Sul reagire

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Recentemente tre “cose” hanno tolto il tappo all’ennesima emersione di una bolla emotiva…

Il ricordo che – un anno fa – mia mamma ed io partivamo per un viaggio di due settimane in Giappone: un viaggio tanto desiderato e rimandato per ben 17 anni.
Ma che ho incoraggiato nonostante la sua (di lei) incertezza, il suo timore di essere di disturbo (“Ma non ti sono di impiccio? Vuoi veramente farlo questo viaggio? Perché se non vuoi, posso andare per conto mio con un altro viaggio organizzato…”, mi disse quando eravamo ormai prossime alla decisione, con tutti i dati in mano per scegliere).
“Facciamolo!”, le dissi convinta (“Perché dopo potrebbe essere troppo tardi”, mi dissi tra me-e-me in modo assolutamente inaspettato; questa frase me la ricordo spesso, e quando questo accade, sono pervasa da un senso di straniamento e inquietudine.)
Un viaggio che lei fu contenta di poter fare e che si è goduta appieno.
E che fui contenta di fare anche io, con lei.

Una “cosa” – questa – capace di darci (a noi, il babbo ed io, che siamo rimasti “di qua”) un po’ di conforto durante e dopo la “vicenda”: “Sono contento che sia riuscita ad andare in Giappone, ci teneva tanto”, mi ha detto più volte mio padre.

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Poi è stato il turno di lettura di un commento di una amica che sta affiancando il padre che non sta bene, e che mi ha ricordato quello che un amico mi ha detto durante la “tempesta”: “Ne uscirai più forte!”

Vero… e non è una forza come la intendiamo normalmente.
È una forza interiore, emotiva e morale che non nega la debolezza e la fragilità.
Bensì le ingloba e ne trae – paradossalmente – ancora più energia.

E questo mi fa pensare anche alla “furia iconoclasta al contrario” da cui sono pervasa (di cui ho accennato nel precedente post).
Una energia che ha dell’assurdo e dell’osceno (quasi) perché emersa dopo.
Facendomi ricordare quello che un amico mi ha detto della sua compagna, dopo che aveva perso il padre: “È più determinata. Sta reagendo con rinnovata energia e voglia di fare.”
È come se – paradossalmente – avessi assorbito la forza di “lei” (mia mamma), che se ne è andata improvvisamente ed inaspettatamente.
Fisicamente.
Perché la “presenza interiore” menzionata dalla psicoterapeuta che collabora con la Terapia Intensiva e l’Hospice dove mia madre ha trascorso del tempo, sembra esserci sotto forma di un rinnovato dialogo interiore che sprona incessantemente.
È un continuo emergere di idee… di voglia di fare cose…
L’incertezza di un tempo sembra un lontano ricordo.
I no e i fallimenti vengono percepiti in modo totalmente diverso.
Se una cosa non funziona da un lato, provi da un altro lato.

Forse è anche una reazione energica ad uno dei peggiori spettri che mi accompagnano da quando lessi – tempo fa – un post di un progetto su persone in difficoltà.
Uno degli intervistati aveva raccontato che dopo la morte di sua mamma, aveva perso la lucidità e aveva perso tutto: casa, lavoro,… tutto, ritrovandosi letteralmente in mezzo ad una strada.

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Photo by Mustafa ezz from Pexels

Infine è stata la volta di una riflessione di un amico che – in occasione di un ultimo incontro (prima della pausa estiva) di un club di cui faccio parte – ha citato luglio come il mese di chiusura dell’anno ed il tempo di bilanci.
Un mese nel quale “tiri la riga e fai la somma”, tracciando – nel contempo – la strada per l’anno lavorativo che si profila all’orizzonte, a settembre.

Ebbene, se mi guardo indietro, questo è forse l’anno più intenso e catartico che abbia mai vissuto sino ad oggi.
Dove ho imparato di più, nel bene e nel male.
Dove ho conosciuto persone straordinarie in ogni singola esperienza che ho fatto (prima, durante e dopo la vicenda che ha segnato – tra l’altro – anche il mio 50esimo compleanno in un assurdo rito di passaggio).

Ora è tempo di portare con sé questo anno, come un bagaglio di grosse esperienze, e guardare avanti.
Senza sprecare ciò che è stato, bensì conservandolo, traendone insegnamento e facendone tesoro.

[Podcast dell’articolo a questo link: Sul reagire su Spreaker]

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Photo by Subham Dash from Pexels

Narrando terapie

©Pixabay

Questo post si presterebbe ad una lunga riflessione sulla bontà della lettura non solo in termini ludici o informativi, ma anche in termini terapeutici.
E non mi sto riferendo solo alla Biblioterapia (una disciplina frutto della fusione – come dice il termine stesso – della terapia, nella accezione psicologica del termine, con la lettura di specifici libri suggeriti da specialisti), ma anche agli incontri “casuali” con testi che “ti capitano” e che si rivelano essere adatti a superare momenti complessi che ci si trova ad attraversare.

Ma cercherò di raccontare solo della mia recente lettura di due libri che mi hanno aperto un mondo (da un lato) e stanno facendo la differenza (dall’altro lato).

Il mio “incontro letterario” con Irvin D. Yalom risale a qualche anno fa.
In un momento in cui ero stufa di leggere manuali di crescita personale.
In un momento in cui cercavo stimoli per fare “quel passo in più”, ma non riuscivo a trovare nulla che mi coinvolgesse a sufficienza.

Ed un giorno, aggirandomi tra gli scaffali di una Feltrinelli, mi cadde l’occhio su “Il problema Spinoza”.
Incuriosita, lo presi e me lo rigirai tra le mani (la sensazione tattile dei libri di carta, in particolare quelli con la copertina morbida, che sembrano ancora più malleabili… adattabili a te e alla tua mano).
Lessi la trama e la curiosità aumentò.
Decisi così di acquistarlo, iniziai quasi subito a leggerlo e fu una epifania.

In breve venni coinvolta ed assorbita dalla storia.
Diventò uno di quei libri per i quali non vedi l’ora di trovare briciole di tempo per poterli leggere.

Ma c’è di più: mi resi conto che le parole mi emozionavano e – talvolta – mi disturbavano in modo inconsueto.
E solo allora andai a leggere le righe che raccontavano dell’autore, scoprendo che si trattava di uno psichiatra.
Il mio primo pensiero fu: “Ecco perché!”
“Ecco perché le sue parole mi coinvolgono così tanto!”, pensai.
Il suo modo di narrare era diverso.
Era qualcosa di sottile che si insinuava e lavorava in background in me che leggevo.

Avevo scoperto un nuovo autore (nuovo per me, perché parlando con amici mi resi conto che era ben noto e – anzi – ricevetti suggerimenti di altri suoi titoli).
Ma soprattutto avevo scoperto una nuova narrativa.

Passò il tempo, lessi altri libri.
Di recente rincontro Yalom.

Non ricordo se e come sono stata “catturata” da “Diventare se stessi”.
Forse – molto semplicemente – ho visto il suo nuovo libro e l’ho comprato a scatola chiusa, forte dell’esperienza positiva, scoprendo solo dopo che era adatto per questo momento. Leggendo un’autobiografia ricca di spunti di riflessione.
Una storia di una vita piena (e non priva di difficoltà), pregna di conoscenza e che invita alla riflessione. Narrando.

Già, la narrazione.
Uno strumento potente per trasmettere conoscenza e sapere.
Capace di arrivare dritto al cuore e alla mente di chi ascolta.
E – nel mio caso – uno strumento importante per affrontare un momento complesso, di transizione.
Di grande aiuto alla comprensione della serena inevitabilità che trasmette.

Ma gli incontri (ed i secondi incontri) non finiscono qui.

“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks è l’altro libro che ho incontrato in questa fase della vita.

Qui si è trattato anche di una rappacificazione con l’autore perché il primo approccio con Sacks fu piuttosto “complesso”: “Zio Tungsteno” mi fu caldamente consigliato diversi anni fa da Giorgio Antonelli (autore del bellissimo – e temo ormai introvabile – libro “La ballata della luce”), che intervistai per la rivista “Casa 99idee”.
Accettai con entusiasmo il consiglio ma la lettura fu assai difficoltosa: un trattato di Chimica in forma narrativa, con tanto di tavola periodica e complesse dissertazioni.
E vista la mia “allergia” alla materia (al liceo presi anche un 3 durante un compito in classe), terminai faticosamente la lettura, giurando a me stessa: “Mai più!”.

Invece – a distanza di anni – mi sono ritrovata a leggere con grande attenzione e commozione il libro di cui avevo sempre sentito parlare un gran bene, ma che per esperienza pregressa non osavo avvicinare (a differenza di Yalom).

E se con Yalom ho assaporato (e continuerò ad assaporare, leggendo altri suoi testi) la contaminazione di generi, lasciandomi trasportare da storie che trasmettono anche contenuti psicologici generatori di riflessioni, con Sacks ho scoperto cosa è la “medicina narrativa”.

La delicatezza ed il sentimento espresso nella narrazione dei “casi clinici”, che sono visti, raccontati e considerati soprattutto come persone con una loro storia, mi ha avvolto e trasportato lungo le pagine del libro.
Generando empatia verso questi protagonisti sfortunati.

Due libri capitati al momento giusto, capaci di confortare, informare, far comprendere e far riflettere.
Capaci di aprirmi a nuovi ambiti di conoscenza, aiutandomi ad attraversare una fase complessa con il giusto e delicato equilibrio tra scienza, emozioni e narrazione.

Ecco, forse è proprio questo che io considero lettura terapeutica: tu (e le tue emozioni) con il libro giusto in grado di accompagnarti e sostenerti.

Chiudo questo post con una “nuova abitudine” che vorrei mantenere.
Due tracce audio caricate sul mio profilo Spreaker inaugurato da poco, relative alla lettura dei due incipit dei libri qui raccontati:

Diventare se stessi

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Buon ascolto. E buona lettura.

[Nelle foto in basso: da sinistra a destra, Irvin D. Yalom (©BrainPickings) e Oliver Sacks (©Pinterest)]

 

 

Sogni, letture ed elaborazioni

È stata una domenica “complessa”.
A causa di un sogno fatto la cui vividezza ha influenzato la mattinata.
E facendo questo sogno, e leggendo al risveglio qualche pagina del libro di Irvin Yalom “Diventare se stessi” (libro che consiglio vivamente, nonostante sia a metà della sua lettura), qualche riflessione mi è sorta.

Premetto: non sono una psicologa e non ho competenze in materia.
Mi appassiona e incuriosisce il funzionamento della mente.
E’ dal 2007, anno nel quale ho incontrato il mondo della crescita personale, che sperimento (cercando di individuare su me stessa) dinamiche di pensiero, lavorandoci attorno e dentro.

E gli eventi degli ultimi mesi, si sono trasformati in un banco di prova e (mio malgrado) in un “laboratorio avanzato” di osservazione e sperimentazione (utile – d’altro canto – ad affrontare nel miglior modo possibile la vicenda, convivendoci e accompagnandola).

Quello che ho osservato (e vissuto) ieri credo sia una delle (tante) manifestazioni della “lunga onda” della elaborazione.

Nel pdf “Dare un senso alle cose“, racconto di sonni profondi e senza sogni (aiutati dalla Melatonina, che ho preso per contrastare l’insonnia da tensione): non ho sognato per settimane.
E solo di recente sono ricomparsi dei loro surrogati.
Ne ho ricordi labili e frammentati che dimentico molto velocemente, nel giro di poche ore, tranne una immagine nitida “accaduta” durante il soggiorno di mia madre non ricordo più se in Terapia Intensiva o in Hospice. Una immagine che conservo ancora oggi, a distanza di mesi: la ricordo che mi dice con forte convinzione “mi fido di te”, ed io che mi sono svegliata il mattino dopo animata da una cieca determinazione di sorveglianza. Sentendomi investita da un surreale compito di tutela e protezione.

L’altra notte però è stato diverso.

L’ho sognata in un letto di ospedale (degenza, perché ricordo una trave testaletto a parete).
Aveva fame e mi chiedeva di procurarle un panino che io andavo a prendere ponendomi dubbi su come dovesse essere, optando per una focaccia (tonda) con prosciutto cotto e un po’ di formaggio. (Una delle cose che mi aveva gradualmente preoccupato sempre più, prima che scattasse l’escalation, era la sua progressiva assenza di appetito. Tant’è che il personale del reparto ci aveva autorizzato a portare del cibo, per cercare di andare incontro a sue esigenze e invogliarla a nutrirsi; ed io andavo a trovarla all’ora di pranzo per farle compagnia, controllarla e stimolarla nel mangiare un po’.)
Nel sogno, rientravo nella stanza con il panino e la trovavo addormentata.
Guardandomi attorno vedevo che sul tavolino c’era una parrucca, e mi dicevo: “Bene, le stanno ricrescendo i capelli!”.
Pensando che presto sarebbe tornata a casa.
(Specifico che mia mamma non era ammalata di tumore: aveva una poliangioite microscopica, una rara forma di vasculite.)

Il sogno è stato talmente vivido che – quando mi sono svegliata – ci ho messo qualche secondo a prendere coscienza che si trattava solo – appunto – di un sogno.
E non è stato divertente.

Ma la cosa ancora più “straniante” per certi aspetti, è stato che – per riprendere possesso della realtà – ho letto un capitolo del libro di Yalom e il caso ha voluto che sia entrata nella parte nella quale racconta della sua esperienza di terapia di gruppo con malati terminali. (Un involontario e fortuito rinforzo alla elaborazione, diciamo così.)

Tutto questo è pura casualità, ma la riflessione è stata automatica: Irvin Yalom è uno dei massimi psichiatri viventi, che usa la narrativa come sapiente veicolo di diffusione della scienza terapeutica. Invitandoti (in maniera laterale ed indiretta) alla riflessione su te stesso.
Mi sono domandata se, leggendo (volutamente) il libro, la mente (l’inconscio) non stia assorbendo le informazioni e le stia rielaborando e combinandole con la propria “banca dati”.

Mentre la parte conscia scantona e si inventa qualsiasi cosa per restare occupata.

Sì, perché un’altra variabile di cui tenere conto è che la mente fugge davanti a situazioni scomode.
Una questione già affrontata durante la permanenza in Terapia Intensiva e che oggi – a distanza di tre mesi e mezzo – si sta ripresentando: dopo avere avuto la necessità di fermarsi, rallentare, sfrondare,… ora la mente ha ricominciato a correre.
E la sottoscritta (ha ricominciato) a doversi fermare per scegliere, sopprimendo la pulsione bulimica di riempirsi giornate e settimane fino a scoppiare.

Già…
La mente è come un sofisticatissimo software, il cui codice è in (gran?) parte ancora sconosciuto.
Riuscire a osservarne con consapevolezza (ponendosi ad una certa metaforica distanza) i risultati comportamentali (sia verbali, che di comprensione) è per me sempre fonte di sorprese.
E più di una volta – in questi mesi – ho osservato cose che ho detto e ho fatto, analizzandole a posteriori e rendendomi conto talvolta di essermi comportata in modi ora infantili, ora dittatoriali, ora ostinati, ora direttivi… nel mentre l’Adulto (e la razionalità, alla quale tentavo di ancorarmi) faticosamente tentava di mediare e di filtrare.

[Fatta eccezione per la foto del libro di Irvin Yalom, le altre foto sono tratte da Pexels]

Due libri importanti

Sono una strenua sostenitrice della lettura come mezzo per evadere, informarsi, conoscere e anche per trovare conforto e senso in momenti complessi.

E spesso i libri hanno segnato momenti importanti nella mia vita.
Due su tutti mi sono accaduti generando cambiamenti: il primo fu “Come ottenere il meglio da se stessi e dagli altri” (scritto da Anthony Robbins), il secondo fu “Shantaram” (di Gregory David Roberts, di cui possiedo anche il seguito – “L’ombra della montagna” – che però non ho ancora letto).
Il primo mi capitò per puro caso e diede inizio ad una nuova fase della mia vita, disegnando una via di uscita da una situazione professionale e personale altamente critica.
Il secondo capitò durante una estate un po’ così, durante la quale stavo trascorrendo le vacanze da sola: “Shantaram” fu un viaggio non solo nelle vicende del protagonista, ma anche all’interno della sottoscritta che leggeva la storia.

E ultimamente ho incontrato altri due altri libri molto importanti.

Importanti per il periodo nel quale sono capitati.
Importanti per il contenuto.

Curare sulla soglia della vita” l’ho incontrato nel momento in cui ho fatto una ricerca online sull’Hospice nella quale mia mamma sarebbe stata trasferita di lì a breve.

L’Hospice “Il Tulipano”: la struttura dell’Ospedale Niguarda che accoglie malati terminali (che hanno iniziato il “percorso di fine vita”, per citare la dottoressa palliativista con la quale approcciammo la fase) affetti da patologie degenerative di tutti i tipi (cardiache, neurologiche, tumorali…) incurabili.

Appena lessi del libro (di difficile reperimento, essendo stato scritto nel lontano 2009, e di non facile divulgazione), lo acquistai “al volo” su Amazon con l’intento di leggerlo in pochi giorni per prepararmi al trasferimento della mamma.
L’obiettivo era cercare di conoscere e capire di più di questa struttura, andando oltre le informazioni reperibili sul portale dell’Ospedale Niguarda e quelle avute durante i colloqui preparatori.

Chiaramente il costante, inesorabile e permanente riordino delle priorità di quei giorni resero impossibile leggerlo secondo i miei progetti.
E fu meglio così.
Perché se lo avessi letto prima, è molto probabile che avrei vissuto quella breve esperienza molto peggio di come l’ho vissuta in realtà.

L’ho comunque letto dopo.
A “vicenda” conclusa.
Ed è stato un viaggio letterario e conoscitivo molto interessante.

È la storia della nascita di questa struttura.
La storia del progetto e della sua messa in marcia.
Narrata attraverso la voce dei suoi protagonisti: il responsabile, la psicoterapeuta, il personale medico e gli infermieri.
Raccontando della nascita del team di lavoro, del processo personale e collettivo di costruzione della identità come singoli e come gruppo di lavoro.
È un viaggio intenso e istruttivo dentro una delle strutture forse più particolari all’interno di un percorso di cura: un luogo che rappresenta (per come la vedo io) una stazione, un’area di attesa, dove si attende di intraprendere un “nuovo viaggio”.

Non è un libro facile, lo riconosco.
Ma è un libro necessario. E importante.
Scomodo per certi aspetti, ma di grande interesse.

Il secondo testo (“Turno di parola“) invece l’ho incontrato attraverso un articolo condiviso qualche giorno fa via Facebook, non mi ricordo più da chi (purtroppo!): “Per fare i medici rianimatori in una Terapia Intensiva pediatrica ogni tanto bisogna urlare“.

Un piccolo libro di una intensità e delicatezza incredibili.
Un piccolo libro costruito dalle voci narranti dei rianimatori della Terapia Intensiva Pediatrica De Marchi, moderati da una psicologa di supporto.

Voci narranti che giorno-dopo-giorno raccontano (nell’arco di una settimana tipo) sensazioni, pensieri, esperienze, storie piccole e grandi, vittorie e sconfitte.

Un libro che ti entra sotto pelle e ti porta con sé dentro un reparto che già di per sé è un ambiente di confine (dove tutto sembra muoversi e svolgersi in un tempo al di fuori del normale tempo che viviamo nella quotidianità), ma che in questo caso è ancora più “limite” perché i pazienti sono speciali: sono bambini.
Una situazione (quella dei bambini in Terapia Intensiva) che non pensi possa (e debba) esistere.

Ed è stato inevitabile per me ripensare ai rianimatori (e al personale) che ho incontrato nella Terapia Intensiva del Blocco DEA Niguarda.
Nonostante la situazione, non sono state poche le volte che – osservandoli – mi sono domandata come si possa lavorare in un ambiente simile e cosa spinge una persona a fare un lavoro così intenso.

La stessa domanda che mi sono fatta osservando (per pochi giorni) i medici e gli infermieri che lavorano in Hospice: situazione diversa rispetto alla turbolenza di una Terapia Intensiva, ma comunque altrettanto emotivamente e psicologicamente intensa.

Ecco perché considero questi due libri così importanti.
Due testimonianze che dovrebbero avere – a mio avviso – una maggiore divulgazione.
Per aiutare a capire e per gettare uno sguardo controllato e filtrato (grazie alle pagine scritte) in realtà che difficilmente accettiamo e concepiamo.

Una ulteriore conferma (se mai ce ne fosse bisogno) che i libri sono un insostituibile veicolo di conoscenza e di crescita.
Dove la conoscenza – ed il sapere – sono un grande supporto utile alla comprensione (e accettazione) di eventi, vicende e situazioni che altrimenti potrebbero essere difficili da capire.

Della delega e della fiducia

checklist-byRawpixel_PixabayAccettare di “delegare a” qualcuno qualcosa è un problema con il quale sovente mi confronto.
E con il quale si confrontano alcuni amici con i quali spesso ragioniamo sul tema, tentando (ora io, ora gli altri) di digerire (e fare digerire) il concetto e quello che esso porta con sé.
Infatti credo che alla base di questa difficoltà di “mollare l’osso” ce ne sia un’altra ancora più robusta, “propedeutica a”: l’avere fiducia (nel prossimo).

E l’impossibilità di controllare la situazione, e l’oggettivo impedimento a prendere decisioni a 360°, è una delle cose più complicate da accettare in una situazione limite: essere il parente di un paziente ricoverato in Terapia Intensiva.
Una situazione completamente sbilanciata, dove la tua “ampiezza di manovra” e di “esercizio del potere e del controllo” è ridotta pressoché a zero.

Dove chi ha le capacità operative, razionali, tecniche e conoscitive non sei tu.
[E dove se riesci ad accettare una situazione simile, la delega (in senso lato) – dopo – sembrerà una passeggiata.]doctor-563428_1280Una delle affermazioni che mi sono rimaste impresse durante i tanti colloqui (che erano quasi dei dialoghi) avuti con i medici del reparto è stata questa:

“Non siete in condizioni di decidere. Siamo noi a decidere per voi, condividendo le scelte.”

Una affermazione che può apparire linguisticamente dura, ma che è una grande verità (per come la vedo io e per come l’ho vissuta).

Perché?
Perché non hai le capacità tecniche (e anche se ce le avessi è bene restare in ascolto, condividendo pensieri e perplessità senza soverchiare l’interlocutore, rispettando il suo spazio operativo).
Perché non hai la lucidità di pensiero: le emozioni che vivi sono talmente forti, che è bene che tu ti impegni a restare aggrappato alla lucidità utile per gestire le emozioni stesse, anziché utilizzarla per prendere decisioni per l’altro.

Devi quindi “delegare nella tua testa” (perché operativamente è già così, che ti piaccia o meno): ossia devi accettare la situazione e fare un gigantesco atto di fede.

doctor-3464761_1280Devi accettare una suddivisione di compiti e – se il reparto ed il personale te lo consente (e noi abbiamo avuto questa possibilità) – lasciare che chi è del mestiere maneggi la materia e si occupi dell’aspetto tecnico e di cura, accettando dal canto tuo la delega che ti viene data di occuparti dell’aspetto empatico ed emotivo di chi giace nel letto (anche se in stato di sedazione).
Una delega – quest’ultima – non meno importante e intensa che solo tu puoi fare, e che non è affatto semplice prendere in carico (tendendo a fuggire dalla pressione emotiva in situazioni simili).

Poi, nel nostro caso, abbiamo avuto la fortuna (nel disastro della situazione) di vedere mescolarsi alcuni compiti: l’umanità del personale di quella Terapia Intensiva che abbiamo frequentato per tre settimane (oserei dire “che ci ha accolto”) è stata quel tassello importante che ha mostrato la differenza nel concetto di Prendersi Cura, inteso come: “Interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività – Oggetto costante (costituito da persone o cose) dei proprî pensieri, delle proprie attenzioni, del proprio attaccamento” (fonte Treccani).

[Immagini tratte da http://www.pixabay.com]

Di linguistica e di parole

Non so se vi è mai capitato di prestare attenzione alle parole che dite, che pensate e che usate durante le conversazioni.
So che sembra una considerazione stravagante, ma è una mia personale fissa che inseguo e perseguo da diverso tempo.

Questa mia “sensibilità” (chiamiamola così) deriva da dei corsi che ho fatto in passato, nei quali mi hanno insegnato ad essere un po’ più consapevole del linguaggio usato sia verso l’esterno (raccontando e interloquendo con qualcuno), sia verso l’interno (raccontandosela).
Imparando che le parole che diciamo – e ci diciamo – disegnano la nostra realtà e quello che gli altri percepiscono di noi.

E nel corso di questi anni ho avuto modo di osservarlo anche in altre persone, ascoltando con attenzione quello che dicono.
Riconoscendo alcune parole chiave che vengono utilizzate e osservando del loro effetto in chi ascolta.
Accorgendomi di termini ricorrenti utilizzati che – in accezioni negative – diventano dei veri e propri bachi nella percezione della realtà.

E recentemente – nei tanti colloqui avuti coi medici – mi sono accorta ancora di più di quanta importanza stessi dando al linguaggio usato.

Da me e dagli altri.

Per esempio mi sono resa conto che alcuni verbi tendevo a coniugarli al presente a scongiurare (metaforicamente parlando) e a rifuggire l’ipotesi di scenari negativi.

In una situazione specifica, dovendo fare una domanda che poteva urtare la sfera professionale dei medici (che stavano facendo l’impossibile) – e non riuscendo a calibrare la persona che avevo davanti (che in altre occasioni, devo avere involontariamente urtato inciampando in parole sensibili) – mi sono dovuta “attrezzare” con una premessa (“La prego di prendere la domanda che sto per farle con le dovute pinze, perché non sono in grado di trovare termini migliori di questi per fargliela…”).

Altre parole urtavano – inaspettatamente e pesantemente – il mio stato mentale e psichico: paradossalmente parole come “abbraccio”, “carezza”, “amore” non volevo sentirle pronunciare (ma non ho mai avuto il coraggio di dirlo, semplicemente quando accadeva smettevo di ascoltare).
“Come mai?”, si chiederà qualcuno.
Perché – per gestire il peso emotivo – mi sforzavo di spostare la lettura della realtà tutta dal lato scienza e battaglia (per la vita). Due interpretazioni che mi tornavano più utili per mantenere un po’ di energia e di lucidità.

La parola “morte” non l’ho mai pronunciata.
Neanche mentalmente.
Forse oggi – qui – mentre scrivo, è la prima volta che lo faccio.
Perché?
Perché – presumo – la ristrutturazione linguistica  aveva raggiunto livelli estremi.
Ed il tentativo di governare lo stato di alterazione emotiva passava anche attraverso questa personale modalità (edulcorando più o meno  la lettura della situazione, o rendendola il più possibile asettica).

E la reazione (solamente interiore) davanti al linguaggio usato dai medici (differente da medico a medico) poteva tenermi calma, mandarmi in bestia, darmi speranza oppure tenermi in uno stato di fredda neutralità (quasi di “galleggiamento”).
Pur dicendo tutti la stessa cosa.

Le parole usate hanno una importanza notevole. Si sa.

E quello che dici ha una ricaduta in chi ti ascolta. Inducendogli non solo la lettura della realtà, ma anche la lettura e l’opinione che si fa di te.

Credo quindi che la scelta delle parole da usare sia una operazione molto delicata.
Quasi etica in situazioni ad alta sensibilità.
Una scelta che necessita di una operazione preventiva di calibrazione dell’altro molto accurata.

Un lavoro che – nello specifico della mia personale esperienza – non può essere fatto solo dal personale medico (che ha ben altre comprensibili priorità), ma che potrebbe essere fatto da specifici “facilitatori” fortemente orientati all’ascolto e all’osservazione di chi ti siede davanti. Capaci di fare da mediatori (e traduttori) nel dialogo tra medici e parenti dei pazienti (ma anche pazienti).

 

[Immagini tratte da Pexels]

Di supereroi, storie e viaggi dell’eroe

Stamattina ho visto il trailer della nuova serie Marvel “Luke Cage” di produzione Netflix.

Ad un certo punto, nel filmato, uno dei protagonisti intervistati menziona il “viaggio dell’eroe”.

Il viaggio dell’eroe è stato spiegato e “sistematizzato” da Christopher Vogler. E viene utilizzato ormai quasi ovunque (declinato in molti modi) per strutturare e raccontare storie. Siano esse personali e/o aziendali.

Può sembrare strano che queste 3 parole abbiano catturato la mia attenzione nel mezzo del flusso di sequenze e mini-interviste ai protagonisti, ma c’è un motivo che vado a spiegare più sotto.

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(Da Zelda Was a Writer)

Ormai credo si sia codificato (quasi) tutto in ambito personale (e aziendale): coaching, strategie di business, analisi SWOT, Business Model Canvas, narrazione (ho perso il conto dei prefissi anteposti alla parola “telling”… e anche sull’uso del termine in inglese si potrebbe aprire una riflessione).

[Stamattina ho ricevuto la newsletter di Daniel H. Pink, nella quale viene menzionato un libro di recente pubblicazione: Designing Your Life: How to Build a Well-Lived Joyful Life. Non ancora disponibile in italiano, da quello che mi pare di comprendere è la applicazione alla vita personale dei concetti e strategie di Design Thinking normalmente utilizzati per progettare prodotti.]

Confesso che questa estrazione/applicazione di strategie spinta – talvolta – all’eccesso mi genera dei dubbi.

Dubbi che mi pongo ormai con una frequenza sempre maggiore, e che si estendono anche ad altre aree (recentemente ragionavo sulla Complessità e Semplificazione).

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“Strategy concept with creative light bulb idea modern design template, Vector illustration” (Da blog.rhei.it)

Perché?

Perché questa “estrazione forzata di strategie” forse fa perdere un po’ della magia tipica delle storie. Quella magia alchemica che fa si che ci si senta coinvolti, che si instauri un rapporto empatico con il protagonista della vicenda che stiamo seguendo. E che – nel caso di romanzi – arriva a far apparire reale quello che può essere anche puro artificio.

[E a proposito di storie segnalo due articoli interessanti in tema di lettura dei romanzi e di lettura ad alta voce (da non sottovalutare): Perché leggere romanzi cambia il cervello – Idee 136 – Leggere storie ad alta voce ai bambini fa bene anche agli adulti: alcuni consigli.]

Poi la sottoscritta si accorge che fa sempre più fatica a leggere manuali e saggi, mentre è sempre più alla ricerca di romanzi (Leggere: manuali o storie?), combattendo contro la personale paura di non imparare nulla (“dai manuali imparo, dai romanzi no”, mi dico… una bella convinzione limitante, per usare un termine caro al coaching, che torna con sistematicità ad intervalli regolari)

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(Prossime) letture inconsuete, esplorando nuovi generi e storie

Attenzione però, non rifiuto totalmente le strategie (puoi avere una bella storia da raccontare, ma se non sai farlo rischi di non riuscire a comunicarla bene). Ma penso anche che non ci si possa affidare totalmente ad esse, pensando che siano la “soluzione-mamma”.

E davanti alla proliferazione di sistematizzazioni, ripenso alla magia citata all’inizio di questo post. Penso a dove possa essere recuperata questa magia che talvolta appare sacrificata o – peggio ancora – nascosta.

E credo che si trovi nella unicità della persona.
Nella unicità delle proprie esperienze vissute e percepite.

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©Pixar (cortometraggio “For the birds”)

Perché ognuno di noi è fatto in un modo tutto suo.
E vive e legge ciò che gli accade secondo un suo modo.

E forse sta tutta lì la personalissima declinazione della meta-struttura del “viaggio dell’eroe”.

(Detto ciò, anche Luke Cage entra nella lista delle serie da vedere…)

 

Riflessioni attorno a Prometheus e la narrazione

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Guardando il film Prometheus di Ridley Scott ho avuto l’ennesima conferma che il cinema (un certo tipo di cinema) ha raggiunto dei livelli di potenza visiva notevole.

Gli effetti speciali sono – per me – una gioia per gli occhi.
Provo quello che credo possa essere definito lo stupore, la meraviglia, come una bimba davanti (e dentro) al Paese dei Balocchi.

Peccato però per un altro aspetto che vedo sempre più vacillante e debole: la narrazione.

Infatti Prometheus è molto debole da un punto di vista narrativo.
Non c’è nessun colpo di scena che ti fa restare a bocca aperta.
Non c’è emozione.

Ed è una cosa che osservo sempre più nei colossal.

La cosa mi lascia perplessa anche da un punto di vista economico: possibile che non ci siano le risorse per costruire una struttura narrativa robusta ed epica, mentre si investono montagne di soldi nella creazione di effetti speciali impensabili fino a poco tempo fa?

Non siamo più capaci di raccontare storie?
Nonostante il gran parlare di storytelling, ed il profilare dei relativi storyteller.

O siamo diventati creativamente pigri?
Assuefati dal flusso continuo di informazioni e parole (non siamo più noi a cercare storie e parole, ma storie e parole a cercare noi).

E, se non siamo più capaci di raccontare storie (nello specifico nella cinematografia), sopperiamo con effetti speciali sontuosi e faraonici?
Oppure – ancora, in una sorta di corto circuito – la potenza visiva (ed i suoi immensi mezzi di persuasione) ci ha fatto impigrire nella nostra capacità narrativa? (Quindi non solo flussi di informazioni e parole, ma anche tecnologia sempre più avanzata con sempre maggiore dominanza della comunicazione visiva.)

Eppure, tornando a Prometheus, i video che comparivano su You Tube (i Viral Clip) in fase di pre-lancio del film, erano fortemente evocativi.

https://youtu.be/W4g9B-QmmfI

Comunque sia andata, Ridley Scott (con i teaser realizzati in un momento nel quale non si vedevano ancora certe modalità narrative che negli ultimi anni sono proliferate) ha inventato una nuova cinematografia facendo partire la storia da “fuori la sala di proiezione”, temporalmente prima della storia narrata al cinema, calandola in una sorta di “realtà nostra imminente” (il video del TED Talk del 2023 è emblematico).

“Io vivo nel futuro”, Nick Bilton

io-vivo-nel-futuro

“Perché il vostro mondo, il vostro lavoro e il vostro cervello stanno per essere creativamente distrutti.” [Sottotitolo del libro]

Sono inciampata per caso in questo libro, mentre cercavo testi su Twitter, sull’utilizzo ottimale dei blog, sul Personal Branding e sulla comprensione delle potenzialità del Web 2.0.

Navigando nel sito della Hoepli, dopo avere digitato la parola “Twitter” nel loro motore di ricerca interno, ho trovato anche questo libro e – spinta dalla curiosità (e dal suo sottotitolo, che trovo geniale)  –  l’ho acquistato nella libreria di via Hoepli a Milano.

Mi sono divertita e ho trovato anche conforto e conferme, leggendolo.

Il conforto l’ho trovato leggendo il divertente excursus che l’autore fa nella storia dell’uomo, attraverso le più importanti innovazioni tecnologiche: la nascita delle tecniche di stampa prima, del treno poi, della radio e della televisione successivamente. Tutte innovazioni tecnologiche che hanno generato puntualmente anatemi, strali, urla e stracciamenti di vesti di preoccupazione. Tutte indicate dai loro detrattori come causa della fine della civiltà, in una costante di corsi e ricorsi storici, pressoché ciclici.

Mi sono divertita (e si è risvegliato in me il bambino) a leggere i possibili (anzi ormai certi) sviluppi della tecnologia e del Web 2.0 come lo conosciamo oggi (mi sembrava di leggere un romanzo di fantascienza).

Mi sono anche un po’ preoccupata ed inquietata nel leggere gli sviluppi futuri che correranno sulla sottile linea di demarcazione che divide la libertà (e la condivisione assoluta), dal controllo ad opera di un Grande Fratello, sicuramente figurativamente diverso da come se lo immaginava George Orwell nel suo libro “1984”, ma già presente (basti pensare alle carte di credito, alle varie carte Fidaty, alla posta elettronica, ai Social Network, alle batterie dei cellulari che funzionano come transponder, ecc. ecc.).

Sono rimasta affascinata dalla futura possibile iper-personalizzazione della informazione, grazie alla immensa offerta e condivisione di informazioni ad opera di tutti che ci permette già oggi di scegliere ciò che a noi più si confà.

E ho trovato conferme (supportate anche da recenti articoli che ho letto) alla sensazione di cambiamento dei processi neurologici che avvengono nel cervello, grazie (o a causa di, a seconda di come la si voglia vedere) alla interazione con la rete: pensi più veloce, ti sposti più rapidamente da un argomento all’altro e diventi capace di gestire più cose contemporaneamente, in un apparente stato di distrazione continua. Una conferma a quanto avevo già percepito  e avevo espresso in un mio precedente post su questo blog (come 40enne neofita del web… quindi con tutte le difficoltà del caso di un rappresentante di una generazione che si trova a cavallo di questo cambiamento che viaggia ad una velocità esponenziale).

Ed un conferma ulteriore arrivata da una recente ricerca che afferma che “domani” (a me sta iniziando a succedere già oggi) useremo il cervello in modo diverso: non ricorderemo più i fatti, le nozioni, ecc., bensì ricorderemo dove andare a cercare le informazioni, gestendo il flusso di informazioni immenso in modo profondamente differente.

L’autore Nick Bilton, specialista del settore e giornalista del New York Times, descrive il tutto e racconta la storia dell’uomo (passata e futura) con piglio ironico (spassosa la sua indagine sul mondo del porno, decisamente fuori dagli schemi ma molto interessante) e con forza visionaria, spinto da una autentica passione.

Ci fa comprendere, con un linguaggio narrativo e quindi ancor più piacevole, che grazie al Web 2.0 siamo (saremo) tutti scrittori, fotografi, giornalisti, opinionisti e politici, in grado anche di generare cambiamenti di (possibile) ampia portata.

D’altronde:

Il battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.

[Foto in evidenza tratta dalla pagina About.me di Nick Bilton]