Intuito e Istinto

IntuitoSono alle battute finali del libro di David Allen “Detto, fatto!” e – leggendolo ieri sera – mi ha colpito questa frase:

“Fidarsi del proprio intuito è una raffinata forma di libertà che rende ancora più produttivi.”

Ora, fatto salvo che si tratta di un libro che mi genera qualche perplessità per la sua perorazione della causa di una programmazione sin troppo approfondita (fino ad arrivare a darti indicazioni su cosa usare per programmare/organizzare, quali oggetti e dispositivi, in una sorta di “ABCedario della programmazione”) andando poi in leggero contrasto con una trattazione su obiettivi più alti, si tratta comunque di un testo interessante (che mi sta facendo fare riflessioni su cosa faccio e come sono organizzata, costringendomi – positivamente – a scrivere e ragionare sulle tante cose che galleggiano nella mia testa in forma di “cose da fare” e “idee”)…
Ma non è questo l’oggetto del post di oggi.

Piuttosto è proprio il concetto di “intuito” che mi ha fatto riflettere stamattina, mentre andavo a prendere il treno.
“Intuito” che spesso confondo e fondo con il concetto – a me tanto caro – di “istinto”.

E per non saper né leggere, né scrivere (come si suol dire), ho provato a formulare un significato personale dei due termini.
Così, senza guardare nessun dizionario, ho pensato che…

“Istinto” è qualcosa di primordiale – qualcosa che può anche essere definito come “sensazione di pancia”. Quella cosa che si agita in profondità e che io associo spesso con il cervello “rettiliano”. Che ti fa essere vigile in modo quasi “animale” e ti fa reagire rapido, se e quando necessario, in modalità binaria (“attacco o fuga” declinata in modi diversi, a seconda delle situazioni).

L’“Intuito” invece è qualcosa di più evoluto.
Come se fosse un istinto più razionale.
In grado di calcolare e non solo di sentire a livello pancia.
Più lento rispetto all’istinto, ma più sofisticato, e comunque più veloce del ragionamento.
E supportato da una struttura educativa fatta di esperienze, razionalità, acculturamento che vanno a costituire un substrato utile al suo esercizio e affinamento.

Non credo di essere andata molto lontana se – curiosando sul dizionario online della Treccani – ho trovato queste definizioni:

intùito s. m. [dal lat. intuĭtus -us «l’atto di guardare o di vedere dentro», der. di intueri: v. intuire]. – L’atto e la facoltà di intuire; è più generico di intuizione (di cui non ha i sign. specifici) e indica piuttosto la conoscenza rapida e chiara, e più spesso la capacità di avvertire, comprendere e valutare con immediatezza un fatto, una situazione (talora anche un’intelligenza pronta, acuta): capire a i., d’i. o per i., per improvviso i.; avere i., un i. pronto, sicuro; col suo i., si rese subito conto del pericolo; un giocatore di scacchi di grande intuito. Specificando: essere dotato d’i.pratico, d’i. psicologico; col suo i. di poliziotto, capì immediatamente lo scopo di quella mossa.

istinto s. m. [dal lat. instinctus -us, der. di instinguĕre «eccitare»]. –
1. In senso stretto, impulso, tendenza innata che provoca negli animali e nell’uomo comportamenti che consistono in risposte o reazioni caratteristiche, sostanzialmente fisse e immediate, a determinate situazioni; in partic., nell’uomo, ogni propensione naturale che, anche in contrasto con la ragione, spinga gli individui a compiere atti o a seguire comportamenti proprî di tutta la specie umana, eventualmente comuni ad altre specie: l’i. della conservazione; l’i. materno; l’i. sessuale; seguire, frenare,vincere l’i. o i proprî i.; cedere, ubbidire, resistere agli istinti. In etologia, il termine è passato a indicare l’insieme di quei comportamenti altamente specifici ed ereditarî, organizzati in sequenze ordinate (in parte modificabili attraverso l’apprendimento), che, scatenati e indirizzati da stimoli interni o esterni, hanno come fine immediato la rimozione di una tensione somatica o di uno stato di eccitazione, e concorrono alla conservazione dell’individuo o della specie. In psicologia, schema di comportamento biologicamente determinato, orientato a determinati fini e relativamente poco suscettibile di variazioni individuali, talvolta di elevata complessità, e caratterizzato da specifiche correlazioni interindividuali e ambientali; in psicanalisi il termine è usato talvolta come sinon. di pulsione (come per es. nella locuz. i. di morte).
2. Con sign. più ampio, nel linguaggio com., inclinazione, disposizione innata dell’animo, indole, temperamento, natura particolare di un individuo: avere buoni,cattivi i.; i. nobile, volgare; un uomo di i. animaleschi; è generoso per istinto; o, in relazione a determinati atti e comportamenti, impulso naturale, movimento spontaneo dell’animo, indipendente dalla ragione e dalla volontà: seguire l’i. del cuore; agire d’istinto; fare qualcosa per istinto o come per istinto, senza l’intervento della riflessione. Talora con sign. affine a intùito: avere l’i. degli affari,l’i. del poliziotto; col suo i. di vecchio mercante non poteva ingannarsi.
3. Raro, con il primo sign. ma riferito anche alle cose inanimate: Tutte nature … si muovono a diversi porti Per lo gran mar de l’essere, e ciascuna Con istinto a lei dato che la porti. Questi ne porta il foco inver’ la luna; Questi ne’ cor mortali è permotore; Questi la terra in sé stringe e aduna (Dante).

Poi se si vuole approfondire, anche Wikipedia fornisce interessanti informazioni a riguardo:

“[…] All’intuizione Bergson attribuiva la possibilità più istintiva e genuina di portare a soluzione ogni problema, essendo capace di andare al di là della rigidità materiale del pensiero razionale. Secondo Carl Gustav Jung, l’intuizione è un processo di intervento dell’inconscio con cui la mente riesce a percepire i modelli della realtà nascosti dietro i fatti.” – Sull’Intuito/Intuizione

“[…]Secondo Konrad Lorenz l’istinto è come una grande forza all’interno dell’organismo che deve incanalarsi da qualche parte.” – Sull’Istinto

Sono proprio libere dissertazioni che nascono inaspettatamente, leggendo una frase che ti fa accendere la lampadina e ti fa partire con ragionamenti a ruota libera privi di un perché…

Crescere

nodoCrescere costa fatica.
Fatica nel superare dei nodi parecchio intricati.
Ci sono appena passata e non è stato facile.

Non è stata la prima volta e non sarà neanche l’ultima: la vita personale e quella professionale (ormai strettamente interlacciate tra loro) sono costellate di questi nodi.

Però – come aveva anticipato una amica – una volta che sei dall’altra parte, che hai superato questi nodi (sciogliendoli con più o meno fatica), stai meglio e tutto ricomincia a scorrere in modo più fluido.
Molte cose piano-piano si riposizionano secondo una nuova configurazione di equilibrio.

Sì certo, quando sei dentro la fase di transizione, tutto è difficile.
Sei dentro una grossa turbolenza con i pensieri che schizzano da una parte all’altra come delle palline in un flipper impazzito.
Le emozioni si fanno sentire in modo sgradevole, togliendoti lucidità mentale.

E costa…
Costa sudore e lacrime. Alcune anche amare.

Però…

Però devi tenere duro.
Devi stringere i denti.
Devi farti coraggio e fare anche il lavoro sporco: guardare in faccia i tuoi demoni, le tue paure, immergerti nella “palta” dei brutti pensieri e starci, fronteggiandoli.

E poi magari devi anche scegliere.
Certo.

Però…
Però devi sempre-sempre-sempre ricordarti (con l’ultimo barlume di lucidità mentale che mantieni nel mezzo del caos e delle pressioni) che queste fasi di mutazione hanno una fine. Un termine.
E che quando sarai di là, sarai migliore e – comunque sia – avrai imparato delle cose nuove.

Sarà diverso.
Sicuramente più funzionale.
E – per come la vedo io – il “più funzionale” porta sempre qualcosa di buono.
Anche se di primo acchito così non appare.

Quindi avanti così…
Sciogliendo nodi e districando matasse…

[Immagini tratte dal Google Image]

Sulla resilienza

Trabucchi 3

Sabato sono stata ad una giornata di formazione organizzata da La Grande Differenza, che ha ospitato Pietro Trabucchi e Gabriela Monti.
Il corso trattava l’argomento “Resilienza”, quella caratteristica che (cito testualmente dal sito di Pietro Trabucchi):

“[…] è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino. Il verbo “persistere” indica l’idea di una motivazione che rimane salda. […]”

Tre anni fa avevo letto i due libri di Trabucchi “Resisto dunque sono” e “Perseverare è umano“: mi erano piaciuti molto.
L’autore, attraverso le sue pagine, era stato in grado di farmi riflettere e di motivarmi.
Con semplicità, chiarezza, pragmatismo e determinazione.

Non ho potuto quindi non cogliere questa opportunità, creata da Francesca Gazzola e Sebastiano Zanolli, che mi ha permesso di ascoltarlo dal vivo e di testare sulla mia pelle la resilienza, portandomi a casa riflessioni, strumenti e qualche fardello in meno (grazie alla parte esperienziale in forma di percorso sportivo, che mi ha fatto sperimentare cose interessanti).

Infatti il confronto con la fatica, con il sudore, con la percezione cognitiva (e la sua prestazione strettamente legata alla fatica fisica), mi hanno fatto avvicinare (e anche superare in alcuni casi) dei limiti. Ridimensionando – in parallelo – idee e pensieri ruminanti.

E domenica mattina, dopo una robusta dormita, ho ripercorso mentalmente la giornata precedente, tracciando una sorta di bilancio e rendendomi conto che – col tempo – mi sto abituando ad ascoltare il mio corpo e a fare dei check come se stessi testando lo stato di funzionamento senza soluzione di continuità.

Ebbene – nel corso della giornata – ci sono stati dei momenti intensi di attività fisica che hanno messo a dura prova (in me) capacità fisiche e capacità mentali.

Ed ero consapevole che, a mano a mano, che avanzavo nel percorso e la fatica iniziava a farsi sentire, io ottimizzavo.
Escludevo alcune informazioni per concentrarmi su altre, secondo schemi e ordini di priorità che stabilivo, via-via che si progrediva.

Trabucchi1

Era come se gradualmente entrassi in modalità risparmio energetico ed indirizzamento delle risorse verso precise aree, volte a perseguire alcuni obiettivi.
Alzando anche il livello di ascolto sul corpo, per tenere sotto controllo i livelli di impegno nei confronti dei miei limiti fisiologici/mentali (in sostanza l’ordine interno era: “Fai, mettiti in gioco, misurati, dai il massimo ma non fare il fenomeno!”)

E nel pomeriggio di sabato – durante la parte teorica – ascoltavo anche come il fisico stava metabolizzando la fatica della mattina, registrando delle sorprese: mi è sempre stato detto che la muscolatura delle mie gambe è più forte rispetto agli altri muscoli – ebbene, è stato il primo distretto muscolare che ha ceduto; ho sempre considerato gli addominali la parte più debole del mio fisico – ebbene, sono quelli meno affaticati [anzi, praticamente sono quelli quasi non affaticati]; le braccia (e le spalle, che temevo di più) sono sì indolenzite, ma stanno bene [stanno meglio del previsto].
E le capacità cognitive (diciamo la “lucidità mentale”), durante il percorso di resilienza sono andate in risparmio energetico, spingendomi a concentrarmi su poche cose importanti (per me). E facendo emergere una sorta di nitidezza mentale, governata dal “fregatene di questi dati aggiuntivi, concentrati solo su queste altre cose”.

E’ stata una esperienza molto interessante.
Che paradossalmente mi è servita anche per ricordarmi che dare le cose per scontato può riservare delle sorprese, e che non sempre ciò che appare è reale.

Ne è valsa la pena.

Queste giornate mi sono utili.
Sono giornate dove spezzi e capovolgi il ritmo, anche in modo forte.
E servono a rimettere in linea le cose, servono a ripristinare un ordine di priorità e farti riflettere, facendoti ripartire con il piede giusto.

Tre libri… [VIDEO]

PhotoGrid_1416410212083~2Chi legge da un po’ questo blog (e/o segue il canale YouTube), avrà visto che per un po’ di tempo ho tenuto un ritmo elevato nella lettura dei libri. Pubblicando videoriflessioni e post scritti.
Tutto questo aveva dato vita ad un esperimento che avevo ribattezzato “Un libro alla settimana” (con tanto di hashtag #unlibroallasettimana)…

Ma dopo 29 videroriflessioni (che corrispondono a qualche libro in più) sono collassata…
Ossia miseramente crollata.
Causa del “crollo” (se così si può dire, anche se non rappresenta una vera e propria sconfitta) un libro in particolare: “Le quattro casalinghe di Tokyo”.
Un poliziesco giapponese di 650 pagine circa, dal ritmo molto lento.
E’ stato quindi inevitabile il rallentamento e l’avanzamento a fatica, girando le pagine di carta come se fossero fatte di pietra.

Ma siccome non tutto il male vien per nuocere, questo mi ha fatto anche capire che stavo facendo qualcosa che, man-mano che avanzava, stava assumendo i connotati di una maratona di studio che minava la mia passione per la lettura.
E’ stata quindi una presa di coscienza (una pausa di riflessione, se vogliamo) che – però – non ha compromesso la volontà di condividere via video e via parole scritte, quello che sento, imparo e vivo leggendo un libro.
Anzi!
I post e le videoriflessioni continueranno ad esistere. Solo con un ritmo più lento, meditato e variato. E – soprattutto – più funzionale al libro oggetto delle mie attenzioni.

Quindi ecco di seguito delle brevi recensioni (pubblicate anche su Amazon) degli ultimi tre libri letti, accompagnate dalla consueta videoriflessione (mi scuso per la qualità del video, ma ho avuto qualche problema di “dialogo” con la tecnologia… prossima volta faccio meglio, promesso!)
(E – nel mentre – veleggio all’interno delle pagine di David Allen del suo “Detto fatto!”, e di Michael Dobbs e “House of cards”… ebbene sì, ne sto leggendo due in parallelo e diametralmente opposti fra loro… pensando ad un video sui miei libri preferiti della famiglia simil-professionale/manualistica, utili ad incoraggiare… nel mentre incombe il primo incontro post-vacanziero di Bookeater di Zelda Was A Writer, libro che non ho ancora iniziato a leggere…!).

Le quattro casalinghe di Tokyo:

Sono stata attratta dal libro per una serie di ragioni e ho avuto una prima falsa partenza.
Infatti – in prima battuta – ho iniziato a leggerlo e (dopo poche pagine) l’ho sospeso, in attesa di tempi migliori: troppo lento, troppo deprimente.
L’ho ripreso in mano dopo qualche settimana e stavolta sono arrivata in fondo.
Confesso che mi ha lasciato però un po’ “perplessa”.
Il libro ha qui e là delle riflessioni molto profonde e la storia non è male.
Quello che mi ha un po’ affaticato è lo stile “giapponese” (com’è giusto che sia, essendo scritto da una autrice nipponica).
L’incedere nelle descrizioni, il ritmo lento e quasi meditato, mi hanno un po’ “confuso” e mi hanno fatto perdere il “filo del discorso” abbassando il mio livello di coinvolgimento nella storia narrata.
(Anche se poi mi trovavo a scorrere pagine pervase di veri e propri momenti “splatter”, che rappresentavano mini-shock narrativi.)
Credo anche che un ruolo fondamentale lo giochino le oltre 650 pagine di romanzo: la sua monumentalità può risultare un po’ eccessivo, soprattutto se confrontato con la lentezza dello stile narrativo.
Sono comunque opinioni personali, perché l’opera ha un suo fascino e può piacere a chi ama i ritmi lenti e meditati (quasi da teatro del No) di cui scrivevo poco sopra.

Il sogno di scrivere:

Ho approcciato il libro di Cotroneo con un misto di curiosità e ritrosia (a causa della mia idiosincrasia nei confronti dei manuali che spiegano “come fare a”). Ma apprezzando molto quanto pubblica sul suo blog, ne ho affrontato volentieri la lettura.
Ed è stata una sorpresa.
Una piacevole sorpresa.
Perché mi sono trovata a leggere una sorta di “manuale emotivo” (se così si può definire).
Infatti l’autore non dà consigli su come scrivere.
Bensì suggestiona il lettore, stimolandolo a scrivere.
Attraverso esempi, condivisione di episodi della sua vita e della sua professione, racconta del piacere di scrivere. Incitando, incoraggiando, te lettore a scrivere (e condividere) le tue storie che tieni nel cassetto.
A me è piaciuto.
Chiaramente se si è alla ricerca di un manuale tecnico, sicuramente è un libro da evitare.
Ma se si è alla ricerca di un qualcosa che ti faccia riflettere, che ti fornisca spunti da cui partire poi con il tuo progetto… beh… penso che questo sia un testo molto interessante.

Un animo d’inverno

Divorato in tre giorni.
Sono stata catturata dalla storia e ho nutrito un sentimento/sensazione di inquietudine da un certo punto in avanti, che è andato in crescendo.
Leggevo la storia con la sensazione sempre più nitida e netta che ci fosse qualcosa di tremendamente sbagliato (anche se non riuscivo a capire cosa potesse essere). Per poi arrivare al finale e capire solo allora lo svolgimento dei fatti.
Se dovessi classificarlo/definirlo con una parola chiave mi verrebbe da dire “insolito”.
Sì, sicuramente un romanzo insolito che ti cattura e ti porta con sé dentro la storia.
È stato definito un thriller psicologico, ma non so se si tratta della definizione giusta.
Penso sia un libro talmente particolare da non meritare una etichettatura che potrebbe risultare riduttiva.
Mi ha lasciato addosso però un profondo senso di tristezza e malinconia.

Un po’ di pulizia…

ltvs-dezan-1-665x438

Essenzialità
Umiltà
Understatement‬

Tre parole chiave per me (mi spiace ma l’ultima non riesco a tradurla in un termine in italiano ugualmente efficace… suonerebbe come “attenuazione”, ma non dà l’idea).
Tre parole chiave che sono tre “valori”, tre caratteristiche sulle quali sono sempre più fortemente orientata.

Che – credo – facciano parte del mio DNA.

Per diverse ragioni.

La prima è cultura di famiglia: si lavora duro, si fanno le cose al meglio che si può, in silenzio e senza strombazzamenti. Si fa parlare il lavoro e si è puliti e lineari.

La seconda è una reazione uguale e contraria che ho davanti a post, messaggi e altro, conditi di parole maiuscole, di decine di punti esclamativi,… tutti segnali che io percepisco come “falsi segnali”.
Esagerati, esacerbati e tirati per i capelli.
Ma che sono poco realistici e poco rappresentativi del reale pensiero che sta dietro il messaggio stesso (se dovessi usare un termine sintetico, parlerei di “contentino” in alcuni casi).

La terza è legata all’uso sempre più dilagante di “anglismi” a mo’ di slogan apparentemente più efficaci.
Ma che – proprio perché dilaganti – stanno diventando un enorme rumore di fondo che distingue ormai ben poco.

Lo so… ne sono cosciente… sono nata nel secolo sbagliato.

E ci sono giorni – come questi – dove questo linguaggio strabordante risulta assai più fastidioso e assai meno credibile del solito.
Perdonatemi, ma (come dice una mia amica): “Io non sono cattiva… E’ che mi disegnano così!”

[In foto vasi di Guido De Zan – prelevati dal sito http://www.italianways.com]

La scelta del libro da leggere…

Libri“Le cose non si sanno, si hanno dentro.” [Roberto Cotroneo]

Spesso, finito un libro, passo qualche ora (a volte anche qualche giorno) a scegliere cosa leggere di nuovo.
E così è stato anche questa volta.

Finito con un po’ di fatica “Le quattro casalinghe di Tokyo” (sul quale ragionerò a breve perché ci sto ancora ruminando sopra e attorno), avevo pensato di leggermi un manuale.
Per spezzare il ritmo e dare una mano all’esausto emisfero sinistro, duramente provato dalla lettura del libro di Natsuo Kirino.

Così ho pensato fosse arrivato il momento di prendere in mano “Detto fatto” di David Allen. Pensando ad un aiuto per trovare idee ed ispirazione su come gestire il tempo, che stento assai a controllare ultimamente.
Ma lette pochissime pagine, ahimè!, mi sono arresa sentendo che serpeggiava il disinteresse ed un senso di rifiuto ormai presente ogni qual volta prendo in mano un manuale.

Allora, rovistando nelle torri di libri che mi assediano, e pensando a cosa poter leggere, ho guardato gli ultimi acquisti (tutti romanzi) ma, “pur guardandomi tutti con gli occhioni, supplicandomi ‘leggimi!’“, nessuno mi convinceva.

Poi – ieri sera – chiacchierando con un amico su “Le quattro casalinghe di Tokyo”, che entrambi abbiamo letto, l’ho guardato e gli ho detto: “Sì, so cosa leggere! Sì, stasera inizio ‘L’armata dei sonnambuli’ di Wu Ming [collettivo di scrittori, n.d.r]!“, e la chiacchierata si è diretta verso Wu Ming, verso “Guerra agli umani”, verso “1954” (per me strepitoso!), verso “Q” (che scandalosamente non ho ancora letto).
Guidavo verso casa con la convinzione di avere trovato il degno successore del thriller giapponese appena terminato.

Ma poi cosa è successo?
Tornata a casa, l’occhio è caduto su “L’arte della diplomazia” di Kissinger. “Già, perché no?”, mi sono detta.
Così, motivata e fiduciosa, ho iniziato a leggerne qualche pagina.
Soccombendo poco dopo, complice il sonno e l’ora tarda…

E poi, stamattina all’alba, sono stata svegliata da uno strano pensiero (da dove è arrivato non ne ho la più pallida idea…):

Perché bisogna vivisezionare le storie?
Perché bisogna far loro radiografie per analizzarne la più piccola componente?
Perché non si può semplicemente solo raccontare le storie, lasciando intatta la magia e l’alchimia?
Lasciando libertà di espressione a chi racconta e libertà di comprensione in chi legge?
Traendone entrambe ciò che è più utile e benefico?

Un pensiero assai strano, emerso dal nulla alle 6 di stamattina… senza alcun motivo apparente.

E così, complice la sveglia antelucana, l’occhio è caduto stavolta su un altro libro parcheggiato sul comodino: “Mappe e leggende” di Michael Chabon, dalla copertina molto accattivante.
Preso in mano e letta qualche pagina, mi sono persa quasi subito nel linguaggio piuttosto ricco e “circonvoluto”.
(“No, niente da fare… Neanche questo va bene…”)

Ma ecco che infine mi sono ricordata di un libro di recente acquisto: “Il sogno di scrivere” di Roberto Cotroneo. Di cui ho letto critiche ed elogi.
Così, ho preso in mano il kindle e ho iniziato a leggerlo.
E sono stata catturata.
Subito.

Ho iniziato a sentire muoversi in modo inaspettato delle emozioni.
Agganciata fin da subito dalle prime riflessioni dell’autore (che già apprezzo attraverso il suo blog, che leggo spesso).

Finalmente, dopo una serie di tentativi, credo di avere trovato il giusto compagno di viaggio dei prossimi giorni, che mi seguirà nei miei tragitti da e per l’ufficio e mi farà compagnia negli “sfridi del tempo”

E mi sorge spontanea una domanda: ma sono l’unica che ha un processo di scelta così “avvitato a cavatappi”?
Qualcuno mi conforti, per favore, perché inizio seriamente a preoccuparmi della mia sanità mentale…

Buon weekend!

“Pane raffermo” – un vecchio post dimenticato…

Questo post è stato scritto per la prima volta nell’aprile 2011 (per la precisione 28/04/2011)… Sì, ben 3 anni e mezzo fa. Salvato nelle bozze.
E lì e rimasto fino ad oggi, quando – complice qualche considerazione degli ultimi giorni sulla “vita normale” – mi è tornato in mente e ho deciso di riprenderlo.

Non l’ho mai dimenticato. Era sempre presente in un angolo della testa.
Ma non lo ricordavo scritto così:
(e la pubblico così, come era stato scritta nel lontano 2011, con le [eventuali] ingenuità presenti… tanto non è cambiato granché da allora…)
[Un po’ di cose in questo post sono mescolate fra loro, quasi una libera associazione di idee.
Un po’ tirate per i capelli. Un po’ bislacche.
E tutte che necessiterebbero di un certo approfondimento (dopo questi anni di giacenza in bozze).]

SIATE MODERATI E ADOTTATE UN PROFILO BASSO……è sempre una gran bella cosa nella vita, questa linea di comportamento ti garantisce una certa “non visibilità”, ti protegge in qualche modo la tua privacy, e non suscita l’invidia di nessuno. E’ un comportamento che può risparmiarti un sacco di grane gratuite. Quello che conta veramente nella vita non è quello che hai o possiedi ma quello che c’è dentro di te e prima o poi viene sempre fuori …..lascia che siano gli altri a scoprire il resto………. [Mirco Gasparotto]

Riuscire a mettere in ordine i pensieri che sono scaturiti dalla nota di Mirco Gasparotto (pubblicata sul suo profilo Facebook) e dalla abitudine che hanno dei miei conoscenti di non buttare via il pane raffermo che raccolgono per farne cibo per gli animali della loro fattoria, non è facile.
Quello che emerge è una riflessione sullo spreco e sulla ostentazione, che stanno diventando (almeno per me) una fonte di disturbo sempre maggiore. Senza contare lo stupore che provo davanti allo squilibrio tra quanti professano di non riuscire ad arrivare a fine mese e contemporaneamente sfoggiano 2-3 cellulari ultimo grido e vestono griffato.
Magari sono anche le stesse persone che – pur di apparire e soddisfare l’illusione di essere qualcuno (e di fare parte di un “gruppo”) – comprano falsi di griffe per poter dire: “Anche io ho questa borsa (o scarpe, o capo di abbigliamento, o…)”, cercando disperatamente una certezza in beni ed oggetti che sono dei palliativi momentanei.
Suona molto strano vedere gente che si lamenta di non riuscire ad arrivare a fine mese e poi getta via impressionanti quantità di cibo (ne parlavo qualche tempo fa con un signore dello stabile in cui vivo).
Fa impressione vedere sacchi di pane raffermo che rischiano di essere gettati via e vengono recuperati da un signore che provvede a portarli alla succitata fattoria.
C’è qualcosa che non va. C’è una pericolosa perdita di coscienza di cosa è veramente importante e cosa non lo è.

Una vita normale…

2014-10-09 12.02.26Non se capita anche a voi, ma ci sono delle giornate che hanno il potere (per le cause più strane ed imprevedibili) di capovolgere alcune cose.
Hanno il potere di spostare dei punti di vista…

In genere (per quanto mi riguarda) sono pre-annunciate da scossoni emotivi o sensazioni di disagio più o meno striscianti…
Che sfociano in post nervosi, rognosi, emotivi su Facebook (usato proprio come un diario online).
Ed in questi giorni è stato un po’ così…
Partita con una richiesta assolutamente innocua su una breve recensione che avevo scritto (“Cosa preferisci che scriva a fianco del tuo nome? Architetto, blogger, Presidente Milan Easy Toastmasters Club, altro…“) che mi aveva fatto cambiare due volte le indicazioni (“Scusate, sono refrattaria alle etichette”, avevo commentato mortificata), sono esplosa con due post in rapida successione (intervallati da un crescente fastidio nei confronti dei termini roboanti e vincenti che leggi sui social [dimostrazione palese dello stato di frustrazione pericolosa indotta dalle condivisioni che leggi che possono indurre stati di inadeguatezza assolutamente ingiustificati])

Il primo recitava così:

Attenzione, post rognoso.
Se non volete leggerlo, fermatevi qui.

Sarà l’atmosfera plumbea di oggi, sarà l’approssimarsi della menopausa, fatto sta che…

Lo so, sono una che non chiede mai.
E che non si autoincensa mai.
Sono una discreta.
E questo mi sta costando caro.
Molto caro.
Ne sono cosciente.
In un’era e con degli strumenti utilizzati da parecchi per farsi una pubblicità autoincensante imbarazzante.
Ma non posso farci nulla.
Fare altro equivarrebbe a forzare e a rendermi ridicola. Ergo non lo faccio.
Faccio quello che posso.
E cerco di farlo con le mie forze.
Sono arrivata dove sono arrivata, per conto mio.
Non sono arrivata in alto. No.
Non sono amministratore delegato di nulla.
Né sono direttore generale di alcunché.
Non ho scritto libri (onestamente non saprei che scrivere).
Non sono interessata a fare corsi.
Lavoro (grazie a Dio).
Ho un piccolo blog dove scribacchio.
E sono refrattaria alle etichette roboanti.

Insomma sono un bipede che si alza alla mattina, va a lavorare e torna a casa alla sera.
Coltivando qualche hobby.
E il mattino dopo ricomincia.

Perché ho scritto tutto questo?
Non lo so.
Avevo voglia di farlo. E basta.
Sarà il tempo.
Sarà l’approssimarsi della menopausa.
Boh…
O forse è solo un reclamo di normalità.
Buona serata.
(Fine del post rognoso)

Ed il secondo – di stamattina – recitava così:

“Una vita normale”… ecco, se dovessi scrivere un libro (per riagganciarsi ad un post “rognoso” di un paio di giorni fa) lo intitolerei così: “Una vita normale”.
Fatta di lavoro quotidiano, di ragionamenti attorno a cose da risolvere, di cose da pagare, di corse per prendere il treno, di libri letti nei ritagli di tempo, di “sabati del villaggio”, di domande (che aumentano all’aumentare dell’età) e di accettazione per lo stato in essere, di lotte, di arrabbiature, di tregue e di ricerca di un po’ di un pace…
Sembra che parlare di tutto questo sia scandaloso.
Sia proibito.
Sembra il nuovo tabù.

Confesso che anche io rifuggivo la normalità come la peste.
Ma erano altri tempi.
Erano tanti anni fa.
Anni nei quali ballavo sui tavoli fino alle 3.00 di notte, con 2-3 Cuba libre in corpo. E poi il mattino dopo mi alzavo e e andavo a lavorare, bevendo 5-6 caffè al giorno.
Senza batter ciglio.
(Se lo faccio ora, stramazzo…)

Oggi essere normali, “essere quotidiani”, sembra sia qualcosa di orribile. Da evitare a tutti i costi.
Perché?
Gli status che leggi sui social network sono tutti ad alta celebrazione di imprese epiche.
Perché?
Sembra che la normalità faccia paura.
Sembra che la normalità sia sinonimo di estinzione. (Quando ormai l’epicità collettiva sta creando un gigantesco rumore di fondo, che annulla qualsiasi singolarità.)

Che poi – per me – essere “normali” può anche voler dire essere se stessi, senza sovrastrutture.
Linearmente, essenzialmente.
Facendo quello si sa fare.
Essendo quello che si è.
Senza tanti orpelli.
Facendo semplicemente le cose.

Ebbene, ecco perché ho cambiato stamattina – scrivendo questo post – volevo cambiare il motto del blog in “Una Vita Normale“.
Un motto che sarebbe è decisamente più aderente al concetto di “blog personale” e a quello che cerco di comunicare qui: “una vita normale”, fatta di riflessioni e di esperienze vissute.
Ma per ora va bene così. Va bene “Non Solo Un Architetto”.
Perché, che mi piaccia o no, c’è bisogno di definizioni ed etichette. Costruite anche attraverso negazioni (ma questo è un altro discorso…).

Letture estive [VIDEO]

Questa estate, nelle due settimane di vacanza, ho letto in un modo quasi patologico-bulimico.
Sì, perché – mi vergogno a dirlo – ho letto più o meno sei libri…
“Più o meno” perché ne ho conclusi due, che avevo in corso, e ne ho letti altri quattro.
E mi sono destreggiata tra generi diversi, per diversificare un po’.

Così ho letto “L’hotel dei cuori infranti” di Deborah Moggach, “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace, “La ragazza dei cocktail” di James M. Cain, come libri di narrativa; alternati a testi stile manuali/saggi quali “Web 3.0” di Rudy Bandiera, “Quando meno te lo aspetti” di Magnus Lindkvist e “Da cosa nasce cosa” di Bruno Munari.

Tutti testi scorrevoli (alcuni più, alcuni meno) e piacevoli da leggere.
Alcuni mi sono piaciuto di più, altri di meno. Come penso sia normale. (Anche se leggo in modo bulimico…)

[Immagine di copertina tratta da indie-handmade.blogspot.com]

È importante insegnare a cercare. Il metodo prima che il sapere.

“Le ricerche su internet conducono a risultati che non hanno un modello interpretativo, ma si comportano come la luce quando si riflette da uno specchio a un altro. È un gioco di superfici, è un procedimento enigmistico.”
Un interessante articolo di Roberto Cotroneo per il Corriere della Sera.
Penso che questa riflessione sia utile non solo per le nuove generazioni (che vivono senza sapere “cosa è accaduto prima di internet”, ed è recente anche un articolo che ho letto su Quartz che “re-blogger” in coda), ma anche per noi “migranti digitali” che con queste “tecnologie facilitative” rischiamo di dimenticare come era prima e di non essere più in grado di farci portatori di un certo tipo di cultura e metodologia.