Fermarsi talvolta è faticoso. Sembra quasi un paradosso. Anzi forse lo è proprio, un paradosso.
Però a volte è necessario.
Perché si corre, si pensa, si progetta, si rumina, si ipotizza ed immagina… senza soluzione di continuità. Preda del confronto, della performance, dei numeri, della filosofia della competizione. Della velocità e del suo incalzare. Dell’esserci. Del dimostrare.
(Quasi) incuranti di ciò che sta attorno. Di ciò che si muove attorno.
E accade anche se si crede di avere qualche strumento in più per non cadere in certe trappole. Anche se si pensa di avere una sensibilità maggiore nel cogliere certe criticità. Anche se ci si fa qualche (vana?) riflessione in più.
E così sembra che debbano accadere delle “cose robuste” per far fermare e far riflettere. L’evento dirompente che fa saltare il banco o lo incrina in modo evidente (e talvolta preoccupante). L’evento dirompente che serve (purtroppo o per fortuna… dipende dal tipo di evento) a mettere in discussione variabili che forse si stava già (inconsapevolmente o meno) mettendo in discussione.
Per spingere alla (quasi) immobilità. Al back to basic per decidere scientemente di mettere in pausa. Per lasciare decantare la turbolenza (quella turbolenza che potremmo rappresentare come una polvere in agitazione dentro un liquido) Per capire. Per osservare. Per ascoltare.
Senza (provocatoriamente) fare nulla. Senza (provocatoriamente) progettare nulla. Navigando in modalità back to basic.
Restando in ascolto di quei segnali deboli indicatori di possibili future tendenze (micro e macro). Segnali deboli forse più difficili da cogliere proprio perché preda di attività convulse spinte dalla velocità, dalla turbolenza dei tempi e dalla costante fluidità.
E così facendo ci si rende conto di quanto fermarsi sia talvolta faticoso.
Quelle parole che – nel bene e nel male – hanno specifici effetti in chi ascolta. Ma anche quelle parole che sono diventate talmente tanto “chiave” (grazie all’uso massiccio, massivo e indiscriminato) che possono risuonare fastidiose, stonate o stancanti.
Quattro parole che mi sono stancata di ascoltare, sentir pronunciare, leggere. E su cui ho deciso di dedicarci questo articolo un po’ a futura memoria (mia), un po’ per riflettere per iscritto sul perché.
Inclusivo, un termine che ormai viene usato sempre e comunque. Mi fa venire in mente (per associazione di idee) il termine “green washing”: altra parola che sta scalando velocemente le classifiche di utilizzo, alla quale – in questo caso – mi riferisco in termini di “se non la uso non sono credibile”. Questa riflessione arriva dalla lettura di un articolo di Vera Gheno pubblicato nel numero di “Cose” (de Il Post) dedicato alle “Questioni di un certo genere”. Uno scritto che mi ha fatto riflettere sul significato della parola in questione e sulla quale viene posta la seguente domanda (che riscrivo con parole mie): “Siamo sicuri che includere sia la cosa più giusta da fare, e che invece non sia più giusto riconoscere la diversità?” Una sottile linea di demarcazione di significato che diventa (nello specifico di quel testo) quasi il suo contrario fatto di esclusione: perché se includi qualcosa, qualcosa d’altro lo escludi…
E così arrivo alla seconda parola: Esclusivo. Che in questo caso interpreto come un’appartenenza ad un “gruppo di eletti”, sulla quale tanto hanno costruito (e costruiscono) operazioni di marketing e di vendita, non sempre di qualità e che comunque continuano ad avere presa su alcune nicchie di mercato. Quanto estese lo ignoro, però. Perché – oggi come oggi – non so quanto l’esclusività abbia ancora un senso reale (e non solo evocativo).
Vado avanti. E’ il turno di Opportunità. Termine usato e stra-usato da un certo mondo della formazione anni ‘80/‘90 e che – secondo me – sta mostrando tutta la ruggine e la vetustà di significato del caso. Soprattutto quando viene utilizzata da coloro che cercano di venderti qualcosa, incuranti – consapevolmente o meno – della ormai perduta “asimmetria informativa”. Incuranti anche – consapevolmente o meno – del significato che ha assunto nel corso del tempo: un significato che talvolta odora di fregatura.
Finisco con il botto: Straordinario. Una parola che mi provoca molto fastidio ogni volta che la sento pronunciare. Una parola che – almeno nella mia testa – va a braccetto con le precedenti “opportunità” ed “esclusivo” e che talvolta mi sono sentita rivolgere con intenti che andavano dall’adulazione alla motivazione, passando per “l’opportunità straordinaria” (e “irripetibile”). Un (altro ed ulteriore) termine che paga il suo significato a causa di un utilizzo diffuso e – talvolta – improprio.
Non sono cattive parole. Come tutte le cose, non hanno una natura specifica. Hanno una definizione, ma l’uso che ne facciamo fornisce loro un’ulteriore definizione (un significato) a seconda di come le decliniamo e le associamo a situazioni, facendole nostre.
Forse è necessario prestare una maggiore attenzione alle parole che scegliamo di usare, con cognizione di causa e ascoltando ciò che ci circonda. Senza cedere alla seduzione delle parole di moda, bensì comunicando in un modo che ci rappresenta di più, che ha un significato più attinente a ciò che vogliamo realmente dire e che vogliamo far comprendere a chi ci ascolta.
Faccio parte delle generazione analogica. Quella generazione che vive a cavallo della transizione tecnologica, che ha visto (e vissuto) quello che c’era prima e sta vivendo in pieno quello che c’è adesso, intravedendo possibili sviluppi futuri.
E mi definisco una “migrante digitale”, proprio in virtù (e/o a causa) di questo viaggio da quello che c’era prima a quello che c’è adesso. Con tutti i disagi del caso (ai primi approcci alla tecnologia assai poco user friendly dovevi essere quasi un programmatore per gestire i programmi in MS-DOS). Ma anche con tutti i vantaggi del caso (la tecnologia via-via sempre più facile con interfacce dove bastano pochi tap per aprire applicazioni e muoverti al loro interno facendo una moltitudine di cose impensabili fino a poco tempo fa).
Il tutto in quasi 20/30 anni (da un punto di vista utente).
E proprio questa migrazione di utilizzo sta (se mai fosse necessario evidenziarlo) modificando nostre modalità e comportamenti. Uno di queste modalità è la lettura. In senso ampio e lato.
Un’attività che prediligo e sulla quale mi ritrovo spesso a riflettere, talvolta smarrita, talvolta entusiasta, talvolta preoccupata. A seconda dell’umore della giornata.
Ci riflettevo proprio stamattina, leggendo un estratto del libro “La mente estesa”.
Lo stavo leggendo sulla app Kindle per iOS. Quindi sul telefono, neanche sul Kindle che mi sono accorta rendermi stranamente più noioso l’atto della lettura (credo per la mancanza del colore e per la non grande capacità di rendere la lettura “estesa”, tipica degli ebook, che consente di seguire eventuali link presenti e navigare in approfondimenti).
Dopo qualche minuto di lettura dell’estratto, mi sono spostata “altrove” (su altre piattaforme) a leggere altri contenuti e mi sono ritrovata a riflettere su questa modalità che di primo acchito appare alla vecchia me (cresciuta a ore concentrata su un singolo libro) caotica e inconcludente, con forse anche delle tracce di “disturbo dell’apprendimento” (pensiero – questo – forse un po’ paranoico).
Ma che forse è indicativa di una modalità “reticolare” o “a propagazione”, parafrasando Giulio Xhaët che nel libro “#Ibridocene” di Paolo Iabichino scrive:
“In un mondo cosi complesso come quello Phygital non basta più avere competenze verticali, ma è necessario apprendere per “propagazione” provando nuove strade e unendo discipline anche molto distanti tra loro.”
Una modalità non per questo impoverita, bensì forse diversa.
Più adatta forse ai tempi che stiamo vivendo e che ci costringono, e ci stimolano, ad adottare nuovi modi per continuare a fare quello che facevamo prima.
Il periodo che stiamo vivendo (e non mi riferisco solo alla pandemia in corso, ma anche alle altre vicende che agitano il mondo negli ultimi tempi), mi hanno fatto immergere nelle realtà parallele del comportamento umano. Talvolta sfiorando la morbosità e comunque vivendo un certo disagio (mi è capitato di leggere su Internazionale un reportage scritto da Wu Ming 1 [un collettivo di scrittori] sul mondo di QAnon, che mostra una realtà che si fa fatica ad accettare come esistente: Il mondo di QAnon: come entrarci, perché uscirne. Prima parte).
E proseguendo in questa assai particolare esplorazione “dell’animale uomo” (come lo chiama mio padre), l’altro giorno ho letto un altro interessante articolo (sempre su Internazionale): L’intreccio tra complotti e populismo in Italia
Al suo interno vi è un passaggio secondo me interessante. Lo ri-coniugo qui sotto, come introduzione alla lettura dell’articolo. Partendo da un episodio abbastanza surreale, perché coinvolge un giornalista sempre abbastanza assennato, l’autore dell’articolo (Alessandro Calvi di Voxeurop) scrive:
“[…] anche per i più “insospettabili”, scivolare dall’analisi della realtà verso teorie di natura complottistica le quali, in genere, semplificano la complessità del reale, rassicurando chi le ascolta o costruendone l’identità.”
Semplificazione di una realtà sempre più complessa, che talvolta stentiamo a comprendere. Una sorta di due velocità (la nostra, di creature analogiche con un numero “limitato” di sinapsi, e quella là fuori che viaggia ad una velocità molto più elevata) che genera un divario profondo.
E questa incomprensibilità può portare a due comportamenti, secondo me:
una continua, costante (e faticosa) corsa al cercare di comprendere (e di anticipare),
un rifiuto generato dal non comprendere che genera a sua volta paura e porta al rifugiarsi all’interno di una fortezza.
Una fortezza le cui mura sono costituite da certezze acquisite nel tempo che fu ma che – in confronto alla realtà là fuori – hanno (nel bene e nel male) fatto il loro tempo. Certezze che rifiutano a priori qualsiasi cosa sia diversa dal proprio schema consolidato.
E questo atto di proteggersi dalla “paura del là fuori” mi fa pensare anche al fare gruppo/branco: l’aggregarsi con chi la pensa come noi rinforzando i nostri bias, in un corto circuito vizioso.
A questo punto il post che avevo inizialmente pensato di scrivere avrebbe preso una direzione di appello all’informarsi, alla verifica delle fonti, ecc. ecc.
E’ uno spreco di tempo ed energie il voler convincere persone a fare cose che non vogliono fare: più insistiamo più confermiamo i loro bias; più ne parliamo e li coinvolgiamo, più li facciamo sentire persone speciali e quindi importanti, rinforzando la loro identità.
Ed è quello che – con grandi scrupoli e a modo mio – sto facendo da qualche giorno a questa parte anche sui miei piccoli profili social (soprattutto Facebook, dove lo scontro è molto acceso): sto rimuovendo (e talvolta bloccando) persone i cui post mi compaiono in timeline e narrano di complottismi, sostenendo teorie negazioniste.
Questo non mi fa di certo stare bene, eticamente parlando (mi faccio una montagna di scrupoli). Un’amica commentava il suo timore (da me condiviso) di chiuderci a nostra volta in una bolla contrapposta all’altra. Ma in questi tempi così complessi mi vedo costretta a fare “di necessità virtù”.
Coltivando il dubbio (che ha modalità espressive ben diverse dal negazionismo e dal complottismo). Cercando di aprirsi un varco nella foresta di parole, per cercare di intravedere possibili strade valide da percorrere.
Qualche giorno fa, condividevo una riflessione su Facebook in merito ad una sorta di “stanchezza sottile” che mi sta mettendo da diverso tempo nella condizione di desiderare ardentemente di stare seduta sul divano a non fare nulla e a fissare il vuoto…
Chiedo…Ma anche voi siete stati colti dalla sindrome “non ho più voglia di fare niente”? Perché è qualche giorno che avrei solo voglia di stare seduta sul divano a fissare il vuoto senza fare assolutamente nulla… Ditemi che anche qualcuno di voi si trova nella stessa situazione, perché se no mi preoccupo… (E non ci sono vitamine che tengano, specifico)
Tante sono state le risposte ed in tanti ci siamo contati. E se questo da un lato mi ha confortato (sono in buona compagnia), dall’altro mi ha fatto pensare all’onda lunga di ciò che abbiamo vissuto (questa “grande anomalia”).
Nel contempo poi il timore di scivolare nell’inedia mi fa restare vigile e mi fa stare in costante movimento (se non fisico, perlomeno mentale), guardando con sospetto ogniqualvolta la necessità di stare sul divano si ripresenti… Necessità che poi il corpo rende impellente, andando a disturbare il sonno e quindi obbligandomi a fermarmi (sul sonno sto leggendo articoli e libri e ci tornerò).
Su questa sensazione avevo letto degli articoli (trovati casualmente) che mi ero ripromessa di recuperare e che – alla fine – sono riuscita a ritrovare. Si tratta di due contributi che riflettono sul tema dello stato di inedia e – in un mio “collegamento lateralmente” – su cosa la pandemia sta portando come “nuova normalità” (termine abusato, lo so, ma non così scontato):
Sì perché riflettendo (e facendo riferimento ai due articoli) mi è sorto un “sospetto”.
Non vorrei che anziché uno stato di galleggiamento, non si trattasse invece di uno stato di transitoda un punto A adun punto B che l’esperienza che stiamo vivendo non ha fatto altro che accelerare (e/o far emergere).
Scrivo questo perché, non so voi, ma sento comunque sottostante una necessità di rallentamento e riperimetrazione delle attività.
Un esempio stupido? Questa mattina ho fatto (finalmente!, dopo avere rimandato per mesi) la tessera delle biblioteca del piccolo comune in cui vivo (che fa parte della rete delle biblioteche della area geografico/metropolitana in cui si colloca) per evitare di andare ogni volta a Milano a ritirare o consegnare i libri presi in prestito. Cosa che prima facevo con grande piacere, reputando lo “stare nel paesello” una cosa riprovevole (estremizzo).
E ancora: mi rendo conto che ormai acquisto abiti e accessori quasi solo ed esclusivamente online su determinati siti (una sorta di pulizia ed ottimizzazione delle attività); quando – una volta – andare a fare shopping lo consideravo un must.
Senza contare invece le volte che – al termine di giornate apparentemente inconcludenti – sento la necessità di fare l’elenco di quello che ho fatto per capire cosa ho effettivamente fatto (per scrollarmi di dosso la sensazione di inconcludenza). Perdonate la frase piena di ridondanze…
Insomma sì… forse è una fase di transito dal punto A al punto B.
E come tutte le fasi di transito ci si stanca (dello stato attuale), ci si muove in modo anche un po’ caotico (vagando alla ricerca di qualcosa, tentando, montando e smontando cose) e ci si libera (talvolta faticosamente) delle cose che non ci servono più e/o che non hanno più senso (combattendo con la a me tanto cara sindrome F.O.M.O. [Fear Of Missing Out], che spesso cito e di cui ho scritto altre volte qui).
Detto ciò, confesso di continuare a temere è “l’illanguidimento” anche se – come dissi anni fa ad una amica – il togliere ci dà la sensazione di vuoto (che noi temiamo) ma nel contempo fa anche spazio, creando la possibilità di ingresso di cose nuove.
Durante questo anno appena trascorso, dopo i primi mesi che mi hanno generato qualche difficoltà emotiva, ho iniziato a seguire con maggiore attenzione la gestione della crisi e la relativa comunicazione (quest’ultima, talvolta, al limite dello schizofrenico; soprattutto qui in Lombardia).
Ne ho scritto spesso su Facebook (che considero e tratto come una sorta di diario online, talvolta scritto un po’ di pancia), molto meno qui sul blog (in una categoria dedicata, cercando di farlo in modo più ponderato) ed ora – dopo qualche mese – torno sull’argomento, facendo qualche considerazione sui temi citati nel titolo di questo post. Aggiungendo un altro tassello, in una sorta di operazione a “futura memoria”/annotazione valida per me, ma magari anche per chi legge (che – sempre magari – può aiutarmi a comprendere meglio cose che ho la sensazione mi stiano sfuggendo).
Ripercorro per sommi capi, alcuni punti degli ultimi sette giorni:
lunedì 1 marzo siamo tornati in Zona Arancione, secondo l’analisi dei dati del venerdì precedente (come ogni “santo” venerdì da qualche tempo a questa parte) e leggo di una dichiarazione del Presidente Fontana (rilanciata dalle testate giornalistiche) che lamenta “Basta con questo stillicidio“, auspicando (in sintesi) una visione a media/lunga distanza;
l’altro giorno ascolto la conferenza stampa di Regione Lombardia: quando è il turno di Bertolaso, egli parte con un monologo un po’ polemico (che – confesso – ho condiviso in linea di principio) dichiarando (nella risposta ad una domanda di una giornalista) che – secondo lui – tutta l’Italia si sta avvicinando a grandi passi verso il “rosso” (ricordarsi il “basta stillicidio” al punto 1, auspicando visioni a media/lunga distanza);
ieri leggo la notizia dell’ennesimo invio dei dati sbagliati di Regione Lombardia (stavolta pubblici, quindi nessun “è colpa tua!”, “no, è colpa tua!”, “facciamo che non è colpa di nessuno”… della volta precedente) che ci ha fatto rimanere una settimana in più (la scorsa) in Zona Gialla (con – anche – il pasticcio degli assembramenti alla Darsena): è stato automatico per me ricordarmi delle notizie che avevo letto relative alle modalità di tracciamento fatto durante la seconda ondata (ottobre/novembre) con 120 operatori al telefono. 120 persone impegnate a tenere un tracciamento simil-amanuense in Era di Big Data, a inseguire le migliaia di casi;
immediatamente a valle della lettura dell’articolo al punto 3), sempre ieri leggo della Ordinanza firmata dal Presidente Fontana che ha portato stanotte la Lombardia in Zona “Arancione rinforzata” (per te che leggi, torna al punto 1), allo “stillicidio” e alla visione a medio/lungo termine).
La prima: a seguire l’andamento labirintico delle gestione della situazione e della relativa comunicazione pensi di avere seri problemi di comprensione.
La seconda: davanti a dinamiche simili il comportamento schizofrenico sembra una barzelletta, al confronto.
Mi rendo conto essere due considerazioni che possono amareggiare. Sono due considerazioni che mi fanno rabbrividire soprattutto per quello stile di comunicazione da campagna elettorale (per alcuni aspetti) che – al di là delle giuste informazioni numeriche – agita gli animi e non fa bene al senso civico (già messo a dura prova dalla scarsa educazione e alto egoismo che contraddistingue le ultime generazioni [compresa quella di chi scrive], e che ha qualche familiarità con la dinamica NIMBY – Not In My Back Yard).
E’ vero che uno potrebbe chiedermi (cosa che io puntualmente faccio davanti a chi contesta senza essere propositivo): “E tu cosa avresti fatto di diverso?”
Non lo so. So però che la comunicazione potrebbe essere un po’ più filtrata (non censurata: filtrata e “meditata”) e meno emotiva. Mettendo da parte polemiche sterili e comunicazioni da campagna elettorale, che non aiutano nessuno sulla breve/media/lunga distanza. Anzi, agiscono aggiungendo difficoltà a difficoltà. Con ricadute sulla gestione delle dinamiche sociali.
Per concludere, un’ultima considerazione personale che mi richiama un (spero errato) “la storia si ripete”.
Il piano vaccinale di massa (in Lombardia): ineccepibile sulla carta e gigantesco per estensione. (Si può ascoltare seguendo il link della conferenza stampa che ho inserito nel punto 2).
Mancano i vaccini: lo sappiamo ed è un problema esteso (ieri leggevo la newsletter di ISPI sul tema e sullo “strappo” di Austria e Danimarca). Ma mi ricorda – con grande inquietudine – la vicenda dell’Ospedale in Fiera: una astronave senza equipaggio (ai tempi) richiesto (poi) agli altri ospedali (già in affanno).
Spero davvero che – questa volta – il percorso della vicenda sarà diverso. (Apprezzabile comunque la scelta dell’utilizzo di strutture esistenti, lasciando da parte il discutibile progetto dei “padiglioni Primula“).
1 Gennaio 2021 Primo giorno dell’anno. Dopo un anno molto diverso, come ben sappiamo.
Di solito la ritualità quasi propiziatoria prevede bilanci, liste dei desideri, buoni propositi, obiettivi…
Una ritualità che ho sempre fatto un po’ fatica a seguire, che ho assecondato per una sorta di “dovere sociale” e rispetto delle “regole”. Ma quest’anno la condizione è diversa. Molto diversa.
Una condizione figlia di eventi che ci hanno rovesciato come dei calzini. E fatto salvo alcune macrovoci da esplorare, da approfondire e da proseguire, ho fatto delle riflessioni che condivido qui (anche per mia futura memoria).
Passi cauti e il più possibile precisi.
Questo mi sento di scrivere.
Stando – nel contempo – con un occhio alla strada ed uno all’orizzonte, con un orecchio teso a cogliere i segnali deboli e l’altro teso all’ascolto attivo. In una sorta di “strabismo ottico e uditivo funzionale”.
Facile? No, non lo è. Ma è necessario (secondo me).
Unendo il sano pragmatismo (che mi è tanto caro). Imparando a negoziare con le proprie emozioni (che non è neanche tanto salutare tenere “stoppate”; filtrate sì ma stoppate sarebbe preferibile di no, altrimenti finisci come le tubazioni in pressione).
Personalmente il 2021 non lo vedo come l’anno risolutivo. No. Lo vedo come un anno di grande transizione. Se il 2020 ha sbriciolato e spazzato via, accelerando alcuni processi, il 2021 è un traghettamento verso altro. Quindi, pragmatismo e strabismo (ottico e uditivo). Muovendosi a passi cauti e il più possibile precisi.
Il video qui sopra – “Uno sguardo al 2020” – l’ho creato ieri mattina in alternativa al rituale “Best Nine”. Ho avuto difficoltà a selezionare nove foto rappresentative dei momenti importanti dell’anno. Così ho optato per un video, selezionando alcune foto che ho scattato in momenti cardine del 2020, montandole in rigoroso ordine temporale. Nel costruirlo, mi sono resa conto di quante cose sono accadute avendo la netta sensazione che questi 364 giorni siano stati vissuti a velocità doppia.
E proprio ripercorrendo il 2020, un paio di giorni fa ho ritrovato un elenco di cui mi ero completamente dimenticata. Lo avevo scritto durante il primo lockdown. Un elenco delle cose che stavo facendo perché – ad un certo punto – mi ero resa conto che ero finita a piè pari dentro una “centrifuga in fuga” e non avevo più il polso di quello che stavo facendo.
L’ho riletto e ho constatato che – nel frattempo – alcune cose le ho chiuse, altre sospese, altre ancora abbandonate. In una sorta di autorganizzazione più o meno consapevole.
È una operazione che rifarò nelle prossime ore. Un punto della situazione a chiusura, gettando metaforicamente l’ancora e facendo il “punto nave”.
Se vi va, anziché scrivere solo gli obiettivi del 2021, provate a ripercorrere il 2020 cercando di ricordare cosa avete fatto. Può essere un buon esercizio per ricucire, fare mente locale e capire come proseguire, cogliendo tracce che magari non si ha avuto la lucidità di vedere nel mentre si navigava in questo anno che ci stiamo lasciando alle spalle.
Un altro “rito” a cavallo dell’anno è quello di scegliere cosa lasciare nel vecchio anno e cosa portare nel nuovo (in termini di abitudini, atteggiamenti, pensieri…). Ho riflettuto anche su questo (stimolata da post condivisi sui social media da vari amici, che invitavano a farlo) e – inaspettatamente, ma forse neanche così tanto – ho scelto di portare tutto con me, nel nuovo anno. Tutto quello che ho vissuto e sperimentato. Tutto quello che ho imparato. Per due ragioni:
La prima – perché mi rendo conto che l’eccezionalità di questo anno che ci siamo da pochissime ore lasciati alle spalle, e ci ha messo davanti ad una serie di “variabili” da gestire, è stato veicolo di una quantità di informazioni e uno strumento di acquisizione di competenze tecniche ed emotive non da poco.
La seconda – perché (purtroppo, ahimè) si impara di più dalle esperienze negative che da quelle positive. Penso sia proprio una questione legata alle difficoltà emotive e logistiche: uno stress test che ti può piegare ma può anche temprarti e farti passare dall’altra parte diverso, magari anche più adulto (come mi è accaduto due anni fa), più efficiente e anche più positivamente egoista.
E queste considerazioni possono emergere proprio grazie al punto nave di cui ho riflettuto nelle righe precedenti e che da’ anche il titolo a questo articolo. Ecco perché invito a guardare indietro e a fare l’elenco delle cose fatte, sentite e vissute.
Se non ci fosse di che seriamente preoccuparsi, questo periodo sarebbe il perfetto test in campo di una simulazione distopica degna dei migliori libri futuristici e cyber-punk. L’esempio perfetto di un (altrettano) perfetto esperimento sociale (come scriveva Annamaria Testa in un suo articolo di qualche mese fa su Internazionale: Coinvolti in un gigantesco esperimento sociale).
Cerco di spiegare nel modo più semplice che mi riesce, perché stamattina (leggendo un paio di post su Facebook) si è attivata una sequenza di pensieri che – come un lampo – ha illuminato a giorno una situazione difficile da comprendere in ogni suo aspetto, ma comunque molto chiara. (Lo so, suona come un paradosso…)
Parto dall’inizio.
Ieri riflettevo con una amica sulle restrizioni sotto Natale. Ed il discorso si è – comprensibilmente – allargato.
Si è allargato al tipo di cultura ormai molto ben radicata (frutto di anni di comunicazione, TV, modelli sociali, educazione… ecc. ecc. di un certo tipo), che ha alimentato molto bene (consapevolmente o meno, non lo so) la deresponsabilizzazione del singolo e dei gruppi. [“Non è mai colpa mia, è colpa di… [qualcun altro]” è la tecnica più collaudata utilizzata in molti ambiti per “flangiarsi il fondoschiena” (per usare una metafora ingegneristica che usiamo sul lavoro).]
In serata ho continuato a riflettere e – leggendo altri contributi sui social, dedicati agli assembramenti di domenica durante il “liberi tutti” – si è accesa una lampadina con su la scritta “cashback”. Quella iniziativa (fatta – confido, ma con personale scarsa convinzione – con buoni propositi per supportare l’economia del territorio) che “premia” (per semplificare) gli acquisti nei negozi fisici e non online.
La domanda sorge spontanea: la maggioranza delle persone – in una situazione simile (“liberi tutti” + “cashback” + Natale) – cosa fa? Esce per andare a fare acquisti. (“Se posso uscire e posso fare questa cosa, allora esco e lo faccio” è un pensiero logico che non fa un plissé, giusto?)
E qui apro una ulteriore parentesi: Paolo Benanti ha scritto sul suo profilo Facebook un post molto interessante del perché IO (la App con la quale si può attivare il meccanismo del cashback) ha avuto più download di IMMUNI:
Un meccanismo che ha a che fare con la ricompensa (immediato il rimando al concetto della “Gamification”).
Ma non è finita qui.
Perché stamattina un contatto su Facebook ha condiviso una riflessione interessante di Christophe Clavé (francese, autore di libri non tradotti in italiano, operante nel mondo aziendale e manageriale) che esordisce così:
“L’effetto Flynn – che prende il nome dallo scienziato che ha studiato questo fenomeno – afferma che il Quoziente d’Intelligenza (QI) medio della popolazione mondiale è in continuo aumento. Questo almeno dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni ’90. Da allora il QI è invece in diminuzione. È l’inversione dell’Effetto Flynn. […]” – Qui il testo integrale
Clavé ragiona sull’impoverimento del linguaggio (proprio qualche giorno fa avevo riflettuto in tal senso su una mia esperienza di quasi 20 anni fa con la lettura ad alta voce e alla quale dedicherò un articolo) e sulla conseguente incapacità di “guardare avanti e indietro” rispetto al presente per formulare pensieri complessi che ci aiutino a comprendere ed affrontare situazioni (altrettanto) complesse.
Ho ripensato alla riflessione di ieri che mi aveva fatto ricordare un Talk di diversi anni fa (2011) di Eli Pariser dedicato alle “Filters Bubble”.
Le Filter Bubbles, un sofisticato sistema di supporto ai Bias di conferma, che evidenziava come gli algoritmi di ricerca “ti mostrano ciò che tu vuoi vedere, sulla base di quello che tu cerchi, chiudendoti in un recinto di convinzioni che ti autocostruisci” (estrema sintesi dell’idea del Talk). [Nel 2011 eravamo agli albori dei social media.]
Eli Pariser invitata (già nel 2011) a differenziare le ricerche per restare mentalmente aperti, curiosi e ricettivi. E oggi più che mai (davanti alla complessità crescente) lo sforzo è necessario seppur impegnativo.
Orbene, ascoltando le conversazioni online, e osservando i comportamenti online e offline, è abbastanza evidente che il mix di impoverimento di linguaggio, che porta ad un impoverimento della curiosità (a favore di una maggiore propensione ad essere guidati [ricordiamoci che il cervello è pigro e tende a risparmiare energia] e a deresponsabilizzarsi, di conseguenza, soddisfacendo i bisogni del “qui e ora”, senza preoccuparsi di cosa sarà domani), porta a scelte e comportamenti di un certo tipo. Con le conseguenze che questa pandemia sta evidenziando in tutta la sua cristallina chiarezza.
Se non ci fosse di che seriamente preoccuparsi, ci sarebbe da accomodarsi e osservare con pura meraviglia e stupore l’evolversi della situazione e le dinamiche che la muovono.
“L’abito non fa il monaco”, recita un antico adagio.
L’interpretazione che ho sempre dato a questo detto popolare è: non fidarti solo dell’apparenza, non valutare una persona solo dal come si veste, perché potresti essere tratta in inganno. (Anche un altro proverbio sottolinea il concetto: “L’apparenza inganna”.) Ma un paio di giorni fa ho – inconsapevolmente – modificato il significato.
Ma andiamo con ordine.
Tempo di saldi e lo scorso weekend sono tornata dopo un po’ tempo a curiosare da Muji (marca giapponese che apprezzo molto, insieme a Uniqlo), cadendo preda (volentieri, ad essere sincera) della “sirena dello shopping” facendo man-bassa di camicioni di lino e scarpe. (Tornando in settimana a “finire il lavoro”, acquistando stole e altro…)
E un paio di mattine fa – nel mentre mi accingevo a indossare una mise Muji-only (quella della foto di apertura del post) – mi sono sentita particolarmente soddisfatta del risultato. Una stranezza per me, abituata ad indossare solo pantaloni e a rifiutare tutto ciò che ha la parvenza di una gonna (lunga o corta che sia).
Ho pensato inaspettatamente se questo cambiamento nel modo di vestirmi fosse stato possibile per me (per “la mia testa”) 3/4 anni fa (ai tempi sono successe delle cose che hanno spostato pesantemente il mio punto di vista su alcuni aspetti della vita). Mi sono fermata un momento a pensare e ad osservar(mi) per cercare di indagare se questa “rivoluzione” sia un puro capriccio o nasconda qualcosa di diverso e più “sotterraneo”.
E ho tratto delle mie (prime) “conclusioni”.
Nell’ultimo anno ho praticamente rifatto totalmente il mio guardaroba (sempre con un occhio rivolto al portafogli…): un cambiamento che sentivo la necessità di fare in una sorta di (credo inconsapevole) “atto di rimozione” – da un lato – della perdita subita (oggi, a distanza di due anni, sorrido al pensiero della mia reazione nei primi tempi al leggere che l’elaborazione del lutto può durare anche due anni: “Due anni??!!”, avevo esclamato sicura di metterci meno tempo…), ma anche – dall’altro lato – per saldare ancora di più il ricordo del viaggio in Giappone di tre anni fa (l’ultimo fatto con mia madre, tra l’altro), continuando ad alimentare il legame con questo Luogo in modo diverso (e a distanza, in attesa di tornarci un giorno…).
Nel contempo il riorganizzare la mia immagine, abbracciando i due brand nipponici, mi sono resa conto essere stato un curioso ed inconsapevole atto di affermazione di una nuova identità.
So che può suonare strano. Anche perché chi mi conosce sa che non ho mai subito alcuna pressione da parte di nessuno (a maggior ragione dei miei genitori) su come dovevo vestire e cosa dovevo fare.
Ma quello di cui ho preso atto negli ultimi tempi è un legame (un laccio robusto) con il “senso del dovere” declinato in molti modi tra cui il non voler deludere persone con le quali ho (per l’appunto) dei legami. Un obbligo che mi sono costruita nel tempo – da sola – nel mentre ero impegnata a fare altro.
Ora, complice gli accadimenti di due anni fa, il varcare la soglia dei 50 anni (anche questo fattore mi rendo conto essere importante perché innesca un cambio di mentalità che può percorrere due strade: l’inseguire la giovinezza o l’accettarsi per quello che si è, letteralmente fregandosene [nei limiti della decenza, ovviamente]) e anche quello che abbiamo vissuto in questi ultimi mesi (che ha portato personalmente ad una asciugatura delle esigenze e ad un avvicinamento all’essenzialità), hanno riposizionato molte cose. Comportando il rivedere se stessi in modo diverso, anche attraverso ciò che si indossa (che è uno degli “artifici” con cui ci presentiamo agli altri e che contribuisce a formare l’idea che gli altri si fanno di noi).
E questo mi ha fatto tornare in mente un libro di crescita personale scritto da un italiano (di cui non ricordo più il nome) letto molti anni fa.
L’autore (life coach) adottava coi suoi clienti un metodo che ai tempi giudicai assai “stravagante”: durante il percorso, ai suoi coachee faceva rifare il guardaroba come atto fisico di rinnovamento. Ripeto: ai tempi pensai che fosse una idiozia (non lo nascondo). Oggi – ricordando quelle pagine – credo non sia una cosa completamente priva di senso.
Ad ogni modo, tornando al Giappone e alla sua estetica (che amo), sempre in questi giorni mi è tornata in mente un’altra immagine.
Qualche anno fa incontravo spesso in treno una donna giapponese di età indefinibile. La guardavo sempre affascinata: essenziale (quasi spartana nel modo di abbigliarsi) era di una eleganza straordinaria (secondo me). Capelli grigi raccolti in uno chignon, indossava gonne lunghe, golfini, cappotti, calzini di lana e scarpe tacco basso, tutto declinato in tinte neutre. In una composizione in equilibrio che dava l’idea di discrezione, morbidezza, comodità, ed eleganza.
Non so che fine abbia fatto. Però, mi è tornata alla mente in questi giorni. Una figura che avevo momentaneamente dimenticato ma che -evidentemente – non avevo totalmente rimosso. Un “appunto mentale” che ha sempre costituito un punto fermo nei miei canoni estetici di riferimento, nel mentre sperimentavo altre modalità di presentarmi al mondo.
Sono considerazioni fatte intorno a metà giugno, nel mentre mi approssimavo a Villa Litta ad Affori, che ospita la Biblioteca di quartiere (facente parte del Sistema Bibliotecario Milano), per ritirare due libri: “Percezioni” di Beau Lotto e “Tutto il ferro della Torre Eiffel” di Michele Mari (che hanno inaugurato un mio piccolo progetto che ho denominato #1tweet1libro e #microrecensioni, che condivido sui profili Instagram [in una Stories dedicata] e Twitter).
Ma lo scopo di questo articolo non è una dissertazione sui due libri (di cui peraltro consiglio la lettura). E’ invece il cercare di raccontare della sensazione che ho provato entrando al parco della Villa. Un parco che non conosco bene, confesso!, e che ho ad oggi esplorato solo in minima parte.
Ebbene, varcando la soglia quel sabato di giugno è stata meraviglia. Meraviglia e stupore.
Stupore della bellezza e del verde che erano ovunque. Come se li vedessi per la prima volta. Una sensazione strana.
Forse complice il maltempo dei giorni precedenti ed il sole che aveva fatto esplodere la natura, rendendola ancora più rigogliosa, aveva reso più vividi i colori? Forse.
O forse è stato l’effetto manifesto di uno degli ulteriori effetti collaterali? Forse l’esperienza del lockdown ha acuito i sensi? Forse il periodo di silenzio e immobilità è stato un momento per recuperare alcune cose di cui mi ero dimenticata?
Chi lo sa?
Di sicuro però, l’occhio ha (re)imparato a vedere le cose in maniera diversa. Nuova.
Così come l’orecchio che – complice le notti dal silenzio assordante di quei giorni, intervallato dai rumori delle ambulanze – ha (re)imparato ad ascoltare tutti quei rumori che prima davo per scontati (il fruscio delle foglie mosse dal vento, per esempio…). E la pelle, che ha (re)imparato a percepire la vivida sensazione del vento sul viso, assaporato durante una passeggiata nel verde qualche settimana fa…
Sì, penso che sia un ulteriore effetto collaterale della esperienza vissuta. Una “deprivazione motoria” necessaria che ha aumentato la percezione dei sensi, in una sorta di allenamento isometrico. Preparandoli inconsapevolmente al momento in cui si sarebbero ritrovati (i sensi) nell’ambiente esterno, in una rinnovata condizione di lettura e percezione.
[La gallery delle foto di quel giorno è a questo link: Villa Litta]