Condivisione di saperi

Libri
Immagine tratta dal web

Tra ieri ed oggi mi è capitato di assistere (commentando) ad una discussione su Facebook relativa alla condivisione integrale di un libro tuttora in commercio.

Tecnicamente (e giuridicamente) si tratta di una violazione del copyright (Wikipedia dà una spiegazione abbastanza esaustiva e chiara dell’argomento, rimandando a link di ulteriore approfondimento: Copyright).

Infatti se prendo un libro (che non è mio, ma è frutto della fatica intellettuale e fisica di chi – rispettivamente – lo ha scritto e lo ha reso fisico e reale, rendendolo “prodotto”) ne faccio la scansione e lo condivido online commetto un reato. Non c’è molto altro da dire.

Ma quello che mi ha lasciato perplessa è stata la reazione delle persone che hanno dato il loro contributo alla discussione: poche hanno evidenziato il problema di violazione esprimendo forti dubbi, molte hanno parlato di condivisione positiva del sapere e di utile veicolo di diffusione della reputazione dell’autore.

In particolare mi ha colpito la “leggerezza” di approccio. Leggerezza che mi ha dato la sensazione che la questione dello “sharing” (e la sua scarsa conoscenza perché – presumo – argomento molto acerbo) stia facendo travisare la realtà delle cose, sdoganando comportamenti potenzialmente scorretti (mettendo un momento da parte “la buona fede”). (Sempre Wikipedia – nella versione inglese – ha una pagina molto esaustiva dedicata alla Sharing Economy di cui essa stessa – come “enciclopedia libera” e open source ne è una declinazione.)

Onestamente ho qualche grossa perplessità sul tema.

Penso che chi crede nella “condivisione a prescindere” rischi di perdere di vista un punto fondamentale: il valore del lavoro fatto da altri (che merita di essere riconosciuto non solo intellettualmente ma anche economicamente).

L’atto del condividere non è applicabile senza un minimo di cognizione di causa.

A chi accarezza questa idea (con più o meno buone intenzioni) porrei una domanda

Saresti contento di fare un lavoro intellettuale non retribuito? Saresti realmente soddisfatto della sola retribuzione in termini di visibilità?

Non credo…

Credo anzi sia necessario iniziare a fare delle distinzioni nel mare magnum dell’informazione online e offline, facendo mente locale e prendendo consapevolezza di alcune dinamiche che la velocità del web e dei click-baiting ci hanno fatto perdere di vista.

Partendo da un punto fondamentale secondo me: un conto è la condivisione delle idee trasmesse via social media (che non sono un prodotto di serie B a cui attingere a piene mani ignorando i “credits”, altra questione annosa), un conto è un prodotto intellettuale come il libro, messo in vendita il cui prezzo è costruito per ripagare chi ha contributo alla sua costruzione.

Sulla condivisione dei contenuti e delle idee via web ci sono interessanti esperimenti di tutela e pareri legali interessanti, che penso siano eccellenti per iniziare ad avere una idea di quali possano essere diritti e doveri.

Uno dei tanti è la licenza Creative Commons che rappresenta un buon metodo di regolamentazione e responsabilizzazione rispettivamente per chi produce contenuti e per chi li condivide (TED – colosso della condivisione, ma con precise regole – è tutelato da licenza Creative Commons).

E sempre per il web esistono molti interessanti studi e pareri di cui riporto qui alcuni link (l’elenco non è esaustivo e qualsiasi contributo aggiuntivo è ben accetto):

Credo che sia arrivato il momento di avviare un processo di alfabetizzazione su argomenti troppo nuovi per essere compresi appieno.

Ma che se capiti diventano uno strumento utile e vantaggioso per tutti, dalle immense potenzialità.

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Immagine tratta da http://www.inc.com

Una immagine

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Courtesy of FB profile di Mark Zuckerberg (dal Mobile World Congress)

Poco fa ho letto questo articolo (in inglese) pubblicato da The Verge:

This image of Mark Zuckerberg says so much about our future

Leggendolo mi ci sono ritrovata.
Ho ritrovato una visione un po’ preoccupata del futuro.
E tante spie di allarme si sono riaccese nella mia testa.
Riaccese perché proprio ieri avevo letto lo status di Zuckerberg su Facebook, accompagnato da foto ad alto impatto visivo che mi avevano inquietato non poco, generando nella mia mente delle immagini di un qualcosa di pericolosamente vicino alla distorsione.

Zuckerberg World Mobile Congress
Il post di Mark Zuckerberg

 

The Verge, nell’articolo, evoca scenari distopici (è quasi inevitabile pensarci, guardando quella foto) riandando allo spot della Apple “1994”, creato da Ridley Scott, che narrava di un futuro alla Grande Fratello di Orwell dove proprio Apple incarnava la figura dell’eroe che rompeva uno schema dominante (quasi un paradosso pensando alla presa emotiva che Apple ha oggi sui suoi clienti e non solo).

Apple Ridley Scott
Immagine tratta da Cult of Mac: lo spot di Ridely Scott per la Apple [“1984”]
Ma non solo.

Mi sono venute in mente anche delle immagini di un trailer del film “Prometheus” (sempre di Ridley Scott).
Un trailer che non era una sequenza del film, bensì il racconto di un episodio che mostrava un evento accaduto prima delle vicende narrate nella pellicola (un interessante esperimento di “cinema che esce dal cinema”).

Prometheus TED Talk
Una immagine tratta da uno dei trailer del film “Prometheus” [2012]

Zuckerberg 2
Dal profilo FB di Mark Zuckerberg, una delle immagini suggestive pubblicate (dal Mobile World Congress)

Ora, non metto in dubbio la bontà della iniziativa pensata da Samsung, “Samsung Gear VR”: personalmente intravedo sviluppi interessanti per persone con gravi disabilità (così come gli esoscheletri sono altrettanti interessanti studi che possono avere – e spero avranno – ricadute positive su persone in difficoltà).
Quello che mi fa impressione, che mi preoccupa, è la ricaduta sull’uomo comune.
E sulla sua percezione e distinzione tra ciò che è reale e ciò che è immaginario.

Già la potenza evocativa e di comunicazione di Facebook è in grado di sfumare il confine tra realtà ed ambiente virtuale (facendoci perdere di vista alcuni punti fondamentali relativi al comportamento sociale, al dialogo e alla interazione tra individui).
Già possediamo, e portiamo in tasca, dispositivi in grado di tenerci sempre connessi comunque e ovunque, che sono gli anelli di congiunzione tra due mondi non più tanto separati e sempre più permeati uno nell’altro.
Così facendo, il confine potrebbe definitivamente sparire, rendendo reale quanto alcuni film di fantascienza disegnavano solo pochi anni fa.

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Immagine tratta dal film “Il mondo dei replicanti” [2010]
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Una sequenza tratta dal film “Il tagliaerbe” [1992]
Non voglio essere allarmista. Né purista.
Non servirebbe a niente.
Anche perché vivo in questo mondo e faccio un uso massivo dei social network e delle tecnologie (perdendo talvolta di vista alcuni concetti fondamentali e rendendo necessaria una presa di distanza per “rimettere a post alcuni paletti”).

Però penso che sia fondamentale ora più che mai una educazione all’utilizzo di questi mezzi, potenti e versatili, anche e soprattutto da parte di chi li pensa, li progetta e li produce.
Coniugando un uso consapevole ed etico ad una logica di marketing più che giustificata.

E a proposito di regole etiche, qui un link ad un dibattito in corso sulle auto che si guidano da sole:

Decisioni difficili per le auto a guida autonoma

A prima vista può sembrare un discorso lontano dall’argomento di questo post, ma forse è solo un altro aspetto che l’etica si trova ad affrontare in questo nuovo mondo.

Polverizzazioni

 

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Immagine tratta dal sito Green Me

Scrivo sempre da utente neofita che corre dietro alla evoluzione tecnologica, mangiando costantemente polvere… (a proposito di “polverizzazioni”).

Vivendo la vita digitale (e anche una parte di quella reale) in stato Beta permanente (per usare una espressione coniata da Reid Hoffman e Ben Casnocha usata nel loro libro “Teniamoci in contatto”; che ho iniziato a leggere, ma che è in stand-by da un po’…).
Montando e smontando di continuo.

Ed il titolo del post nasce da una prima considerazione che mi facevo ieri (dopo una chiacchierata con un amico) su cui si è innestata una seconda considerazione nata da una iniziativa segnalata questa mattina su Facebook da Maria Cristina Pizzato.

Partiamo dal principio.
Se volessi dare un significato personale alla parola “polverizzazione” senza passare dal vocabolario, penserei ad una azione di livello superiore allo “sbriciolamento”. Ossia una azione meccanica di riduzione delle pezzature generate dalla frantumazione, rottura, di un oggetto.
Emotivamente parlando, lo considero un termine forte. D’impatto.
Che identifica una azione forte. (Mi ricorda anche il termine anglosassone disruption)

La prima considerazione sulla polverizzazione è partita l’altra sera, durante una cena.
Chiacchierando con un caro amico, sono state inevitabili alcune considerazioni sul (proprio) futuro professionale. Riflettendo su se stessi e sulle proprie competenze, percependo la difficoltà a comprendere il delinearsi all’orizzonte di nuovi mestieri (anche a livello di comprensione linguistica, per quanto mi riguarda), consapevoli della inevitabilità degli eventi.

Top 10 skills WEF

Ormai lo sappiamo bene e non passa giorno che non lo troviamo scritto da qualche parte, o che ci venga detto da qualcuno: che ci piaccia o no, alcuni lavori si stanno letteralmente polverizzando (partendo da quelli più “automatizzati” come cassieri, addetti alle biglietterie di cinema e aeroporti per esempio, per risalire via-via la “gerarchia”).

Ci salverà l’esperienza?

E gli strumenti con cui affrontare queste successive polverizzazioni sono mutevoli.
Mi rendo conto che appare come un paradosso (come diavolo fa uno strumento ad essere mutevole?, si potrebbe domandare qualcuno), ma credo sia realmente così: puoi solo stare allerta, con le orecchie dritte, affinando i sensi per cercare di catturare in anticipo segnali e tendenze.
Imparando sempre cose nuove, anche apparentemente lontane dal tuo mestiere.

10 Job Skills You’ll Need in 2020

Lavorare meno: sarà complicato, ma ci arriveremo

6 Secret Habits of Highly Successful Millennials

E qui arrivo alla seconda declinazione del concetto di polverizzazione: l’istruzione e la formazione.
Che stanno pesantemente mutando, macinati e sbriciolati da nuovi format e da nuovi canali di comunicazione.

In particolare mi riaggancio al post di Maria Cristina Pizzato di cui ho parlato all’inizio di questo post e che segnalava una realtà elearning nuova per me: Emma Mooc.

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Emma Mooc

Una ulteriore opportunità (ancora in versione Beta) che si va ad aggiungere ad altre consolidate realtà digitali di elearning (per citarne alcune: Lynda – recentemente acquisita da LinkedIn – Coursera, edX, SkillShare, … tutte disponibili anche in versione mobile, tanto per dire…)

Senza dimenticare format meno didattici, ugualmente ricchi di stimoli ed informazioni: TED (il più noto), 5×15 (5 speech da 15 minuti), Pecha Kucha Night (con la regola del 20×20: ossia 20 slide da 20 secondi) e la recente scoperta The DO Lectures (scoperto grazie ad un post su Facebook di Francesca Marchegiano).

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The DO Lectures

 

Tutte occasioni di ascolto di storie, di condivisione di esperienze e di competenze.

Tutti format che stanno scuotendo pesantemente la classica formazione in aula che – secondo me – per sopravvivere deve trovare nuovi modi di comunicazione e di coinvolgimento.

In tutta questa mutazione costante c’è da farsi prendere dallo sconforto, lo so.
Hai la sensazione di essere sopraffatto dalla incredibile disponibilità di informazioni.
E temi di non riuscire a stare al passo.
Temi di perdere pezzi importanti per strada.
Ed in questo caso scegliere è veramente difficile, se non impossibile (con buona pace del discorso delle nicchie).

Coraggio, invece!
Rimboccarsi le maniche e darsi da fare.
Creare il proprio piano di studi “open”, dando fondo alla curiosità e alla voglia di esplorare per trovare nuove soluzioni.
Pensando che abbiamo una grandissima fortuna: possiamo accedere a risorse intellettuali pressoché infinite. E non è così scontato.
Una cosa impensabile fino a pochi anni fa…

Buon surfing!

[Immagine di copertina tratta da http://www.antichitadelsito.it]

Ritorno alla carta

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(Immagine tratta da http://www.trackback.it)

Questa mattina ho letto l’articolo di “Science of us” dal titolo “A Neuroscientist on the Calming Powers of the To-Do List“.

Una lettura casuale che capita a proposito.
E che si collega con una azione che ho intrapreso da poco per altri motivi.
Infatti dopo un lungo periodo altamente digitale sto riscoprendo il valore del cartaceo.

Sono tornata sui miei passi dopo che mi sono resa conto che attivare promemoria, usare il calendario di Google (sempre aperto in background sul desktop) e scrivere appunti, il tutto sullo smartphone, è sì un buon metodo di archiviazione e di gestione del mare di dati che ci circonda, ma sta generando un progressivo effetto collaterale non indifferente (e che non avevo previsto): io dimentico. (Che detto così appare come un paradosso.)

Mi sono resa conto che l’efficacia del promemoria digitale e sonoro (che si attiva al momento opportuno) è fondamentale, ma tutta l’attività che lo precede (l’appuntare le cose da fare sui dispositivi elettronici) ha gradualmente creato un processo di delega massivo all’ambiente digitale. (Funzione utile per sgombrare la mente da incombenze a volte superflue, che – parallelamente – mi sta facendo “perdere pezzi per strada”.)

“Vi piacerebbe un dispositivo tascabile che ci ricordasse ogni appuntamento e impegno della giornata? A me sì. Aspetto il giorno in cui i computer portatili saranno diventati così piccoli che potrò portarne sempre uno in tasca. Decisamente lo caricherò di tutto il peso di ricordarmi le cose. Dev’essere piccolo. Dev’essere comodo da usare. E dev’essere relativamente potente, almeno rispetto agli standard di oggi. Deve avere una tastiera completa e uno schermo abbastanza grande. Ha bisogno di una buona grafica, perché questo fa un’enorme differenza nella facilità d’uso, e molta memoria, anzi, una memoria enorme. E dev’essere facile da collegare al telefono; ho bisogno di collegarlo ai computer in casa e al laboratorio. […]”

La citazione qui sopra è tratta dal libro “La caffettiera del masochista”, scritto da Donald A. Norman nel lontano 1988 e di cui sto leggendo in questi giorni l’edizione Giunti del 1997 (esiste una versione aggiornata e ampliata). Un sogno di un uomo che ha scritto queste righe in un mondo ancora fortemente analogico, e che sentiva la pressione gradualmente sempre più forte di una tecnologia sempre più complessa, ancora poco dialogante con l’utente finale (e che richiedeva un aumento delle capacità di memorizzazione e comprensione).

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NeXT Cube, 1988 (fonte Computer History)

Non sto mettendo in discussione quanto la tecnologia sempre più avanzata e user friendly offre in termini di vantaggi. Sto solo facendo alcune riflessioni osservando (e osservandomi) cosa accade quando compio alcune attività.

E qualche tempo fa, mentre stavo disegnando su un pezzo di carta la struttura (il flusso) di un progetto per capirne le sfaccettature e comprendere come proseguire, ho avuto l’ennesima conferma (e la netta percezione) che scrivere a mano ti aiuta non solo a ragionare meglio attorno ad un problema, ma anche a ricordarlo più efficacemente (è un processo neurologico noto ai più, ma che può accadere di dimenticarsi davanti a dispositivi sempre più “performanti”).

Oltre che – personalmente – mi è utile per calmarmi visto che lo scrivere (abbozzare) a mano è un’azione più lenta rispetto alla digitazione rapida (e quasi compulsiva) su telefono.

Visual Note e Sketchnotes sono alcuni dei metodi per prendere appunti non solo elencando, ma anche disegnando. Rinforzando il processo neurologico di apprendimento (immagine tratta da mrlosik.com)

Così quest’anno sono tornata all’agenda cartacea, ai quaderni e alla elencazione delle cose da fare suddivise ed ordinate per priorità, giorni, punti, associazioni di idee, ecc. ecc. (continuando comunque ad utilizzare promemoria e calendari digitali, preziosi per avvertire dell’approssimarsi di qualche appuntamento).

Devo dire che i primi riscontri personali sono positivi, nonostante sia un’appassionata di digitale (sempre come utente) che ne apprezza le immense potenzialità (e che tempo fa faceva le stesse considerazioni dell’autore de “La caffettiera del masochista”).

E credo anche che il giusto equilibrio sia nell’area di intersezione tra il digitale e l’analogico/cartaceo. Lì dove si possono intersecare e rendere collaborative le azioni effettuate sui dispositivi con quelle effettuate su supporti cartacei (e fisici).

Link utili:

[L’immagine di copertina è tratta dal sito unadonna.it]

Ripartendo daccapo

Barbara Olivieri

Ho iniziato a scrivere questo post tra il primo ed il secondo giorno di gennaio, dopo un po’ di ragionamenti (gli ennesimi) sul fatto se portare avanti il blog o meno (riprenderlo in mano o abbandonarlo definitivamente?).

E durante il periodo di assenza da questo “luogo”, ho provato altri mezzi di comunicazione. Altri social media.
Concentrandomi sulla questione mobile: sulla possibilità di poter scrivere e condividere mentre sono in movimento, anche (e soprattutto) attraverso lo smartphone.

Così ho sperimentato nuovi media come Medium, abbandonando Pulse (di LinkedIn) per la sua grossa pecca (secondo me) di non poter essere utilizzato da mobile, provando così il social blogging (cosa che secondo me già si fa condividendo post più o meno lunghi sui social network).
[Ho fatto anche un piccolo test della versione aggiornata delle Note di Facebook, che non mi ha convinto molto, nel mentre cercavo – e cerco – di capire come è e cosa fa il nuovo Google+.]
Confrontandomi con amici e “colleghi di navigazione” sulla bontà o meno della sola condivisione dei video direttamente su Facebook, piuttosto che su YouTube.
Tutto ciò proseguendo nella ricerca di possibili evoluzioni della mia figura professionale (ormai strettamente interconnessa con la sfera personale), tentando di capire cosa succederà fra 5-10-15 anni.

Una ricerca non priva di asperità.
Molto intrecciata, senza soluzione di continuità.
Che è proseguita (e prosegue) parallela alla vita lavorativa, tra tentativi ed errori.
Fino ad oggi dove, durante questi giorni di pausa appena conclusi, mi sono fermata e ho cercato di mettere insieme i pezzi cercando di tessere una tela che creasse un legame sensato fra loro.

Questo processo di connessione (se vogliamo chiamarlo così), si è innescato dopo la lettura di un libro: “Architettura Open Source”, curato da Carlo Ratti.

Un piccolo libro acquistato per caso, dopo avere assistito ad una mattinata di formazione all’Ordine degli Architetti relativa alla “internazionalizzazione della professione”.
Lo stesso giorno sono andata alla Hoepli per acquistare un libro più “tecnico e gestionale” (legato agli argomenti trattati la mattina) e – anziché acquistare il testo che avevo in mente – sono tornata a casa con quella piccola opera che credo oggi di poter definire “il libro giusto al momento giusto”.
Non mi dilungo nel descriverlo (vi lascio al video riportato sopra), dico solo che quelle poche ma dense pagine hanno impiantato un piccolo e significativo seme, supportato da un grande conforto che mi ha fatto esclamare più volte durante la lettura: “Ma allora è possibile! Si può fare!”.

Gene Wilder
Gene Wilder in Frankestein Jr di Mel Brooks

Da lì, pezzo dopo pezzo, scrivendo, disegnando e pensando possibili opzioni, ho iniziato a rivedere il modo di comunicare. Ipotizzando qualche passo indietro e/o di lato.
E sono ritornata anche qui, al blog (“Sei sicura di volerlo proprio abbandonare?”, mi sono domandata; “Sei sicura che non ti sia necessario avere comunque un luogo che raccolga in modo più organizzato testi, foto e video?”, mi sono domandata ancora).

Riconsiderando persino il concetto di “blog tematico/nicchia” (che faccio – facevo? – tanta fatica a digerire).

So che sembra un “avanti e indietro” continuo, che suggerisce indecisione e incertezza.
E – aggiungo – non è detto che sia la fase finale, il punto di arrivo del percorso di ricerca.
Può essere solo uno dei tanti momenti di sosta e di approfondimento.
Ma mi conforta un fatto: che spostarsi, provare, tentare, smontare e rimontare, rigirando di sotto in su le cose più e più volte, non è necessariamente indice di incapacità a prendere indecisioni, bensì può essere necessario per adattarsi alla realtà in costante mutamento.
E a tale proposito chiudo con il link ad un TED Talk che ho incrociato di recente e che credo offra una interpretazione delle cose molto interessante e da non sottovalutare.

Buona ripartenza da qui, dove siete (sono) ora.

 

Sonno

sveglia_mattino

Non sapevo come intitolare questo post.
Varie ipotesi ruotavano attorno al concetto “sulle ore di sonno e l’alzarsi presto la mattina”.

Poi mi sono detta: perché non intitolarlo semplicemente “sonno”?
Titolo che può ingannare, ne sono consapevole.
Ed ecco perché ci tengo a sottolineare che non si tratta di un post scientifico sul “sonno”.
Non sono una scienziata e sono la persona meno titolata per scrivere consigli sull’argomento.

Semplicemente questo post nasce attorno a riflessioni che mi sto facendo dopo avere letto un articolo che sta girando nel web in questo periodo:
“Perché mi sveglio ogni mattina alle 5:30”

Articolo che rappresenta la punta dell’iceberg del mantra riassumibile in: “i migliori manager del pianeta si alzano molto presto al mattino”.
Mantra motivazionale martellante che sta assumendo le dimensioni di una ossessione.
(Qui un articolo – “Ecco a che ora si alzano i manager di successo” – che mi lascia molto perplessa: leggere alcuni orari di sveglia fa pensare a problemi di insonnia, più che a sane abitudini [alzarsi alle 3:30 del mattino mi giunge anomalo, più che come una caratteristica di uno spirito imprenditoriale ed operativo].)

“Brett Yormark si sveglia alle 3.30. Il Ceo dei Nets di Brooklyn, una delle trenta squadre di pallacanestro della Nba, si alza molto presto, sale in auto per raggiungere l’ufficio da dove inizia a mandare «mail motivazionali» al suo staff. Nei weekend la prende più comoda: arriva in ufficio alle 7.” [Fonte ©Corriere.it – Foto http://www.gothamsn.com ]
Però attenzione: non ce l’ho con chi si alza (per scelta) al mattino presto.
(Men che meno con chi lo fa per motivi professionali e personali)

E’ che non so voi, ma io sono stanca di (ri)leggere sempre – ad intervalli regolari – questa notizia declinata, di volta in volta, in vari modi.
Notizia che può generare non poco disagio in chi non adotta gli stessi comportamenti.
E che – in taluni casi – viene utilizzata in modo colpevolizzante da “se non sei così, non vali nulla” (il messaggio che passa – in certi casi – è purtroppo questo).

Così, mi sono ricordata di una notizia letta qualche tempo fa, che cita uno studio che dimostra il contrario (in sostanza, chi va a letto tardi è più intelligente):
“Is Sleeping Late a Sign of Laziness or Intelligence?”
E quindi – domando – come la mettiamo?

Oppure – di ben altro tenore – un articolo che parla del numero di ore sonno:
“Come dormivano i nostri antenati: 6 ore per notte e non c’era l’insonnia”.
Questione che penso sia realmente importante e di cui pochi parlano (presi nel perorare la causa che alzarsi alle 5:00-5:30 del mattino è cosa buona e giusta).
Il numero di ore sonno.
Quel numero assolutamente personale (non codificabile, non raggruppabile, non categorizzabile e tanto meno rivendibile ad altri), che ti consente di alzarti al mattino riposato e mentalmente lucido.

Qui sta la cosa veramente importante secondo me.
Ognuno è qualcosa a sé stante, con i suoi bioritmi e le necessità che il corpo richiede.

[Senza contare le esigenze di vita e di lavoro, che incidono profondamente e di cui – qui – non ho volutamente parlato.
Ma che rappresentano una variabile molto importante di cui tenere conto.
Capaci di piegare le nostre abitudini personali e quotidiane, per cause di forza maggiore.]

Sveglia_sonno_dormireEd io? A che ora mi alzo?
E come gestisco il mio sonno?
Mi alzo tra le 6:30-7:00 del mattino.
Dormo circa 7 ore per notte.
E sono più civetta che allodola.
Infatti le ore tarde per me sono l’ideale per leggere, scrivere, pianificare e preparami per l’indomani.
Nel silenzio della città che dorme.
Il solo fatto di pianificare la sera prima cosa fare per il giorno dopo, contribuisce a farmi dormire meglio (altrimenti le questioni irrisolte sono capaci di farmi svegliare in piena notte, oppure di impedirmi di prendere sonno).
Inoltre – riallacciandomi all’articolo sulle “6 ore di sonno degli antenati” – dormo sempre con la finestra un po’ aperta. Per mantenere un costante ricambio d’aria ed una bassa temperatura dell’ambiente.
Io faccio così perché è la soluzione migliore per me, oggi.
Ma non è legge.
E’ una mia abitudine.
(Poi – se necessario – mi alzo anche prima.)

Chiudo con un link ad un articolo su un altro argomento (la gestione dello spazio e dell’ordine), che potrebbe essere oggetto di un altro post:
“Essere disordinato è sinonimo di intelligenza e creatività”
Così, tanto per capovolgere il metodo alla David Allen “Getting things done”…
E confortare chi si muove meglio nel disordine.

Confermando che ognuno di noi è un individuo che possiede sue metodiche, calibrabili sulle sue specifiche esigenze.

[Immagini tratte dal web]

Arts and Foods in Triennale

Una vetrina con alcuni oggetti futuristi
Una vetrina con alcuni oggetti futuristi (settore dedicato agli anni dal 1851 al 1950)

Ieri – proprio all’ultimo momento, nell’ultima giornata disponibile – ho visitato la mostra “Arts and Foods” in Triennale.

In questi mesi di Expo, La Triennale è stata il “padiglione urbano” della Esposizione Universale.
E ha ospitato una “mostra totale” (che ha occupato quasi tutti i suoi spazi espositivi disponibili) sul cibo nelle arti.

Un vero e proprio viaggio attraverso il cibo rappresentato nell’arte e dall’arte in tutte le sue manifestazioni (pittura, fotografia, design, pubblicità, cinematografia…).
Un viaggio che ha coperto un arco temporale che andava dal 1851 (anno della prima Esposizione Universale) ad oggi 2015 (anno della Esposizione Universale a Milano).

Un excursus interessante.
E monumentale per ricchezza di oggetti, quadri, curiosità,…

Oggetti del settore 1950-1970, l'avvento della plastica e l'ottimizzazione delle funzioni
Oggetti del settore 1950-1970, l’avvento della plastica e dell’ottimizzazione delle funzioni.

L'impilabilità e la funzionalità
L’impilabilità e la funzionalità (settore anni ’50-’70 del ‘900)

Articolata in tre settori (dal 1851 agli anni ’50 del ‘900, dagli anni ’50 agli anni ’70 e – infine dagli ’70 ai giorni nostri), ha raccontato e declinato il cibo ed il cibarsi attraverso raffigurazioni pittoriche, oggetti d’uso, manifesti pubblicitari, libri, stili di vita, film e altro.

Alcuni famosi manifesti delle pubblicità (anni '50-'70)
Alcuni famosi manifesti delle pubblicità (anni ’50-’70)

Ho particolarmente apprezzato il primo settore (quello dal 1851 al 1950 circa) dove ho avuto la sensazione di aggirarmi in una vera e propria Wunderkammer.

Oggetti "d'annunziani"
Oggetti “d’annunziani” esposti nel primo settore (dal 1851 al 1950)

Poi, mano a mano che ci si avvicinava ai giorni nostri, confesso che le installazioni artistiche che trovavo sul cammino espositivo mi sono diventate via-via sempre più incomprensibili.

Il terzo settore, che andava dal 1970 ad oggi, è stata una vera e propria scalata nella incomprensibilità, confermando la mia grande difficoltà nel capire e nel leggere il messaggio che talune installazioni vogliono trasmettere.

Una immagine di alcune installazioni del settore 1970-2015
Una immagine di alcune installazioni del settore 1970-2015

Comunque – al di là dell’esperienza soggettiva – si è trattato di un percorso molto interessante e stimolante.

Che ho concluso inoltrandomi in “Cucine & Ultracorpi”: una curiosa installazione/esibizione (non saprei come definirla) dove gli elettrodomestici sono presentati e raccontati come “esseri viventi” in grado di aiutare e supportare nella preparazione dei cibi. (La mostra è visitabile fino al 21 febbraio 2016)

Cucian e Ultracorpi
L’ingresso alla esibizione “Cucina & Ultracorpi”

Raggruppati per funzioni (tagliare, miscelare,…), elementi (aria, freddo, fuoco,…) e sensazioni (tatto, olfatto,…), la preparazione del cibo e l’ambiente preposto a tale funzione (la cucina) vengono raccontati in modo inconsueto.

Uno degli ambienti deidcato al concetto di "tagliare e mescolare"
Uno degli ambienti dedicato al concetto di “tagliare e mescolare” – sullo sfondo la sfera che contiene la “Mini-kitchen” progettata da Joe Colombo

Qui sotto il link alla gallery che ho caricato su Flickr (sono tante foto, lo so, mi sono lasciata prendere la mano e non sono riuscita a fare un scelta…):

Arts and Foods (Triennale – Milano)

E di seguito il link ad una piacevole notizia che riguarda La Triennale ed il suo progetto del 2016 (che coinvolgerà altri spazi della città):

XXI Esposizione Internazionale della Triennale di Milano “21st Century. Design After Design” Milano, 2 aprile – 12 settembre 2016

[Le immagini di questo post sono state scattate da me e non verranno usate per fini commerciali]

Multipotenzialità e interdisciplinarietà

© www.roldresearch.org
Immagine © http://www.roldresearch.org

Stamattina ho letto questo articolo che ho trovato molto interessante: “Emilie Wapnick sul perché alcuni di noi non hanno una sola vocazione”.

Chi mi conosce probabilmente intuisce che è stata una sana boccata di ossigeno per i miei neuroni (in questi ultimi tempi molto affaticati a causa di vicende varie e di complessa risoluzione).

Infatti tante, troppe volte mi confronto con l’obbligo professionale di fare delle scelte.
Di decidere cosa fare, su cosa focalizzarsi.
Per ottimizzare la gestione del tempo e diventare lo specialista di quel determinato campo (siamo sicuri che le nicchie di specializzazione siano la strada giusta in un mondo sempre più fluido e dai contorni sfumati?).

E se fossimo attratti da argomenti diversi e avessimo tante cose che ci piacerebbe fare? Beh, non c’è spazio per persone così in questo quadro. E allora forse potreste sentirvi soli. Potreste sentire l’assenza di uno scopo. E potreste avere l’impressione che ci sia qualcosa di sbagliato in voi.

Spesso mi capita di dialogare con amici e colleghi che osservano perplessi e mi suggeriscono di “sfrondare”, fare selezione, interpretando gli interessi molteplici come fonte di problematicità nella individuazione delle competenze.

E sovente mi è capitato di confondere gli interessi molteplici con il multitasking (vivamente sconsigliato, dopo anni di perorazione della causa, forse a supporto e giustificazione di una vita sempre più iper ed inter-connessa).
Confusione esclusivamente personale, dettata credo dalla auto-giustificazione di una caratteristica di difficile accettazione e di difficile collocazione in una realtà strutturata in un determinato modo.

Ebbene, tutto questo spesso mi ha portato fuori strada, generando disagio ed anche un po’ di sofferenza.

Ora però, leggendo il post di Roberta Mezzelani su Medium (che fa riferimento al TED Talk di Emilie “Why some of us don’t have one true calling”), pare che tutto quanto scritto e detto sino ad ora non sia (più?) esattamente così (per fortuna, aggiungo io…).

E forse è tempo anche di recuperare i concetti espressi in un libro che lessi nel lontano 2008 (agli albori del mio percorso di “crescita personale”): “Effetto Medici” di Frans Johansson (lo cito spesso).
Un libro che mi piacque molto e che credo fosse pionieristico per i tempi.
Antesignano di un’epoca ed individuatore di “figure professionali” che forse oggi iniziano ad avere una identità più definita.

Link utili:

Libri interessanti:

Progettare per gli altri

E’ di qualche giorno fa questa notizia pubblicata nella sezione online “Corriere Sociale” del Corriere della Sera:

Ecco piatti e posate creati da un giovane designer per chi soffre di Alzheimer

Leggendo di questa iniziativa del designer Sha Yao, confesso che mi si è aperto il cuore.
Perché? Vado a spiegare.

Immagine Indiegogo©
Photo ©Indiegogo

Nonostante io sia laureata in architettura, non mi sono mai riconosciuta nel ruolo e non mi sono mai sentita un architetto.
Tant’è che già negli ultimi due anni del corso di studi, ho cambiato indirizzo approdando all’allora neonato “indirizzo strutturale” (un indirizzo che iniziava a tracciare un legame con l’ingegneria strutturale, cercando di colmare falle sempre più ampie nella formazione di allora).
Furono due anni tosti, ma anche inaspettatamente più consoni per me, che con la progettazione architettonica sentivo di non avere nulla a che fare (sono sempre stata manchevole di quel “guizzo” di creatività che contraddistingue colleghi che sono in grado di trovare soluzioni architettoniche interessanti ed inconsuete).

Successivamente, la mia storia professionale mi ha portato ad entrare sempre più nel mondo tecnico della progettazione (declinato in vari aspetti) e contemporaneamente:

  • a sperimentare l’utilizzo di oggetti di design (come utente e come tutti),
  • a frequentare più edizioni del Salone del Mobile (dove ho visto “cose” bellissime, minimaliste, linearissime e – spesso – tutte uguali; oppure oggetti e arredi talmente stravaganti da rappresentare un esercizio di stile, ma di dubbia utilità quotidiana),
  • a dialogare con colleghi che progettano spazi tra loro pressoché uguali,

e mi sono allontanata sempre più dal settore e dalla disciplina.
Perché sempre più campo di sperimentazioni fini a se stesse, e – spesso ma non sempre – veicolo di pura autoreferenzialità del progettista, completamente dimentico delle esigenze reali dell’utente finale.

Qualche giorno fa parlavo con un collega ingegnere che ha appena acquistato un piano cottura elettrico per la mamma anziana (per ridurre il rischio “gas dimenticato aperto”).
Mi raccontava di come sono piccole le manopole, corredate di scritte poco leggibili e poco comprensibili (a livello di significato delle funzioni).
Di come i telefoni cellulari (anche i più elementari) hanno tastiere inadatte a persone anziane.
[Mi sono ricordata di un telefono cellulare della Brondi dotato di una tastiera semplicissima con pulsanti enormi. Adattissimo per persone anziane. Tant’è che ho recuperato le informazioni e gliele ho girate.]

Il cellulare della Brondi
Il cellulare della Brondi

Abbiamo condiviso entrambi una riflessione (pur trovandoci – accademicamente parlando – su fronti contrapposti): anziché ostinarsi (quasi) tutti a voler diventare i “Norman Foster del futuro” (mi spiace deludere i colleghi ma di persone così ce ne sono poche…), e a progettare spazi tra loro tutti sconsolatamente uguali, forse conviene pensare ad un recupero della vera “funzione” dell’architetto.
Intesa come progettazione ergonomica degli spazi e degli oggetti.
Orientata all’uomo.
Con un occhio ad uno dei più importanti utenti dei prossimi anni: l’anziano con le sue peculiarità motorie e percettive.
(Senza dimenticare la progettazione per persone con disabilità: altra area molto importante)

Lì, secondo me, c’è tantissimo lavoro da fare.
Lì è una sfida tra estetica, scienza, ergonomia ed ingegneria.
Lì, sempre secondo me, si impara ad ascoltare ed osservare le esigenze dell’utente.

Se vi interessa, questi sono altri link relativi al progetto Eatwell:

Il progetto Eatwell e l'ergonomia - Photo ©desall.com
Il progetto Eatwell e l’ergonomia – Photo ©desall.com

Donne, management e speaker

Scarpe Lauboutin [citazione per
Scarpe Lauboutin© [citazione per “House of Cards” ed il personaggio di Claire Underwood]
Scorrendo gli eventi che si susseguono e che vengono annunciati per i prossimi mesi, mi sto accorgendo di una cosa (già notata da altri da tempo, ma su cui non avevo mai prestato particolare attenzione): trovare speaker e conferenzieri donna è una rarità. (Sì, lo so, probabilmente ho fatto la scoperta dell’acqua calda…)

Vedendo gli speaker della prossima convention degli Alumni Polimi (tutti uomini),
vedendo gli speaker dell’imminente Forum delle Eccellenze (dove ce n’è una sola: Renée Maurbogne, coautrice del libro “Strategia Oceano Blu”),
vedendo i relatori del prossimo World Business Forum di Milano che su 15 relatori vede solo 3 donne (nella scorsa edizione non ce n’è stata neanche una e – se non ricordo male – nel 2013 c’è stata solo Susan Cain),
vedendo i trainer e formatori di corsi che frequento (quasi tutti uomini),
ricordando una considerazione di Olivia Schofield (keynote speaker e membro del Toastmasters) che già l’anno scorso evidenziava la scarsa presenza femminile tra i “contestant” della convention del Toastmasters International dell’anno scorso di Kuala Lumpur (motivando le donne a partecipare di più),
mi sono chiesta: “Possibile che siano così poche le donne adatte a calcare il palco come speaker o trainer?”

No, non credo.

Chi mi conosce sa che professionalmente non faccio nessuna distinzione tra uomini e donne.
Professionalmente ho sempre considerato tutti gli attori in gioco come “persone” e “individui”.
E come tale ho sempre valutato e considerato le capacità di ognuno, indipendentemente dal sesso dell’interlocutore.
(E non risparmio strigliate al genere femminile quando fa leva su alcune caratteristiche peculiari per ottenere vantaggi.)

Ho sempre guardato con una certa perplessità amiche e conoscenti che si dedicano esclusivamente alla interlocuzione con il mondo femminile, facendo training, informazione, ecc. ecc., specificamente dedicato.
Ma devo dire che adesso (forse a furia di sentirne parlare), mi sto accorgendo anche io che c’è qualcosa di incomprensibile.

E non mi convince la lettura di imputare esclusivamente al mondo maschile questa esclusione.
Penso che molto dipenda anche da noi (femminucce), che non facciamo quello che dovremmo (e vorremmo) fare, raccontandocela tra di noi in club e clan chiusi in recinti (con le conferenze sul ruolo della donna che vedono – paradosso – relatori uomini sul palco, è successo, giuro…).
(Personalmente mi hanno sempre lasciato molto perplessa le iniziative – conferenze, tavole rotonde, ecc. ecc. – dedicate ad un pubblico femminile con l’intento di ragionare attorno al “problema”. Mi hanno sempre dato l’idea della “riserva indiana” autoreferenziata)

Tutto ciò mi è venuto in mente leggendo ieri un articolo sul tema su Business Insider: 12 ways women unknowingly sabotage their success.
(Senza dimenticare anche un articolo, comparso sull’Huffington Post, qualche tempo fa che la dice lunga – secondo me – su come alcune donne percepiscono alcune figure femminili; percezione che crea un cortocircuito mentale interno ad un certo gruppo del genere femminile stesso, sul quale si potrebbero spendere molte parole: Ho 40 anni e neanche un figlio. E sono una donna felice)

Mi rendo conto che quanto scritto qui possa essere un po’ scomodo e passibile di polemiche a non finire.
Ma la mia vuole essere solo una riflessione per la quale ogni contributo è ben accetto.
E che spero stimoli una riflessione in ognuna di noi (leggete l’articolo di Business Insider: anche se è in inglese, è facilmente comprensibile e offre interessanti spunti di approfondimento).