Sul reagire

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Recentemente tre “cose” hanno tolto il tappo all’ennesima emersione di una bolla emotiva…

Il ricordo che – un anno fa – mia mamma ed io partivamo per un viaggio di due settimane in Giappone: un viaggio tanto desiderato e rimandato per ben 17 anni.
Ma che ho incoraggiato nonostante la sua (di lei) incertezza, il suo timore di essere di disturbo (“Ma non ti sono di impiccio? Vuoi veramente farlo questo viaggio? Perché se non vuoi, posso andare per conto mio con un altro viaggio organizzato…”, mi disse quando eravamo ormai prossime alla decisione, con tutti i dati in mano per scegliere).
“Facciamolo!”, le dissi convinta (“Perché dopo potrebbe essere troppo tardi”, mi dissi tra me-e-me in modo assolutamente inaspettato; questa frase me la ricordo spesso, e quando questo accade, sono pervasa da un senso di straniamento e inquietudine.)
Un viaggio che lei fu contenta di poter fare e che si è goduta appieno.
E che fui contenta di fare anche io, con lei.

Una “cosa” – questa – capace di darci (a noi, il babbo ed io, che siamo rimasti “di qua”) un po’ di conforto durante e dopo la “vicenda”: “Sono contento che sia riuscita ad andare in Giappone, ci teneva tanto”, mi ha detto più volte mio padre.

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Poi è stato il turno di lettura di un commento di una amica che sta affiancando il padre che non sta bene, e che mi ha ricordato quello che un amico mi ha detto durante la “tempesta”: “Ne uscirai più forte!”

Vero… e non è una forza come la intendiamo normalmente.
È una forza interiore, emotiva e morale che non nega la debolezza e la fragilità.
Bensì le ingloba e ne trae – paradossalmente – ancora più energia.

E questo mi fa pensare anche alla “furia iconoclasta al contrario” da cui sono pervasa (di cui ho accennato nel precedente post).
Una energia che ha dell’assurdo e dell’osceno (quasi) perché emersa dopo.
Facendomi ricordare quello che un amico mi ha detto della sua compagna, dopo che aveva perso il padre: “È più determinata. Sta reagendo con rinnovata energia e voglia di fare.”
È come se – paradossalmente – avessi assorbito la forza di “lei” (mia mamma), che se ne è andata improvvisamente ed inaspettatamente.
Fisicamente.
Perché la “presenza interiore” menzionata dalla psicoterapeuta che collabora con la Terapia Intensiva e l’Hospice dove mia madre ha trascorso del tempo, sembra esserci sotto forma di un rinnovato dialogo interiore che sprona incessantemente.
È un continuo emergere di idee… di voglia di fare cose…
L’incertezza di un tempo sembra un lontano ricordo.
I no e i fallimenti vengono percepiti in modo totalmente diverso.
Se una cosa non funziona da un lato, provi da un altro lato.

Forse è anche una reazione energica ad uno dei peggiori spettri che mi accompagnano da quando lessi – tempo fa – un post di un progetto su persone in difficoltà.
Uno degli intervistati aveva raccontato che dopo la morte di sua mamma, aveva perso la lucidità e aveva perso tutto: casa, lavoro,… tutto, ritrovandosi letteralmente in mezzo ad una strada.

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Infine è stata la volta di una riflessione di un amico che – in occasione di un ultimo incontro (prima della pausa estiva) di un club di cui faccio parte – ha citato luglio come il mese di chiusura dell’anno ed il tempo di bilanci.
Un mese nel quale “tiri la riga e fai la somma”, tracciando – nel contempo – la strada per l’anno lavorativo che si profila all’orizzonte, a settembre.

Ebbene, se mi guardo indietro, questo è forse l’anno più intenso e catartico che abbia mai vissuto sino ad oggi.
Dove ho imparato di più, nel bene e nel male.
Dove ho conosciuto persone straordinarie in ogni singola esperienza che ho fatto (prima, durante e dopo la vicenda che ha segnato – tra l’altro – anche il mio 50esimo compleanno in un assurdo rito di passaggio).

Ora è tempo di portare con sé questo anno, come un bagaglio di grosse esperienze, e guardare avanti.
Senza sprecare ciò che è stato, bensì conservandolo, traendone insegnamento e facendone tesoro.

[Podcast dell’articolo a questo link: Sul reagire su Spreaker]

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Photo by Subham Dash from Pexels

Di manutenzione e funzionalità

 

Da un po’ di tempo a questa parte sono pervasa da una sorta di “furia iconoclasta al contrario” (generata dalle recenti esperienze e di cui scriverò in un post successivo), che si palesa in varie forme, comprese quelle inaspettatamente banali e domestiche: mettere a posto (sistemare) alcune piccole cose che “stavano là” da tempo… In attesa (loro ed io, soprattutto) che si risolvessero da sole o per intercessione divina…

Qualche giorno fa, dopo avere iniziato a riordinare armadi di documentazione e oggetti (buttando via “tonnellate di carta”), ho improvvisamente prestato attenzione al gancetto per gli strofinacci da cucina.
Quello a sinistra nella foto, con la mela tagliata.
Caduto mesi fa, per cedimento da vetustà dell’adesivo, ha languito per settimane in una ciotolina (pur avendo rincollato con pazienza certosina alcuni pezzi che si erano staccati nella caduta).
Osservando l’oggetto mi sono detta: “Barbara, ti aspetti che ‘sto coso si riattacchi da solo?!”

E così è scattato il primo blitz al Brico Center a caccia di una colla (un mastice?) adatto a riattaccarlo.
Con la scusa anche di approvvigionarmi di batterie ricaricabili per il cordless (anch’esso “languente” da mesi “perché tanto a me la linea fissa serve solo per internet!”, mi raccontavo) e una batteria per la bilancia della cucina (esaurita anch’essa…).

Nel mentre – sulla strada – deviavo verso la discarica (“stazione ecologica”) per svuotare il bagagliaio dell’auto ingombro di roba che sembrava il deposito di un robivecchi, e provvedevo al successivo approvvigionamento di lampadine alogene per “fare magazzino” prima che vengano definitivamente ritirate dal mercato (visto che nel frattempo si era fulminata anche la lampadina del soggiorno).

Ma non è finita qui.

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Quello nella foto qui sopra è un “soffione di design” che ho quasi distrutto cercando di aprirlo per togliere il calcare.
Ma che essendo cementato dal calcare stesso, ho deformato e fatto sì che l’acqua trafilasse da ogni fessura e pertugio, senza riuscire nel mio intento.
Infastidita dalla faccenda, dopo giorni di (colpevole mia) procrastinazione, ieri ho fatto un secondo blitz allo stesso Brico Center aggirandomi tra gli scaffali di idraulica, cercando (e trovando) un degno sostituto.
Per la modica cifra di circa 36 euro (se penso a quanto ho speso per quello di design mi viene il mal di pancia).
Funzionale e funzionante.
Con buona pace dei pezzi di design che – purtroppo, a loro parziale discolpa – con l’acqua calcarea che ci ritroviamo, hanno vita breve.

Morale della storia?

Primo: mettere ordine nelle proprie cose, mette ordine anche nella propria testa. Ve lo assicuro. Provate per credere (per citare un vecchio slogan pubblicitario) e poi ditemi.

Secondo: sempre più convinta della bontà del “metodo Ikea” e del “mondo Brico”, fatti entrambi di pezzi facili e funzionali. (Potrei raccontare la storia di due amici con due cucine: il primo con la cucina Ikea, che ha anche smontato e rimontato per ristrutturare casa, e non ha avuto mai problemi di sorta; il secondo possessore di una cucina di design che ha avuto sempre qualche piccolo o grande problema di ante malfunzionanti, cerniere difettose, ecc. ecc.)

Sono sempre perplessa davanti alle lodi al design visto come il “produttore” di pezzi esteticamente meravigliosi, ma spesso assai poco funzionali.

Come citava Louis Sullivan (su Wikipedia in inglese e in italiano la sua biografia):

La forma segue la funzione.

Un oggetto che funziona, uno spazio facilmente fruibile, una funzione che viene assolta con semplicità ed immediatezza, sono obiettivi ben più importanti della bellezza ricercata ad ogni costo (a scapito della ergonomia).

Tanto più oggi in un mondo ad alta complessità (ma questo è un altro discorso).

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Narrando terapie

©Pixabay

Questo post si presterebbe ad una lunga riflessione sulla bontà della lettura non solo in termini ludici o informativi, ma anche in termini terapeutici.
E non mi sto riferendo solo alla Biblioterapia (una disciplina frutto della fusione – come dice il termine stesso – della terapia, nella accezione psicologica del termine, con la lettura di specifici libri suggeriti da specialisti), ma anche agli incontri “casuali” con testi che “ti capitano” e che si rivelano essere adatti a superare momenti complessi che ci si trova ad attraversare.

Ma cercherò di raccontare solo della mia recente lettura di due libri che mi hanno aperto un mondo (da un lato) e stanno facendo la differenza (dall’altro lato).

Il mio “incontro letterario” con Irvin D. Yalom risale a qualche anno fa.
In un momento in cui ero stufa di leggere manuali di crescita personale.
In un momento in cui cercavo stimoli per fare “quel passo in più”, ma non riuscivo a trovare nulla che mi coinvolgesse a sufficienza.

Ed un giorno, aggirandomi tra gli scaffali di una Feltrinelli, mi cadde l’occhio su “Il problema Spinoza”.
Incuriosita, lo presi e me lo rigirai tra le mani (la sensazione tattile dei libri di carta, in particolare quelli con la copertina morbida, che sembrano ancora più malleabili… adattabili a te e alla tua mano).
Lessi la trama e la curiosità aumentò.
Decisi così di acquistarlo, iniziai quasi subito a leggerlo e fu una epifania.

In breve venni coinvolta ed assorbita dalla storia.
Diventò uno di quei libri per i quali non vedi l’ora di trovare briciole di tempo per poterli leggere.

Ma c’è di più: mi resi conto che le parole mi emozionavano e – talvolta – mi disturbavano in modo inconsueto.
E solo allora andai a leggere le righe che raccontavano dell’autore, scoprendo che si trattava di uno psichiatra.
Il mio primo pensiero fu: “Ecco perché!”
“Ecco perché le sue parole mi coinvolgono così tanto!”, pensai.
Il suo modo di narrare era diverso.
Era qualcosa di sottile che si insinuava e lavorava in background in me che leggevo.

Avevo scoperto un nuovo autore (nuovo per me, perché parlando con amici mi resi conto che era ben noto e – anzi – ricevetti suggerimenti di altri suoi titoli).
Ma soprattutto avevo scoperto una nuova narrativa.

Passò il tempo, lessi altri libri.
Di recente rincontro Yalom.

Non ricordo se e come sono stata “catturata” da “Diventare se stessi”.
Forse – molto semplicemente – ho visto il suo nuovo libro e l’ho comprato a scatola chiusa, forte dell’esperienza positiva, scoprendo solo dopo che era adatto per questo momento. Leggendo un’autobiografia ricca di spunti di riflessione.
Una storia di una vita piena (e non priva di difficoltà), pregna di conoscenza e che invita alla riflessione. Narrando.

Già, la narrazione.
Uno strumento potente per trasmettere conoscenza e sapere.
Capace di arrivare dritto al cuore e alla mente di chi ascolta.
E – nel mio caso – uno strumento importante per affrontare un momento complesso, di transizione.
Di grande aiuto alla comprensione della serena inevitabilità che trasmette.

Ma gli incontri (ed i secondi incontri) non finiscono qui.

“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks è l’altro libro che ho incontrato in questa fase della vita.

Qui si è trattato anche di una rappacificazione con l’autore perché il primo approccio con Sacks fu piuttosto “complesso”: “Zio Tungsteno” mi fu caldamente consigliato diversi anni fa da Giorgio Antonelli (autore del bellissimo – e temo ormai introvabile – libro “La ballata della luce”), che intervistai per la rivista “Casa 99idee”.
Accettai con entusiasmo il consiglio ma la lettura fu assai difficoltosa: un trattato di Chimica in forma narrativa, con tanto di tavola periodica e complesse dissertazioni.
E vista la mia “allergia” alla materia (al liceo presi anche un 3 durante un compito in classe), terminai faticosamente la lettura, giurando a me stessa: “Mai più!”.

Invece – a distanza di anni – mi sono ritrovata a leggere con grande attenzione e commozione il libro di cui avevo sempre sentito parlare un gran bene, ma che per esperienza pregressa non osavo avvicinare (a differenza di Yalom).

E se con Yalom ho assaporato (e continuerò ad assaporare, leggendo altri suoi testi) la contaminazione di generi, lasciandomi trasportare da storie che trasmettono anche contenuti psicologici generatori di riflessioni, con Sacks ho scoperto cosa è la “medicina narrativa”.

La delicatezza ed il sentimento espresso nella narrazione dei “casi clinici”, che sono visti, raccontati e considerati soprattutto come persone con una loro storia, mi ha avvolto e trasportato lungo le pagine del libro.
Generando empatia verso questi protagonisti sfortunati.

Due libri capitati al momento giusto, capaci di confortare, informare, far comprendere e far riflettere.
Capaci di aprirmi a nuovi ambiti di conoscenza, aiutandomi ad attraversare una fase complessa con il giusto e delicato equilibrio tra scienza, emozioni e narrazione.

Ecco, forse è proprio questo che io considero lettura terapeutica: tu (e le tue emozioni) con il libro giusto in grado di accompagnarti e sostenerti.

Chiudo questo post con una “nuova abitudine” che vorrei mantenere.
Due tracce audio caricate sul mio profilo Spreaker inaugurato da poco, relative alla lettura dei due incipit dei libri qui raccontati:

Diventare se stessi

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Buon ascolto. E buona lettura.

[Nelle foto in basso: da sinistra a destra, Irvin D. Yalom (©BrainPickings) e Oliver Sacks (©Pinterest)]

 

 

Slide sì, slide no…

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In questi giorni ho partecipato ad un paio di videochiamate dedicate al public speaking e al mentoring.
Il pubblico era costituito da donne facenti parte di una Academy di formazione interamente al femminile, provenienti da diverse parti d’Italia e collegate via Zoom.

L’obiettivo di questi incontri virtuali era trasmettere alcune prime informazioni e alcuni primi suggerimenti per un buon public speaking e per un fare del buon mentoring.
Ed il mio personale dubbio, fino a qualche giorno prima, è stato se usare delle slide o meno. Pensando su quale fosse il miglior modo per condurre questi incontri online.

Alla fine ho optato per delle “chiacchierate” gestite passo-passo, avendo in mente una traccia dei contenuti che volevo trasmettere, ma lasciando spazio a chi era collegato per chiedere chiarimenti e/o condividere riflessioni.

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Questi episodi mi hanno fatto prendere coscienza che negli ultimi tempi i miei discorsi sono sempre stati supportati da slide (strutturate secondo immagini corredate di poche scritte – su SlideShare sono caricate alcune presentazioni fatte).
Che col tempo sono diventate uno strumento per me fondamentale, per tenere traccia della struttura del discorso e per sostenere il contenuto raccontato con immagini a supporto e suggestione di chi assiste e ascolta.

Questo mi ha fatto tornare in mente due Talk, condotti senza slide: quello di Susan Cain e quello – molto più recente (TED2018) – di Jaron Lanier.
Sono due dei tanti che sono visionabili sul sito di TED, ma che mi sono cari perché uno parla degli introversi (il libro Quiet di Susan Cain è uno dei miei preferiti in assoluto) ed uno l’ho scoperto perché ne ho scritto una breve introduzione per l’evento che TEDxTorino ha realizzato per lo streaming di TED2018 (scoprendo anche chi è Jaron Lanier, a me totalmente sconosciuto fino a non molto tempo fa).
Due contributi dove tutto il contenuto è “a carico” dello speaker che con la sola sua presenza, l’utilizzo della linguistica, il contenuto in sé e la sua unicità (come individuo e personalità) è in grado di coinvolgere il pubblico (Lanier fa un passo in più, controintuitivo: conduce il Talk da seduto).

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Susan Cain – ©TED
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Jaron Lanier speaks at TED2018 – The Age of Amazement, April 10 – 14, 2018, Vancouver, BC, Canada. Photo: Bret Hartman / TED

Ho anche vissuto l’esperienza di affiancare la preparazione di due Talk per TEDxTorino: quello di Maureen Fan e quello di Bali Lawal.
Due talk che hanno trattato argomenti totalmente differenti (uno sulla Realtà Virtuale come strumento utile a generare empatia, ed uno su un progetto di moda condiviso), con due delivery completamente diverse.
E se uno (quello di Maureen Fan) era fortemente supportato da immagini a riprodurre una realtà immersiva, sul secondo abbiamo optato per la forza della storia e della idea (visione) della speaker, lasciando solo alla fine lo spazio per un video.

Quindi le slide sono necessarie?
No, non sempre.

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Ricordo di avere letto tempo fa una riflessione sulla possibilità/sfida di eliminarle gradualmente per lasciare spazio – e dare forza – alle parole (al loro potere evocativo) e all’oratore che le pronuncia.
Recuperando l’antica tradizione orale della trasmissione della conoscenza e del sapere.
(Jeff Bezos da tempo ha abolito le presentazioni in Power Point dalle riunioni: Le presentazioni in Powerpoint ignorano l’interconnessione delle idee.)

Esistono tanti prop utilizzabili per varie occasioni.
Io stessa in passato ho usato fogli, post-it, libri, una scatola piena di vecchi cellulari…
E mi rendo conto che col tempo le slide sono diventate una sorta di copertina di Linus (le ho usate ancora – recentemente – in uno speech aziendale di un’ora e col senno di poi mi rendo conto che forse erano un po’ troppe, irrigidendo la struttura dell’intervento, rendendo poco agile la gestione in momenti di condivisione con l’audience che stimolavo per coinvolgere ed invitare a riflettere).

Così nelle recenti videochiamate ho preferito parlare a braccio, “guardandosi in faccia”, ascoltando le partecipanti, raccontando e condividendo passo-passo, in un dialogo continuo.
In questo contesto le slide sarebbero state una ulteriore barriera, un filtro aggiuntivo a quello già presente del video (che bisogna prendere in considerazione). Un qualcosa di non necessario che – se utilizzato – avrebbe appesantito la comunicazione, rendendo l’audience ancor più passiva. Dando rigidezza all’incontro e obbligando ad una prima fase di solo ascolto, con una sessione successiva dedicata alle domande.

In sintesi non esiste la ricetta perfetta.
Come sempre tante sono le variabili da considerare per confezionare e condividere il nostro contenuto davanti ad un pubblico.

[Ad eccezione delle immagini di TED – con didascalia – le altre immagini del post sono tratte da Pexels]

Volate in solitaria

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Stamattina – in auto, in coda – riflettevo sulla leadership e sulla sua solitudine.

Questo pensiero mi è venuto in mente a seguito di alcune recenti esperienze non immediatamente collegabili tra loro, ma che hanno – a mio avviso – un comune denominatore.
Vado ad elencare.

Ieri ho intercettato nella timeline di Facebook questo articolo del sito Toastmasters:
“Creative Leadership – Why it’s an essential skill in today’s changing workplace.”

Scritto in inglese, l’autore condivide della importanza del binomio leadership+creatività per stimolare ed invitare al cambiamento e alla sperimentazione (Creative Leadership è uno dei Pathways [programmi educativi] di Toastmasters International e il post è funzionale a stimolare curiosità e interesse per il percorso dedicato).
Alcuni passi hanno attirato la mia attenzione:

“Leaders don’t just have an official leadership title or position; they often contribute the most and have the most influence.”
[…]
“A person with a more rounded understanding and experience of a whole organization will understand that organization better and be in a better position to contribute creatively. ”
[…]
“Leaders can ensure their organizations thrive in a creative environment by understanding the creative process and using it to nurture creative ideas and establish a creative environment.”
[…]
“[…] leaders and individuals can use their creativity to help shape the future.”

In sintesi, viene suggerito – sì –  ai leader di iniettare e stimolare la creatività per far crescere persone ed organizzazioni, per restare al passo con l’evoluzione rapida del mondo professionale (e non solo). E – nel contempo – invita ad usare la creatività per diventare, esercitare ed essere dei buoni leader. (Senza dimenticare una cosa importante: i leader non sono necessariamente coloro che hanno dei titoli – delle investiture ufficiali – bensì sono [anche e forse soprattutto] coloro che contribuiscono attivamente, influenzando gruppi e situazioni.)

art-board-game-challenge-163064Recentemente – durante uno speech aziendale – ho parlato di comunicazione, di leadership e di feedback.
Analizzando e commentando queste tre variabili, strettamente interconnesse tra loro, uno dei partecipanti ha riflettuto che la leadership non è sempre e solo conduzione di gruppi (come spesso si pensa) ma è anche leadership di se stessi: spesso accade di dover condurre noi stessi verso un obiettivo e capita che questo lo si faccia (per scelta o per necessità) da soli. Diventando eventualmente poi (in un secondo tempo) un esempio per gli altri, che possono decidere di seguire le nostre orme.

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E qui mi sovviene alla memoria un motto celebre:

“Non fare mai del bene se non sei preparato all’ingratitudine.” [Enzo Ferrari]

Motto che mi ha fatto ripensare ad un recente “sfogo” che mi è stato espresso da una persona che si rammaricava di non avere avuto riscontri, di non avere avuto séguito, su un percorso di innovazione che aveva iniziato con l’intento di condividere, informare e stimolare altri ad intraprenderlo.

Tutto ciò mi ha fatto riflettere sulla leadership come volata in solitaria.

Mi ha fatto riflettere sul fatto che quando si decide di intraprendere una azione (una innovazione, o il perseguimento di un obiettivo, o che dir si voglia) per prima cosa si deve essere convinti in prima persona.
Non ci si deve aspettare un plauso dagli altri (che possono non essere interessati o – nella peggiore delle ipotesi – anche essere appollaiati sul ramo, aspettando un nostro fallimento).
L’aspettativa di plauso può essere la manifestazione inconsapevole di una nostra necessità di conferma e di approvazione che – se non arriva – può compromettere la nostra convinzione, rivelandone le radici molto deboli (“Lo faccio perché sono realmente convinto o perché voglio dimostrare quanto sono bravo?”, è bene chiedersi).

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La leadership è guida, è ascolto, è osservazione, è mentoring, è servizio (ed è anche potere).
Ma è anche “situazione solitaria”.
Nel bene e nel male: le persone guardano a te come guida, aspettando talvolta indicazioni su come procedere, nel mentre cerchi (e trovi) appoggio e forza su te stesso per trovare e mantenere la motivazione ad andare avanti (e oltre).

[Immagini tratte da Pexels]

Di AI, dialettica e dibattito

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Nutro una grande curiosità verso le Intelligenze Artificiali (IA o AI che dir si voglia).
Verso le loro applicazioni nei campi sempre più diversificati.
Riuscire a seguirne lo sviluppo è una impresa ardua, nel fiume di informazioni che ci avvolgono e ci circondano, unita alla loro velocissima evoluzione e progressione.

Seguo sempre con grandissimo interesse due siti/blog che narrano ed illustrano di medicina, AI, neuroscienze, ricerca e (bio)etica: La medicina in uno scatto e il blog di Paolo Benanti.
Due fonti che mi aiutano a sapere di più e a riflettere attorno all’argomento.

Una riflessione costante e continua sulla indubbia bontà e supporto che simili tecnologie possono fornire (e stanno già fornendo) all’uomo, sfruttando la grande capacità di calcolo, e soprattutto la velocità, che consentono di trovare soluzioni in tempi brevi laddove – se fosse l’uomo a farlo – ci impiegherebbe troppo tempo.
(E’ noto il caso di Watson – di IBM – e della sua diagnosi nel 2016 di un raro cancro, in tempi tali da consentire la cura tempestiva della paziente: Donna salvata da leucemia: il supercomputer Watson risolve caso medico.)

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Ma – d’altro canto – la mia è anche una riflessione costellata di dubbi e di inquietudini.
Perché?
Perché più queste “tecnologie” sono sviluppate e potenziate e più acquisiscono capacità di discernimento e auto-determinazione.
(E’ di quasi un anno fa la notizia della sospensione del programma di ricerca di Facebook su due AI che avevano iniziato a dialogare tra loro in un modo non comprensibile dai loro programmatori, dando dimostrazione della capacità di sviluppo di un linguaggio ottimizzato per le loro funzioni: L’intelligenza artificiale di Facebook parla una lingua incomprensibile, ma niente panico.)

Da più parti voci più o meno autorevoli, rassicurano sul fatto che non c’è da preoccuparsi. Che le macchine e le Intelligenze Artificiali supporteranno l’Uomo e non la sostituiranno mai (fatto salvo la questione delle professioni).
E che – anzi! – ci consentiranno di dedicarci allo sviluppo e al potenziamento della creatività e di altre qualità umane non replicabili.

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Uhm… Siamo sicuri?

Oggi leggo sul profilo LinkedIn di Francesca Gammicchia di Talento Umano (che ha creato la Scuola di Dibattito), la seguente notizia: Project Debater, la nuova AI capace di dibattere per aiutare a prendere decisioni. (Riporto il link alla versione italiana, per comodità.)

 

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Un momento del dibattito – ©NewYorkTimes

E cito, dall’articolo:

Il ruolo svolto da Project Debater sarà quello di “facilitatore” nel far meglio circolare pensieri, opinioni, punti di vista e riflessioni per arrivare ad una sintesi efficace ed efficiente. Un “Thinker” al servizio di pensatori in carne ed ossa.Project Debater, inoltre, riflette la missione di “IBM Research” di sviluppare un’intelligenza artificiale che impari diverse discipline per aumentare le capacità umane.

Project Debater è un passo in più verso una competenza che si ritiene (si riteneva sino ad oggi) sia di esclusivo appannaggio della specie umana: capacità di argomentazione.
Che unita alla enorme capacità di gestione, reperimento e organizzazione dei dati tipica delle AI sempre più evolute, apre scenari a mio avviso abbastanza imprevedibili

Si potrà obiettare che comunque i dati li immettiamo noi e la programmazione e lo sviluppo degli algoritmi delle AI sono “farina del nostro sacco”.
Sì, è vero.
Così come le scelte “if/or/and” nella programmazione delle opzioni e delle scelte, che possono porre delle discriminanti da non sottovalutare (è di qualche giorno fa l’interessante articolo di Paolo Benanti: Divinazioni: le AI di Google prevedono la morte).

ai-artificial-intelligence-astronaut-39644Tutte variabili che ci permettono di progettare, governare e stabilire dei limiti (sperando che non vengano superati dall’autoapprendimento citato poco sopra) e che quindi – come per tutti gli strumenti ad alto potenziale – si prestano anche a possibili strumentalizzazioni utili ad assecondare fini non necessariamente etici.
(Uccideresti una macchina? L’automazione, i robot e il dilemma etico dell’intelligenza artificiale.)

Le strade da percorrere sono ancora parzialmente (o forse per gran parte) ignote, e forse non saranno mai chiare del tutto.
Forse le tracceremo nel momento in cui le percorreremo.
E credo che questo ci spingerà (ci deve spingere) a far fare alla creatività un ulteriore fondamentale salto in avanti.
Per necessità e per sopravvivenza.

 

[Immagine di copertina: 2001, Odissea nello spazio – Tutte le immagini sono tratte da Pexels ad eccezione dell’immagine tratta dal New York Times]

Sogni, letture ed elaborazioni

È stata una domenica “complessa”.
A causa di un sogno fatto la cui vividezza ha influenzato la mattinata.
E facendo questo sogno, e leggendo al risveglio qualche pagina del libro di Irvin Yalom “Diventare se stessi” (libro che consiglio vivamente, nonostante sia a metà della sua lettura), qualche riflessione mi è sorta.

Premetto: non sono una psicologa e non ho competenze in materia.
Mi appassiona e incuriosisce il funzionamento della mente.
E’ dal 2007, anno nel quale ho incontrato il mondo della crescita personale, che sperimento (cercando di individuare su me stessa) dinamiche di pensiero, lavorandoci attorno e dentro.

E gli eventi degli ultimi mesi, si sono trasformati in un banco di prova e (mio malgrado) in un “laboratorio avanzato” di osservazione e sperimentazione (utile – d’altro canto – ad affrontare nel miglior modo possibile la vicenda, convivendoci e accompagnandola).

Quello che ho osservato (e vissuto) ieri credo sia una delle (tante) manifestazioni della “lunga onda” della elaborazione.

Nel pdf “Dare un senso alle cose“, racconto di sonni profondi e senza sogni (aiutati dalla Melatonina, che ho preso per contrastare l’insonnia da tensione): non ho sognato per settimane.
E solo di recente sono ricomparsi dei loro surrogati.
Ne ho ricordi labili e frammentati che dimentico molto velocemente, nel giro di poche ore, tranne una immagine nitida “accaduta” durante il soggiorno di mia madre non ricordo più se in Terapia Intensiva o in Hospice. Una immagine che conservo ancora oggi, a distanza di mesi: la ricordo che mi dice con forte convinzione “mi fido di te”, ed io che mi sono svegliata il mattino dopo animata da una cieca determinazione di sorveglianza. Sentendomi investita da un surreale compito di tutela e protezione.

L’altra notte però è stato diverso.

L’ho sognata in un letto di ospedale (degenza, perché ricordo una trave testaletto a parete).
Aveva fame e mi chiedeva di procurarle un panino che io andavo a prendere ponendomi dubbi su come dovesse essere, optando per una focaccia (tonda) con prosciutto cotto e un po’ di formaggio. (Una delle cose che mi aveva gradualmente preoccupato sempre più, prima che scattasse l’escalation, era la sua progressiva assenza di appetito. Tant’è che il personale del reparto ci aveva autorizzato a portare del cibo, per cercare di andare incontro a sue esigenze e invogliarla a nutrirsi; ed io andavo a trovarla all’ora di pranzo per farle compagnia, controllarla e stimolarla nel mangiare un po’.)
Nel sogno, rientravo nella stanza con il panino e la trovavo addormentata.
Guardandomi attorno vedevo che sul tavolino c’era una parrucca, e mi dicevo: “Bene, le stanno ricrescendo i capelli!”.
Pensando che presto sarebbe tornata a casa.
(Specifico che mia mamma non era ammalata di tumore: aveva una poliangioite microscopica, una rara forma di vasculite.)

Il sogno è stato talmente vivido che – quando mi sono svegliata – ci ho messo qualche secondo a prendere coscienza che si trattava solo – appunto – di un sogno.
E non è stato divertente.

Ma la cosa ancora più “straniante” per certi aspetti, è stato che – per riprendere possesso della realtà – ho letto un capitolo del libro di Yalom e il caso ha voluto che sia entrata nella parte nella quale racconta della sua esperienza di terapia di gruppo con malati terminali. (Un involontario e fortuito rinforzo alla elaborazione, diciamo così.)

Tutto questo è pura casualità, ma la riflessione è stata automatica: Irvin Yalom è uno dei massimi psichiatri viventi, che usa la narrativa come sapiente veicolo di diffusione della scienza terapeutica. Invitandoti (in maniera laterale ed indiretta) alla riflessione su te stesso.
Mi sono domandata se, leggendo (volutamente) il libro, la mente (l’inconscio) non stia assorbendo le informazioni e le stia rielaborando e combinandole con la propria “banca dati”.

Mentre la parte conscia scantona e si inventa qualsiasi cosa per restare occupata.

Sì, perché un’altra variabile di cui tenere conto è che la mente fugge davanti a situazioni scomode.
Una questione già affrontata durante la permanenza in Terapia Intensiva e che oggi – a distanza di tre mesi e mezzo – si sta ripresentando: dopo avere avuto la necessità di fermarsi, rallentare, sfrondare,… ora la mente ha ricominciato a correre.
E la sottoscritta (ha ricominciato) a doversi fermare per scegliere, sopprimendo la pulsione bulimica di riempirsi giornate e settimane fino a scoppiare.

Già…
La mente è come un sofisticatissimo software, il cui codice è in (gran?) parte ancora sconosciuto.
Riuscire a osservarne con consapevolezza (ponendosi ad una certa metaforica distanza) i risultati comportamentali (sia verbali, che di comprensione) è per me sempre fonte di sorprese.
E più di una volta – in questi mesi – ho osservato cose che ho detto e ho fatto, analizzandole a posteriori e rendendomi conto talvolta di essermi comportata in modi ora infantili, ora dittatoriali, ora ostinati, ora direttivi… nel mentre l’Adulto (e la razionalità, alla quale tentavo di ancorarmi) faticosamente tentava di mediare e di filtrare.

[Fatta eccezione per la foto del libro di Irvin Yalom, le altre foto sono tratte da Pexels]

Leggere libri…

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Stamattina un contatto di Facebook, ha condiviso questo articolo della rivista Studio:

Leggere per piacere o leggere per dovere?

Il titolo dice già tutto e individua il nocciolo del problema.
Ma la dissertazione in esso contenuto va molto più in profondità, ponendo una questione forse non così scontata: “Se leggo per lavoro, è vera lettura?”

Questa riflessione mi ha fatto tornare in mente vecchie dissertazioni tra amici sul tema.
Una volta, ragionando attorno ad una idea di bookclub aziendali, un amico mi disse: “Mi hai fatto riflettere, perché non ho mai letto nulla al di fuori di libri legati al mio lavoro” (intendendo manuali).
E “a breve giro di posta”, chiacchierando con un altro amico sulla possibilità di partecipare ad un bookclub a cui volevamo iscriverci, mi disse: “Io non ho molto tempo per leggere libri al di fuori del mio lavoro!” (pensando al bookclub come ad una opportunità di variare letture e perdersi piacevolmente nelle storie).
E una terza persona (uno dei formatori più brillanti che conosca) seguendo un mio vecchio progetto di “un libro alla settimana”, mi disse: “Ma come fai a leggere così tanto? Quando riesci a leggere?”. E alla mia risposta (“Leggo durante gli spostamenti sui mezzi pubblici, e nei tempi di attesa vari che ci sono nell’arco di una giornata”) disse: “Leggi negli sfridi di tempo” (espressione assai suggestiva). E lui è una persona che macina libri come se non ci fosse un domani…

Ebbene, tre riflessioni di tre persone di grande vivacità intellettuale e di grande curiosità. (Ma?) Che leggono principalmente libri legati alla loro professione.

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Sì, posso essere d’accordo sul fatto che leggere solo ed esclusivamente libri legati al proprio lavoro possa alla lunga limitare la propria “visuale”. Ma è anche vero che comunque è un atto di acculturamento e aggiornamento, seppur dedicato ad uno specifico ambito.
In più, non dimentichiamoci che oggi il leggere sulla propria professione, significa anche andare in esplorazione di altri argomenti apparentemente esterni al proprio “recinto operativo”. Per ampliare ed arricchire le proprie competenze.

E poi c’è un’altra area che forse non è ancora così facilmente tracciabile: la lettura di contenuti online. Che provengono da testate giornalistiche, blog, siti,…
Una gigantesca prateria, dove pascolano indisturbate anche le famigerate bufale, ma dove si possono trovare contenuti molto interessanti (previo setacciamento paziente e certosino dei motori di ricerca).
E’ un’area che credo non sia ancora completamente mappata e che potrebbe riservare delle interessanti sorprese.
(Da tempo ho in programma di leggere un libro sull’argomento [“#letturasenzafine” di Paolo Costa, edito da Egea], che mi guarda da tempo e con insistenza da un ripiano della mia libreria.)

Ricordo anche (a tale proposito) una affermazione di Mafe De Baggis che giustamente osservò che quando vediamo una persona con lo smartphone in mano pensiamo immediatamente che stia “cazzeggiando” (mi si perdoni il termine), quando in realtà potrebbe stare lavorando e/o leggendo contenuti di alto livello e/o informandosi (ho una cara amica che usa lo smartphone anche per leggere ebook, nel mentre si sposta e viaggia, ottimizzando così anche numero di dispositivi al seguito, ingombri e pesi).

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Le “convinzioni antiche” sul termine “lettura” credo siano ancora tante.
Soprattutto legate alla lettura di libri e ancor più di classici (visti come un lasciapassare per assurgere a livelli di formazione e acculturamento superiori).
E questo potrebbe acutizzare il divario tra chi legge e chi non legge, allontanando tra loro le parti anziché lavorando per avvicinarle.

Poi, esistono anche modi di scrivere dove narrazione ed informazione si uniscono per trasmettere del sapere in un modo più coinvolgente, sfruttando la predisposizione della mente di apprezzare ed imparare attraverso esempi e storie.
Un argomento che si allontana un po’ da quanto scritto qui, e che meriterebbe una riflessione dedicata (che mi sto facendo in questo periodo leggendo “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks, e “Diventare se stessi” di Irvin Yalom.)

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“Leggere libri” è un argomento vasto e declinabile in mille sotto-dissertazioni.
Per non andare oltre (leggasi “uscire dal seminato”) scelgo di chiudere con due spunti finali, che arrivano dal sito della Treccani.
Uno è la definizione della parola “lèggere”:

  1. Scorrere con gli occhi sopra un testo scritto o stampato, per riconoscere i segni grafici corrispondenti a determinati suoni, e formare così, mentalmente o pronunciandole, le parole e le frasi che compongono il testo stesso […]
  2. Intendere, interpretare in un determinato modo uno scritto, un passo d’autore […]

L’altro è un articolo scritto nel 2013, ma sempre attuale: “Perché leggere?”
Un testo quest’ultimo molto interessante, che apre ad ulteriori (e trasversali) riflessioni.

[Immagini tratte da Pexels]

Due libri importanti

Sono una strenua sostenitrice della lettura come mezzo per evadere, informarsi, conoscere e anche per trovare conforto e senso in momenti complessi.

E spesso i libri hanno segnato momenti importanti nella mia vita.
Due su tutti mi sono accaduti generando cambiamenti: il primo fu “Come ottenere il meglio da se stessi e dagli altri” (scritto da Anthony Robbins), il secondo fu “Shantaram” (di Gregory David Roberts, di cui possiedo anche il seguito – “L’ombra della montagna” – che però non ho ancora letto).
Il primo mi capitò per puro caso e diede inizio ad una nuova fase della mia vita, disegnando una via di uscita da una situazione professionale e personale altamente critica.
Il secondo capitò durante una estate un po’ così, durante la quale stavo trascorrendo le vacanze da sola: “Shantaram” fu un viaggio non solo nelle vicende del protagonista, ma anche all’interno della sottoscritta che leggeva la storia.

E ultimamente ho incontrato altri due altri libri molto importanti.

Importanti per il periodo nel quale sono capitati.
Importanti per il contenuto.

Curare sulla soglia della vita” l’ho incontrato nel momento in cui ho fatto una ricerca online sull’Hospice nella quale mia mamma sarebbe stata trasferita di lì a breve.

L’Hospice “Il Tulipano”: la struttura dell’Ospedale Niguarda che accoglie malati terminali (che hanno iniziato il “percorso di fine vita”, per citare la dottoressa palliativista con la quale approcciammo la fase) affetti da patologie degenerative di tutti i tipi (cardiache, neurologiche, tumorali…) incurabili.

Appena lessi del libro (di difficile reperimento, essendo stato scritto nel lontano 2009, e di non facile divulgazione), lo acquistai “al volo” su Amazon con l’intento di leggerlo in pochi giorni per prepararmi al trasferimento della mamma.
L’obiettivo era cercare di conoscere e capire di più di questa struttura, andando oltre le informazioni reperibili sul portale dell’Ospedale Niguarda e quelle avute durante i colloqui preparatori.

Chiaramente il costante, inesorabile e permanente riordino delle priorità di quei giorni resero impossibile leggerlo secondo i miei progetti.
E fu meglio così.
Perché se lo avessi letto prima, è molto probabile che avrei vissuto quella breve esperienza molto peggio di come l’ho vissuta in realtà.

L’ho comunque letto dopo.
A “vicenda” conclusa.
Ed è stato un viaggio letterario e conoscitivo molto interessante.

È la storia della nascita di questa struttura.
La storia del progetto e della sua messa in marcia.
Narrata attraverso la voce dei suoi protagonisti: il responsabile, la psicoterapeuta, il personale medico e gli infermieri.
Raccontando della nascita del team di lavoro, del processo personale e collettivo di costruzione della identità come singoli e come gruppo di lavoro.
È un viaggio intenso e istruttivo dentro una delle strutture forse più particolari all’interno di un percorso di cura: un luogo che rappresenta (per come la vedo io) una stazione, un’area di attesa, dove si attende di intraprendere un “nuovo viaggio”.

Non è un libro facile, lo riconosco.
Ma è un libro necessario. E importante.
Scomodo per certi aspetti, ma di grande interesse.

Il secondo testo (“Turno di parola“) invece l’ho incontrato attraverso un articolo condiviso qualche giorno fa via Facebook, non mi ricordo più da chi (purtroppo!): “Per fare i medici rianimatori in una Terapia Intensiva pediatrica ogni tanto bisogna urlare“.

Un piccolo libro di una intensità e delicatezza incredibili.
Un piccolo libro costruito dalle voci narranti dei rianimatori della Terapia Intensiva Pediatrica De Marchi, moderati da una psicologa di supporto.

Voci narranti che giorno-dopo-giorno raccontano (nell’arco di una settimana tipo) sensazioni, pensieri, esperienze, storie piccole e grandi, vittorie e sconfitte.

Un libro che ti entra sotto pelle e ti porta con sé dentro un reparto che già di per sé è un ambiente di confine (dove tutto sembra muoversi e svolgersi in un tempo al di fuori del normale tempo che viviamo nella quotidianità), ma che in questo caso è ancora più “limite” perché i pazienti sono speciali: sono bambini.
Una situazione (quella dei bambini in Terapia Intensiva) che non pensi possa (e debba) esistere.

Ed è stato inevitabile per me ripensare ai rianimatori (e al personale) che ho incontrato nella Terapia Intensiva del Blocco DEA Niguarda.
Nonostante la situazione, non sono state poche le volte che – osservandoli – mi sono domandata come si possa lavorare in un ambiente simile e cosa spinge una persona a fare un lavoro così intenso.

La stessa domanda che mi sono fatta osservando (per pochi giorni) i medici e gli infermieri che lavorano in Hospice: situazione diversa rispetto alla turbolenza di una Terapia Intensiva, ma comunque altrettanto emotivamente e psicologicamente intensa.

Ecco perché considero questi due libri così importanti.
Due testimonianze che dovrebbero avere – a mio avviso – una maggiore divulgazione.
Per aiutare a capire e per gettare uno sguardo controllato e filtrato (grazie alle pagine scritte) in realtà che difficilmente accettiamo e concepiamo.

Una ulteriore conferma (se mai ce ne fosse bisogno) che i libri sono un insostituibile veicolo di conoscenza e di crescita.
Dove la conoscenza – ed il sapere – sono un grande supporto utile alla comprensione (e accettazione) di eventi, vicende e situazioni che altrimenti potrebbero essere difficili da capire.

Della delega e della fiducia

checklist-byRawpixel_PixabayAccettare di “delegare a” qualcuno qualcosa è un problema con il quale sovente mi confronto.
E con il quale si confrontano alcuni amici con i quali spesso ragioniamo sul tema, tentando (ora io, ora gli altri) di digerire (e fare digerire) il concetto e quello che esso porta con sé.
Infatti credo che alla base di questa difficoltà di “mollare l’osso” ce ne sia un’altra ancora più robusta, “propedeutica a”: l’avere fiducia (nel prossimo).

E l’impossibilità di controllare la situazione, e l’oggettivo impedimento a prendere decisioni a 360°, è una delle cose più complicate da accettare in una situazione limite: essere il parente di un paziente ricoverato in Terapia Intensiva.
Una situazione completamente sbilanciata, dove la tua “ampiezza di manovra” e di “esercizio del potere e del controllo” è ridotta pressoché a zero.

Dove chi ha le capacità operative, razionali, tecniche e conoscitive non sei tu.
[E dove se riesci ad accettare una situazione simile, la delega (in senso lato) – dopo – sembrerà una passeggiata.]doctor-563428_1280Una delle affermazioni che mi sono rimaste impresse durante i tanti colloqui (che erano quasi dei dialoghi) avuti con i medici del reparto è stata questa:

“Non siete in condizioni di decidere. Siamo noi a decidere per voi, condividendo le scelte.”

Una affermazione che può apparire linguisticamente dura, ma che è una grande verità (per come la vedo io e per come l’ho vissuta).

Perché?
Perché non hai le capacità tecniche (e anche se ce le avessi è bene restare in ascolto, condividendo pensieri e perplessità senza soverchiare l’interlocutore, rispettando il suo spazio operativo).
Perché non hai la lucidità di pensiero: le emozioni che vivi sono talmente forti, che è bene che tu ti impegni a restare aggrappato alla lucidità utile per gestire le emozioni stesse, anziché utilizzarla per prendere decisioni per l’altro.

Devi quindi “delegare nella tua testa” (perché operativamente è già così, che ti piaccia o meno): ossia devi accettare la situazione e fare un gigantesco atto di fede.

doctor-3464761_1280Devi accettare una suddivisione di compiti e – se il reparto ed il personale te lo consente (e noi abbiamo avuto questa possibilità) – lasciare che chi è del mestiere maneggi la materia e si occupi dell’aspetto tecnico e di cura, accettando dal canto tuo la delega che ti viene data di occuparti dell’aspetto empatico ed emotivo di chi giace nel letto (anche se in stato di sedazione).
Una delega – quest’ultima – non meno importante e intensa che solo tu puoi fare, e che non è affatto semplice prendere in carico (tendendo a fuggire dalla pressione emotiva in situazioni simili).

Poi, nel nostro caso, abbiamo avuto la fortuna (nel disastro della situazione) di vedere mescolarsi alcuni compiti: l’umanità del personale di quella Terapia Intensiva che abbiamo frequentato per tre settimane (oserei dire “che ci ha accolto”) è stata quel tassello importante che ha mostrato la differenza nel concetto di Prendersi Cura, inteso come: “Interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività – Oggetto costante (costituito da persone o cose) dei proprî pensieri, delle proprie attenzioni, del proprio attaccamento” (fonte Treccani).

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