Usare i (propri) punti di debolezza per imparare

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Torno online sul blog dopo una pausa di riflessione che coincide con la chiusura di un incarico che mi sta lasciando un inaspettato e ricco bagaglio di esperienza che sta contribuendo a smontare delle personali convinzioni limitanti. E che mi sta facendo acquisire quel “coraggio propositivo” per me impensabile fino a non molto tempo fa (e parlo di settimane, non mesi o anni).

Per ora mi destreggio tra stati di ansia, altri di entusiasmo, altri di profonda perplessità (“sarà vero?!”, “dove sta l’inghippo?!”, mi scopro a domandarmi sovente), avanzando passo-passo, testando su me stessa la riuscita o meno delle piccole azioni che sto facendo.
Contando quotidianamente – con stupore crescente – i giorni di anzianità di alcune idee nate qualche settimana fa (reduce da precedenti “epifanie” che facevano sorgere idee come pop-up che franavano rovinosamente dopo 48 ore).

E proprio di recente ho affrontato una piccola e grande sfida (per me): dare il mio contributo durante un transition meeting all’interno dell’esperienza Toastmasters.
(Il transition meeting è un passaggio di consegne tra officer – soci con ruoli – uscenti ed entranti, per condividere esperienze e informazioni utili.)

Dove stava la piccola (e grande) sfida?
Non stava tanto nel cosa dovevo dire (spiegare cosa è un club visit report), ma quanto nel come dirlo: in inglese, tenendo un webinar di 15 minuti via GoToMeeting.

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Sorvolo sulla preparazione di slide e contenuti, cercando di conciliarli con il tempo a disposizione.
Taccio sulle prove a braccio, durante le quali mi registravo e poi mi riascoltavo, preoccupata del mio inglese un po’ naïf e della moltitudine di incertezze.
Pensando alla diretta web.

Diretta che è stata messa alla prova dal sorgere di problemi tecnici durante la mia sessione (l’audio è saltato), che è stata interrotta ed è stata ripresa in un secondo momento (in una rapida staffetta tra relatori coinvolti).
Successivamente (in fase di editazione) il mio intervento è stato cucito per creare una sessione continua, ed è stato caricato su You Tube insieme agli altri contributi.

E fin qui tutto bene.

Quello che invece non mi ha soddisfatto è stata la mia performance: al riascoltarmi ho notato tutte le incertezze nell’inglese, i commenti off topic, e altre cose che non mi sono piaciute.

E la “Barbara giudicante” ha fatto sentire il suo parere.

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In tanti mi dicono che “mi prendo troppo sul serio”, “uso il bazooka per sparare ad un moscerino” (è la mia preferita), “sono troppo critica con me stessa”, ecc ecc. Tutte osservazioni che condivido e sulle quali lavoro alacremente per smussare, tollerare, accettare…

Ma proprio oggi pensavo anche che una convivenza con questo spirito critico ed esigente, è possibile e può tornare utile.
Per fare sempre meglio, alzando gradualmente e costantemente l’asticella.
Senza entrare in loop punitivi e auto-sabotanti.
Muovendosi lungo la linea di demarcazione del doppio significato della affermazione “puoi fare di più”:

  • ok, va bene, e puoi fare meglio (più propositivo)
  • non va bene, fai meglio (più tranchant)

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E così sabato mi sono messa di buzzo buono e ho rifatto la registrazione.
Sempre in inglese e sempre a braccio (quindi con tutte le imperfezioni del caso, ma decidendo scientemente di non preparare un testo scritto).

Ascoltando l’insoddisfazione, usandola come stimolo per rifare (al meglio delle mie possibilità).
Trovandomi davanti anche alla necessità di usare un programma per registrare il nuovo video e cogliendo l’occasione per imparare qualcosa di nuovo (ho scoperto Camtasia e non si contano le versioni di prova che ho registrato e regolarmente cestinato).

Ed è stato inevitabile per me ricordare il vecchio adagio “sbagliando si impara”.

Il risultato è una “extended version” che apre una finestra su uno dei compiti che gli Area Director hanno nel corso del loro mandato.

Sono soddisfatta del risultato?
Pur non essendo perfetto, sì.

Perché?
Perché è frutto di una personale ricerca.
Perché ho cercato di fare il meglio possibile.
Perché ho imparato cose nuove.

Si poteva fare meglio?
Sì, sicuramente.
Ma di questo piccolo risultato mi piace l’autenticità e la ricerca che c’è stata per produrre un risultato.
Su cui costruire qualcosa di migliore, alla prossima occasione.

[Immagini tratte da Google Immagini]

Ci salverà l’esperienza?

03-2-Human-Alarm-ClockSarà perché è venerdì.
Sarà l’età che ti fa fare riflessioni.
Sarà che – complice il “caso” – in questo periodo mi capita spesso di affrontare l’argomento con amici e colleghi, leggendo, osservando ciò che accade e ascoltando…

Fatto sta che le domande che mi si parano davanti negli ultimi tempi sono sempre più grandi e (apparentemente?) insormontabili.
Ed io non so se sono in grado (e sarò mai in grado) di rispondere.

Provo a elencare, in una sorta di libera associazione di pensieri.

Nel weekend pasquale, passeggiando col babbo, mi domanda: “Come va il lavoro?”.
Alla mia risposta tranquillizzante (più o meno), riflette: “Eh sì, perché se accade qualcosa adesso, per te può essere difficile trovare qualcosa d’altro… alla tua età… ed io penso che magari rientri a casa ed in qualche modo facciamo…”
Immediata la mia reazione (energica, ma che camuffa la paura del domani con la quale convivo quotidianamente): “Non è detto! Se pensi al mondo del lavoro come lo hai vissuto tu, non hai dei parametri di riferimento giusti. Quello che c’era ieri, oggi non c’è più!”
Ed il buon babbo concorda… Non so se per pacifica convivenza o per effettiva convinzione.

Già…
Quello che era (e c’era) ieri, oggi non c’è più. O va scomparendo.
(Questo mi fa tornare in mente uno “speech” che ho ascoltato di recente, che illustrava i lavori di un tempo e che sono andati via-via scomparendo. Un esempio: l’uomo che andava a bussare alle finestre per svegliare la gente “The Knocker up”. Altre professioni scomparse le puoi trovare in questa gallery curiosa dalla quale sono tratte le immagini di questo post.)

Ma è vero tutto questo?
Non lo so. A volte ho delle certezze, a volte dei dubbi.

E non so voi, ma io mi danno l’anima nel cercare di leggere, informarmi, ascoltare, capire.
Per cercare di cogliere segnali del futuro.
Per cercare di capire che strada percorrere.
Per cercare di modificare il mio modo di pensare, adeguandolo al mondo di oggi.
Per disegnarmi un possibile “piano B”, nel caso in cui tutto vada a scatafascio.
Per cercare di dare un senso alla pianificazione… (quasi un paradosso rispetto alle velocità del cambiamento in atto).

E proprio stamattina riflettevo con un collega sulla sempre più grossa difficoltà nel lavorare. Nello svolgere la nostra professione.

Si rifletteva su come tutto stia diventando sempre più faticoso.
Su come ci sia in atto una specie di scontro tra normative (e burocrazia), professionalità (nel senso di figure professionali), metodi di progettazione (che stanno cambiando e che non vanno bene con quanto richiesto dalle norme) e variabili che ti si presentano dietro ad ogni angolo.
Tutto questo rende infernale il cercare di muoversi in modo congruente, e consono alla propria identità professionale.

La propria identità professionale…

46 anni (quasi 47), laurea in Architettura, da quasi 16 anni nel mondo della ingegneria (e quindi convivente già da tempo con dissonanze di identità professionali) preceduti da un’altra manciata di anni in studi tecnici.
Con ruoli operativi e di gestione.
Ma non verticalizzati.
Non iper-specialistici.
E quindi in “collisione secca” con chi ti dice che bisogna essere specialisti di nicchia, in un mondo che cambia ad una velocità imprevedibile e che vede nella trasversalità e nella elasticità mentale, e di vedute, delle chiavi di lettura fondamentali.

“Che diavolo posso fare?”, mi domando sempre più spesso.
Come diavolo posso affrontare un mondo così, che ha un margine di prevedibilità prossimo allo zero?
Se tutto va a “carte quarantotto”, come ne esco? A quasi 50 anni…?

L’unica risposta (che è anche una domanda) che mi viene in mente è: mi (ci) salverà l’esperienza(?).
Forse.
Una esperienza intesa come una struttura in continua crescita, che si stratifica e si arricchisce attraverso un continuo interscambio tra vita professionale e curiosità (e necessità) di imparare sempre cose nuove che magari esulano anche dalla tua area di esercizio professionale.

Almeno io ci provo…

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Crescere

nodoCrescere costa fatica.
Fatica nel superare dei nodi parecchio intricati.
Ci sono appena passata e non è stato facile.

Non è stata la prima volta e non sarà neanche l’ultima: la vita personale e quella professionale (ormai strettamente interlacciate tra loro) sono costellate di questi nodi.

Però – come aveva anticipato una amica – una volta che sei dall’altra parte, che hai superato questi nodi (sciogliendoli con più o meno fatica), stai meglio e tutto ricomincia a scorrere in modo più fluido.
Molte cose piano-piano si riposizionano secondo una nuova configurazione di equilibrio.

Sì certo, quando sei dentro la fase di transizione, tutto è difficile.
Sei dentro una grossa turbolenza con i pensieri che schizzano da una parte all’altra come delle palline in un flipper impazzito.
Le emozioni si fanno sentire in modo sgradevole, togliendoti lucidità mentale.

E costa…
Costa sudore e lacrime. Alcune anche amare.

Però…

Però devi tenere duro.
Devi stringere i denti.
Devi farti coraggio e fare anche il lavoro sporco: guardare in faccia i tuoi demoni, le tue paure, immergerti nella “palta” dei brutti pensieri e starci, fronteggiandoli.

E poi magari devi anche scegliere.
Certo.

Però…
Però devi sempre-sempre-sempre ricordarti (con l’ultimo barlume di lucidità mentale che mantieni nel mezzo del caos e delle pressioni) che queste fasi di mutazione hanno una fine. Un termine.
E che quando sarai di là, sarai migliore e – comunque sia – avrai imparato delle cose nuove.

Sarà diverso.
Sicuramente più funzionale.
E – per come la vedo io – il “più funzionale” porta sempre qualcosa di buono.
Anche se di primo acchito così non appare.

Quindi avanti così…
Sciogliendo nodi e districando matasse…

[Immagini tratte dal Google Image]

Crescere lentamente… libera associazione di idee

snail macro on a lavage stem crawling

Credo siano tre anni (mese più, mese meno) che curo questo piccolo blog.

Come ho ripetuto in varie parti, qui dentro scrivo e condivido ciò che leggo e ciò che penso (oltre a ciò che mi capita di vivere nella quotidianità personale e professionale), senza un disegno preciso (una strategia)…
[Magari un filo conduttore c’è, ma non ci faccio caso]

E ho letto tante cose sul web relative a fare business con i blog.
Costruendoli attorno ad argomenti specifici, per offrire un servizio su cui costruire una fonte di guadagno.
Ci ho anche pensato dopo avere letto il libro “100 Euro bastano”: questa estate ho passato tre giorni a studiare la mia rete, cercando di renderla più funzionale possibile.
Ed effettivamente è servito a mettere un po’ di ordine e a rendermi conto del pasticcio di transito di informazioni che girano tra i miei vari profili sui vari social network.
Però l’ispirazione di creare qualcosa di “funzionale a” non ha tenuto (era vera ispirazione? non credo…).

Sicuramente, questa operazione di creare qualcosa di utile è servito anche a riordinare le numerosi sezioni frammentate di cui era composto all’inizio il blog.

È servito a dare maggiore evidenza alla mia passione per la lettura che mi porta ad acquisti bulimici in libreria e su internet (non mi basteranno dieci vite per leggere tutto quello che compro!).
Passerei giornate intere a leggere e a scrivere di quello che leggo!
Ma non criticando bensì applicando una sorta di lettura emotiva, dedicando l’attenzione a ciò che mi suscita il leggere qualcosa

Però alla fine sono tornata a quella che è sempre stata l’idea iniziale: scrivere per lasciare un segno nell’universo, per fare mente locale, per ricordare e fissare dei momenti, per riflettere e per condividere.
Senza pensare ad un possibile business.
Perché se solo penso ad un possibile sbocco monetario, si crea il vuoto mentale e divento incapace di pensare alcunchè.

Un paio di persone (in momenti differenti) mi hanno detto: “Perché non crei una raccolta dei tuoi post migliori?”
La mia risposta è stata più o meno: “Ma no, ma va! Meglio di no. Non ha senso.”
Anche perché penso che oggi siamo in tanti a scrivere (grazie a questi meravigliosi mezzi che il web mette a disposizione) e se mi metto pure io… dove vado?
Non ci vedo un gran senso.
Almeno per me.

Io faccio tutto questo perché mi piace farlo e mi va di farlo.
Senza un fine.

Sicuramente sbaglio.
Sicuramente mi accontento. Di poco.

E proprio anche per questo non spingo per far crescere il blog a numeri stratosferici.

Perché mi piace pensare che chi capita qui anche per caso, e si ferma leggere, lo faccia perché trova qualcosa di interessante per lui/lei.
Ed ogni volta che scopro che qualcuno si iscrive, o commenta perché ha trovato un argomento sul quale vuole esprimersi, io sono contenta.

Perché c’è spontaneità, disinteresse e semplice desiderio di esprimere il proprio pensiero.

Penso che una crescita lenta di questo piccolo spazio sia la cosa migliore.

A me basta questo.
Sono già contenta così.

Buon fine settimana.

Che cosa vuoi fare?

Sarà stata una serie di pensieri che si sono generati da soli, saranno riflessioni nate dalle ultime 48 ore… non lo so…
Ma stamattina (che mi sono alzata un po’ “storta”) ho messo in fila un po’ di cose…

Oltre alle grane lavorative che hanno fatto vacillare quel poco (?) di buono che ho fatto, impegnandomi al massimo, senza risparmiare sabati e domeniche, spesi a cercare di confezionare un buon prodotto, ho anche pensato all’incarico come VPE (Vice President Education) del Toastmasters, che tante soddisfazioni mi sta dando, non senza impegno e fatica (ma con sotto dei motori potenti che spingono e permettono di superare possibili asperità e “dislivelli” che si possono trovare lungo la strada).

E ho anche pensato all’ultima valutazione che ho fatto martedì, durante il meeting del club: si trattava di un discorso di un manuale avanzato che si chiama “High Performance Leadership” (manuale che ho anche acquistato per cultura personale, essendo ancora molto lontana dal poterlo affrontare).

Preparandomi per la valutazione (studiando il “progetto”, come viene chiamato) ho letto di “mission”, “vision” e “value”, e – come mi accade sovente quando faccio queste cose – penso di riflesso anche a me e a quello che faccio: penso a quale può essere la mia mission, a quale può essere l’obiettivo che io ho riferito ad un determinato compito,…
Il tutto calato dentro un contesto più o meno dinamico, che si confronta anche con le mie capacità performanti.

Ed è accaduto che stamattina ho pensato alla mia mission come VPE, poggiata sui miei valori (che considero un po’ come delle fondamenta di un edificio), sulle cose in cui credo ed anche – perché no?! – sulle mie ambizioni (parola bistrattata e spesso letta in una accezione negativa).
Ho iniziato a domandarmi:

  • Che cosa mi sta dando questo ruolo?
  • Che cosa sto imparando?
  • Che punti di forza sta evidenziando?
  • Quali punti deboli sta facendo emergere?
  • Cosa voglio fare?
  • Che obiettivi ho?
  • Dove voglio arrivare?

Il Vice President Education è uno dei ruoli dell’Executive Committee più complessi.
Ma essendo complesso, è in grado di darti tantissimo: un dare e avere di alto livello (mi ricorda quello che mi disse un socio di lunga data del Toastmasters: “Il Toastmasters ti può dare tanto. Dipende da quanto dai tu.”).
Una scuola di vita, fatta di confronti con altre persone, di feedback, di gestione dei rapporti con altri e di gestione di te stesso.
Di cura del prossimo e di comprensione di quali sono i suoi bisogni e desideri.
E mi ricordo quello che mi venne detto a maggio, al termine del primo giorno della Conferenza di Milano dei club italiani, da uno dei membri di maggiore spicco del Distretto Europeo (dopo che c’era stato un intoppo iniziale): “E’ come nella vita: possono accadere degli intoppi. Bisogna avere pronto un piano B.” (Altro insegnamento)

Insomma si impara.

Ed ogni tanto si scivola. Si pensa che non ce la fai più. Che sei stanco. Che ti stai incasinando e che non riesci a seguire tutto.
Ed impari anche ad ottimizzare.
Ad ottimizzare tempi e metodi e scelte, in un continuo processo di auto-settaggio.

Tutta questa riflessione per dire cosa? (Uno si chiede, giustamente)

Elencando in ordine sparso, così come mi vengono in mente:

  • per ricordarsi che spesso si deve fare fatica;
  • per ricordarsi che errare è umano, che si possono fare degli sbagli;
  • per dire che l’imperfezione c’è e fa parte del processo di crescita;
  • per dire che è normale avere paura di non farcela, ma che se sotto c’è una motivazione forte alla fine – in qualche modo – ci arrivi;
  • per dire che è normale avere voglia di abbandonare un progetto, una idea, ma bisogna chiedersi se ne vale davvero la pena.

Sono tutte cose che lette così, sono di una banalità sconcertante.
Ma che spesso – quando siamo immersi in una determinata situazione che ci sta mettendo alla prova – ci dimentichiamo, correndo il rischio di fare scelte sull’onda emotiva, che si possono rivelare profondamente sbagliate.

Mai mollare.

O per lo meno, prima di mollare, fermarsi, tirare un bel respiro, e pensare bene a cosa si vuole fare e se vale la pena mollare per una possibile momentanea difficoltà…

[Foto di Nick Fewings su Unsplash]

Fallimento…

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Che brutta parola!
Fallimento… (Anche l’immagine l’ho scelta apposta… e non è stato facile trovare qualcosa di attinente sul web…)
Una parola che suona quasi come una bestemmia.
Un tabù.
Un qualcosa di cui non si deve assolutamente parlare.

Per lo meno in tanti ambienti.
Dove si gioca a livello linguistico con la parola “Successo” (“participio passato di succedere” – sì – ma non solo).
E dove l’atmosfera da “ricchi premi e cotillon” serve – in modo molto perfido – a fare leva sul tuo desiderio di successo.

Però facendo una ricerca sul dizionario, alla parola “successo” si legge:

successo (su’t:ʃɛs:o)
nome maschile
1. riuscita buon fine superare l’esame con successo
2. notorietàpopolaritàconsenso accoglienza favorevole, apprezzamento generale riscuotere un grande successo – Il successo gli ha dato alla testa.
di successo – molto famoso, apprezzato, amato un professionista di successo una trasmissione di successo
3. ciò che ha riscosso il favore del pubblico una raccolta dei più grandi successi

[Fonte “The Free Dictionary”]

Che poi è il significato che io ho sempre considerato (e credo come me, tanti altri).

Attenzione, non sto contestando l’utilizzo massiccio e massivo della parola “successo”: è comunque una parola che viene spinta anche giustamente in avanti, utile ad esorcizzare paure varie ed eventuali che ci inseguono senza tregua (tendendoci agguati ad ogni angolo).

Solo che secondo me (e non credo di essere la sola) questa parola sta iniziando a creare qualche problema.
E ascoltare stamattina alla radio (Virgin Radio) un DJ che raccontava di un blog di successo dedicato proprio al fallimento, mi ha spinto a riflettere e a recuperare dei ricordi.

In particolare il DJ ha citato un blog (segnalato dal sito di La Repubblica) intitolato “Start up Over“: un sito/blog dedicato a tutte quelle Start Up nate come funghi e rovinosamente fallite.
Ne esamina le dinamiche, con l’obiettivo di “imparare dai fallimenti altrui e propri”.

Idea molto interessante.
Anche perché, dal mio punto di osservazione molto periferico e da perfetta neofita, osservo questo proliferare di nuove iniziative (tutte battezzate come “start up”) che hanno un comune denominatore: la tecnologia.
Un oceano che – secondo me – sta diventando via-via sempre più rosso, tendente al purpureo.

(Mi ricordo di un open-day della redazione di Wired al quale avevo partecipato e che aveva presentato nuove start up, con un comune denominatore: tutte applicazioni per web-mobile… Tant’è che mi ero domandata dove stava il vantaggio di tutto ciò. Percepivo una virtualizzazione sempre più spinta all’eccesso, con un pericoloso rischio di “sovra-esposizione”. Non a caso oggi si parla di possibile “bolla delle start up”).

Ma il “gancio” colto dal DJ stamattina e che gli è stato utile per lanciare un dibattito in rete è stato:
“Ma tu come vivi il fallimento?”

Mi sono detta: “Già, come vivo il fallimento?”
Risposta: male, molto male!

Ovviamente a seconda della entità del fallimento, della cura che ci metto in una cosa, nel sentirmi più o meno sotto esame, nel livello di coinvolgimento con altre persone, ho diversi livelli di metabolizzazione del fallimento: vado dal “chissenefrega!” nel caso di errore minimo, alla frustrazione, rabbia e depressione se sbaglio/fallisco in cose a cui tengo molto (sono fresca su questi argomenti, ahimè…).
Attraversare la tempesta emotiva che ne segue, può essere una impresa piuttoso difficile.
Posso passare giorni a rimuginare sulla cosa, domandandomi ossessivamente dove ho sbagliato.

Però, poi, passata la fase di implosione/esplosione, mi rialzo, mi scrollo la polvere di dosso, mi guardo in giro un po’ frastornata, e – barcollando come un pugile suonato – mi rimetto in moto.
Sicuramente con un bagaglio conoscitivo in più.

Essì, perché che mi piaccia o meno (e non so come la pensi tu), ho imparato di più dai fallimenti che dai successi.
E ne sono uscita pure rinforzata…

L’unica mia preoccupazione è che non diventi l’unico modo per imparare in modo efficace… 🙂

Immagine tratta da http://www.associazionequadri.it