Stanzialità e prossimità

 

Una Yurta Mongola [Fonte Wikipedia]

Ieri mattina mi sono ritrovata a fare delle riflessioni dopo che mi ero svegliata con una scelta precisa da compiere.

Si trattava di una considerazione che coinvolgeva (e coinvolge) l’anno che mi si prospetta davanti e che – per una attività volontaria che sto svolgendo – comporta numerosi spostamenti.
E che necessita quindi di una programmazione attenta ed una ottimizzazione delle attività altrettanto accurata.

Non è arrivata come un “fulmine a ciel sereno”.
Tutt’altro: è stata ruminata ed è maturata nel corso di giorni precedenti durante i quali – per una strana casualità – avevo anche incrociato un articolo che aveva catturato il mio interesse:

I lati positivi di non cambiare mai città.

E che forse ha contribuito in qualche misura – ed in modo indiretto – al ragionamento in corso.
Facendomi anche riandare alla memoria ad un altro articolo, apparentemente diverso per argomento, ma nel quale ho “sentito” (intuito) più che visto, un legame con il precedente:

I nuovi viaggiatori che non prendono l’aereo.

Il processo di associazione di idee non si è fermato qui, bensì è proseguito, riandando ad un libro che ho letto lo scorso Natale: “Quando siete felici fateci caso”.
Una raccolta di discorsi che Kurt Vonnegut ha tenuto in diverse scuole ed università americane.
Leggendolo talvolta avevo l’impressione che il relatore si trovasse in un curioso stato dissociato (alcune affermazioni mi risultavano un po’ sconclusionate), ma un filo logico, quasi un mantra, che tornava spesso nel libro è “la prossimità”.
Intesa come comunità di appartenenza, chilometricamente vicina, con cui interagire e presso cui portare il proprio contributo.

 

Foto natalizia del libro (scattata durante la sua lettura)

Ed è stato proprio durante questa curiosa ed inaspettata associazione di idee che mi sono domandata se e quanto vale la pena sgomitare e annaspare per andare, fare, brigare con il rischio che il tutto diventi compulsivo a soddisfacimento del “must do” (ricadendo quindi anche nei ragionamenti che mi stavo facendo sulla scelta da prendere).

E in un’era dove sembra che se non sei internazionale, se non presenzi e se non fai networking in maniera percussiva, in un’era dove la vaporizzazione di confini virtuali data dai social network (che hanno annullato distanze fisiche e temporali) sta travasando anche nello spazio fisico, forse si iniziano a cogliere i primi cenni di una inversione di tendenza (o comunque un ridimensionamento).
Di un ritorno ai luoghi a noi prossimi e alla comunità fisica (che raramente collima con quella virtuale).

O forse è solo una personale percezione e altrettanto personale ricerca di equilibrio.
Per non farsi sopraffare da obblighi imposti da altri che – se non sono in risonanza con te – rischiano di diventare fonte di frustrazione.

E a proposito di prossimità e comunità, chiudo con questo “talk” di TEDx Lake Como dell’anno scorso, che narra di una bella iniziativa:

[Foto di copertina: ©Aldo Mingozzi “Villaggio di campagna”, olio su tela – http://aldomingozzi.com/]

Ridurre

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Sarà che un contatto di Facebook ha scritto che ha fatto un viaggio in Giappone di circa tre settimane con solo il bagaglio a mano.
Sarà che attraverso lo stesso contatto ho letto il libro “Solo bagaglio a mano” (interessante) e una amica mi ha regalato il libro di Marie Kondo “Il magico potere del riordino” (di prossima lettura).

Fatto sta che stamattina pensavo al valigiotto nero che ho preparato per la trasferta di questo weekend (partenza oggi pomeriggio, rientro domenica pomeriggio).

BagaglioAMano_BarbaraOlivieri

Valigiotto che sarà bagaglio a mano e che spero non mi facciano imbarcare nella stiva dell’aereo che prenderò.
(Non dovrebbero… Ho fatto tutte le verifiche possibili ed esistenti: dimensioni, peso, imballaggio dei liquidi…)

E stavo pensando a quante masserizie ho e quante me ne porto via ogni volta che mi muovo.

Questa estate me ne sono accorta in modo particolare: ho utilizzato il 70% degli abiti che mi sono portata via.
(E va già meglio rispetto a qualche anno fa, quando utilizzavo il 40% di quello che mettevo in valigia. Ai tempi non c’era consapevolezza dell’ingombro, c’era attenzione all’esibire.)

Bagagliaio_Viaggiare_BarbaraOlivieri
Il bagagliaio della nostra auto (non si vede bene ma è coinvolto anche il sedile posteriore a sinistra). Quante persone? Tre…

Quindi posso dire che sulla “questione abiti” sto migliorando.
Mentre sulla “questione accessori” no.
E per accessori intendo libri, cosmetici, oggetti vari. (Con l’aggiunta negli ultimi tempi degli oggetti elettronici, che dovrebbero sostituire oggetti ma che attualmente – per me – sono ancora un di più.)

PostazioneLavoroMobile_BarbaraOlivieri
Quest’estate ho lavorato un po’ su alcune cose e mi sono attrezzata con una piccola postazione mobile che sogno sempre diventi LA postazione di lavoro per antonomasia.

Ed è da tempo che penso a come eliminare definitivamente il PC per restare con iPhone e iPad (la strada è ancora lunga per me, essendo in fase di implementazione di YouTube e video che – per le mie competenze in materia – necessitano di editazioni da PC.)

Libri_CartaceoDigitale_BarbaraOlivieri
Questione di ingombri e pesi…

E poi c’è l’annosa questione dei libri.
Una personalissima spina nel fianco, assai combattuta (su cui rifletto da tempo): è da tempo che sono divisa tra libri cartacei e formati digitali.
E quest’anno l’ho sentita ancora di più: mi sono portata via 5 libri cartacei ed il Kindle.
Dei 5 libri ne ho letto 1…
Il resto è arrivato da fonti diverse.

Libri_BarbaraOlivieri
I libri che mi sono portata via e che volevo leggere…
LettureEstive_BarbaraOlivieri
… I libri che ho effettivamente letto: solo 1 dei 5 che mi sono portata via. Il resto è arrivato strada facendo .

(E proprio ieri ho acquistato la versione eBook di “Yeruldelgger” dopo che sono entrata in difficoltà con la copia cartacea per una questione di maneggevolezza e trasportabilità… pur non essendo un gigante come “L’ombra della montagna”.)

Che poi con tutte le masserizie piccole e grandi che mi porto dietro, finisce che dimentico qualcosa e – per esempio – recupero al volo lo spazzolino da denti dimenticato, infilandolo in borsa…

Borsa_BarbaraOlivieri
Raccogliendo cose seminate in giro

Così, tra il disfare le valigie sabato scorso e fare il valigiotto stamattina, mi sono resa conto – ancora di più – delle montagne di stratificazioni (come ere geologiche) che stocco, e talvolta ficco in tutti i pertugi, ammucchiando.

Ed è da queste considerazioni che mi sono fatta sabato scorso, disfando le valigie, che mi sono data un obiettivo ad orizzonte lungo: da adesso e per un anno, ogni domenica dedicherò un’ora a smaltire e riordinare.
Facendo spazio.
Puntando all’essenzialità.
Facendo pulizia.
Che magari finisce per essere non solo fisica ma anche mentale.

Chiudo con un link ad un articolo sulla estremizzazione della essenzialità applicata da un ragazzo giapponese: Less is Less – Japan’s minimalism

[Immagine di copertina tratta dal web]

Complessità e Semplificazione

Stamattina – scorrendo le timeline dei vari social e leggendo diversi post – mi facevo una considerazione, frutto forse anche della fatica psicologica che molti di noi stanno vivendo da un punto di vista professionale (che non esclude ricadute anche nella sfera personale).

Una riflessione che mi ha ricordato una frase di Jeff Bezos che avevo visto condivisa via Facebook nei giorni precedenti:

“Bisogna essere testardi nella visione e flessibili nei dettagli.”

Frase che fa parte di una intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica: Jeff Bezos: “Un passo alla volta”, dai libri ai giornali e poi fino alle stelle

Jeff Bezos
Foto di Marco Montemaggi via FB (pagina Sebastiano Zanolli – La Grande Differenza)

Considerando la sua affermazione, ho pensato a quante volte – negli ultimi tempi – mi sono confrontata con la personale idea dell’avere un obiettivo, lasciando un buon margine di approssimazione alla programmazione, riservandomi diversi gradi di flessibilità.

Un controsenso rispetto alla definizione nota dell’obiettivo SMART:

  • Specifico, cioè che non lascia spazio ad ambiguità;
  • Misurabile senza equivoci e verificabile in fase di controllo;
  • raggiungibile (dall’inglese Achievable), poiché un obiettivo non raggiungibile demotiva all’azione allo stesso modo di uno facilmente raggiungibile;
  • Rilevante da un punto di vista organizzativo, cioè coerente con la mission aziendale;
  • definito nel Tempo.

[Fonte Wikipedia]

La questione è che ho l’impressione che la programmazione per obiettivi misurabili, temporalmente definiti, ecc. ecc. sia valida solo in alcuni casi: in particolare se tratti un oggetto, o un servizio, “concreto”.

E che tale approccio forse non è applicabile all’interno della complessità crescente dell’ambiente nel quale ci muoviamo, dove – tra l’altro – gli stessi beni e servizi hanno durata molto più breve e sono soggetti ad un “deperibilità” (una caducità) molto più rapida rispetto al passato.

Complessità

 

Se poi navighi, ti interessi e ti confronti con l’intangibile, allora ti rendi conto che certi metodi semplicemente non vanno bene.

Con la conseguenza che se li hai sempre considerati fondamentali bussole per orientarti nelle scelte e nelle interpretazioni, puoi trovarti costretto gioco-forza a scegliere di “navigare a vista”, assumendoti un nuovo tipo di rischio (indeterminazione), cercando di intercettare e ascoltare quello che il mondo là fuori fa, dice e crea, passo-passo.

Tutto questo mi fa pensare anche a quanto è comoda la semplificazione. Di processi, di metodi, di concetti.

Una comprensibile necessità umana utile per leggere e codificare la realtà in un linguaggio semplice e accessibile, ma in talune condizioni a rischio di miopia interpretativa.

Un bisogno favorevole alla creazione di una nuova zona di comfort, nella quale erediti chiavi di lettura confezionate da altri.

(A questo proposito segnalo una interessante intervista a Zygmunt Baumann, pubblicata sul sito del Corriere della Sera: Zygmunt Bauman: «Le risposte ai demoni che ci perseguitano»)

Credo ci si trovi di fronte a delle scelte.

O si sceglie di vivere secondo letture ed interpretazioni prodotte da altri.

O si sceglie di confrontarsi con la complessità e l’interdisciplinarità, cercando di comprenderla, e di navigarla, secondo le proprie interpretazioni, sperimentando.

Intangibile

 

Intangibile

E’ qualche giorno che rifletto su alcune cose legate al tormento quotidiano del futuro professionale.

Ed in particolare sto pensando ad una parola che conosco come significato comune, ma che di recente mi è stata fatta vedere sotto un aspetto diverso.

La parola è intangibile.

Pensando all’intangibile, ho pensato a quanto sia difficile misurarlo.
Quantificarlo.

E’ qualcosa di ancora più rarefatto del lavoro intellettuale (che sia di progettazione o simile).
E’ qualcosa che ha un valore etico, emotivo, di sapere, alto.
Ma è difficilmente quantificabile economicamente.

E chi si trova a maneggiare l’intangibile, appassionandocisi pure, gli viene a volte riconosciuto un alto valore umano.
Ma fa fatica a vedersi riconosciuto un valore economico.
Fa fatica a trovare una collocazione nel mercato.

E’ “facile” (non è vero, non è facile per nessuno, però rispetto all’intangibile sì) raccogliere risultati economici se vendi un prodotto solido (qualsiasi esso sia) o un servizio ben definito.
E’ difficilissimo raccogliere risultati economici se tratti (e “vendi” in senso lato) intangibilità.

Questa riflessione, che mi gira nella testa da un po’, è frutto di una chiacchierata con una amica di TEDx Crocetta che per prima mi ha parlato di “intangibilità”.

E questa riflessione sulla intangibilità è andata a collegarsi ad una riflessione sulle future figure professionali interdisciplinari che si profilano all’orizzonte, che mi hanno fatto tornare in mente una frase pronunciata da Ezio Manzini durante un suo recente intervento. Parlando di “sharing economy” e di figure professionali ad esse collegate, ha menzionato la difficoltà che tali figure stanno incontrando sul mercato in questo momento.
La difficoltà a farsi riconoscere un determinato valore.
Perché avanzano in un territorio non ancora ben definito.
Una difficoltà che verrà – secondo le sue riflessioni – ripagata dal fatto che quando finalmente avverrà il processo di riconoscibilità sociale, saranno i primi ad avere un riscontro.

Ebbene, confido che questa stessa dinamica avvenga anche per chi tratta l’intangibile.

Perché attualmente è come esplorare un “oceano blu”.
Ignoto e privo di qualsiasi mappa di riferimento.

Dirigere Orchestrare
[Foto tratta da http://www.espressocommunication.com]
Nota alla redazione di questo post: è stato anche difficile trovare immagini adeguate che non sconfinassero nell’esoterico. Il caso ha voluto che Google Immagini mi mostrasse anche le mani di un Direttore d’orchestra… Un suggerimento inaspettato che ha un suo perché.

[Foto in evidenza tratta da calia.me da Medium: “Misurare l’intangibile”]

Condivisione di saperi

Libri
Immagine tratta dal web

Tra ieri ed oggi mi è capitato di assistere (commentando) ad una discussione su Facebook relativa alla condivisione integrale di un libro tuttora in commercio.

Tecnicamente (e giuridicamente) si tratta di una violazione del copyright (Wikipedia dà una spiegazione abbastanza esaustiva e chiara dell’argomento, rimandando a link di ulteriore approfondimento: Copyright).

Infatti se prendo un libro (che non è mio, ma è frutto della fatica intellettuale e fisica di chi – rispettivamente – lo ha scritto e lo ha reso fisico e reale, rendendolo “prodotto”) ne faccio la scansione e lo condivido online commetto un reato. Non c’è molto altro da dire.

Ma quello che mi ha lasciato perplessa è stata la reazione delle persone che hanno dato il loro contributo alla discussione: poche hanno evidenziato il problema di violazione esprimendo forti dubbi, molte hanno parlato di condivisione positiva del sapere e di utile veicolo di diffusione della reputazione dell’autore.

In particolare mi ha colpito la “leggerezza” di approccio. Leggerezza che mi ha dato la sensazione che la questione dello “sharing” (e la sua scarsa conoscenza perché – presumo – argomento molto acerbo) stia facendo travisare la realtà delle cose, sdoganando comportamenti potenzialmente scorretti (mettendo un momento da parte “la buona fede”). (Sempre Wikipedia – nella versione inglese – ha una pagina molto esaustiva dedicata alla Sharing Economy di cui essa stessa – come “enciclopedia libera” e open source ne è una declinazione.)

Onestamente ho qualche grossa perplessità sul tema.

Penso che chi crede nella “condivisione a prescindere” rischi di perdere di vista un punto fondamentale: il valore del lavoro fatto da altri (che merita di essere riconosciuto non solo intellettualmente ma anche economicamente).

L’atto del condividere non è applicabile senza un minimo di cognizione di causa.

A chi accarezza questa idea (con più o meno buone intenzioni) porrei una domanda

Saresti contento di fare un lavoro intellettuale non retribuito? Saresti realmente soddisfatto della sola retribuzione in termini di visibilità?

Non credo…

Credo anzi sia necessario iniziare a fare delle distinzioni nel mare magnum dell’informazione online e offline, facendo mente locale e prendendo consapevolezza di alcune dinamiche che la velocità del web e dei click-baiting ci hanno fatto perdere di vista.

Partendo da un punto fondamentale secondo me: un conto è la condivisione delle idee trasmesse via social media (che non sono un prodotto di serie B a cui attingere a piene mani ignorando i “credits”, altra questione annosa), un conto è un prodotto intellettuale come il libro, messo in vendita il cui prezzo è costruito per ripagare chi ha contributo alla sua costruzione.

Sulla condivisione dei contenuti e delle idee via web ci sono interessanti esperimenti di tutela e pareri legali interessanti, che penso siano eccellenti per iniziare ad avere una idea di quali possano essere diritti e doveri.

Uno dei tanti è la licenza Creative Commons che rappresenta un buon metodo di regolamentazione e responsabilizzazione rispettivamente per chi produce contenuti e per chi li condivide (TED – colosso della condivisione, ma con precise regole – è tutelato da licenza Creative Commons).

E sempre per il web esistono molti interessanti studi e pareri di cui riporto qui alcuni link (l’elenco non è esaustivo e qualsiasi contributo aggiuntivo è ben accetto):

Credo che sia arrivato il momento di avviare un processo di alfabetizzazione su argomenti troppo nuovi per essere compresi appieno.

Ma che se capiti diventano uno strumento utile e vantaggioso per tutti, dalle immense potenzialità.

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Immagine tratta da http://www.inc.com

Una immagine

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Courtesy of FB profile di Mark Zuckerberg (dal Mobile World Congress)

Poco fa ho letto questo articolo (in inglese) pubblicato da The Verge:

This image of Mark Zuckerberg says so much about our future

Leggendolo mi ci sono ritrovata.
Ho ritrovato una visione un po’ preoccupata del futuro.
E tante spie di allarme si sono riaccese nella mia testa.
Riaccese perché proprio ieri avevo letto lo status di Zuckerberg su Facebook, accompagnato da foto ad alto impatto visivo che mi avevano inquietato non poco, generando nella mia mente delle immagini di un qualcosa di pericolosamente vicino alla distorsione.

Zuckerberg World Mobile Congress
Il post di Mark Zuckerberg

 

The Verge, nell’articolo, evoca scenari distopici (è quasi inevitabile pensarci, guardando quella foto) riandando allo spot della Apple “1994”, creato da Ridley Scott, che narrava di un futuro alla Grande Fratello di Orwell dove proprio Apple incarnava la figura dell’eroe che rompeva uno schema dominante (quasi un paradosso pensando alla presa emotiva che Apple ha oggi sui suoi clienti e non solo).

Apple Ridley Scott
Immagine tratta da Cult of Mac: lo spot di Ridely Scott per la Apple [“1984”]
Ma non solo.

Mi sono venute in mente anche delle immagini di un trailer del film “Prometheus” (sempre di Ridley Scott).
Un trailer che non era una sequenza del film, bensì il racconto di un episodio che mostrava un evento accaduto prima delle vicende narrate nella pellicola (un interessante esperimento di “cinema che esce dal cinema”).

Prometheus TED Talk
Una immagine tratta da uno dei trailer del film “Prometheus” [2012]

Zuckerberg 2
Dal profilo FB di Mark Zuckerberg, una delle immagini suggestive pubblicate (dal Mobile World Congress)

Ora, non metto in dubbio la bontà della iniziativa pensata da Samsung, “Samsung Gear VR”: personalmente intravedo sviluppi interessanti per persone con gravi disabilità (così come gli esoscheletri sono altrettanti interessanti studi che possono avere – e spero avranno – ricadute positive su persone in difficoltà).
Quello che mi fa impressione, che mi preoccupa, è la ricaduta sull’uomo comune.
E sulla sua percezione e distinzione tra ciò che è reale e ciò che è immaginario.

Già la potenza evocativa e di comunicazione di Facebook è in grado di sfumare il confine tra realtà ed ambiente virtuale (facendoci perdere di vista alcuni punti fondamentali relativi al comportamento sociale, al dialogo e alla interazione tra individui).
Già possediamo, e portiamo in tasca, dispositivi in grado di tenerci sempre connessi comunque e ovunque, che sono gli anelli di congiunzione tra due mondi non più tanto separati e sempre più permeati uno nell’altro.
Così facendo, il confine potrebbe definitivamente sparire, rendendo reale quanto alcuni film di fantascienza disegnavano solo pochi anni fa.

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Immagine tratta dal film “Il mondo dei replicanti” [2010]
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Una sequenza tratta dal film “Il tagliaerbe” [1992]
Non voglio essere allarmista. Né purista.
Non servirebbe a niente.
Anche perché vivo in questo mondo e faccio un uso massivo dei social network e delle tecnologie (perdendo talvolta di vista alcuni concetti fondamentali e rendendo necessaria una presa di distanza per “rimettere a post alcuni paletti”).

Però penso che sia fondamentale ora più che mai una educazione all’utilizzo di questi mezzi, potenti e versatili, anche e soprattutto da parte di chi li pensa, li progetta e li produce.
Coniugando un uso consapevole ed etico ad una logica di marketing più che giustificata.

E a proposito di regole etiche, qui un link ad un dibattito in corso sulle auto che si guidano da sole:

Decisioni difficili per le auto a guida autonoma

A prima vista può sembrare un discorso lontano dall’argomento di questo post, ma forse è solo un altro aspetto che l’etica si trova ad affrontare in questo nuovo mondo.

Polverizzazioni

 

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Immagine tratta dal sito Green Me

Scrivo sempre da utente neofita che corre dietro alla evoluzione tecnologica, mangiando costantemente polvere… (a proposito di “polverizzazioni”).

Vivendo la vita digitale (e anche una parte di quella reale) in stato Beta permanente (per usare una espressione coniata da Reid Hoffman e Ben Casnocha usata nel loro libro “Teniamoci in contatto”; che ho iniziato a leggere, ma che è in stand-by da un po’…).
Montando e smontando di continuo.

Ed il titolo del post nasce da una prima considerazione che mi facevo ieri (dopo una chiacchierata con un amico) su cui si è innestata una seconda considerazione nata da una iniziativa segnalata questa mattina su Facebook da Maria Cristina Pizzato.

Partiamo dal principio.
Se volessi dare un significato personale alla parola “polverizzazione” senza passare dal vocabolario, penserei ad una azione di livello superiore allo “sbriciolamento”. Ossia una azione meccanica di riduzione delle pezzature generate dalla frantumazione, rottura, di un oggetto.
Emotivamente parlando, lo considero un termine forte. D’impatto.
Che identifica una azione forte. (Mi ricorda anche il termine anglosassone disruption)

La prima considerazione sulla polverizzazione è partita l’altra sera, durante una cena.
Chiacchierando con un caro amico, sono state inevitabili alcune considerazioni sul (proprio) futuro professionale. Riflettendo su se stessi e sulle proprie competenze, percependo la difficoltà a comprendere il delinearsi all’orizzonte di nuovi mestieri (anche a livello di comprensione linguistica, per quanto mi riguarda), consapevoli della inevitabilità degli eventi.

Top 10 skills WEF

Ormai lo sappiamo bene e non passa giorno che non lo troviamo scritto da qualche parte, o che ci venga detto da qualcuno: che ci piaccia o no, alcuni lavori si stanno letteralmente polverizzando (partendo da quelli più “automatizzati” come cassieri, addetti alle biglietterie di cinema e aeroporti per esempio, per risalire via-via la “gerarchia”).

Ci salverà l’esperienza?

E gli strumenti con cui affrontare queste successive polverizzazioni sono mutevoli.
Mi rendo conto che appare come un paradosso (come diavolo fa uno strumento ad essere mutevole?, si potrebbe domandare qualcuno), ma credo sia realmente così: puoi solo stare allerta, con le orecchie dritte, affinando i sensi per cercare di catturare in anticipo segnali e tendenze.
Imparando sempre cose nuove, anche apparentemente lontane dal tuo mestiere.

10 Job Skills You’ll Need in 2020

Lavorare meno: sarà complicato, ma ci arriveremo

6 Secret Habits of Highly Successful Millennials

E qui arrivo alla seconda declinazione del concetto di polverizzazione: l’istruzione e la formazione.
Che stanno pesantemente mutando, macinati e sbriciolati da nuovi format e da nuovi canali di comunicazione.

In particolare mi riaggancio al post di Maria Cristina Pizzato di cui ho parlato all’inizio di questo post e che segnalava una realtà elearning nuova per me: Emma Mooc.

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Emma Mooc

Una ulteriore opportunità (ancora in versione Beta) che si va ad aggiungere ad altre consolidate realtà digitali di elearning (per citarne alcune: Lynda – recentemente acquisita da LinkedIn – Coursera, edX, SkillShare, … tutte disponibili anche in versione mobile, tanto per dire…)

Senza dimenticare format meno didattici, ugualmente ricchi di stimoli ed informazioni: TED (il più noto), 5×15 (5 speech da 15 minuti), Pecha Kucha Night (con la regola del 20×20: ossia 20 slide da 20 secondi) e la recente scoperta The DO Lectures (scoperto grazie ad un post su Facebook di Francesca Marchegiano).

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The DO Lectures

 

Tutte occasioni di ascolto di storie, di condivisione di esperienze e di competenze.

Tutti format che stanno scuotendo pesantemente la classica formazione in aula che – secondo me – per sopravvivere deve trovare nuovi modi di comunicazione e di coinvolgimento.

In tutta questa mutazione costante c’è da farsi prendere dallo sconforto, lo so.
Hai la sensazione di essere sopraffatto dalla incredibile disponibilità di informazioni.
E temi di non riuscire a stare al passo.
Temi di perdere pezzi importanti per strada.
Ed in questo caso scegliere è veramente difficile, se non impossibile (con buona pace del discorso delle nicchie).

Coraggio, invece!
Rimboccarsi le maniche e darsi da fare.
Creare il proprio piano di studi “open”, dando fondo alla curiosità e alla voglia di esplorare per trovare nuove soluzioni.
Pensando che abbiamo una grandissima fortuna: possiamo accedere a risorse intellettuali pressoché infinite. E non è così scontato.
Una cosa impensabile fino a pochi anni fa…

Buon surfing!

[Immagine di copertina tratta da http://www.antichitadelsito.it]

Ritorno alla carta

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(Immagine tratta da http://www.trackback.it)

Questa mattina ho letto l’articolo di “Science of us” dal titolo “A Neuroscientist on the Calming Powers of the To-Do List“.

Una lettura casuale che capita a proposito.
E che si collega con una azione che ho intrapreso da poco per altri motivi.
Infatti dopo un lungo periodo altamente digitale sto riscoprendo il valore del cartaceo.

Sono tornata sui miei passi dopo che mi sono resa conto che attivare promemoria, usare il calendario di Google (sempre aperto in background sul desktop) e scrivere appunti, il tutto sullo smartphone, è sì un buon metodo di archiviazione e di gestione del mare di dati che ci circonda, ma sta generando un progressivo effetto collaterale non indifferente (e che non avevo previsto): io dimentico. (Che detto così appare come un paradosso.)

Mi sono resa conto che l’efficacia del promemoria digitale e sonoro (che si attiva al momento opportuno) è fondamentale, ma tutta l’attività che lo precede (l’appuntare le cose da fare sui dispositivi elettronici) ha gradualmente creato un processo di delega massivo all’ambiente digitale. (Funzione utile per sgombrare la mente da incombenze a volte superflue, che – parallelamente – mi sta facendo “perdere pezzi per strada”.)

“Vi piacerebbe un dispositivo tascabile che ci ricordasse ogni appuntamento e impegno della giornata? A me sì. Aspetto il giorno in cui i computer portatili saranno diventati così piccoli che potrò portarne sempre uno in tasca. Decisamente lo caricherò di tutto il peso di ricordarmi le cose. Dev’essere piccolo. Dev’essere comodo da usare. E dev’essere relativamente potente, almeno rispetto agli standard di oggi. Deve avere una tastiera completa e uno schermo abbastanza grande. Ha bisogno di una buona grafica, perché questo fa un’enorme differenza nella facilità d’uso, e molta memoria, anzi, una memoria enorme. E dev’essere facile da collegare al telefono; ho bisogno di collegarlo ai computer in casa e al laboratorio. […]”

La citazione qui sopra è tratta dal libro “La caffettiera del masochista”, scritto da Donald A. Norman nel lontano 1988 e di cui sto leggendo in questi giorni l’edizione Giunti del 1997 (esiste una versione aggiornata e ampliata). Un sogno di un uomo che ha scritto queste righe in un mondo ancora fortemente analogico, e che sentiva la pressione gradualmente sempre più forte di una tecnologia sempre più complessa, ancora poco dialogante con l’utente finale (e che richiedeva un aumento delle capacità di memorizzazione e comprensione).

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NeXT Cube, 1988 (fonte Computer History)

Non sto mettendo in discussione quanto la tecnologia sempre più avanzata e user friendly offre in termini di vantaggi. Sto solo facendo alcune riflessioni osservando (e osservandomi) cosa accade quando compio alcune attività.

E qualche tempo fa, mentre stavo disegnando su un pezzo di carta la struttura (il flusso) di un progetto per capirne le sfaccettature e comprendere come proseguire, ho avuto l’ennesima conferma (e la netta percezione) che scrivere a mano ti aiuta non solo a ragionare meglio attorno ad un problema, ma anche a ricordarlo più efficacemente (è un processo neurologico noto ai più, ma che può accadere di dimenticarsi davanti a dispositivi sempre più “performanti”).

Oltre che – personalmente – mi è utile per calmarmi visto che lo scrivere (abbozzare) a mano è un’azione più lenta rispetto alla digitazione rapida (e quasi compulsiva) su telefono.

Visual Note e Sketchnotes sono alcuni dei metodi per prendere appunti non solo elencando, ma anche disegnando. Rinforzando il processo neurologico di apprendimento (immagine tratta da mrlosik.com)

Così quest’anno sono tornata all’agenda cartacea, ai quaderni e alla elencazione delle cose da fare suddivise ed ordinate per priorità, giorni, punti, associazioni di idee, ecc. ecc. (continuando comunque ad utilizzare promemoria e calendari digitali, preziosi per avvertire dell’approssimarsi di qualche appuntamento).

Devo dire che i primi riscontri personali sono positivi, nonostante sia un’appassionata di digitale (sempre come utente) che ne apprezza le immense potenzialità (e che tempo fa faceva le stesse considerazioni dell’autore de “La caffettiera del masochista”).

E credo anche che il giusto equilibrio sia nell’area di intersezione tra il digitale e l’analogico/cartaceo. Lì dove si possono intersecare e rendere collaborative le azioni effettuate sui dispositivi con quelle effettuate su supporti cartacei (e fisici).

Link utili:

[L’immagine di copertina è tratta dal sito unadonna.it]

Ripartendo daccapo

Barbara Olivieri

Ho iniziato a scrivere questo post tra il primo ed il secondo giorno di gennaio, dopo un po’ di ragionamenti (gli ennesimi) sul fatto se portare avanti il blog o meno (riprenderlo in mano o abbandonarlo definitivamente?).

E durante il periodo di assenza da questo “luogo”, ho provato altri mezzi di comunicazione. Altri social media.
Concentrandomi sulla questione mobile: sulla possibilità di poter scrivere e condividere mentre sono in movimento, anche (e soprattutto) attraverso lo smartphone.

Così ho sperimentato nuovi media come Medium, abbandonando Pulse (di LinkedIn) per la sua grossa pecca (secondo me) di non poter essere utilizzato da mobile, provando così il social blogging (cosa che secondo me già si fa condividendo post più o meno lunghi sui social network).
[Ho fatto anche un piccolo test della versione aggiornata delle Note di Facebook, che non mi ha convinto molto, nel mentre cercavo – e cerco – di capire come è e cosa fa il nuovo Google+.]
Confrontandomi con amici e “colleghi di navigazione” sulla bontà o meno della sola condivisione dei video direttamente su Facebook, piuttosto che su YouTube.
Tutto ciò proseguendo nella ricerca di possibili evoluzioni della mia figura professionale (ormai strettamente interconnessa con la sfera personale), tentando di capire cosa succederà fra 5-10-15 anni.

Una ricerca non priva di asperità.
Molto intrecciata, senza soluzione di continuità.
Che è proseguita (e prosegue) parallela alla vita lavorativa, tra tentativi ed errori.
Fino ad oggi dove, durante questi giorni di pausa appena conclusi, mi sono fermata e ho cercato di mettere insieme i pezzi cercando di tessere una tela che creasse un legame sensato fra loro.

Questo processo di connessione (se vogliamo chiamarlo così), si è innescato dopo la lettura di un libro: “Architettura Open Source”, curato da Carlo Ratti.

Un piccolo libro acquistato per caso, dopo avere assistito ad una mattinata di formazione all’Ordine degli Architetti relativa alla “internazionalizzazione della professione”.
Lo stesso giorno sono andata alla Hoepli per acquistare un libro più “tecnico e gestionale” (legato agli argomenti trattati la mattina) e – anziché acquistare il testo che avevo in mente – sono tornata a casa con quella piccola opera che credo oggi di poter definire “il libro giusto al momento giusto”.
Non mi dilungo nel descriverlo (vi lascio al video riportato sopra), dico solo che quelle poche ma dense pagine hanno impiantato un piccolo e significativo seme, supportato da un grande conforto che mi ha fatto esclamare più volte durante la lettura: “Ma allora è possibile! Si può fare!”.

Gene Wilder
Gene Wilder in Frankestein Jr di Mel Brooks

Da lì, pezzo dopo pezzo, scrivendo, disegnando e pensando possibili opzioni, ho iniziato a rivedere il modo di comunicare. Ipotizzando qualche passo indietro e/o di lato.
E sono ritornata anche qui, al blog (“Sei sicura di volerlo proprio abbandonare?”, mi sono domandata; “Sei sicura che non ti sia necessario avere comunque un luogo che raccolga in modo più organizzato testi, foto e video?”, mi sono domandata ancora).

Riconsiderando persino il concetto di “blog tematico/nicchia” (che faccio – facevo? – tanta fatica a digerire).

So che sembra un “avanti e indietro” continuo, che suggerisce indecisione e incertezza.
E – aggiungo – non è detto che sia la fase finale, il punto di arrivo del percorso di ricerca.
Può essere solo uno dei tanti momenti di sosta e di approfondimento.
Ma mi conforta un fatto: che spostarsi, provare, tentare, smontare e rimontare, rigirando di sotto in su le cose più e più volte, non è necessariamente indice di incapacità a prendere indecisioni, bensì può essere necessario per adattarsi alla realtà in costante mutamento.
E a tale proposito chiudo con il link ad un TED Talk che ho incrociato di recente e che credo offra una interpretazione delle cose molto interessante e da non sottovalutare.

Buona ripartenza da qui, dove siete (sono) ora.

 

Sonno

sveglia_mattino

Non sapevo come intitolare questo post.
Varie ipotesi ruotavano attorno al concetto “sulle ore di sonno e l’alzarsi presto la mattina”.

Poi mi sono detta: perché non intitolarlo semplicemente “sonno”?
Titolo che può ingannare, ne sono consapevole.
Ed ecco perché ci tengo a sottolineare che non si tratta di un post scientifico sul “sonno”.
Non sono una scienziata e sono la persona meno titolata per scrivere consigli sull’argomento.

Semplicemente questo post nasce attorno a riflessioni che mi sto facendo dopo avere letto un articolo che sta girando nel web in questo periodo:
“Perché mi sveglio ogni mattina alle 5:30”

Articolo che rappresenta la punta dell’iceberg del mantra riassumibile in: “i migliori manager del pianeta si alzano molto presto al mattino”.
Mantra motivazionale martellante che sta assumendo le dimensioni di una ossessione.
(Qui un articolo – “Ecco a che ora si alzano i manager di successo” – che mi lascia molto perplessa: leggere alcuni orari di sveglia fa pensare a problemi di insonnia, più che a sane abitudini [alzarsi alle 3:30 del mattino mi giunge anomalo, più che come una caratteristica di uno spirito imprenditoriale ed operativo].)

“Brett Yormark si sveglia alle 3.30. Il Ceo dei Nets di Brooklyn, una delle trenta squadre di pallacanestro della Nba, si alza molto presto, sale in auto per raggiungere l’ufficio da dove inizia a mandare «mail motivazionali» al suo staff. Nei weekend la prende più comoda: arriva in ufficio alle 7.” [Fonte ©Corriere.it – Foto http://www.gothamsn.com ]
Però attenzione: non ce l’ho con chi si alza (per scelta) al mattino presto.
(Men che meno con chi lo fa per motivi professionali e personali)

E’ che non so voi, ma io sono stanca di (ri)leggere sempre – ad intervalli regolari – questa notizia declinata, di volta in volta, in vari modi.
Notizia che può generare non poco disagio in chi non adotta gli stessi comportamenti.
E che – in taluni casi – viene utilizzata in modo colpevolizzante da “se non sei così, non vali nulla” (il messaggio che passa – in certi casi – è purtroppo questo).

Così, mi sono ricordata di una notizia letta qualche tempo fa, che cita uno studio che dimostra il contrario (in sostanza, chi va a letto tardi è più intelligente):
“Is Sleeping Late a Sign of Laziness or Intelligence?”
E quindi – domando – come la mettiamo?

Oppure – di ben altro tenore – un articolo che parla del numero di ore sonno:
“Come dormivano i nostri antenati: 6 ore per notte e non c’era l’insonnia”.
Questione che penso sia realmente importante e di cui pochi parlano (presi nel perorare la causa che alzarsi alle 5:00-5:30 del mattino è cosa buona e giusta).
Il numero di ore sonno.
Quel numero assolutamente personale (non codificabile, non raggruppabile, non categorizzabile e tanto meno rivendibile ad altri), che ti consente di alzarti al mattino riposato e mentalmente lucido.

Qui sta la cosa veramente importante secondo me.
Ognuno è qualcosa a sé stante, con i suoi bioritmi e le necessità che il corpo richiede.

[Senza contare le esigenze di vita e di lavoro, che incidono profondamente e di cui – qui – non ho volutamente parlato.
Ma che rappresentano una variabile molto importante di cui tenere conto.
Capaci di piegare le nostre abitudini personali e quotidiane, per cause di forza maggiore.]

Sveglia_sonno_dormireEd io? A che ora mi alzo?
E come gestisco il mio sonno?
Mi alzo tra le 6:30-7:00 del mattino.
Dormo circa 7 ore per notte.
E sono più civetta che allodola.
Infatti le ore tarde per me sono l’ideale per leggere, scrivere, pianificare e preparami per l’indomani.
Nel silenzio della città che dorme.
Il solo fatto di pianificare la sera prima cosa fare per il giorno dopo, contribuisce a farmi dormire meglio (altrimenti le questioni irrisolte sono capaci di farmi svegliare in piena notte, oppure di impedirmi di prendere sonno).
Inoltre – riallacciandomi all’articolo sulle “6 ore di sonno degli antenati” – dormo sempre con la finestra un po’ aperta. Per mantenere un costante ricambio d’aria ed una bassa temperatura dell’ambiente.
Io faccio così perché è la soluzione migliore per me, oggi.
Ma non è legge.
E’ una mia abitudine.
(Poi – se necessario – mi alzo anche prima.)

Chiudo con un link ad un articolo su un altro argomento (la gestione dello spazio e dell’ordine), che potrebbe essere oggetto di un altro post:
“Essere disordinato è sinonimo di intelligenza e creatività”
Così, tanto per capovolgere il metodo alla David Allen “Getting things done”…
E confortare chi si muove meglio nel disordine.

Confermando che ognuno di noi è un individuo che possiede sue metodiche, calibrabili sulle sue specifiche esigenze.

[Immagini tratte dal web]