Storie di blog e di titoli [Flash post]

Qualche tempo fa, una mattina nella quale ero molto infastidita da ciò che leggevo, ho scritto su Facebook questo post:

#momentopolemico
Posso dire una cosa antipatica?
Mi sono stufata di leggere titoli di post con dentro i numeri.
“5 suggerimenti per…”
“9 segreti per…”
“18 punti per…”
Basta. Non se ne può più.
Va bene che ci sono i SEO, Pippo&Pluto&Paperino… Ma sta diventando di una omologazione imbarazzante…
I “guru” dicono che se fai così aumenti il traffico sul sito/blog? E allora tutti a fare così!
Ragazzi, un po’ di autonomia di pensiero…
[Fine momento polemico]

Ne è scaturita una conversazione ironica e divertente nella quale alcuni amici facevano a gara nell’enumerare le cose più strane…

Tenendo comunque fermo il concetto di fondo dello sfogo del non poterne più di leggere sempre gli stessi “format” di titoli.

Ho trascorso i giorni successivi ad evitare di leggere tutti quei post che enumeravano “suggerimenti, segreti & consigli”.
Avevo un vero e proprio momento di rigetto.
E – come se non bastasse – l’algoritmo organico (questa inquietante equazione che apprende) ci metteva del suo, infittendo la mia timeline di post simili (quasi a volermi prendere in giro come un essere senziente).

Poi la svolta.

Tre condivisioni da parte di amici blogger, in tre giorni ravvicinati, tutti e tre molto particolari:

[Scusate la condivisione dei link così, nuda e cruda… Sto pubblicando da “mobile”, per fissare l’idea: prometto di sistemare l’impaginazione appena approdo su un PC…]

Orsù, ripetete con me:
“La verità vi prego sul blogging”
“L’originalità di un blogger è scrivere ciò che sente e ciò che vede”
“Ma che parlo Arabica?”

Ora…
Quanto sono evocativi?
Quanto (vi) suggestionano?
Quanto (vi) fanno sorridere per la loro ironia?
Non so voi, ma a me tanto…!

Ma non fermatevi al titolo.
Leggeteli, se potete e volete.

Vi ritroverete nel flusso di parole che emozionano, informano, divertono e fanno pensare.
Con buona pace di SEO, SERP & “compagnia cantante”…

[La foto è tratta da ilmiolibro.kataweb.it]

Manualità vs progettualità

Il robot YuMi (ABB)
Il robot YuMi (ABB)

Ho pubblicato questo articolo su LinkedIn qualche settimana fa, dopo una delle visite in Expo.

Ed oggi ho deciso di condividerlo anche qui – sul blog – in una “struttura” più organizzata.

L’obiettivo del post non era (e non è) parlare dell’evento Expo e/o delle vicende ad esso collegate: penso si siano sono spese (e si spendano tutt’ora) migliaia di parole, da più punti di vista. E non mi sento di aggiungere ulteriore caos alla interpretazione di questa manifestazione. Mi diletto solo a far parlare le immagini, condividendo sui social le foto che faccio, e trovandola – tra l’altro – una manifestazione molto bella dove l’architettura fa da padrona.

Desidero invece ragionare su quello che ho visto nel Future Food District creato da Coop: YuMi, il robot realizzato da ABB, operativo all’interno del supermercato-prototipo (spazio progettato – tra gli altri – da Carlo Ratti del MIT). Osservando questa macchina che sposta, inscatola, ordina, ho avuto la sensazione di “avere preso un bel granchio” (per usare un eufemismo).

Sì, perché mi è tornata in mente una precedente installazione dimostrativa progettata e realizzata dall’architetto Carlo Ratti: il robot barman Makr Shakr, portato a Milano in occasione di una sua “lecture” per Meet the Media Guru.

E mi sono ricordata anche di un articolo letto qualche giorno prima che presentava il robot muratore Hadrian, in grado di costruire una casa in due giorni.

In tutto questo convergere di informazioni sull’avanzata della tecnologia delle macchine, è stato inevitabile il rimando alle riflessioni fatte qualche tempo fa sulla nostra esperienza (che forse – ma non è detto – ci salverà), sui lavori che stanno scomparendo, sui prototipi di auto e camion che si guidano da soli (Mercedes ne sta testando uno).

Future Truck 2025
Un rendering del Future Truck 2025 – © Mercedes

E ho pensato che forse la convinzione che la manualità sia quella competenza che garantisce comunque un futuro, non sia totalmente corretta.

Sicuramente è un attività umana sulla quale si può e si deve continuare ad investire, ma non mi sembra la via di uscita.

Dal mio punto di osservazione, il mondo con il quale ci stiamo gradualmente ed inesorabilmente confrontando sempre più è un mondo fatto di macchine, “app”, software… Dove la nostra intelligenza e capacità di programmazione (unite alla nostra creatività) possono essere la chiave di volta (pensando anche all’auto-produzione con stampanti 3D).

Non c’è bisogno che lo dica io (ci sono fior-fiore di studiosi, scienziati, ingegneri, che ci ragionano e ci lavorano attorno), ma credo che ci si debba sforzare nell’avere una visione della propria professione su media e lunga gittata. Ponendoci domande su come vogliamo trasformarla, su che direzione vogliamo prendere, su cosa vogliamo fare, su dove andare a catturare ed imparare le tendenze del futuro.

Con pragmatismo, lungimiranza, senza paura (la cosa forse più difficile) e senza smettere di imparare.

[E continuo a domandarmi – quotidianamente – se e quanto possa valere l’esperienza accumulata sino ad oggi… Forse come “forma-mentis”… Ma come esperienze accumulate, non ne sono più tanto convinta. A meno che non ci si sprema le meningi su come ricombinarle in modo nuovo, in funzione di quello che verrà e che ancora non conosciamo, visto che lo stiamo disegnando…]

Chiudo con qualche link ad articoli di approfondimento:

  • manco a farlo apposta, oggi ho letto su LinkedIn questo articolo (in lingua inglese) pubblicato sul “magazine” di Speexx (azienda che si occupa di formazione in lingue straniere per le aziende) che ragiona attorno allo stesso argomento, in toni rassicuranti (riconoscendo comunque una mutazione in corso delle professioni): Technology creates jobs.

Se volete invece approfondire su YuMi, su Makr Shakr e sul Future Truck, qui sotto trovate degli articoli dedicati:

Sul web apprezzo la brevità… credo

Letture digitali letture cartacee

Si fa tanto parlare di modalità diverse di lettura tra web e libri, web e articoli (su carta, piuttosto che online), tra libri cartacei e libri digitali… (di recente ho letto questo articolo condiviso da una amica: “8 motivi scientifici per cui dovremmo leggere spesso libri, meglio se cartacei: ci rende più intelligenti ed empatici”; ultimo di una lunga serie di contributi e riflessioni in materia).
E mi rendo conto che anche io (strenua sostenitrice della indifferenziazione del mezzo di lettura) negli ultimi tempi, sto registrando un livello diverso di attenzione a seconda del “tipo di supporto” su cui sto leggendo.

Ricordo anche che tempo fa era stato pubblicato uno studio che forniva delle indicazioni sulla lunghezza media dei contributi online (blog, social network, ecc.) ed ero rimasta sbalordita dall’elevato numero di parole che era consigliato per un post su un blog: 1500 parole! (“Ogni contenuto ha la sua lunghezza ideale…”).
Tant’è che avevo chiesto delucidazioni ad alcuni esperti del settore e si era convenuto che la forse l’interpretazione corretta del dato era “battute”, non “parole” (ridimensionando la lunghezza degli articoli a 500 parole).

LunghezzePost

Ed oggi, leggendo un post di Mafe De Baggis (“Overtip”) e – di rimando – un secondo contributo da lei suggerito (“Mi riprendo la gentilezza” di Arianna Chieli), mi sono resa conto di come la brevità di entrambi gli articoli sia stata da me apprezzata. Permettendomi di assaporarne in pieno il contenuto (forse anche l’argomento ha giocato la sua parte).

Ho ripensato a come ho apprezzato in modo differente i sempre notevoli contenuti di – per esempio – Roberto Cotroneo a seconda che li legga sull’inserto del Corriere, piuttosto che sul blog (sul primo “media” li apprezzo di più, pur trattandosi di argomenti – in entrambi i casi – di altissimo livello).

Ho pensato alla fatica che faccio nell’arrivare al termine dei bellissimi post di “Nuovo e Utile”: articolati, pieni di rimandi e ricchissimi di spunti. E talvolta lunghi.
Lasciando perdere la fatica immensa di lettura del blog “Brain Pickings”: articoli lunghi, con la variabile aggiuntiva della lingua inglese trattata – per i miei parametri – in modo complesso grazie anche alla preziosità dell’argomento. (E di questo mi rammarico non poco, cercando di riparare come meglio posso.)

Ho pensato alla riflessione che sto facendo su come (e se) proseguire nella lettura di “Pensieri lenti e veloci” di Daniel Kahneman: iniziato in formato ebook (per questioni di trasportabilità…), mi sono arrestata (mi sono accasciata, sarebbe più corretto dire), al 30% di lettura.
Tornata a casa dalle vacanze ho preso dallo scaffale la copia cartacea, sfogliandola e rendendomi conto che forse il metodo giusto per leggere questo tipo di libro sia proprio usufruire del tomo.

Senza dimenticarmi della esperienza di lettura de “Le città invisibili” di Italo Calvino.

Per ricordare bene quello che hai letto scegli un libro tradizionale. In questo, sfogliare le pagine fa la differenza rispetto a un e-book. Toccare la carta porta al cervello una sensazione ulteriore – riporta Wired Usa – che aiuta a capire e memorizzare le parole che leggi. [Dall’articolo pubblicato su Huffington Post, citato in apertura di questo post]

Che gli studi neurologici sulla differenza di approccio al mezzo di lettura abbiano un fondamento di verità…?
Non lo so.
Per ora ho aggiunto alla mia “lista dei desideri” dei libri da leggere “Slow reading: leggere con lentezza” di David Mikics (suggerito da una “social amica”), per capirci di più.
In rigoroso formato cartaceo.

Vacanze: tempo di riflessioni

Immagine tratta da blog.tagliaerbe.com

Oggi – lunedì 31 agosto 2015 – si può dire che sia l’inizio di un nuovo anno (una data più significativa – almeno per me – di quella tradizionale del 1° gennaio).
Una data che può significare una ripartenza. Un nuovo inizio.
Preceduto da una pausa (una vacanza) più o meno lunga.
Pausa che può essere stata declinata in vari modi: riflessione, svago, …

Per me è stato anche un momento di riflessioni, di bilanci e di pensieri sul futuro.
E proprio in questi giorni di pausa mi è capitato di leggere un po’ di articoli e di post sulle professioni e sul lavoro.

Due mi hanno colpito particolarmente:

  • uno era un’intervista comparsa su Corriere Innovazione di un giovane imprenditore che si lamentava del fatto che non riesce a trovare giovani che vogliono mettersi in gioco (parlava anche di regolare assunzione);
  • il secondo è relativo ad una ricerca su alcune figure professionali legate alla comunicazione digitale (ho scorso la pagina per curiosità, leggendo di competenze dai termini “astrusi” che poi – forse – ridotte all’osso vogliono dire cose molto semplici).

Leggendo questi articoli (ma anche altri contributi) la domanda che mi è sorta spontanea è: ma una persona della mia età [ho 47 anni, n.d.r.], che cerca di capire come il mondo sta cambiando, che cerca di cavalcare come meglio può il cambiamento, che cerca di restare al passo (senza conoscere molti dei termini astrusi che vengono snocciolati come un rosario negli ultimi tempi), che investe tempo-testa-energia per formarsi… ha futuro? Oppure è destinato comunque ad estinguersi (come i dinosauri)?

Se uno si incaponisce nel voler assumere giovani (che non ne vogliono sapere, ammesso che sia così…), perché non prova anche a valutare candidature con età maggiore, che forse hanno più esperienza, e hanno grandi bagagli di competenza che possono mettere a disposizione?

Capisco che la linguistica, ed il suo uso sapiente, possono fare da filtro e da prima scrematura, ma perché non si prova a semplificare il linguaggio in modo da attrarre anche chi ha competenze maturate consapevolmente (o anche inconsapevolmente), facilmente verificabili online (e offline) e può condividere l’esperienza accumulata nel tempo?

Tutto questo (e altro ancora, che mi capita di leggere navigando nel web) mi ha fatto ricordare un annuncio che avevo letto anni fa su “Corriere e Lavoro”.

L’annuncio recitava (più o meno): “Azienda XYZ ricerca per inserimento nel proprio organico laureati in XKW, massimo 27 anni, pluriennale esperienza maturata in ambito YYY, conoscenza X lingue (livello madrelingua), conoscenze informatiche di [elenco di una serie di software], […]“.
Un elenco di svariate conoscenze e competenze oggettivamente impossibili per un laureato da pochi anni.
In sostanza “odorava” di una immensa presa in giro e di scarsissima serietà: veniva voglia di scrivere e chiedere se erano sicuri di quello che avevano pubblicato.

(Senza contare la mia personale esperienza con una nota agenzia di “head hunter”: arrivata mi diedero un questionario da compilare fatto di tante crocette, dopodiché feci un colloquio con due ragazzi che avevano la metà dei miei anni [lui si atteggiava a manager, lei sembrava una velina]. Ricordo che uscita di lì mi domandai cosa prevedeva la loro procedura quando si presentava un manager di 50-55 anni…)

Davanti a questi episodi e a queste letture, ti fai delle serie domande.
Sul tuo futuro, sulla tua professionalità.
Su cosa ti aspetta da qui ai successivi 20 anni di lavoro.

Ed in momenti nei quali la stanchezza si fa sentire, ti capita di dire al babbo (tornando a casa assieme a lui una sera di qualche settimana fa): “Io vado a fare il contadino. Mi sa che è meglio.”
O forse no.

Buona ripresa!

Leggere: manuali o storie?

letture estive prima ideaQuesta è la cronaca un po’ bislacca delle mie letture estive (tutt’ora in corso). [Scritta da smartphone… Quindi scusate se l’impaginazione non sarà temporaneamente delle migliori…]

Sì, perché in prossimità della partenza condividevo sui social la foto qui sopra, annunciando a gran voce che questi sarebbero stati i libri che mi avrebbero accompagnato in vacanza (affiancati dal Kindle come “strumento di emergenza”, contenendo numerosi manuali in formato eBook).

Una scelta che per taluni può risultare banale, ma che per me costituiva una sfida: leggere romanzi, rinunciando alla lettura di manuali.

Sfidando la mia paura a non studiare, a non utilizzare i libri come strumento di apprendimento (o approfondimento) di nuove competenze.

Un timore – il mio – che farebbe la gioia di uno psicanalista…

Ma anche una verità a metà, perché in realtà due libri erano già partiti in anticipo e mi attendevano a destinazione: “La trama lucente” di Annamaria Testa e “Pensare come Leonardo” di Michael Gelb.

Invece che è accaduto?

È accaduto che ho scelto di partire solo con il Kindle con l’obiettivo di leggere i due libri sopra citati e “Pensieri lenti e veloci” di Daniel Kahneman.

Barbara Olivieri letture estive manualiCedendo così alle pressioni del mio io timoroso, abbarbicato alla ossessione dell’imparare sempre, comunque e dovunque.

E son partita proprio da lui, dal lavoro di Kahneman. Arrancando con sempre maggiore fatica.

Fino al (metaforico) collasso di qualche giorno fa.

Quando – consultando il tempo di completamento di lettura del libro che il Kindle perfidamente ti permette di vedere – mi è venuto da piangere: 6 ore e 28 minuti…

E nonostante procedessi pagina digitale dopo pagina digitale, il tempo restava inchiodato lì: 6 ore e 28 minuti…

Mi sono detta: “Tu ti stai facendo del male. Tu hai bisogno di leggere altro. Se vuoi leggere…”

Ho a bordo del Kindle le versioni digitali di alcuni dei libri della foto di apertura, ma avevo bisogno di carta.

Ed in particolare di una storia scritta su carta.

E così sono andata a curiosare nella torre di libri del babbo, appassionato di gialli (avevo scelto con lui le sue letture estive, facendogli da “consulente”, accompagnandolo alla libreria Open di Milano prima della partenza estiva).

La scelta è caduta forzatamente sul libro di Lisa Gardner, “Prendimi”.

Barbara Olivieri leggere storieMa seppur sia stata una scelta “forzata”, ha avuto l’effetto di un balsamo! Partita a razzo, sono avanzata allegramente all’interno del thriller (assaporando la storia e compartecipando alle vicende dei protagonisti).

E ripensando alla scelta un po’ infelice dei libri da portare con me in vacanza (scelta infelice adesso, perché non è detto che lo sia in altri momenti), un paio di pomeriggi fa – fissando pigramente il soffitto – mi sono domandata il perché di questa mia dipendenza dai manuali (per poi far sempre più fatica nel trovarne dall’effetto “wow”).

Ed è stata una conseguenza ripensare a quei romanzi che mi hanno catturato e mi hanno lasciato molto.

Non in termini di nozioni. Non in termini di  informazioni codificate.

Che mi hanno arricchito e di cui ne conservo ancora il ricordo.

Qualche esempio “random” (non esaustivo)?

  • Shantaram,
  • La saga del commissario Wallander,
  • La trilogia Millenium di Stieg Larsson,
  • Un giallo di cui purtroppo non ricordo più il nome ma che mi fece scoprire l’analisi comportamentale,
  • Molti romanzi di Tom Clancy (con il protagonista Jack Ryan),
  • I romanzi di Michael Chricton,
  • “Il cardellino” di Donna Tartt,
  • Un romanzo di Wilbur Smith che mi insegnò alcune cose sulla struttura sociale degli elefanti,

Quanto mi hanno dato queste storie…
In quanti posti mi hanno portato…
Quante cose mi hanno insegnato…

E forse ecco che la domanda-mamma emerge… Leggendo queste storie, questi romanzi, nel mio retrocranio una vocina timida chiede: “Ma se tu non impari cose nuove, come fai a raccontare fatti che possono interessare gli altri come i romanzi che ti piacciono tanto?”

A cui fa da contraltare un’altra voce più ferma e pacata: “Sì, va bene, ok. Ma se non vivi, non fai esperienza, non ascolti… Come fai ad imparare ed elaborare cose nuove che puoi raccontare agli altri?”

Una piccola storia e qualche lettura in rete

  
[Avviso ai naviganti: questo post è scritto e pubblicato da tablet, quindi è probabile che l’impaginazione non sia ottimale. Mi scuso per questa eventualità e prometto di sistemarlo al mio ritorno su Pc. Nel caso in cui invece l’impaginazione sia corretta… Beh… Fate finta di non avere mai letto questo annuncio…]

E dopo l’avviso introduttivo mi accingo a condividere una piccola storia. Leggera ma – spero – non superficiale.

La storia parte da un po’ lontano: diversi mesi fa ho ricevuto un messaggio privato sul mio canale YouTube da una ragazza di nome Luisa. Mi accorsi del suo messaggio con un mese di ritardo (per me un tempo troppo lungo per rispondere ad una persona) ma la questione ancora più importante era che mi chiedeva consigli su quali libri leggere e – soprattutto – come trovare i libri più adatti per se stessi. 

Una bella responsabilità per una come me, che legge libri per diletto senza nessun obiettivo particolare, senza nessuna formazione come critico letterario (o simile), bensì lasciandosi ispirare da recensioni (professionali e non), copertine (ebbene sì! strumento assai persuasivo), e altre suggestioni. Le diedi dei pareri personali, le spiegai che io avanzo per tentativi ed errori e che mi capita di incappare in libri difficili da digerire (in questi giorni sto arracando con “Pensieri lenti e veloci”, indubbiamente interessante ma un po’ pesante…).

Dopo la mia risposta, la cosa finì (apparentemente) lì.

In questi mesi poi ho sempre più faticato a mantenere il ritmo di un libro alla settimana (con relativa pubblicazione di videoriflessione su YouTube) e spesso ho pensato di chiudere l’esperienza. 

Ma Luisa è (provvidenzialmente) tornata con un nuovo messaggio che mi ha motivato ad andare avanti. Oltre a ringraziarmi per averle fatto scoprire il libro “Spade” di Giovanni Gastel (e la realtà 5×15, dove Gastel ha tenuto uno speech intenso di 15 minuti), mi ha ringraziato anche per averle fatto conoscere il blog di Zelda di Was a Writer (che cito spesso nei video, frequentando il suo bookclub).

E mi ha chiesto se conoscevo altre realtà come quella di Zelda Was a Writer… 

Domanda ardua!

Non solo perché “Zelda” è unica nel suo genere, ma anche perché non sono una esperta di blog. Anche qui avanzo per tentativi, e ciò che seguo rispecchia il mio personalissimo gusto.

E così mi sono ritrovata a pensare a cosa potrebbe essere utile ed interessante per gli adolescenti (Luisa è giovanissima), senza essere noioso. Ed è scattato l’azzardo (sperando di non aver alzato troppo il tiro). 

Ho pensato a quattro blog/siti particolari di cui due forse un po’ complessi, ma che penso possano dare moltissimo anche a persone in giovane età (non solo agli adulti). [Portarli nelle scuole, buttando dalla finestra programmi vetusti, sarebbe una gran bella cosa]

Sono tra i miei preferiti nell’area creatività e cultura (e cerco di seguirli il più possibile anche se il tempo è tiranno)

  • Meet the Media Guru (con i suoi articoli e la sua sezione dedicata alle “lecture” delle conferenze che organizzano e che possono essere seguite anche in streaming)  – http://www.meetthemediaguru.org
  • Nuovo e Utile (il magnifico blog curato da Annamaria Testa, continua fonte di informazioni di alto livello) – http://www.nuovoeutile.it
  • Brain Pickings (sito in inglese, vasto, contiene spunti provenienti dalla cultura in senso lato… arte, libri, filosofia… un progetto vastissimo) – http://www.brainpickings.org
  • TED (bisogna presentarlo…? non credo… video dei “TED talk”, sezione blog con articoli, suggerimenti di lettura dagli speaker di TED… una banca dati di condivisione straordinaria) – http://www.ted.comhttp://blog.ted.com

Non so se andata fuori tema con Luisa. Spero di no. Spero di averle dato ulteriori fonti di ispirazione…

Nel frattempo se avete altri suggerimenti, e volete condividerli nei commenti, ve ne sarò grata! Perché non si smette mai di imparare e nel web, l’evoluzione di contenuti e piattaforme è molto rapida e fluida.

Buona navigazione! E buon ferragosto!

PS: qui sotto i due link ai due libri citati nel post:

Suggerimenti per letture estive [VIDEO]

Era da qualche giorno che avevo in mente di fare un video nel quale elencare una serie di libri (alcuni letti quest’anno, altri letti anni fa), che avessero come comune denominatore “storie strane”.

Libri buoni per letture leggere ma non superficiali.
Libri che raccontano vicende surreali, divertenti, stranianti
Popolate di personaggi ai quali ci si affeziona, che ci scuotono, che ci commuovono o con i quali con-partecipiamo alle loro vicende…

Letture estive | Barbara Olivieri | Non solo un Architetto

Così ho selezionato alcuni racconti.
E mi sono dilettata a ragionarci attorno, recuperando dei ricordi di lettura (alcuni parecchio datati).
Alcuni dei libri che elenco mi sono piaciuti, altri mi hanno fatto riflettere, altri mi hanno addirittura urtato.
Ma tutti mi hanno insegnato qualcosa in modo insolito.

Se avrete la bontà (e la voglia) di guardare il video vi auguro buona visione!
E se qualcuno dei libri elencati vi colpisce e lo andrete a leggere, buona lettura!

Ma soprattutto buon riposo e buone vacanze!
Ovunque voi siate e con chiunque voi siate.

Questo è l’elenco dei libri menzionati:

  • “54” di Wu Ming;
  • “Il mistero dell’orso marsicano ucciso come un boss ai quartieri spagnoli” di Antonio Menna;
  • “Zazie nel metrò” di Raymong Queneau;
  • “Second Hand” di Michael Zadoorian;
  • “Una famiglia particolare” di Alexandre Jardin;
  • “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” di Jonas Jonasson;
  • “Per poco non ci lascio le penne” di Céline Minard;
  • “Mortdecai” di Kyril Bonfiglioli;
  • “Una banda di idioti” di John Kennedy Toole

(La durata del video è di circa 15 minuti)

Un po’ di libri letti, un po’ di videoriflessioni [VIDEO]

Foto © Libero - articolo
Foto © foto.libero.it

Avendo sospeso le pubblicazioni per un po’ di tempo, sono rimasta indietro con l’elenco e la cronaca di libri che ho letto negli ultimi tempi…
Senza contare che – in questi giorni – ho in programma di fare un video dedicato ad alcuni libri che ho letto, accomunati dal comune denominatore di “storie strane e divertenti”.
Così… per dare un mio piccolo contributo alla marea di consigli di lettura estivi, che in questi giorni popolano il web.
(E con la personale sfida di farlo in pochi minuti, ambendo alla efficacia e sintesi dei video di Bill Gates relativi alle sue letture)

Ma andiamo con ordine…
Di seguito una sequenza delle ultime videoriflessioni pubblicate su You Tube, accompagnate da qualche parola scritta.
(Preparatevi, è un post un po’ lungo…)

L’ultima videoriflessione condivisa riguardava il libro di Italo Calvino, “Le città invisibili”.

Dopo Calvino è stato il turno di “Zazie nel metro”, di Raymond Queneau.
Letto in occasione della partecipazione al BookEater club di Zelda Was a Writer, è stata una esperienza di lettura assai stravagante ed inconsueta.
Decisamente spiazzante, soprattutto se arrivi da un altro libro quale proprio quello di Calvino.
Già dalla prima parola che apre il primo capitolo (“Machiècheffastapuzza?”), alzi entrambe le sopracciglia restando interdetto.
E poi – via così – giù a capofitto!, dentro un racconto popolato di personaggi assai folcloristici, dalle vite e dai mestieri variegati, in una Parigi diversa dai soliti cliché.
Confesso di avere fatto molta fatica ad entrare nel “mood” del libro: all’inizio mi è costato molto impegno per capire la storia trasmessa attraverso un linguaggio anticonvenzionale.
Poi, piano-piano, mi sono abituata e mi sono ritrovata in una specie di film alla Louis De Funes. Divertendomi nel leggere esperimenti linguistici ad ogni pagina (complimenti al traduttore!).
Un libro strano. Molto strano.
Ma vale la pena dargli una lettura.
Pensando anche al periodo nel quale è stato scritto.

Successivamente è stato il turno di “Il turista nudo” di Lawrence Osborne.
Libro del mese dei Be Bookers (l’altro bookclub della libreria Open, che frequento), è stato decisamente più riposante da un punto di vista linguistico.
Non conoscevo l’autore ed è stato un “incontro” interessante.
Quello che ho percepito io – leggendo il suo lavoro – è stato quello di leggere più libri in uno:

  1. una guida turistica (insolita e fuori dai circuiti più conosciuti)
  2. una excursus storico del turismo e dei Paesi visitati
  3. un taccuino di viaggio molto personale.

Devo dire che mi è piaciuto.
L’ho letto con piacere e con curiosità (attraverso le sue pagine ho conosciuto alcuni aspetti poco conosciuti dei luoghi visitati dall’autore).
Ho sogghignato davanti all’umorismo dello scrittore, e l’intero racconto di viaggio scorre via in modo molto piacevole.
Gradevole. Molto gradevole.
Ed anche arguto.

“La simmetria dei desideri” di Eshkol Nevo – invece – non è uno di quei libri che mi hanno fatto dire “Wow!”.
E non è neanche uno di quei libri che mi ha colpito per struttura narrativa, o caratteristiche particolari.
E’ un racconto che scorre via bene, ed è la storia di una (bella) amicizia tra quattro ragazzi israeliani raccontata in prima persona da uno dei protagonisti (con il quale sono entrata in empatia e nel quale mi ci sono riconosciuta un pochino…).
Ho seguito la storia, con-partecipando alle vicende dei protagonisti.
Mi ha fatto riflettere su come uno vede ed interpreta la realtà.
Però mi ha lasciato “tiepida”.
Non mi ha fatto scoprire posti nuovi o imparare nuove forme di linguaggio.
All’interno del flusso di libri letti, è stato un momento di pausa. Di riposo.

Infatti subito dopo è stato il turno di “Mortdecai” di Kyril Bonfiglioli, seguito da un tuffo nella tecnologia con il nuovo libro di Rudy Bandiera “Le 42 leggi universali del digital carisma”.
“Mortedcai” mi fu consigliato tempo addietro da una persona (per il linguaggio, le metafore, i personaggi) e mi ha spiazzato non poco.
Tant’è che ho avuto 3-4 false partenze: iniziavo e mi “inchiodavo” dopo poche pagine, in difficoltà.
Poi finalmente ho ingranato e mi sono lasciata trascinare dal racconto di questo personaggio spregiudicato e forbito.
La storia in sé non mi ha particolarmente entusiasmato, l’ho trovata abbastanza banale.
Ma la sua forza sta proprio nel racconto in prima persona di Mortdecai, che condivide con me (lettore) le sue peripezie infarcendole di dettagli stravaganti e barocchi (senza contare i numerosi riferimenti a pezzi d’arte e di antiquariato).
Un bell’esercizio di lettura ed un grande sforzo del traduttore che – secondo me – ha fatto un lavoro egregio.

Le dissertazioni sul “digital carisma” invece è stata una conferma della piacevolezza dello stile di comunicazione di Rudy Bandiera (ironico e verace).
Dopo avere letto il precedente lavoro “Rischi ed opportunità del web 3.0”, mi sono avvicinata con curiosità a questo secondo libro.
Totalmente diverso dal precedente, è un curioso (e non così scontato) ragionamento sulla “commistione tra reale e digitale”, e sulla nostra relativa gestione di questi spazi (ormai non più separati, come spesso erroneamente crediamo).
Mi è piaciuto per la sua semplicità di linguaggio e per il suo approccio serio, ma sempre sottilmente velato di ironia (che lo rende godibilissimo).
E mi è stato anche inaspettatamente utile per fare mente locale su alcuni atteggiamenti che adotto inconsapevolmente online (ma anche offline).
Consigliato. Anche per un bell’esame di coscienza relativo al nostro brand (inteso come persone/individui che comunicano).

Da ultimo (“last but not least”) chiudo con una considerazione su “Uno strano luogo per morire”, romanzo di esordio di Derek B. Miller.
Lettura gradevole, anche se a tratti lenta, l’ho trovato un racconto insolito.
In tipico “stile Neri Pozza” (una casa editrice che apprezzo molto, per la sua cura nella pubblicazione dei libri mai scontata).
L’ho letta come una storia su più livelli dove ogni personaggio costituisce un filone: un anziano marine (dal passato non molto chiaro), un bambino (che rappresenta un mondo duro e crudele), una coppia (che rappresenta la normalità),…
Ognuno di loro – secondo me – è un livello di lettura della storia, che si sviluppa attorno a due-tre figure cardine (accompagnate da comprimari).
Se si cerca un thriller, si può restare un po’ spiazzati e delusi. Soprattutto se si è abituati allo stile americano.
Se si cerca un romanzo insolito, si possono trovare spunti interessanti.
In alcuni punti ho fatto un po’ di fatica (causa il rallentamento della narrazione), ma è stata una lettura interessante ed insolita.
Dal sapore nordico. Che per alcuni aspetti mi ha ricordato una delle saghe poliziesche nordiche che ho amato di più: quella del commissario Wallander.
Qui siamo su un altro genere, ma il respiro ed il passo tipico delle ambientazioni del Nord Europa si sente molto secondo me.

Blog personale e social network

Quasi un mese fa ho deciso di prendermi una pausa di riflessione, sospendendo le pubblicazioni su questo piccolo blog personale (che nel corso degli ultimi tempi ha subito moltissime modifiche e rimaneggiamenti).

Sedotta dalla sempre maggiore versatilità dei social network, ho pensato che portare avanti un blog personale stesse diventando gradualmente sempre più impegnativo e faticoso.
Così ho iniziato a pubblicare dei post su LinkedIn, con un buon riscontro di visualizzazioni.
Ho pensato che una comunicazione più mirata a seconda dei social network, e maggiormente adatta al “mobile”, fosse la soluzione migliore (la più facile).

Però devo confessare che – nonostante sia stata una strenue sostenitrice di queste pubblicazioni – ho iniziato a sentirmi in gabbia.

Ho vissuto una sorta di paradosso.
Se da un lato scrivere per e su social network “specifici”, costituisce un ottimo esercizio di calibrazione linguistica e di sintesi (è sconsigliabile scrivere post emotivi su LinkedIn, così come scrivere post professionali su Facebook non funziona molto a meno che tu non abbia una pagina professionale), d’altro canto può accadere di sentirsi costretti a percorrere strade delimitate da robusti e metaforici paracarri.

Sì, certo, dipende molto da come e perché usi i social.
Dipende da cosa vuoi comunicare e come lo vuoi comunicare.

Non so voi che leggete come vivete la vita digitale, ma nel mio caso mi sono resa conto che passato l’entusiasmo della novità e dello sperimentare un nuovo strumento (nella fattispecie la funzione di blogging su LinkedIn, disponibile per ora solo in lingua inglese), ho iniziato a sentirmi in gabbia.
Piano-piano ho iniziato a scrivere post che tendevano via-via ad essere dedicati meno alla professione, e più ad impressioni e riflessioni.

E proprio qualche giorno fa, pubblicavo su Facebook questo post:

In un mondo che ti dice che devi avere obiettivi e che devi focalizzarti su alcune cose, scegliendo-scegliendo-scegliendo, che dite se decidiamo di seguire liberamente i nostri interessi e le nostre passioni, senza costringerci a scegliere in funzione di un possibile business…?
La vita è una sola ed è già abbastanza faticoso portare avanti la baracca.
Se poi i nostri hobby, le nostre passioni, devono essere costrette in funzione di un possibile e specifico business… beh… benvenuti stress e frustrazione…
Negli “sfridi di tempo” cerchiamo di fare le cose che ci piace fare. Per sgombrare la testa, per ricaricarci, per divertirci, per il gusto di imparare.
Poi se ne esce un business tanto meglio.
Sennò va bene uguale.
Senza frustrazione e senza ansia.
Basta che abbia un senso per noi, che facciamo quello che facciamo.

E allora, daccapo!
Con buona pace della non-bontà della visione blog-centrica, scatta la nostalgia del blog come spazio personale.
Di narrazione di ciò che si fa, si impara e si è.

E come se non bastasse, ti capita di incrociare sul tuo percorso digitale, un libro (che ho acquistato e che leggerò nelle prossime settimane): “Bloggo con WordPress dunque sono: Remixa la tua identità digitale e personalizza l’interfaccia del tuo blog” di Paolo Sordi.
La cui sinossi recita:

Ha senso oggi parlare di blog e siti personali? Se vuoi tenere un diario, c’è Facebook. Se vuoi un album fotografico, Instagram. Se vuoi pubblicare un video, YouTube. Vuoi mettere in luce le tue competenze? LinkedIn. Vuoi buttare giù una riflessione veloce? Twitter. Vuoi scrivere un articolo? Medium.
Il blog non è morto, si è frammentato in tante piattaforme che del blog hanno assunto alcuni tratti e alcune funzionalità di base, ma che dal blog si sono distaccate, offrendo ognuna caratteristiche e funzioni specifiche che ne hanno favorito un’adozione sempre più di massa.
Con i social network la voce inedita e personale dell’utente ha conquistato un’esposizione infinita, ma si è chiusa in tanti “giardini chiusi” dove ha perso unità di spazio, libertà e indipendenza. Eppure la Rete aperta dell’open source, del PHP, dell’HTML, dei CSS, dei feed RSS, di WordPress (rigorosamente punto org) è ancora un luogo libero, aperto e flessibile che può restituire agli autori il controllo su contenuti, tempi, modi e proprietà di quanto pubblicato online.
Bloggo con WordPress dunque sono ti spiega come.

E poi leggi – veramente per caso – un progetto avviato da una blogger: #CurriculumDelLettore: come è nato e compagni di viaggio.

E leggi di tanti altri blogger per passione che hanno attraversato come te momenti di pausa, nei quali si sono fatti un po’ di domande (la più importante delle quali è: “Ma chi me lo fa fare?”), ma che dopo una assenza di settimane sono tornati alla loro creatura (quel blog che hanno costruito con tanta passione, con le loro mani) e sono ripartiti con più voglia di prima.

E allora perché lo fai?
Perché ti prendi la briga di scrivere su un blog su WordPress (con tutte le sue difficoltà del caso, perché una piattaforma un pochino complessa)?

Già, perché?
Perché coltivare le proprie passioni…?

Vi lascio con qualche link che ho incontrato nel corso di queste settimane di pausa (sono letture apparentemente scollegate fra loro e non tutte congruenti con l’argomento del post, però hanno contribuito a farmi riflettere e forse a farmi ripartire):

Principio del vuoto – Joseph Newton

Quando ho pubblicato qualche giorno fa il post che raccontava e affrontava la questione del liberarsi dei libri (“Liberarsi dei libri, liberare i libri”), su Facebook (il social network che prediligo perché più conversazionale) ho scambiato qualche battuta con amici che evidenziavano (salvo rari casi) la difficoltà a disfarsi dei libri (per affezione, per pigrizia…).

Un amico – a tale proposito – mi ha segnalato un articolo interessante: “L’importanza dei libri non letti” (pubblicato su Internazionale proprio ieri e firmato da Oliver Burkeman, giornalista del Guardian).

Un altro amico invece ha pubblicato nei commenti questo scritto (che da il titolo a questo post) che condivido anche qui integralmente:

Principio del vuoto di Joseph Newton
Hai l’abitudine di accumulare oggetti inutili, credendo che un giorno, chissà quando, ne avrai bisogno?
Hai l’abitudine di accumulare denaro, solo per non spenderlo perché pensi che nel futuro potrà mancarti?
Hai l’abitudine di conservare vestiti, scarpe, mobili, utensili domestici ed altre cose della casa che già non usi da molto tempo?
E dentro di te?
Hai l’abitudine di conservare rimproveri, risentimenti, tristezze, paure ed altro?
Non farlo!
E’ necessario che lasci uno spazio, un vuoto, affinché cose nuove arrivino alla tua vita.
E’ necessario che ti disfi di tutte le cose inutili che sono in te e nella tua vita, affinché la prosperità arrivi.
La forza di questo vuoto è quella che assorbirà ed attrarrà tutto quello che desideri.
Finché stai, materialmente o emozionalmente, caricando sentimenti vecchi ed inutili, non avrai spazio per nuove opportunità.
I beni devono circolare!
Pulisci i cassetti, gli armadi, la stanza degli arnesi, il garage.
Dà quello che non usi più.
Non sono gli oggetti conservati quelli che stagnano la tua vita, bensì il significato dell’atteggiamento di conservare.
Quando si conserva, si considera la possibilità di mancanza, di carenza, si crede che domani potrà mancare e che non avrai maniera di coprire quelle necessità.
Con quell’idea, stai inviando due messaggi al tuo cervello e alla tua vita:
che non ti fidi del domani e che pensi che il nuovo e il migliore non sono per te e per questo motivo ti rallegri conservando cose vecchie e inutili.
Disfati di quello che perse già il colore e la lucentezza.
Lascia entrare il nuovo in casa tua.
E dentro te stesso.