libro diverso, spumeggiante e detonante.

Una ventata di aria fresca che spero pian-piano si insinui, come una leggera brezza, anche qui da noi.

E’ una lettura che consiglio vivamente a tutti, sperando che faccia riflettere.