Raccontare la propria storia [VIDEO]

Ho conosciuto Carina Fisicaro a dei corsi di crescita personale.
Non avevamo scambiato molte parole, però avevamo con-vissuto e con-diviso contenuti ed esperienze.
Poi le nostre strade si sono separate e dopo qualche tempo ci siamo ritrovate su Facebook ed abbiamo iniziato a seguirci.

Qualche settimana fa, Carina inaspettatamente mi contatta in privato e mi chiede se voglio partecipare ad un suo progetto molto importante, facendo una intervista.

Il progetto si chiama “Donne di Successo & Family” e l’obiettivo è trovare donne che – con la loro storia e la loro esperienza – abbiano qualcosa da raccontare e possano essere di ispirazione per altre ragazze e donne che vorrebbero fare “qualcosa” per cambiare o anche solo sistemare la loro vita.

Come mi era accaduto già un’altra volta, la prima domanda che mi è venuta in mente è stata: “Ma io che diavolo posso raccontare?”
Però mi sono anche detta: “Ma sì, proviamo e vediamo che succede!”
(Anticipando a Carina: “Occhio che non sono sposata e non ho figli! Quindi non so che contributo posso dare…”, pensando alla parola “family” del progetto)

È diventata una chiacchierata tra amiche.
Carina ha saputo mettermi a mio agio e disquisire in modo naturale, portando con leggerezza la conversazione su argomenti di non facile approccio e facendomi dimenticare che si trattava di una intervista.
Mi sono divertita ed è stato per me anche un momento di bilancio e di riflessione.

Qui c’è il link all’articolo sul suo blog: “Come star bene con se stessi e perché – Barbara Olivieri”

Mentre qui sotto c’è il video (durata: 50 minuti… mettetevi comodi…).
(Guardandolo qualche sera fa in anteprima mi sono detta: “Ammazzate quanto parlo!”.)

Buona lettura e buona visione!
E un grande grazie di cuore a Carina per avermi coinvolto!
Complimenti per il suo progetto, che merita tutto il successo possibile!

[Foto di copertina courtesy of Viola Cappelletti Photography, scattata nella serata di Elvis Inside di gennaio 2014]

“The Leader Who Had No Title”

20121103-012236.jpgNon avevo mai sentito parlare di Robin Sharma, fino a quando non sono andata al seminario di William Ury sul “No Positivo” lo scorso 12 ottobre a Vicenza.

Lì, in una pausa del seminario, è stato presentato il prossimo evento del Club Mondiale della Formazione: una giornata sulla leadership proprio con lui.
Ed in quella occasione è stato proiettato un video dello stesso trainer, che si presentava e salutava i partecipanti, rimandandoli al prossimo evento del 24 maggio 2013, sempre a Vicenza.

Confesso che, essendo “settata” sui modi eleganti e misurati di William Ury, ascoltare (e vedere) il video di Sharma mi mise l’ansia. Il suo modo di parlare era troppo impositivo ed energetico.
Rimasi perplessa.
Spinta però dalla curiosità, e dall’annuncio dal palco di Mirco Gasparotto e Nello Acampora, mi ripromisi di leggere il libro “The Leader Who Had No Title” (uno dei suoi testi più noti).
Libro che – visto che c’ero – ho acquistato in inglese, in versione e-book (“Così mi esercito un po’ con la lingua e mi abituo ai formati digitali”, mi sono detta).
Nel frattempo ho dato una occhiata al suo canale You Tube, guardando qualche suo video.
Con la perplessità che cresceva sempre più.
“Troppo adrenalinico, troppo autocelebrativo!”, mi ripetevo tra me e me.
È stato quindi con grande scetticismo che ho iniziato a leggere il libro, ricevendo anche un feedback entusiasta da una amica che – invece – apprezza molto l’autore e ha letto quasi tutto quello che lui ha scritto.

L’inizio è stato abbastanza tiepido.
Leggevo cose a me abbastanza note.
E mi ritrovavo a ripetermi che, sì, sono cose interessanti, sono approcci alla vita abbastanza innovativi, sono regole valide, ma… Ma sono cose che si sentono dire da più parti, da tempo, nel mondo della formazione.
Insomma, “nulla di nuovo, nulla di stravolgente”, mi dicevo (proseguendo nella lettura).

Ed invece, ad un certo punto, o sono stata io che ho cambiato atteggiamento, o è stato il libro che ha avuto un impercettibile ma inesorabile cambio di marcia, fatto sta che sono entrata in “risonanza” coi contenuti che via-via incontravo.

Fino ad arrivare, alle ultime battute, ad un imprevedibile sblocco emotivo.
Non mi succedeva dai tempi di “Bianca come il latte, rossa come il sangue” di ritrovarmi con le lacrime agli occhi.
Se poi considero che, negli ultimi tempi, i libri di “crescita personale” mi erano venuti a nausea…

Probabilmente questo semplice testo deve essere andato (quatto-quatto) a toccare delle corde profonde.

Non è un libro complesso ed inavvicinabile.
È un libro gradevole, che si lascia leggere in modo scorrevole.
In forma di storia trasmette dei concetti che (se applicati) possono effettivamente operare dei cambiamenti.
Nulla di miracoloso.
Bensì una serie di sistemi di approccio e di modi di vita, che vanno applicati con costanza, ogni giorno. Proprio perché nessuna ti regala nulla. E nulla piove dal cielo.
Infatti è utile tenere bene a mente che, per conquistare qualcosa, si deve fare sempre un po’ di fatica, assumendosi le proprie responsabilità delle proprie azioni.

[Immagine di copertina tratta da www.learn2things.com]

Piantala di essere te stesso! – il seminario

Piantala di essere te stesso

Sono di ritorno da un weekend di “formazione personale” che si è svolto a Nimis (in provincia di Udine).

Il seminario si è basato sulla struttura di un libro intitolato “Piantala di essere te stesso!”.
È stato tenuto dallo stesso autore: Gianfranco Damico (coach e scrittore) ed organizzato da Claudio Marchiondelli.

Del libro (letto quasi un anno fa) ne ho già parlato in un altro articolo.
Oggi condivido l’esperienza del seminario.

È stato un ripasso dei contenuti del libro, un ampliamento degli argomenti ed un potenziamento della comprensione dell’importanza del linguaggio e delle dinamiche mentali.
Per me è stato motivo di ripresa di alcuni concetti, di intuizioni profonde e di incrocio di dati e conoscenze che – in questi anni – sono avanzate in ordine sparso e (apparentemente) scollegate tra loro.

Collegare tra loro la PNL (Programmazione Neuro Linguistica) alla Linguistica, al Coaching, alla Fisica Quantistica e alle Neuroscienze costituisce un allargamento dei propri confini di conoscenza.
Se poi si innestano anche i concetti lasciatici in eredità dalle filosofie orientali millenarie e dai filosofi che dall’antica Grecia giungono fino a noi, davanti a te si distende un universo del sapere (in continua espansione) capace di rovesciare punti di vista della realtà e capace di modificare profondamente opinioni che ci hanno condizionato sino ad oggi.

Tante sono le cose che mi hanno colpito. Una per me molto importante, è il sistema delle posizioni percettive (non smetterò mai di imparare da questo sistema): in una situazione di conflitto interlocutorio, l’avere la capacità di spostarsi dalla posizione percettiva soggettiva, a quella dell’interlocutore, alla “terza posizione” (osservando dall’esterno), è sempre fonte di comprensione di cosa e come possono essere letti eventi che sono per noi fonte di frustrazione.

Sì certo, questi weekend costano fatica e impegno.
Significa mettersi in discussione e fare scoperte a volte sgradevoli, ma che sono presagio di cambiamenti migliorativi (prendendo coscienza dei propri limiti).

Tornando a casa mi sono ritrovata a sentire un po’ di malinconia per questo bel weekend passato insieme a vecchie e nuove conoscenze. È come se – venendo via – avessi perso qualcosa.

Ma cambiando il punto di vista (la prospettiva) si può leggere invece una creazione di nuovi legami, un rinforzo di legami esistenti ed un ampliamento dei propri orizzonti intellettivi senza pari.

Continuando un viaggio che non avrà mai fine, perché sempre latore di nuove conoscenze…

Effetto Extraordinary

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“Quando esco da un corso Extraordinary ho sempre due sentimenti contrastanti: eccitazione per tutto ciò che ho appreso e tristezza per tutte quelle persone che non conoscono e non conosceranno questo magnifico mondo”  [l’amico Giuliano]

Il 24 settembre del 2010 (quasi un anno fa), iniziavo il corso di Dinamiche a Spirale con Extraordinary.

Oggi sono quasi arrivata al termine di un percorso di formazione che si è sviluppato nell’arco dell’anno: oltre ad avere frequentato i corsi di Dinamiche a Spirale, ho seguito il laboratorio Coaching Lab (sviluppato attraverso incontri mensili con esperti di Scrittura, di Personal Branding, di Executive Coaching, di Life Coaching, di Milton Model, …), ho fatto un corso residenziale che mi ha rovesciato come un calzino (di cui sento ancora l’effetto a distanza di un mese e mezzo) e ho fatto un corso di Public Speaking (dove ho sconfitto un’altra delle mie paure folli).

Durante questo anno, che si avvia alla conclusione con l’ultima lezione del Coaching Lab il 2 dicembre, ho percorso una strada con un gruppo di persone normali ma al contempo eccezionali.

Ho imparato tanto, ho attraversato momenti difficili propedeutici ad una crescita (soprattutto all’Extraordinary Me e al corso di Public Speaking), traendone comunque una grandissima soddisfazione.

Si sono creati legami molto profondi tra i componenti di questo gruppo, che hanno percorso questa strada assieme (e che spero proseguirà verso nuove tappe di crescita), ed il merito di tutto questo va non solo alle persone che si sono ritrovate in questo ambiente, ma anche all’ideatore di tutto questo, Claudio Belotti, e a sua moglie Nancy. Sono stati in grado di fare da collante tra tutti noi, silenziosamente e discretamente, con misura ed efficacia.

Hanno creato un legame così saldo tra noi, e forse così evidente all’esterno, che ha colpito anche alcuni coach e trainer che si sono avvicendati. Alcuni li ho visti veramente emozionati, andando a rinforzare la mia convinzione che qualcosa di speciale si è creato.

Qualcosa che ho ribattezzato “Effetto Extraordinary“.

Si, l’ho chiamato così perchè è specifico di questa esperienza. [Quando avevo frequentato altri corsi in NLP Italy (sempre con Claudio Belotti), si erano creati – sì – dei legami tra alcune persone, ma non si erano creati legami di questo tipo.]

Qualcuno potrà obbiettare, pensando che si tratti di – estremizzando – idolatria.

Spiacente, ma non è così.

Quando vieni in contatto e ti immergi in certe realtà, tutto cambia: cambia il tuo modo di approcciarti alla quotidianità, cambiano le tue priorità e cambia il tuo modo di vedere ed esplorare il mondo.

Forse in questo percorso di progressione e riposizionamento ci si sentirà un po’ più soli (molti legami cambiano sostanzialmente), ma l’aria che si respirerà sarà più leggera e la vista che si godrà dal nuovo punto di osservazione, sarà impagabile (per riprendere una frase del mio mentore).

[Immagine tratta dal sito www.extraordinary.it]

Comunicare in pubblico

Ieri ho terminato il corso “Comunicare in pubblico straordinariamente”, con Extraordinary.

Trainer del corso Claudio Belotti (affiancato da Patrizia Belotti), che con la consueta bravura, professionalità, grinta e sensibilità, ci ha accompagnato attraverso i trucchi del mestiere per imparare ad essere degli ottimi comunicatori, aiutandoci ad individuare il nostro stile personale, che ci contraddistingue.

Cosa posso dire, senza svelare i contenuti del corso, che merita di essere seguito e – soprattutto – vissuto?

Ho a lungo evitato il corso, accampando le scuse più assurde, banali e bislacche.

Ma quello che io evitavo era il confronto con l’audience e la paura di sbagliare.

Eppure ho già vissuto esperienze di “public speaking”, davanti a piccole platee costituite da riunioni di coordinamento, riunioni di cantiere ed illustrazioni di progetto davanti a terzi.

Però l’ansia che mi ha portato sino a ieri ad evitare la frequentazione di questo corso, la dice molto lunga sullo “spessore emotivo” che c’è dietro.

Nonostante la fatica, gli ostacoli emotivi da superare, la concentrazione alta e l’intensità dei contenuti, è un corso che rifarei anche domani (come rifarei anche domani l’altro corso – residenziale – che ho fatto tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre: Extraordinary Me).

Grazie all’alta professionalità di chi ci ha accompagnato alla scoperta delle nostre risorse, grazie all’alto contenuto del corso e degli argomenti trattati, e grazie all’alto livello di quelli che mi piace chiamare “compagni di viaggio” (non semplici compagni di corso, ma persone che hanno la volontà di crescere, migliorarsi ed imparare, aprendo le loro menti ed i loro cuori).

Superate le barriere iniziali, e scaldati i motori, tutti ci siamo messi in gioco e ci siamo esposti ed aperti, imparando ed affinando tecniche, ed imparando a riconoscere ciò che ci rende unici e convincenti (anche quando cadono tutti i pennarelli della lavagna durante la presentazione… come è successo alla sottoscritta durante il round finale…).

Con Claudio (e Patrizia) ed i compagni di viaggio,davanti ad una telecamera, ci siamo messi alla prova, abbiamo raccontato e condiviso tante storie di vita e professionali, e ci siamo scambiati feedback ed indicazioni.

L’impressione che ho portato a casa è che un altro tassello viene messo a posto, che un altra soglia emotiva è in fase di superamento e che il viaggio continua. Un viaggio che difficilmente avrà una fine, scoprendo lungo il percorso sempre cose nuove, in un arricchimento e miglioramento continuo.

Grazie a Claudio, a Patrizia e a Linda (paziente e presente assistente) per l’ottimo lavoro.

[Fonte immagine: Google Images]

La “Crescita Personale”, un arma a doppio taglio.

Immagine tratta dal blog Efficamente

Frequento corsi di “crescita personale” dal 2007.

Approdata per ragioni personali (dalla parola stessa), come è successo (e succede) a tante persone quando iniziano a frequentare questi corsi, è nata la passione per la Programmazione Neuro Linguistica, il Coaching, la Negoziazione e la Leadership.

E la naturale conseguenza è stata quella di iscrivermi alla Scuola per Coach per diventare un Coach.

Ora, a distanza di qualche anno e continuando a frequentare i corsi, sorgono dubbi e riflessioni.

Riflessioni dettate dalle esperienze lavorative, dalle riflessioni private e dagli scambi di opinioni che nel frattempo ho avuto con amici.

La cosa che più mi inquieta è che, confrontandomi con persone che stanno seguendo percorsi di crescita personale (di vari generi e scuole: dai più concreti ed operativi, ai più spirituali), ho percepito una sorta di dipendenza.

La “materia” è sicuramente affascinante ed occasione di grande arricchimento (leggendo alcuni – non tutti – libri sull’argomento, si aprono moltissime porte che ti fanno esplorare nuovi campi, leggere nuovi libri, sviluppare nuovi interessi), ma su alcuni soggetti “sensibili” rischia di aprire dei “loop” nei quali si entra e si inizia a percorrere in circolo un sentiero autoreferenziale.

Si vede la realtà sempre sotto la stessa lente, si valutano le persone (e gli amici) solo seguendo determinati procedure o schemi, si danno consigli non richiesti, si leggono solo ed esclusivamente libri attinenti l’argomento, escludendo a priori altri libri di altri generi (narrativa, saggistica, avventura) e discussioni su argomenti “leggeri”.

Nel “loop” l’Ego si ingigantisce sempre più e ci si auto-considera “guru” di qualcosa, sentenziando e perdendo gradualmente il contatto con la realtà fatta anche di gestione concreta dei problemi.

In questo processo il passo successivo, secondo me, è la presa di decisioni molto rischiose:

  • visto che l’azienda per cui lavoro non rispecchia i miei valori, do’ le dimissioni (“salto senza rete”);
  • visto che non mi piace più il lavoro che faccio, lo lascio (senza avere preparato una alternativa);
  • voglio fare il Coach (senza avere valutato realmente le proprie capacità: un conto è che ti piace qualcosa, un conto è quello che sai fare, quello per cui hai talento);
  • ecc..

A volte penso che la “Crescita Personale” sia un’arma a doppio taglio: un insieme di strumenti in grado di apportare qualità nella vita di un individuo, ed un insieme di strumenti che – se non adeguatamente compresi e gestiti – possono generare dinamiche comportamentali dannose.

Il Coaching, la PNL e le altre discipline affini devono – sempre secondo me – aiutarti a ragionare con maggiore lucidità, ad uscire dai “loop” negativi nei quali ci si impiglia in alcuni momenti, a farti gestire gli stati d’animo in maniera migliore, a farti prendere decisioni migliori e funzionali, a farti vedere le cose da più punti di vista.

Invece, in alcuni casi, rappresentano un’ancora di salvezza, un rifugio dalla realtà, che può farti perdere la rotta e farti credere cose non reali e non correttamente ponderate.

Come tutti gli strumenti sofisticati può fare molto bene e può fare molto male, dipende dall’uso che se ne fa.

Secondo me l’abilità sta nel testare gli strumenti che si acquisiscono su se stessi, utilizzandoli per tracciare la giusta rotta, mantenendo un confronto costruttivo con la realtà fatta di conoscenze acquisite (cultura acquisita) e confronti con amici, mentori, referenti, che possono anche avere idee diverse dalle tue (e guardarti con scetticismo) ma possono anche funzionare egregiamente come “contro-bilanciatori” in grado di farti scegliere le giuste strategie, considerando sempre che la decisione finale è sempre e solo tua.

Ciò che ho scritto in questo post scaturisce da riflessioni che sto intensificando in questi ultimi tempi, a conclusione del percorso della Scuola per Coach. Ho attraversato (e sto attraversando) fasi di grande motivazione nel volere fare il Coach, e altrettanti grandi momenti di riflessione:

  • Ha senso cambiare rotta con una brusca virata, abbandonando a 43 anni quanto fatto sino ad oggi per andare a fare una cosa completamente diversa?
  • Mi piacerebbe realmente fare il Coach?
  • Ho le capacità necessarie?
  • Come posso utilizzare quanto imparato ad oggi come un valore aggiunto per riconfigurare la mia attuale professionalità?
  • Come posso incardinare queste nuove conoscenze con le conoscenze acquisite in quasi 15 anni di lavoro?
  • Come posso incardinare 15 anni di esperienze tecniche pregresse in una nuova figura professionale di Coach?

Queste domande potrebbero essere una traccia di un esame di coscienza da farsi durante questi percorsi di crescita, ascoltandosi molto attentamente mentre si risponde, individuando eventuali falsi segnali che possono farci prendere decisioni sbagliate.

Coaching e Management

Il viaggio con il Coaching Lab continua e venerdì scorso è stata la volta di Patrizia Belotti, che ha tenuto un laboratorio sul sistema dei Valori applicati all’ambiente aziendale.

Avevo già avuto modo di vedere Patrizia in azione e l’avevo trovata molto brava: efficace, vivace e capace di trasmetterti la passione per il Coaching.

Questa lezione è stata una conferma della sua bravura e della sua professionalità, ed è stata anche una importante occasione di ascolto ed apprendimento di come il Management si fonde con il Coaching e come – viceversa – il Coaching può apportare una marcia in più, una performance di qualità, nel Management.

Era esattamente ciò che volevo sentire.

Infatti è molto tempo che mi interessa l’argomento del Management (Project Management e affini): quello che mi ha sempre frenato è stato l’osservare montagne di tabelle e di equazioni complesse che – se le comprendi – aumentano in modo esponenziale la tua autostima; se non le comprendi, sono un deterrente nell’affrontare e assimilare la materia.

Senza contare la personalissima opinione che ho nei confronti delle tabelle e della classificazione spinta: si finisce muovendosi secondo griglie rigidissime, inquadrando tutto in categorie molto precise, senza prendere nelle dovute considerazioni la variabile “essere umano”, difficilmente incasellabile.

Invece ascoltare da chi, come Patrizia, sul campo ha la possibilità di portare la sua esperienza pluriennale nel Coaching in una azienda quotata in borsa, fa la differenza e fornisce molti spunti di riflessione.

Mi ha anche colpito il concetto di multidisciplinarietà. Questa idea a me particolarmente cara, è stato oggetto di mie profonde riflessioni negli ultimi tempi: la mia formazione accademica, unita alle mie esperienze professionali e ai miei interessi personali (compreso il Coaching e la PNL negli ultimi anni), hanno generato non pochi dubbi sul mio passato, presente e futuro.

Spesso, nell’ambiente in cui lavoro, la multidisciplinarietà e la trasversalità della formazione sono visti come un impedimento allo sviluppo professionale e fonte di scarsa credibilità (secondo quanto da me inteso e percepito). Negli ultimi tempi ho pensato che una figura professionale “ibrida” come la mia possa avere difficoltà di ricollocazione e/o di crescita. Il concetto che ho assorbito dall’ambiente circostante è stato: specializzazione. “Fai una cosa e falla bene, sii uno specialista.”

In questo Laboratorio invece il concetto trasmesso è stato diametralmente l’opposto.

Il messaggio importante che è passato è che la formazione dei partecipanti (chi avvocato, chi fisioterapista, chi architetto, ecc. ecc.), riuniti nella stessa aula, deve essere un valore aggiunto da portare nel Coaching e/o il Coaching stesso diventa una qualità distintiva della formazione e professione attuale.

Assume importanza fondamentale la polidisciplinarietà ad evitare la auto-referenzialità, tipica di chi parla sempre dello stesso argomento (nello specifico leggasi Crescita Personale), raccontandosela all’interno di un gruppo che parla sempre degli stessi argomenti, perdendo il contatto con la quotidianità e con quello di interessante che c’è la fuori nel mondo.

Per me questo è stato un messaggio molto importante, che va ad incardinarsi in una riflessione che mi facevo qualche giorno prima e che ho postato sulla bacheca di Facebook:

Devo trovare il filo rosso che lega tutti gli interessi che coltivo sul web… Sembro polverizzata sulla rete, non monotematica, e non so se sono dispersiva oppure se inconsciamente seguo un filo rosso che non vedo a livello conscio (ma che c’è).

La risposta di uno dei miei contatti, Helga Ogliari, illuminante, è stata:

beh al massimo se proprio non trovi il filo puoi giocarti la carta “bottega del Verrocchio

La voglia e la curiosità di interesse in Arte, Architettura, Tecnologia, Coaching, …, è ripartita.

Per diletto, per passione e per arricchimento.

Il lavoro da fare ora è trovare la chiave per rendere il tutto funzionale anche alla crescita professionale, consentendo una progressione ed un miglioramento.

[L’immagine in evidenza è tratta dal sito La dolce vita – ritrae una Wunderkammer (stanza delle meraviglie), molto comune nell’alta borghesia dei secoli passati. Raccoglieva gli oggetti più disparati ed esotici raccolti dal proprietario nei suoi viaggi e rappresentanti i suoi interessi.]

“Piantala di essere te stesso!”

piantala-essere-te-stesso

 Seguo la PNL ed il Coaching dal 2007. Ho fatto (e sto facendo) tanti corsi. Ho letto tanti libri; alcuni li ho piantati a metà perchè noiosi e/o incomprensibili, o semplicemente perchè non era il momento giusto per leggerli.

Ho spaziato dai testi di PNL e Coaching, andando ad esplorare altre aree di “crescita personale” un po’ “particolari”, sconfinando nella Legge di Attrazione (portata alla conoscenza del grande pubblico con il libro “The Secret”), nella Fisica Quantistica, nel Transurfing (una variazione sul tema della Fisica Quantistica)… Avvicinandomi alla Intelligenza Emotiva di Daniel Goleman (non ancora esplorata approfonditamente).

Mi sono incuriosita nel leggere teorie difficilmente accettabili, al limite della fantascienza (meno ne parlavo con i miei amici e meglio era, per non passare per matta), ma con una loro logica intrinseca.

Tante discipline ed argomenti che non riuscivo a mettere assieme in un continuum organico. Mi dicevo: “O segui questa teoria, o segui un’altra teoria!”, non riuscendo a vedere il filo logico che le legava.

Poi un giorno, alla Feltrinelli di Corso Buenos Aires di Milano, mentre cercavo dei libri senza una meta precisa, sono stata catturata dalla presentazione di un libro dal titolo “Piantala di essere te stesso!”, di Gianfranco Damico (ed. Urra). L’ho visto esposto, l’ho guardato e incuriosita dal titolo (apparentemente in contrapposizione con quanto affermato da tanti guru della crescita personale che affermano l’importanza dell’essere se stessi) l’ho acquistato.

Iniziato a leggere subito, in treno tornando a casa, sono stata catturata dalla freschezza del linguaggio e dall’assunto di partenza: un modo molto diverso di vedere il concetto dell’essere se stessi.

Un interessante viaggio tra la PNL, la Fisica Quantistica e la Filosofia, in grado di legare queste “teorie” tra loro, capaci – tutte assieme – di cambiare il modo di vedere la propria realtà, e di diventare costruttori del proprio futuro (bella la metafora dell’assistente dell’Architetto e dell’Idraulico).

Mi è piaciuto anche l’utilizzo del linguaggio: ironico, evocativo e “italiano”. Infatti uno dei grandi pregi di questo libro è proprio il lavoro svolto, di tradurre/trasferire in un linguaggio comprensibile alla nostra cultura, concetti che altrimenti potrebbero risultare un po’ difficili (alcuni provenienti dal mondo anglosassone); inserendoli nella nostra quotidianità, incrociandoli con l’ambiente nel quale viviamo e la lingua che parliamo (ho la personale convinzione che la lingua italiana sia estremamente complessa e sfaccettata, ricca di tantissimi significati difficilmente ritrovabili in altre lingue europee).

Bellissima le considerazioni sulla favola di Pinocchio: mi hanno fatto riflettere anche sul dialogo serrato che c’è con mio padre (che considero il mio coach-stabilizzatore), che porta spesso a scontri generazionali sulla profonda diversità di vedute che abbiamo.

Un libro da leggere e da tenere a portata di mano, per riprendere qualche passo ogni tanto, e da utilizzare come base di partenza per sviluppare un viaggio di approfondimento culturale e conoscitivo, grazie alla cospicua bibliografia inserita in coda al testo.

Ma soprattutto un punto di partenza per un viaggio dentro se stessi e per se stessi, ascoltando noi stessi e la nostra grande capacità di catturare la Filosofia delle cose (spesso sottovalutata e sepolta sotto le solite sovrastrutture mentali).

[Nell’immagine di copertina Gianfranco Damico e Andrea Bettini in “Da lunedì inizio” – http://www.andreabettini.me/da-lunedi-inizio-gianfranco-damico/]

Una giornata istruttiva e costruttiva (2° lezione di Coaching Lab)

Ieri ho partecipato alla seconda giornata del Coaching Lab di Extraordinary.

L’ospite della giornata è stata Connie Schottky (tradotta dalla coach Cristina), olandese di nascita, cittadina del mondo di adozione e, tra le sue specializzazioni, anche trainer di Anthony Robbins (non mi dilungo in cenni biografici, ampiamente illustrati nel suo sito).

Non avevo mai visto Connie in azione, ma tutti me ne avevano parlato bene e mi avevano anticipato che è molto pratica.

Sono state confermate le aspettative che mi ero creata, anzi sono state anche ampiamente superate.

Donna carismatica, che “riempie lo spazio”, dallo sguardo vivacissimo, ha spiegato la “Psicologia dei 6 Bisogni” di Anthony Robbins.

Ci ha fatto lavorare molto, moltissimo.

Ci ha fatto scrivere la nostra graduatoria dei bisogni e mi sono accorta che mentre si proseguiva nella giornata, nella mia mente avveniva una modifica nell’ordine dei bisogni che avevo inizialmente scritto. E credo che non sia finita qui: fra qualche giorno li riprenderò in mano ed esaminerò se è avvenuto un ulteriore modifica nella scala dei bisogni (come credo).

Mi sono resa conto (e ho avuto modo di confrontarmi anche con Matteo, Lisa e Carina Paula, al termine della giornata nei consueti 10 minuti di “brainstorming”) che pare un metodo di superficie, ma si tratta in realtà di una metodica che va molto in profondità. Incominci a scandagliare la tua anima, il tuo cuore, e pian-piano scopri cosa è realmente importante per te, quali sono i tuoi bisogni primari che ti spingono a fare le cose.

Ma è anche un sistema che, opportunamente utlizzato, è validissimo nell’utilizzo immediato nella vita di tutti i giorni, per comprendere gli altri e le loro modalità operative in tutti gli ambienti nei quali si muovono e vivono.

Ora che sto leggendo anche il suo libro “Finding your forever love”, in lingua inglese ma comprensibilissimo (unendo quindi anche l’occasione per rispolverare il mio inglese un po’ arrugginito), mi sembra di essere immersa in una sessione di life coaching dove il “coachee” sono io.

Da questa giornata e dal libro, sto imparando ancora qualcosa di nuovo di me stessa. Sto definendo che cosa è importante per me, cosa mi motiva e quali sono i miei bisogni, le mie necessità che mi spingono a compiere determinate azioni e ad attuare comportamenti ed automatismi in varie situazioni.

Per me è molto importante sperimentare in prima persona le tecniche, per comprenderle appieno e viverle in modo il più completo possibile, prima di sperimentarle sugli altri.

Una continua scoperta di se stessi e degli altri. Un viaggio affascinante.

Una definizione di coaching…

Chi è il Coach nelle parole di Bert Hellinger

Fu chiesto a un vecchio saggio: “Qual’è il tuo segreto nell’aiutare gli altri? Spesso la gente viene a chiederti consiglio su argomenti di cui sai ben poco, eppure quando se ne vanno si sentono meglio.”

Il saggio rispose: “Quando qualcuno non è in grado di procedere, non significa che non conosca la via. Magari cerca sicurezza mentre avrebbe bisogno di coraggio, o cerca la libertà quando di fatto non ha scelta. E così, gira intorno a se stesso. L’insegnante deve rimanere quieto davanti a tutto ciò. Cercherà il proprio centro, e lì resterà, come una nave con le vele spiegate in attesa del vento. Aspetterà di udire una voce interiore che sentirà essere vera, e lo studente, avvicinandosi all’insegnante, lo troverà nel posto che lui stesso ricerca. Quando la risposta arriva, arriva per entrambi. Sono entrambi in ascolto nello stesso spazio.”

Poi aggiunse: “Nel centro, e sei a tuo agio. Lì resti quieto, e aspetti”.

Dal sito:

http://www.oneweb.biz/it/coaching/

[L’immagine in evidenza è tratta dal sito https://www.hellinger.com/]