Ripartendo daccapo

Barbara Olivieri

Ho iniziato a scrivere questo post tra il primo ed il secondo giorno di gennaio, dopo un po’ di ragionamenti (gli ennesimi) sul fatto se portare avanti il blog o meno (riprenderlo in mano o abbandonarlo definitivamente?).

E durante il periodo di assenza da questo “luogo”, ho provato altri mezzi di comunicazione. Altri social media.
Concentrandomi sulla questione mobile: sulla possibilità di poter scrivere e condividere mentre sono in movimento, anche (e soprattutto) attraverso lo smartphone.

Così ho sperimentato nuovi media come Medium, abbandonando Pulse (di LinkedIn) per la sua grossa pecca (secondo me) di non poter essere utilizzato da mobile, provando così il social blogging (cosa che secondo me già si fa condividendo post più o meno lunghi sui social network).
[Ho fatto anche un piccolo test della versione aggiornata delle Note di Facebook, che non mi ha convinto molto, nel mentre cercavo – e cerco – di capire come è e cosa fa il nuovo Google+.]
Confrontandomi con amici e “colleghi di navigazione” sulla bontà o meno della sola condivisione dei video direttamente su Facebook, piuttosto che su YouTube.
Tutto ciò proseguendo nella ricerca di possibili evoluzioni della mia figura professionale (ormai strettamente interconnessa con la sfera personale), tentando di capire cosa succederà fra 5-10-15 anni.

Una ricerca non priva di asperità.
Molto intrecciata, senza soluzione di continuità.
Che è proseguita (e prosegue) parallela alla vita lavorativa, tra tentativi ed errori.
Fino ad oggi dove, durante questi giorni di pausa appena conclusi, mi sono fermata e ho cercato di mettere insieme i pezzi cercando di tessere una tela che creasse un legame sensato fra loro.

Questo processo di connessione (se vogliamo chiamarlo così), si è innescato dopo la lettura di un libro: “Architettura Open Source”, curato da Carlo Ratti.

Un piccolo libro acquistato per caso, dopo avere assistito ad una mattinata di formazione all’Ordine degli Architetti relativa alla “internazionalizzazione della professione”.
Lo stesso giorno sono andata alla Hoepli per acquistare un libro più “tecnico e gestionale” (legato agli argomenti trattati la mattina) e – anziché acquistare il testo che avevo in mente – sono tornata a casa con quella piccola opera che credo oggi di poter definire “il libro giusto al momento giusto”.
Non mi dilungo nel descriverlo (vi lascio al video riportato sopra), dico solo che quelle poche ma dense pagine hanno impiantato un piccolo e significativo seme, supportato da un grande conforto che mi ha fatto esclamare più volte durante la lettura: “Ma allora è possibile! Si può fare!”.

Gene Wilder
Gene Wilder in Frankestein Jr di Mel Brooks

Da lì, pezzo dopo pezzo, scrivendo, disegnando e pensando possibili opzioni, ho iniziato a rivedere il modo di comunicare. Ipotizzando qualche passo indietro e/o di lato.
E sono ritornata anche qui, al blog (“Sei sicura di volerlo proprio abbandonare?”, mi sono domandata; “Sei sicura che non ti sia necessario avere comunque un luogo che raccolga in modo più organizzato testi, foto e video?”, mi sono domandata ancora).

Riconsiderando persino il concetto di “blog tematico/nicchia” (che faccio – facevo? – tanta fatica a digerire).

So che sembra un “avanti e indietro” continuo, che suggerisce indecisione e incertezza.
E – aggiungo – non è detto che sia la fase finale, il punto di arrivo del percorso di ricerca.
Può essere solo uno dei tanti momenti di sosta e di approfondimento.
Ma mi conforta un fatto: che spostarsi, provare, tentare, smontare e rimontare, rigirando di sotto in su le cose più e più volte, non è necessariamente indice di incapacità a prendere indecisioni, bensì può essere necessario per adattarsi alla realtà in costante mutamento.
E a tale proposito chiudo con il link ad un TED Talk che ho incrociato di recente e che credo offra una interpretazione delle cose molto interessante e da non sottovalutare.

Buona ripartenza da qui, dove siete (sono) ora.

 

Storie di blog e di titoli [Flash post]

Qualche tempo fa, una mattina nella quale ero molto infastidita da ciò che leggevo, ho scritto su Facebook questo post:

#momentopolemico
Posso dire una cosa antipatica?
Mi sono stufata di leggere titoli di post con dentro i numeri.
“5 suggerimenti per…”
“9 segreti per…”
“18 punti per…”
Basta. Non se ne può più.
Va bene che ci sono i SEO, Pippo&Pluto&Paperino… Ma sta diventando di una omologazione imbarazzante…
I “guru” dicono che se fai così aumenti il traffico sul sito/blog? E allora tutti a fare così!
Ragazzi, un po’ di autonomia di pensiero…
[Fine momento polemico]

Ne è scaturita una conversazione ironica e divertente nella quale alcuni amici facevano a gara nell’enumerare le cose più strane…

Tenendo comunque fermo il concetto di fondo dello sfogo del non poterne più di leggere sempre gli stessi “format” di titoli.

Ho trascorso i giorni successivi ad evitare di leggere tutti quei post che enumeravano “suggerimenti, segreti & consigli”.
Avevo un vero e proprio momento di rigetto.
E – come se non bastasse – l’algoritmo organico (questa inquietante equazione che apprende) ci metteva del suo, infittendo la mia timeline di post simili (quasi a volermi prendere in giro come un essere senziente).

Poi la svolta.

Tre condivisioni da parte di amici blogger, in tre giorni ravvicinati, tutti e tre molto particolari:

[Scusate la condivisione dei link così, nuda e cruda… Sto pubblicando da “mobile”, per fissare l’idea: prometto di sistemare l’impaginazione appena approdo su un PC…]

Orsù, ripetete con me:
“La verità vi prego sul blogging”
“L’originalità di un blogger è scrivere ciò che sente e ciò che vede”
“Ma che parlo Arabica?”

Ora…
Quanto sono evocativi?
Quanto (vi) suggestionano?
Quanto (vi) fanno sorridere per la loro ironia?
Non so voi, ma a me tanto…!

Ma non fermatevi al titolo.
Leggeteli, se potete e volete.

Vi ritroverete nel flusso di parole che emozionano, informano, divertono e fanno pensare.
Con buona pace di SEO, SERP & “compagnia cantante”…

[La foto è tratta da ilmiolibro.kataweb.it]

Una piccola storia e qualche lettura in rete

  
[Avviso ai naviganti: questo post è scritto e pubblicato da tablet, quindi è probabile che l’impaginazione non sia ottimale. Mi scuso per questa eventualità e prometto di sistemarlo al mio ritorno su Pc. Nel caso in cui invece l’impaginazione sia corretta… Beh… Fate finta di non avere mai letto questo annuncio…]

E dopo l’avviso introduttivo mi accingo a condividere una piccola storia. Leggera ma – spero – non superficiale.

La storia parte da un po’ lontano: diversi mesi fa ho ricevuto un messaggio privato sul mio canale YouTube da una ragazza di nome Luisa. Mi accorsi del suo messaggio con un mese di ritardo (per me un tempo troppo lungo per rispondere ad una persona) ma la questione ancora più importante era che mi chiedeva consigli su quali libri leggere e – soprattutto – come trovare i libri più adatti per se stessi. 

Una bella responsabilità per una come me, che legge libri per diletto senza nessun obiettivo particolare, senza nessuna formazione come critico letterario (o simile), bensì lasciandosi ispirare da recensioni (professionali e non), copertine (ebbene sì! strumento assai persuasivo), e altre suggestioni. Le diedi dei pareri personali, le spiegai che io avanzo per tentativi ed errori e che mi capita di incappare in libri difficili da digerire (in questi giorni sto arracando con “Pensieri lenti e veloci”, indubbiamente interessante ma un po’ pesante…).

Dopo la mia risposta, la cosa finì (apparentemente) lì.

In questi mesi poi ho sempre più faticato a mantenere il ritmo di un libro alla settimana (con relativa pubblicazione di videoriflessione su YouTube) e spesso ho pensato di chiudere l’esperienza. 

Ma Luisa è (provvidenzialmente) tornata con un nuovo messaggio che mi ha motivato ad andare avanti. Oltre a ringraziarmi per averle fatto scoprire il libro “Spade” di Giovanni Gastel (e la realtà 5×15, dove Gastel ha tenuto uno speech intenso di 15 minuti), mi ha ringraziato anche per averle fatto conoscere il blog di Zelda di Was a Writer (che cito spesso nei video, frequentando il suo bookclub).

E mi ha chiesto se conoscevo altre realtà come quella di Zelda Was a Writer… 

Domanda ardua!

Non solo perché “Zelda” è unica nel suo genere, ma anche perché non sono una esperta di blog. Anche qui avanzo per tentativi, e ciò che seguo rispecchia il mio personalissimo gusto.

E così mi sono ritrovata a pensare a cosa potrebbe essere utile ed interessante per gli adolescenti (Luisa è giovanissima), senza essere noioso. Ed è scattato l’azzardo (sperando di non aver alzato troppo il tiro). 

Ho pensato a quattro blog/siti particolari di cui due forse un po’ complessi, ma che penso possano dare moltissimo anche a persone in giovane età (non solo agli adulti). [Portarli nelle scuole, buttando dalla finestra programmi vetusti, sarebbe una gran bella cosa]

Sono tra i miei preferiti nell’area creatività e cultura (e cerco di seguirli il più possibile anche se il tempo è tiranno)

  • Meet the Media Guru (con i suoi articoli e la sua sezione dedicata alle “lecture” delle conferenze che organizzano e che possono essere seguite anche in streaming)  – http://www.meetthemediaguru.org
  • Nuovo e Utile (il magnifico blog curato da Annamaria Testa, continua fonte di informazioni di alto livello) – http://www.nuovoeutile.it
  • Brain Pickings (sito in inglese, vasto, contiene spunti provenienti dalla cultura in senso lato… arte, libri, filosofia… un progetto vastissimo) – http://www.brainpickings.org
  • TED (bisogna presentarlo…? non credo… video dei “TED talk”, sezione blog con articoli, suggerimenti di lettura dagli speaker di TED… una banca dati di condivisione straordinaria) – http://www.ted.comhttp://blog.ted.com

Non so se andata fuori tema con Luisa. Spero di no. Spero di averle dato ulteriori fonti di ispirazione…

Nel frattempo se avete altri suggerimenti, e volete condividerli nei commenti, ve ne sarò grata! Perché non si smette mai di imparare e nel web, l’evoluzione di contenuti e piattaforme è molto rapida e fluida.

Buona navigazione! E buon ferragosto!

PS: qui sotto i due link ai due libri citati nel post:

Blog personale e social network

Barbara Olivieri

Quasi un mese fa ho deciso di prendermi una pausa di riflessione, sospendendo le pubblicazioni su questo piccolo blog personale (che nel corso degli ultimi tempi ha subito moltissime modifiche e rimaneggiamenti).

Sedotta dalla sempre maggiore versatilità dei social network, ho pensato che portare avanti un blog personale stesse diventando gradualmente sempre più impegnativo e faticoso.
Così ho iniziato a pubblicare dei post su LinkedIn, con un buon riscontro di visualizzazioni.
Ho pensato che una comunicazione più mirata a seconda dei social network, e maggiormente adatta al “mobile”, fosse la soluzione migliore (la più facile).

Però devo confessare che – nonostante sia stata una strenue sostenitrice di queste pubblicazioni – ho iniziato a sentirmi in gabbia.

Ho vissuto una sorta di paradosso.
Se da un lato scrivere per e su social network “specifici”, costituisce un ottimo esercizio di calibrazione linguistica e di sintesi (è sconsigliabile scrivere post emotivi su LinkedIn, così come scrivere post professionali su Facebook non funziona molto a meno che tu non abbia una pagina professionale), d’altro canto può accadere di sentirsi costretti a percorrere strade delimitate da robusti e metaforici paracarri.

Sì, certo, dipende molto da come e perché usi i social.
Dipende da cosa vuoi comunicare e come lo vuoi comunicare.

Non so voi che leggete come vivete la vita digitale, ma nel mio caso mi sono resa conto che passato l’entusiasmo della novità e dello sperimentare un nuovo strumento (nella fattispecie la funzione di blogging su LinkedIn, disponibile per ora solo in lingua inglese), ho iniziato a sentirmi in gabbia.
Piano-piano ho iniziato a scrivere post che tendevano via-via ad essere dedicati meno alla professione, e più ad impressioni e riflessioni.

E proprio qualche giorno fa, pubblicavo su Facebook questo post:

In un mondo che ti dice che devi avere obiettivi e che devi focalizzarti su alcune cose, scegliendo-scegliendo-scegliendo, che dite se decidiamo di seguire liberamente i nostri interessi e le nostre passioni, senza costringerci a scegliere in funzione di un possibile business…?
La vita è una sola ed è già abbastanza faticoso portare avanti la baracca.
Se poi i nostri hobby, le nostre passioni, devono essere costrette in funzione di un possibile e specifico business… beh… benvenuti stress e frustrazione…
Negli “sfridi di tempo” cerchiamo di fare le cose che ci piace fare. Per sgombrare la testa, per ricaricarci, per divertirci, per il gusto di imparare.
Poi se ne esce un business tanto meglio.
Sennò va bene uguale.
Senza frustrazione e senza ansia.
Basta che abbia un senso per noi, che facciamo quello che facciamo.

E allora, daccapo!
Con buona pace della non-bontà della visione blog-centrica, scatta la nostalgia del blog come spazio personale.
Di narrazione di ciò che si fa, si impara e si è.

E come se non bastasse, ti capita di incrociare sul tuo percorso digitale, un libro (che ho acquistato e che leggerò nelle prossime settimane): “Bloggo con WordPress dunque sono: Remixa la tua identità digitale e personalizza l’interfaccia del tuo blog” di Paolo Sordi.
La cui sinossi recita:

Ha senso oggi parlare di blog e siti personali? Se vuoi tenere un diario, c’è Facebook. Se vuoi un album fotografico, Instagram. Se vuoi pubblicare un video, YouTube. Vuoi mettere in luce le tue competenze? LinkedIn. Vuoi buttare giù una riflessione veloce? Twitter. Vuoi scrivere un articolo? Medium.
Il blog non è morto, si è frammentato in tante piattaforme che del blog hanno assunto alcuni tratti e alcune funzionalità di base, ma che dal blog si sono distaccate, offrendo ognuna caratteristiche e funzioni specifiche che ne hanno favorito un’adozione sempre più di massa.
Con i social network la voce inedita e personale dell’utente ha conquistato un’esposizione infinita, ma si è chiusa in tanti “giardini chiusi” dove ha perso unità di spazio, libertà e indipendenza. Eppure la Rete aperta dell’open source, del PHP, dell’HTML, dei CSS, dei feed RSS, di WordPress (rigorosamente punto org) è ancora un luogo libero, aperto e flessibile che può restituire agli autori il controllo su contenuti, tempi, modi e proprietà di quanto pubblicato online.
Bloggo con WordPress dunque sono ti spiega come.

E poi leggi – veramente per caso – un progetto avviato da una blogger: #CurriculumDelLettore: come è nato e compagni di viaggio.

E leggi di tanti altri blogger per passione che hanno attraversato come te momenti di pausa, nei quali si sono fatti un po’ di domande (la più importante delle quali è: “Ma chi me lo fa fare?”), ma che dopo una assenza di settimane sono tornati alla loro creatura (quel blog che hanno costruito con tanta passione, con le loro mani) e sono ripartiti con più voglia di prima.

E allora perché lo fai?
Perché ti prendi la briga di scrivere su un blog su WordPress (con tutte le sue difficoltà del caso, perché una piattaforma un pochino complessa)?

Già, perché?
Perché coltivare le proprie passioni…?

Vi lascio con qualche link che ho incontrato nel corso di queste settimane di pausa (sono letture apparentemente scollegate fra loro e non tutte congruenti con l’argomento del post, però hanno contribuito a farmi riflettere e forse a farmi ripartire):

Fare blogging con La Grande Differenza

 

Fare Blogging La Grande Differenza

Sabato scorso sono stata a Vicenza per una giornata di formazione organizzata da La Grande Differenza.
L’argomento era il “fare blogging” (ossia il “bloggare”, lo scrivere e l’avere un blog) con relatore Riccardo Esposito (autore del libro “Fare blogging”, e blogger di professione).

Di Riccardo Esposito avevo già letto il libro e avere l’occasione di ascoltarlo per una giornata intera mi è sembrata una buona opportunità da cogliere al volo.
Tanto più vista la mia costante indecisione, e riflessione, sulla utilità di mantenere o meno il blog.

E’ stata una giornata intensa e pienissima di contenuti.

Tanti gli argomenti trattati, che hanno ruotato attorno due colonne portanti del mondo del web e del blog: Google e WordPress.
Tanti gli spunti che mi hanno fatto scrivere moltissimo.

Ragionamenti e abbozzi di mappe mentali
Ragionamenti e abbozzi di mappe mentali
Trucchi del mestiere e suggerimenti
Trucchi del mestiere e suggerimenti

E tante le finezze e le sottigliezze che ho colto, e che possono fare la differenza anche nella resa dei motori di ricerca.
Qualche esempio? Le parole chiave e la loro posizione all’interno del testo e del titolo stesso, i nomi dati alle foto, la struttura del testo in riferimento alle modalità di lettura degli utenti (che sono diverse rispetto alle modalità di lettura di un articolo di giornale o di un libro),…

E tantissime le riflessioni che mi sono fatta sulla strada del ritorno, a fine giornata.
Tutte sotto una “domanda mamma”: cosa vuoi comunicare con il tuo blog?
E’ un curriculum on line?
Vuoi raccontare della tua professione?
Vuoi raccontare delle tue competenze?
E’ un diario online? (E qui mi torna in mente il libro di Francesca Sanzo, “Narrarsi online”)

La Grande Differenza

Sono arrivata a casa con l’idea di spezzare il blog in due: uno dedicato alla passione per la lettura, ed uno dedicato alla professione della sottoscritta (pensando alle competenze che si stanno “autogenerando” su LinkedIn).
Domenica mattina (dopo averci dormito sopra) avevo una idea ancora diversa: marcia indietro, si torna alle origini. Si torna al blog personale. Si torna a “Barbara Olivieri – Non solo un architetto”.
Lunedì (dopo avere sedimentato ancora un po’ gli input ricevuti durante il corso), ho pensato che no, il blog resta così com’è. Va bene così com’è.
Ho solo apportato qualche piccola modifica di tipo funzionale (catturata dagli spunti di ottimizzazione recepiti durante la giornata con Riccardo Esposito), non senza prima avere osservato con attenzione alcuni blog che considero di riferimento e che mi hanno confermato la bontà dell’attuale struttura (sempre migliorabile).

Mi rendo conto che detta così può sembrare la descrizione di un’anima in pena che non riesce a trovare una propria identità professionale/digitale.
Non lo escludo.
Però, mi rendo anche conto che più si impara, più si conosce, meno certezze si hanno, maggiori territori inesplorati ti si aprono davanti e sempre più numerose sono le domande che ti fai.
In modalità “continuos learning”, senza mai fermarsi, in stato di “laboratorio permanente” (o “versione beta”, per parafrase Ben Casnocha autore – insieme a Reid Hoffman – del libro “Teniamoci in contatto”, che mi guarda dal tavolino da tre anni e che forse è arrivato il momento di leggere).

Chiudo con la riflessione di lunedì (con tanto di foto di accompagnamento, pubblicata su Facebook), scritta mentre stavo andando a prendere il treno e mi stavo accingendo ad iniziare una nuova settimana, con qualcosa in più nella “cassetta degli attrezzi”:

Imparare cose nuove
Riflessioni del lunedì, iniziando una nuova settimana

 

Riflettendo camminando (sotto il sole…)
È dal 2008 che macino corsi di formazione e libri (sull’argomento). Sono partita dalla PNL ed il coaching, attraversando rapidamente le Dinamiche a Spirale, approdando alla negoziazione, alla leadership, al Personal Branding, alla scrittura, allo storytelling, al public speaking, al web…
Mantenersi aggiornati è fondamentale.
Stare allerta è diventata una attività quotidiana come bere il caffè (adrenalina per adrenalina…)
Ma mano a mano che prosegui l’asticella si alza.
E fermarsi non è consigliato (almeno per me, anche se a volte vorrei farlo raggomitolandomi in un angolo…).
C’è una cosa però che ho notato. (Nelle mie scelte e dinamiche)
Una sorta di filo conduttore.
I gruppi piccoli.
Preferisco aule con gruppi piccoli.
Perché? Perché c’è più interazione.
C’è possibilità di fare delle cose, di mettere in pratica e sperimentare, di interagire e di parlarsi.
Di imparare facendo.
Le grosse platee, le megaconferenze non fanno per me (l’anno scorso ho fatto una eccezione e quest’anno lo farò ancora perché so che è esperienziale). A quel punto preferisco leggere i libri: diventano strumenti fondamentali sempre a disposizione. Integrabili poi con informazioni (ben filtrate… altro lavoro in più da fare…) prelevate dal “mare magnum” del web. (La caducità delle informazioni contenute in certi libri è rapidissima)
Sì, certo, costa fatica. È una attività di ricerca che certe volte ti fa domandare: “Ma chi me lo fa fare…?!”
Però è necessario.
Forse anche fondamentale.
Anche per dosare sforzi economici (cosa non trascurabile) ed intellettivi.
…Fine della riflessione sotto il sole…

Nel frattempo si va avanti a leggere libri e a condividere esperienze…
Buon proseguimento di settimana!

“Fare blogging” di Riccardo Esposito [VIDEO]

Blogging
I primi appunti scritti dopo le prime pagine lette del libro “Fare Blogging”

Si dice che una immagine vale più di mille parole…

Se è veramente così, l’immagine qui sopra è emblematica (per me) dei ragionamenti che ho iniziato a fare su questo blog, appena ho iniziato a leggere il libro di Riccardo Esposito “Fare blogging”.
Sin dalle prime battute è stato un susseguirsi di domande e riflessioni.

Cosa può diventare (il blog), cosa voglio fare io (essendo un blog personale)…
Verticalizzazione sì, verticalizzazione no…
Collimazione di competenze, conoscenze, informazioni acquisite…
Informazioni? Riflessioni? Altro?
Forzare la trasversalità, oppure no. Oppure – ancora – sfruttarla per fornire “qualcosa”.

Mille domande, mille dubbi (nella accezione positiva del termine)…
Neuroni che si “muovevano” (e si muovono ancora, ora che ho finito il libro), brainstorming continui con se stessi…
Armata di taccuino e penna, rispettando la tradizione dello scrivere a mano prima che con mezzi digitali (per rinforzare il processo neurologico, così dicono).
Sfruttando tutti i tempi possibili: in treno, a piedi, nei tempi di attesa, a casa…

Prima di iniziare il libro, seguivo già il blog dell’autore e ne ho sempre apprezzato i contenuti: scritti in modo molto semplice e comprensibile.
Quindi leggere questo libro è stato come proseguire un discorso iniziato in rete, approfondendolo.
Ed è stata una conferma di competenza, di semplicità di linguaggio e di approccio.

L’ho trovato un libro per tutti.
Senza tecnicismi che possono intimorire.
Utile – secondo me – per chi è titubante sull’argomento (e indeciso se aprire un blog o meno): ti prende per mano e ti aiuta a capire, a muovere i primi passi.
Utile anche per blogger “dilettanti”, che curano spazi virtuali per passione (il mio caso, per esempio): personalmente ho trovato spunti per focalizzare, e ho trovato indicazioni tecniche che possono servire a gestire il “mare magnum” delle informazioni in rete (che possono portare tanto fuori strada!).

Se dovessi riassumere tutto questo in due parole chiave, direi che si tratta di un libro “vivace” e “pragmatico”. Consigliato.

Di seguito la videoriflessione dove approfondisco un po’ il discorso…

“Gates Notes” – il blog scoperto per caso [Flash post]

GatesNotes

Ora…, vi è mai capitato di fare una sorta di scoperta dell’acqua calda?
(Oppure di rendervi conto che vi passano davanti al naso degli “elefanti” senza che – a momenti – ve ne accorgiate?)
Ebbene, a me – negli ultimi tempi – accade con una frequenza preoccupante…
Ed oggi ho avuto una ulteriore conferma.
Spiego…

Oggi (poco fa) – grazie ad un breve articolo de Linkiesta – ho scoperto il blog di Bill Gates (Gates Notes).
Scoprendo anche che ha un canale You Tube e che è un grande lettore di libri.

Bellissimo il video nel quale (in sembianze Lego) elenca i suoi libri preferiti dell’anno che si sta andando a chiudere (lo puoi vedere qui sotto).
(Bellissimo anche come “escamotage” per bypassare in modo creativo il parlare davanti ad una telecamera… e chi è introverso sa perfettamente di cosa sto parlando…)

Ebbene, interessante scoperta del giorno il suo blog.
Che mi accingo quindi a seguire con attenzione.
(Meglio tardi che mai…)

Buona lettura e buona visione!

(PS: ho anche molto da imparare dal suo mini-video di 1 minuto e mezzo nel quale parla di ben 5 libri… Io, che per parlare di un libro ci metto anche 8-9 minuti…)

[Immagini tratte dal blog di Bill Gates]

Perché? (Flash post)

image

Avviso ai naviganti: non ho idea del tipo di impaginazione che uscirà…
Ho scritto questo post da uno smartphone, caricando la foto, scattata dallo stesso smartphone…
Ergo il risultato grafico può essere un po’ bislacco. Quindi – nel caso – provvederò a sistemarlo quando tornerò davanti ad un PC (fra un paio di settimane).

Ma venendo al motivo di questo “flash post”, sono qui a fare una riflessione ad alta voce.
Riflessione che scaturisce da un programma che stavo redigendo su come dare una impronta significativa a questo blog.
Una impronta che potesse sposarsi con l’identità professionale che ho.
Infatti ho inserito nuove categorie, una nuova pagina (“videoriflessioni”),… tutto in funzione della mutazione di questo spazio in qualcosa più di nicchia.

Ero convinta!
Stra-convinta che la cosa potesse funzionare.
Poi complice una “innocua” mail ricevuta, che elogia i “percorsi non lineari”, è complici due libri che ho tentato di iniziare a leggere ma mi hanno sfiancano dopo pochissime pagine (sono i due in secondo piano nella foto), mi sono detta:

“Ma perché? Perché mi devo fare del male? Perché devo forzare il piacere della lettura su dei testi duri, complessi e alcuni pure incomprensibili? Perché devo forzare la chiave di lettura di un libro di narrativa?”

Ossignore!, a me piace leggere.
Mi piace riflettere.
Mi piace raccontare le cose che mi accadono e che faccio.
Perché devo diventare tediosa, saccente e noiosa?
Perché devo diventare monotematica?

Questo non è un “corporate blog”.
Questo è un blog personale.
Questo – in teoria – dovrebbe (e potrebbe) essere uno spazio dove trova sfogo proprio quel percorso non lineare menzionato in quella mail sibillina…

E allora avanti così.
Facendo qualche passo indietro e qualche scarto laterale.
Tornando anche un pochino alle origini.

[Fine del flash-post, impaginato alla cieca, scritto in una mattina di agosto…]

Crescere lentamente… libera associazione di idee

snail macro on a lavage stem crawling

Credo siano tre anni (mese più, mese meno) che curo questo piccolo blog.

Come ho ripetuto in varie parti, qui dentro scrivo e condivido ciò che leggo e ciò che penso (oltre a ciò che mi capita di vivere nella quotidianità personale e professionale), senza un disegno preciso (una strategia)…
[Magari un filo conduttore c’è, ma non ci faccio caso]

E ho letto tante cose sul web relative a fare business con i blog.
Costruendoli attorno ad argomenti specifici, per offrire un servizio su cui costruire una fonte di guadagno.
Ci ho anche pensato dopo avere letto il libro “100 Euro bastano”: questa estate ho passato tre giorni a studiare la mia rete, cercando di renderla più funzionale possibile.
Ed effettivamente è servito a mettere un po’ di ordine e a rendermi conto del pasticcio di transito di informazioni che girano tra i miei vari profili sui vari social network.
Però l’ispirazione di creare qualcosa di “funzionale a” non ha tenuto (era vera ispirazione? non credo…).

Sicuramente, questa operazione di creare qualcosa di utile è servito anche a riordinare le numerosi sezioni frammentate di cui era composto all’inizio il blog.

È servito a dare maggiore evidenza alla mia passione per la lettura che mi porta ad acquisti bulimici in libreria e su internet (non mi basteranno dieci vite per leggere tutto quello che compro!).
Passerei giornate intere a leggere e a scrivere di quello che leggo!
Ma non criticando bensì applicando una sorta di lettura emotiva, dedicando l’attenzione a ciò che mi suscita il leggere qualcosa

Però alla fine sono tornata a quella che è sempre stata l’idea iniziale: scrivere per lasciare un segno nell’universo, per fare mente locale, per ricordare e fissare dei momenti, per riflettere e per condividere.
Senza pensare ad un possibile business.
Perché se solo penso ad un possibile sbocco monetario, si crea il vuoto mentale e divento incapace di pensare alcunchè.

Un paio di persone (in momenti differenti) mi hanno detto: “Perché non crei una raccolta dei tuoi post migliori?”
La mia risposta è stata più o meno: “Ma no, ma va! Meglio di no. Non ha senso.”
Anche perché penso che oggi siamo in tanti a scrivere (grazie a questi meravigliosi mezzi che il web mette a disposizione) e se mi metto pure io… dove vado?
Non ci vedo un gran senso.
Almeno per me.

Io faccio tutto questo perché mi piace farlo e mi va di farlo.
Senza un fine.

Sicuramente sbaglio.
Sicuramente mi accontento. Di poco.

E proprio anche per questo non spingo per far crescere il blog a numeri stratosferici.

Perché mi piace pensare che chi capita qui anche per caso, e si ferma leggere, lo faccia perché trova qualcosa di interessante per lui/lei.
Ed ogni volta che scopro che qualcuno si iscrive, o commenta perché ha trovato un argomento sul quale vuole esprimersi, io sono contenta.

Perché c’è spontaneità, disinteresse e semplice desiderio di esprimere il proprio pensiero.

Penso che una crescita lenta di questo piccolo spazio sia la cosa migliore.

A me basta questo.
Sono già contenta così.

Buon fine settimana.

Fallimento…

wpid-fallimento

Che brutta parola!
Fallimento… (Anche l’immagine l’ho scelta apposta… e non è stato facile trovare qualcosa di attinente sul web…)
Una parola che suona quasi come una bestemmia.
Un tabù.
Un qualcosa di cui non si deve assolutamente parlare.

Per lo meno in tanti ambienti.
Dove si gioca a livello linguistico con la parola “Successo” (“participio passato di succedere” – sì – ma non solo).
E dove l’atmosfera da “ricchi premi e cotillon” serve – in modo molto perfido – a fare leva sul tuo desiderio di successo.

Però facendo una ricerca sul dizionario, alla parola “successo” si legge:

successo (su’t:ʃɛs:o)
nome maschile
1. riuscita buon fine superare l’esame con successo
2. notorietàpopolaritàconsenso accoglienza favorevole, apprezzamento generale riscuotere un grande successo – Il successo gli ha dato alla testa.
di successo – molto famoso, apprezzato, amato un professionista di successo una trasmissione di successo
3. ciò che ha riscosso il favore del pubblico una raccolta dei più grandi successi

[Fonte “The Free Dictionary”]

Che poi è il significato che io ho sempre considerato (e credo come me, tanti altri).

Attenzione, non sto contestando l’utilizzo massiccio e massivo della parola “successo”: è comunque una parola che viene spinta anche giustamente in avanti, utile ad esorcizzare paure varie ed eventuali che ci inseguono senza tregua (tendendoci agguati ad ogni angolo).

Solo che secondo me (e non credo di essere la sola) questa parola sta iniziando a creare qualche problema.
E ascoltare stamattina alla radio (Virgin Radio) un DJ che raccontava di un blog di successo dedicato proprio al fallimento, mi ha spinto a riflettere e a recuperare dei ricordi.

In particolare il DJ ha citato un blog (segnalato dal sito di La Repubblica) intitolato “Start up Over“: un sito/blog dedicato a tutte quelle Start Up nate come funghi e rovinosamente fallite.
Ne esamina le dinamiche, con l’obiettivo di “imparare dai fallimenti altrui e propri”.

Idea molto interessante.
Anche perché, dal mio punto di osservazione molto periferico e da perfetta neofita, osservo questo proliferare di nuove iniziative (tutte battezzate come “start up”) che hanno un comune denominatore: la tecnologia.
Un oceano che – secondo me – sta diventando via-via sempre più rosso, tendente al purpureo.

(Mi ricordo di un open-day della redazione di Wired al quale avevo partecipato e che aveva presentato nuove start up, con un comune denominatore: tutte applicazioni per web-mobile… Tant’è che mi ero domandata dove stava il vantaggio di tutto ciò. Percepivo una virtualizzazione sempre più spinta all’eccesso, con un pericoloso rischio di “sovra-esposizione”. Non a caso oggi si parla di possibile “bolla delle start up”).

Ma il “gancio” colto dal DJ stamattina e che gli è stato utile per lanciare un dibattito in rete è stato:
“Ma tu come vivi il fallimento?”

Mi sono detta: “Già, come vivo il fallimento?”
Risposta: male, molto male!

Ovviamente a seconda della entità del fallimento, della cura che ci metto in una cosa, nel sentirmi più o meno sotto esame, nel livello di coinvolgimento con altre persone, ho diversi livelli di metabolizzazione del fallimento: vado dal “chissenefrega!” nel caso di errore minimo, alla frustrazione, rabbia e depressione se sbaglio/fallisco in cose a cui tengo molto (sono fresca su questi argomenti, ahimè…).
Attraversare la tempesta emotiva che ne segue, può essere una impresa piuttoso difficile.
Posso passare giorni a rimuginare sulla cosa, domandandomi ossessivamente dove ho sbagliato.

Però, poi, passata la fase di implosione/esplosione, mi rialzo, mi scrollo la polvere di dosso, mi guardo in giro un po’ frastornata, e – barcollando come un pugile suonato – mi rimetto in moto.
Sicuramente con un bagaglio conoscitivo in più.

Essì, perché che mi piaccia o meno (e non so come la pensi tu), ho imparato di più dai fallimenti che dai successi.
E ne sono uscita pure rinforzata…

L’unica mia preoccupazione è che non diventi l’unico modo per imparare in modo efficace… 🙂

Immagine tratta da http://www.associazionequadri.it