Di linguistica e di parole

Non so se vi è mai capitato di prestare attenzione alle parole che dite, che pensate e che usate durante le conversazioni.
So che sembra una considerazione stravagante, ma è una mia personale fissa che inseguo e perseguo da diverso tempo.

Questa mia “sensibilità” (chiamiamola così) deriva da dei corsi che ho fatto in passato, nei quali mi hanno insegnato ad essere un po’ più consapevole del linguaggio usato sia verso l’esterno (raccontando e interloquendo con qualcuno), sia verso l’interno (raccontandosela).
Imparando che le parole che diciamo – e ci diciamo – disegnano la nostra realtà e quello che gli altri percepiscono di noi.

E nel corso di questi anni ho avuto modo di osservarlo anche in altre persone, ascoltando con attenzione quello che dicono.
Riconoscendo alcune parole chiave che vengono utilizzate e osservando del loro effetto in chi ascolta.
Accorgendomi di termini ricorrenti utilizzati che – in accezioni negative – diventano dei veri e propri bachi nella percezione della realtà.

E recentemente – nei tanti colloqui avuti coi medici – mi sono accorta ancora di più di quanta importanza stessi dando al linguaggio usato.

Da me e dagli altri.

Per esempio mi sono resa conto che alcuni verbi tendevo a coniugarli al presente a scongiurare (metaforicamente parlando) e a rifuggire l’ipotesi di scenari negativi.

In una situazione specifica, dovendo fare una domanda che poteva urtare la sfera professionale dei medici (che stavano facendo l’impossibile) – e non riuscendo a calibrare la persona che avevo davanti (che in altre occasioni, devo avere involontariamente urtato inciampando in parole sensibili) – mi sono dovuta “attrezzare” con una premessa (“La prego di prendere la domanda che sto per farle con le dovute pinze, perché non sono in grado di trovare termini migliori di questi per fargliela…”).

Altre parole urtavano – inaspettatamente e pesantemente – il mio stato mentale e psichico: paradossalmente parole come “abbraccio”, “carezza”, “amore” non volevo sentirle pronunciare (ma non ho mai avuto il coraggio di dirlo, semplicemente quando accadeva smettevo di ascoltare).
“Come mai?”, si chiederà qualcuno.
Perché – per gestire il peso emotivo – mi sforzavo di spostare la lettura della realtà tutta dal lato scienza e battaglia (per la vita). Due interpretazioni che mi tornavano più utili per mantenere un po’ di energia e di lucidità.

La parola “morte” non l’ho mai pronunciata.
Neanche mentalmente.
Forse oggi – qui – mentre scrivo, è la prima volta che lo faccio.
Perché?
Perché – presumo – la ristrutturazione linguistica  aveva raggiunto livelli estremi.
Ed il tentativo di governare lo stato di alterazione emotiva passava anche attraverso questa personale modalità (edulcorando più o meno  la lettura della situazione, o rendendola il più possibile asettica).

E la reazione (solamente interiore) davanti al linguaggio usato dai medici (differente da medico a medico) poteva tenermi calma, mandarmi in bestia, darmi speranza oppure tenermi in uno stato di fredda neutralità (quasi di “galleggiamento”).
Pur dicendo tutti la stessa cosa.

Le parole usate hanno una importanza notevole. Si sa.

E quello che dici ha una ricaduta in chi ti ascolta. Inducendogli non solo la lettura della realtà, ma anche la lettura e l’opinione che si fa di te.

Credo quindi che la scelta delle parole da usare sia una operazione molto delicata.
Quasi etica in situazioni ad alta sensibilità.
Una scelta che necessita di una operazione preventiva di calibrazione dell’altro molto accurata.

Un lavoro che – nello specifico della mia personale esperienza – non può essere fatto solo dal personale medico (che ha ben altre comprensibili priorità), ma che potrebbe essere fatto da specifici “facilitatori” fortemente orientati all’ascolto e all’osservazione di chi ti siede davanti. Capaci di fare da mediatori (e traduttori) nel dialogo tra medici e parenti dei pazienti (ma anche pazienti).

 

[Immagini tratte da Pexels]

La tecnica non è tutto [VIDEO]

Un video dove condivido alcune riflessioni che arrivano dall’esperienza che gradualmente sto accumulando e dalla osservazione di diverse realtà.

E proprio dalla osservazione e dall’ascolto di diverse realtà, oltre che dallo sperimentare, possono giungere diversi stimoli e spunti che – se ben combinati – possono rinforzare la nostra unicità.

Buona visione!

“Il codice segreto delle relazioni”

foto2Boccheggiante e piazzata davanti al ventilatore, in attesa di levare le tende la prossima settimana, oggi ho finito il libro di Gianfranco Damico.
Per me – che entro in empatia coi libri che leggo – è stato un percorso costellato di mugugni alternati a rivelazioni ed illuminazioni, oltreché sogghigni
Libro insolito, fuori dagli schemi (perché, Gianfranco rispetta qualche schema…? ma va-là va-là… 🙂 ), rappresenta un po’ la naturale prosecuzione del primo lavoro (“Piantala di essere te stesso!”) che lessi un po’ di tempo fa (per la precisione nel lontano 2011).
Qui Gianfranco scorazza e contamina la sua opera e le sue riflessioni, spostandosi da trattazioni scientifiche e fisiche, a riflessioni filosofiche, toccando anche argomenti cari al Coaching nel senso più stretto e classico del termine.
Non è facile tirare le somme dopo un testo simile.
Anche perché si tratta di un libro che ti fa riflettere e ti fa incagliare contro scogli che ti rendono difficile la comprensione (facendoti anche imprecare, a volte…).
Però, nonostante le difficoltà, alla fine un semino te lo pianta nel retrocranio (come lo chiamo io).
A quel punto – a semino piantato – sta a te far germogliare la piantina…
Penso sia un libro da leggere… Sospendendo qualsiasi giudizio e dialogo interno (al limite, divertendosi ad ascoltare i blateramenti e le considerazioni che ci si fa tra sé e sé…).
E visto che è di difficile descrizione, qua sotto qualche suggestione che ho isolato leggendo:
“[…] tra quanto fonda il mondo là fuori e ciò che ci appare, si frappone una sorta di “traduttore”, qualcosa che percepisce quell’insieme indefinito di atomi, di vibrazioni elettromagnetiche, di energia e lo trasforma per noi in “cane”, “pietra”, “fiume”, “cielo” e così via. […]”
“E ciò che penso è questo: potrete leggere quintali di libri sulla comunicazione efficace o sul modo in cui costruire relazioni meravigliose, ma senza quel senso del miracolo per la fantasmagorica varietà e ricchezza che è il mondo sarete sempre fotocopie sbiadite di ciò che potreste essere, e la vostra vita relazionale una pallida ombra proiettata sul muro della mediocrità – ma col fiocchettino a posto.”
“[…] Se invece così non è – per esempio vi sto osservando svolgere una sequenza di azioni a me sconosciuta – allora ciò che fate viene elaborato da altri canali di comprensione, quelli che costruiscono la mia funzione puramente cognitiva, che comincia a svolgere le sue ipotesi e ad agitare il suo coltello analitico, ma la cui capacità di comprensione, pur potendo risultare estremamente raffinata, essendo comunque povera degli aspetti corporei, risulta essere molto meno pregnante di quella motoria. E soprattutto più lenta.”
“Siamo (potenzialmente) qualunque cosa. Possiamo diventare qualunque cosa. La narrazione che ci facciamo a proposito di ciò che siamo, non ha paletti. Siete un mobile stormo in volo in interazione costante con altri stormi in volo. Potete andare ovunque, diventare chiunque. Siete magnifici.”
“Capita che tu sia un professionista prestigioso o l’ultimo dei lavapiatti, che tu sia ricco o povero, che tu sia di destra o di sinistra, che tu sia religioso o ateo, che tu ti senta un perdente o una persona di grande successo, che tu creda che la vita abbia un senso o che non ce l’abbia, che tu sia africano, europeo, asiatico, americano o vattelapesca, la tua vulnerabilità, nostra condizione naturale, farà sentire il suo canto e verrà a trovarti; lo farà in mille modi diversi e muovendo a volte i fili più impensati – quelli che tu pensi debbano muoversi solo nella vita degli altri. Verrà a trovarti e si siederà accanto a te, ricordandoti che non esiste umanità senza imperfezione”
“Per me è sempre sorprendente constatare quanto spesso nella relazione con l’altro, le persone si lascino scuotere e sballottare da correnti esterne perdendo di vista quell’obiettivo. Eccolo qui dunque, uno dei motivi fondamentali alla base dell’inefficacia dei comportamenti; è proprio questo: che incredibilmente la persona dimentica qual era l’obiettivo e, mettendosi a rispondere istintivamente a sollecitazioni che la contingenza pone, manda la barca là dove non dovrebbe andare e dove non avrebbe voluto che andasse.”
“Lascia che le cose siano come sono, muoviti come l’acqua, rimani fermo come uno specchio, rispondi come un eco, passa velocemente come il non esistente, e sii quieto come la purezza. Chi vince, perde. Non precedere gli altri, seguili sempre.” Bruce Lee
“Poiché non saremo più nulla, non c’è nulla che non saremo. Solo così possiamo entrare nel cuore dell’altro e, a partire da lì, operare la nostra forma di guida in una forma relazionale che non sarà più quella del combattimento, ma della danza.”
“[…] Ma l’impossibilità non è la fuori, è qua dentro. Il limite inerisce al nostro schema di riferimento. Cambiato schema di riferimento, […] il compito diviene immediatamente possibile e la soluzione è improvvisamente lì, neanche così sofisticata come si poteva fantasticare.”
“Ed è qui che si incardina il paradosso più straordinario della relazione: che due prigionie possono fare un’unica libertà.
Da soli, nell’autoreferenza del non ascolto, siete prigionieri; ma insieme, due prigionie che si aprono, che dialogano, operano uno sconfinamento in un’emergente sfavillante libertà.”
Che cosa augurare al lettore che si cimenterà nella lettura di questo libro?
Buona lettura e – soprattutto – buona esplorazione!
foto1

Put Yourself in His/Her Shoes

20130317-013633.jpg

Put yourself in his (or her) shoes

Questa indicazione mi è rimasta impressa dal convegno di William Ury dello scorso ottobre a Vicenza. Letteralmente significa: “mettiti nei panni dell’altro“. E, nello specifico, l’affermazione era riferita a tecniche di negoziazione volte al sistema win-win.

Ma di recente mi è tornato in mente che lo stesso sistema è utile applicarlo anche quando si scrive per qualcuno: un racconto, una relazione, un articolo…
Ossia mettersi nei panni di chi legge.

E proprio nella settimana appena conclusa ho avuto modo di ripescare questa preziosa indicazione in occasione di una relazione che abbiamo consegnato.

All’interno di un importante lavoro di pianificazione territoriale che stiamo conducendo, abbiamo dovuto redigere della documentazione in lingua inglese che verrà a sua volta tradotta in arabo.

Le complicazioni non mancano: oltre al passaggio “italiano-inglese/inglese-arabo”, anche gli argomenti da noi trattati (elettricità e telecomunicazioni) non sono così immediati (oltre a richiedere una certa precisione linguistica).

Infatti a differenza delle altre discipline (housing, agricoltura, turismo, infrastrutture, trattamento rifiuti e trattamento delle acque), per alcuni aspetti più comprensibili e più “familiari”, l’elettricità e le telecomunicazioni sono ambiti più tecnici e che trovano una minore diffusione nella cultura popolare (pur essendo fondamentali per garantire e supportare anche gli altri aspetti sopra elencati).

Quindi ci siamo trovati a dover ri-analizzare approfonditamente i testi da noi redatti, dopo che il cliente ci ha chiesto dei chiarimenti interpretativi: “La mia preoccupazione è che questo materiale [redatto in inglese n.d.r.] debba essere tradotto in arabo e che questo passaggio comporti una distorsione dei significati contenuti.”

Effettivamente rileggendo la relazione insieme al cliente, ho potuto constatare che – sì – aveva ragione.
Avevamo commesso l’errore di scrivere dando per scontato una serie di concetti di base (tipici degli ambiti da noi trattati) che sarebbero sicuramente risultati sconosciuti ai traduttori (che, molto probabilmente, non sono persone appartenenti ai settori coinvolti nel lavoro di pianificazione).

Ecco quindi che alcune frasi e spiegazioni sono state riviste e “tradotte” in concetti più comprensibili (magari allungando anche un po’ i testi, per fornire qualche spiegazione in più), eliminando capillarmente tutte le presupposizioni che permeavano lo scritto.

Come è stato fatto?
Facendosi delle domande mentre si rileggeva il testo.
“Che cosa intendo per…?”
“Che cosa sto comunicando?”
“Che cosa voglio comunicare?”
“Qual’è l’obiettivo di questo intervento sul territorio?”

Non è stato semplice. Anzi, a volte ci si è confrontati coi colleghi fino allo sfinimento.
Ma è stato utile per spostare il focus e per far sì che ci si mettesse (a fatica) nei panni di chi leggerà il documento finale, passando attraverso l’immedesimazione di chi tradurrà i testi, con l’obiettivo di essere i più chiari possibile.

Speriamo di avere ridotto al minimo il margine di errore interpretativo.

Sicuramente, la prossima volta, partiremo da subito mettendoci nei panni del lettore finale, lavorando per produrre documenti comprensibili in tal senso, ponendoci domande volte a migliorare il trasferimento e la comunicazione delle informazioni.

Slot Temporale

screen-silhouette2

Questa stravagante commistione di due parole quasi ridondanti tra loro (“slot” e “temporale”, nel senso di tempo), mi è venuta in mente oggi, mentre guardavo ad una serie di iniziative culturali e digitali alle quali mi sono iscritta.

Tra la Fondazione del Corriere della Sera (che avvia un ciclo di tre conferenze dal titolo “Cultura e Sviluppo nel mondo che cambia”, che verteranno sulla “Creatività”, sulla “Innovazione” e sulla “Conoscenza”), le iniziative di Meet the Media Guru, la magica scoperta che ho fatto delle visite guidate ad Hangar Bicocca (spazio spettacolare!)  e le conferenze della Social Media Week (che si terrà a Milano settimana prossima), mi sono resa conto che il comune denominatore di queste iniziative è il tempo.

60, 90 minuti massimo di conferenze e visite. Non di più.

Uno specchio dei tempi (sempre più accelerati) che inizio ad apprezzare particolarmente anche io.

E mi domando, da migrante digitale quale io mi sento, se questo è indice di un abbassamento di attenzione e di volontà di approfondimento, oppure se si tratta semplicemente di un cambio radicale del modo di comunicare.

Perchè osservo (o per lo meno, mi sembra di osservare) che sì, c’è una maggiore superficialità della condivisione di informazione (prova ne sono certe bufale, gettate abilmente in rete, alle quali abboccano subito in tanti, senza previa verifica della veridicità della notizia), ma c’è anche una abile ricerca di trasmissione e condivisione di informazioni, operando delle sintesi efficaci.

Sintesi che – ribadisco – apprezzo sempre più, forse perchè riescono a trasferire contenuto senza entrare nella “pericolosa” zona del calo di attenzione (che non ricordo più dopo quanto tempo si verifica).

Infatti – in contemporanea – mi rendo conto che davanti a filmati lunghi, tomi impressionanti e visite guidate fiume, mi stanco, mi distraggo e mi annoio.

Mi affascina il linguaggio e la comunicazione, ed i mezzi utilizzati per trasmetterli.

Ed in una Era come questa – dove la comunicazione (soprattutto visiva… ma questa è un’altra riflessione che mi facevo dopo avere visto Prometheus) ha assunto aspetti affascinanti che presagiscono evoluzioni che forse noi (almeno io…) non riusciamo ancora ad intuire – accorgermi di un cambiamento percettivo che mi interessa da vicino, mi stupisce e mi disorienta.

Io, me!, povera migrante digitale che ha passato anni a studiare tomi mostruosi, visitando mostre oceaniche…

Immagine tratta dal Sintesi Digitale