A lezione di Personal Branding e Talento

“Con l’obiettivo di costruire una solida immagine di se.
Con l’obiettivo di non arrestarsi ad un metro dal traguardo.
Con l’obiettivo di abbandonare porti sicuri per conoscere nuove realtà.
Con l’obiettivo di muoversi ed essere nomadi per andare ad imparare da chi ne sa più di me.
Il tutto coi giusti tempi e ritmi, ma senza essere troppo lenti, e fidandosi dell’istinto.
Andiamo incontro al 2012…” [appunti dalla Timeline di Facebook – 21 dicembre 2011]

La riflessione che ho riportato qui sopra, scritta alla fine del 2011, rappresenta la traccia che spero di perseguire in questo 2012 (annusando la rete e restando ricettiva alle proposte che – confido – di incrociare lungo il corso dell’anno), con l’obiettivo di mantenere aperto un percorso di formazione permanente, che esuli da corsi di specializzazione meramente tecnici.

La partenza è decisamente ottima: ho ascoltato Massimo Lumiera in una Master Lecture di Casa Imbastita Campus (e venerdì prossimo parteciperò alla presentazione della nuova sede del Piemonte) e sabato scorso sono andata a Villafranca di Verona, ad ascoltare Sebastiano Zanolli sul Personal Branding (nella cornice del bellissimo Museo Nicolis).

Avevo già avuto modo di ascoltare Sebastiano per mezza giornata durante un corso residenziale a Livorno, restando con la necessità di voler sapere di più (troppo poco tempo con troppa carne al fuoco). E ho colto l’occasione di questa giornata di formazione per tornare ad ascoltarlo, per imparare qualcosa di più che uscisse dai confini del digitale (di cui avevo ascoltato da Luigi Centenaro in un Coaching Lab).

E’ stata una giornata ricca di spunti e riflessioni.

Museo Nicolis - Immagine tratta dal sito www.gardalake.com
Immagine tratta dal sito www.gardalake.com

Sebastiano ha condiviso idee su come procedere nella costruzione del proprio Brand, suggerendo trucchi del mestiere, domande strategiche da porsi ed indicando quali possono essere gli errori più comuni nei quali si rischia di scivolare.

La presenza di Simone Ardoino di Creare Passaparola, è stata occasione per un rapido excursus sui social network più comuni (fonte e porta di accesso ad infinite possibilità, avendo cura di ciò che si condivide…).

Insieme ad un gruppo variegato di persone (provenienti dagli ambiti professionali più disparati: dal web, al tecnico, all’assicurativo, al design, alla moda,…), si è ragionato, si sono condivise esperienze lavorative e abbiamo acquisito tutti qualche strumento in più, da mettere nella nostra cassetta degli attrezzi e da utilizzare per costruire qualcosa di nuovo o di diverso.

Ed oggi, riflettendo sull’esperienza vissuta, ho pensato che un fondamento importante da tenere presente, la base di partenza, è comunque essere sé stessi (con le proprie caratteristiche che ci distinguono dagli altri, le nostre unicità, i nostri valori), essere congruenti (pensare ciò che si fa e fare ciò che si pensa), ascoltarsi ed apprezzarsi per quello che si è (nelle innumerevoli sfaccettature create dalla nostra esperienza).

Perchè sì, va bene, imparare tecniche di costruzione e affinamento del proprio Brand (inteso come persona fisica). Va bene, costruire a tavolino la “gioiosa macchina da guerra”. E va bene, imparare le tecniche di estrazione del proprio talento.

Ma quello che ci distingue dagli altri è la nostra unicità: tutto un bagaglio di esperienze professionali e non, che – stratificandosi – ci hanno formato e ci hanno reso unici. Secondo me questo costituisce le fondamenta per scovare i nostri talenti e costruire il proprio autentico Personal Branding (non frutto di idee e spunti “altri”).

Perché se non c’è questo lavoro di partenza (e si costruisce un brand personale a tavolino, senza fare tesoro del proprio bagaglio culturale), è come se si iniziasse a costruire una casa dal tetto (oltre che risultare poco credibili), con risultati insoddisfacenti.

Immagine tratta da Viadeo Blog

“La Grande Differenza”

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E ho terminato il percorso del gambero…

Sono partita dagli ultimi libri scritti da Sebastiano Zanolli (“Dovresti tornare a guidare il camion Elvis” e “Io, società a responsabilità illimitata”) e, con una scientificità anagrafica implacabile (non voluta), sono risalita agli albori (“La Grande Differenza”,  pubblicato nel 2003), passando per “Paura a parte” e “Una soluzione intelligente alle difficoltà quotidiane”.

In questo modo ho potuto apprezzare – in modo forse un po’ atipico – anche il percorso di maturazione dell’autore.

E – cosa curiosa – invece di trovare una difficoltà crescente nei testi via-via pubblicati (che – come mia convinzione limitante – considero direttamente proporzionale alla maturazione), ho trovato una maggiore profondità unita ad una semplicità pressochè invariata nel corso degli anni (cosa abbastanza rara da trovarsi).

Ma questo libro per me ha rappresentato un “parto intellettivo” non da poco.

Una falsa partenza, con interruzione di diverse settimane, perchè innervosita dalle domande e dagli esercizi inseriti in ogni capitolo. Leggerlo come si leggesse un libro di narrativa l’ho trovato pressochè impossibile. E l’idea di mettermi alla scrivania con un quaderno e una penna da un lato, ed il libro dall’altro, mi dava fastidio.

Ho capito che c’era qualcosa che non andava, e che c’erano alcune cose che dovevano essere affrontate. E l’affrontarle comportava molta fatica.

Così, durante queste feste di Natale e Capodanno, secondo le tempistiche indicate dall’autore nella introduzione del libro (e lasciando il tempo ai miei neuroni di metabolizzare le idee e le riflessioni che emergevano), ho iniziato (e portato a conclusione) il percorso.

Dopo la fatica iniziale, superato l’attrito di primo distacco, ho iniziato a scrivere, commentare e riscrivere idee, programmi, obiettivi, tracciando – per sommi capi – il percorso per il 2012. Vinta la pigrizia, ne è uscito qualcosa di buono che – magari – durante i prossimi giorni subirà qualche ulteriore rimaneggiamento, ma che non credo cambierà nella sostanza. Casomai verrà integrato ed arricchito…

Sicuramente il merito di questo libro è stato quello di forzare il blocco e farmi muovere (cosa non facile) con i miei tempi di riflessione.

Leggendo il libro mi sono domandata cosa stavo facendo io a 39 anni (Sebastiano Zanolli nel 2003, se non ho fatto male i conti, doveva avere 39 anni). Non ero così “evoluta” (e non lo sono neanche adesso, a 43 anni suonati), ma stavo vivendo una delle più grosse crisi personali e professionali che abbia mai vissuto. Una crisi che avrebbe dato inizio ad un cambio di direzione (nel 2007) che continua tuttora e che credo che non avrà mai fine, in un percorso di ricerca continuo.

Un libro da rileggere e riprendere in mano ogni qualvolta si renda necessario o sia utile avere una traccia (un supporto) per focalizzare e tracciare percorsi nuovi.

Un libro scritto da un autore italiano, e quindi con un “taglio” italiano; infatti a volte trovo difficile apprezzare i contenuti ed i messaggi trasmessi in testi di formazione statunitensi. Pensati per una società ed uno stile di vita molto diverso dal nostro, con tradizioni storiche e sociali differenti, li trovo a volte troppo “pompati”. Invece “sento” e comprendo molto di più testi di formazione scritti da autori italiani.

Infine, ma non meno importante, oltre alla struttura e al “passo organizzativo” del libro, mi hanno molto colpito le riflessioni personali dell’autore: le ho trovate molto simili a riflessioni che mi faccio anche io ogni volta che mi accingo a frequentare corsi di formazione e leggere di libri crescita personale.

Domande che ci si pone sul senso delle proprie azioni e sulla correttezza della strada intrapresa…

Il senso del Natale

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Natale: “Il termine deriva dal latino natalis, che significa “relativo alla nascita”. [Wikipedia]

Fra una settimana esatta è Natale.

E, come ormai mi accade da diversi anni a questa parte, avverto un costante senso di disagio e fastidio.

Fastidio per addobbi eccessivi (quest’anno vedo un po’ più di sobrietà). Fastidio per le vetrine iper-lucenti e lussuose. Disagio per il buonismo colloso e caramelloso.

Queste sensazioni hanno iniziato ad insinuarsi nel periodo natalizio del dicembre 2002. Mi ricordo ancora molto bene il preciso episodio. Ero impegnata (coi miei genitori) a mettere su la mia casetta dove sarei andata a vivere da sola. Ero in un negozio di arredamento in zona Piazza Piemonte a Milano e stavamo aspettando mio padre che stava arrivando da fuori Milano.

Arrivò in ritardo perché – raccontò – l’autostrada Mi-Laghi era bloccata dai lavoratori della Alfa Romeo, che stavano manifestando per la imminente chiusura dello stabilimento: quella gente stava perdendo il lavoro. Quella gente avrebbe passato un gran brutto Natale.

Mi ricordo molto bene il senso di tristezza che provai. E – non so cosa successe di preciso – da allora la mia visione del Natale iniziò a cambiare.

In seguito ci furono diversi episodi che andarono a rinforzare questa sensazione: un signore che – davanti all’opulenza degli addobbi natalizi in vendita alla Rinascente – raccontò a me (e mia madre) che lui non riusciva a sentire il Natale perchè l’anno prima (proprio a Natale) aveva perso sua moglie; lo stridore della ricchezza delle luminarie nel centro di Milano, con i senzatetto che dormono in strada, protetti solo da ripari di fortuna costituiti da cartoni e malconci sacchi a pelo rimediati chissà dove.

Mi ricordo anche quando, un paio di anni fa, guardando il reparto giocattoli della Rinascente, che faceva bella mostra di sè al piano terra dell’ala più recente di via S. Redegonda, il pensiero mi corse ai bimbi che non hanno nulla (e senza andare geograficamente troppo lontano).

Questo disagio – cresciuto sempre più – mi ha generato e mi genera un senso di malinconia che avvolge come una coperta troppo pesante, che pesa sul cuore.

Io detesto questo tipo di natale. Detesto questo voler assolutamente essere felici, a qualsiasi costo.

Per me il Natale non è questo. Non è cenoni pantagruelici. Non è regali inutili. Non è luminarie accecanti. Non è buonismo spinto all’eccesso. Non è superficialità zuccherosa.

Per me il Natale è aiutare il prossimo come meglio si può, sempre (tutti i giorni dell’anno). E’ regalare qualcosa di utile. E’ sobrietà e contenuti. E’ essere buoni dentro, sempre, senza negare i momenti “no”. E’ profondità di sentimenti reali.

Il Natale non si vive un solo giorno. Il Natale dovrebbe essere vissuto tutti i giorni.

So che può sembrare una frase scontata, ma forse è arrivato il momento di rifletterci seriamente, anzichè sbronzarci di inutilità.

Sicuramente ogni tanto fa bene distrarsi: serve per fuggire un momento dalle sempre più grandi difficoltà quotidiane. Ma, secondo me, va recuperato il senso delle cose. Il vero significato delle cose.

Non so, il Natale come lo viviamo noi a me non piace più.

Immagine tratta dal sito http://www.genitronsviluppo. com

“Networking”

 

Networking Sebastiano Zanolli

“Valete troppo per non agire intelligentemente.” [Sebastiano Zanolli]

Sto facendo il gambero.

Ho iniziato a leggere i libri di Sebastiano Zanolli dall’ultimo (“Dovresti tornare a guidare il camion Elvis”), in accoppiata a quello scritto in precedenza (“Io società a responsabilità illimitata”), per poi passare a “Paura a parte” (il suo terzo libro).

Ed ora ho terminato il secondo: “Una soluzione intelligente alle difficoltà quotidiane“.

Tema trattato: l’importanza di fare networking, ossia l’importanza di tessere una rete di relazioni.

Scritto nel 2005, agli “albori” di quello che la rete oggi è diventata (Facebook insegna), elenca (e supporta con argomentazioni) i motivi che devono spingerci a creare una valida rete di relazioni. MA non con lo scopo di vendere/manipolare e “fare i piazzisti”, BENSI’ con lo scopo di creare (e ri-creare) una rete di relazioni sociali utile a scambi e condivisioni di opinioni, di conoscenze (intellettuali e non).

Creazione di una rete che valorizzi e mostri la nostra ricchezza umana (e professionale), le caratteristiche che ci rendono unici ed irripetibili (e quindi in grado di fare la differenza ovunque noi andiamo), senza però essere invasivi, percussivi e strabordanti (col rischio di generare una reazione di rigetto da parte della rete stessa).

Sarò ripetitiva, ma a me piace lo “stile Zanolli”: sintetico, linguisticamente semplice ma densissimo contenutisticamente.

E anche qui, come negli altri libri che ho letto, mette il dito nella piaga delle convinzioni limitanti che ci impediscono di esprimerci al massimo delle potenzialità.

Leggendo il libro spesso mi sono soffermata pensando a quante piccole e grandi verità vengono messe nero su bianco. Verità che spesso mi sono negata o ho accuratamente evitato.

Un paio?

Non ho niente da proporre“: questa affermazione si combina alla perfezione con la scarsa chiarezza che ho nella testa; una curiosa commistione di identità varie professionali e personali che non riesco a cucire con un filo rosso che tutto lega e crea.

Se qualcuno vuole aiutarmi, deve capire da sé di cosa ho bisogno, senza che glielo spieghi“: altro discorsetto che mi sono spesso ripetuta e che ben rappresenta la mia maledetta, congenita timidezza e paura nel chiedere (la paura del  rifiuto). Due “bestie” che sto lentamente addomesticando, grazie anche all’utilizzo massiccio del web 2.0, che – facendo da filtro – mi permette di gestire almeno la prima fase di avvicinamento, dandomi un po’ di coraggio nel compiere i primi passi.

Come per gli altri libri di Zanolli, anche questo va riletto più volte per catturare appieno il fiume incessante di spunti e riflessioni che scaturiscono da ogni singola riga.

Da tenere sullo scaffale, a portata di mano, e da consultare ogniqualvolta ce ne sia bisogno per riepilogare, ricucire e chiarire.

Qual è il momento per iniziare?
Anche in questo caso la mia risposta vi deluderà.
Ora!
Anzi, era ieri.
E per questo vi chiederò nei prossimi capitoli di cercare, frugare, analizzare, ricordare chi e quando avete conosciuto questa o quella persona.
Ma vi ripeto che non c’è momento migliore di adesso per cominciare….
… La rete di salvataggio si costruisce prima dell’incidente.
Il paracadute si prepara prima del lancio…
Quello che si rischia nel rimandare l’inizio di una gestione cosciente della vostra rete di conoscenze è di perdere lungo la strada della dimenticanza un patrimonio umano incalcolabile.
Se pensate che questo pensiero sia troppo pragmatico o calcolatore, v’invito a guardare la cosa da un altro punto di vista.
Quello del rispetto e della valorizzazione del prossimo e di voi stessi.
Non rimarremo sul pianeta Terra per sempre.
Non avremo infinite possibilità di stringere legami con il resto dei nostri simili…
… Non scordatevi di chi incontrate.
Potreste non trovarlo mai più.

[Sebastiano Zanolli, citazione tratta dal libro e riportata sulla pagina Facebook “La Grande Differenza”]

Think Different

Questo film lo dedichiamo ai folli. Agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Costoro non amano le regole, specie i regolamenti, e non hanno alcun rispetto per lo status-quo. Potete citarli, essere in disaccordo con loro, potete glorificarli o denigrarli, ma l’unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli, perchè riescono a cambiare le cose, perchè fanno progredire l’umanità. E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio; perchè solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.

[Campagna Apple “Think Different”, debutto 28/09/1997]

Spot pubblicitario di Ridley Scott per Apple. Anno 1984. Fonte di ispirazione: “1984” di George Orwell.

Riflessioni di lavoro… Sulla vendita dal punto di vista di un tecnico.

Immagine tratta dal sito www.francescofornaro.com

Non è un momento facile. Ed è assolutamente fisiologico essere preoccupati ed arrabbiati. Giusto, giustissimo! Ci può (e ci deve) stare. Io sono molto preoccupata.

Però…

Nei giorni scorsi ho avuto modo di parlare con 3 rappresentanti: 3 persone molto diverse l’una dall’altra. Tre prototipi di atteggiamento verso la quotidianità.

Il primo (45 anni circa) ha commesso un errore strategico notevole (e gli è andata bene perchè il suo interlocutore ero io e non ho fatto un plissé): dopo avere illustrato i prodotti (era la prima volta che ci vedevamo), è partito con una dissertazione a sfondo politico sul Governo, sull’Italia, ecc. ecc., sbilanciandosi un po’ tanto.

Pericoloso, perchè non sai chi hai davanti: non sai come la pensa, non sai che posizione politica ha (se ne ha una) e rischi di giocarti delle carte importanti per un “loop emotivo di pancia” non consono a quello che stai facendo in quel momento (ne so qualcosa…). Inoltre ha gettato una ombra, evidenziando problemi economici della concorrenza (a me non interessa sapere come va la concorrenza, io sono qui per ascoltare cosa hai da dire sulla azienda che tu rappresenti). E, aprendo la presentazione, ha parlato un po’ troppo di se stesso, di quanto l’azienda l’ha fortemente voluto, e lui ha accettato mantenendo la sua indipendenza (alla mia domanda se era un agente plurimandatario – visto che si era presentato come un libero professionista – mi ha risposto negativamente, lasciandomi perplessa… senza un preciso perchè… ma come se ci fosse una “stonatura”).

Per come la vedo io, stai vendendo un prodotto e tu sei il prodotto in quel momento. Non sei nient’altro.

Il secondo (più giovane, credo circa 30 anni): formalmente corretto. Già conosciuto, non ha mai raccontato nessuna storia personale. Ha portato un aggiornamento di cataloghi e software, e si è chiacchierato di lavoro e dell’andamento del mercato, senza che lui abbia espresso alcunchè di opinioni personali, mantenendosi corretto e discreto.

Il terzo (più anziano dei 3, credo sui 55 anni…): una bravissima persona, credo sia molto buono. Prima volta che ci vediamo. Esordio fiacco, con prima domanda che mi viene rivolta (prima di qualsiasi altra domanda, appena seduti in sala riunioni) relativa al fatto se c’è lavoro o meno, formulata con un tono triste. Carburato, ha spiegato ed illustrato i prodotti (peraltro – a mio avviso – molto validi). C’ho messo un po’ ad apprezzarlo. Ma alla fine l’ho fatto.

Penso che fare il venditore/rappresentante sia un mestiere infernale.

Non è nelle mie corde. Sono un tecnico (anche se, alla fin-fine, vendo la mia professionalità).

Quindi le mie considerazioni sono da un punto di vista tecnico e possono lasciare il tempo che trovano.

Ma se posso esprimere un parere, chi ho apprezzato dei tre è stato il secondo: professionale, orientato al prodotto che rappresenta senza essere spinto all’eccesso.

Chi ho apprezzato meno è stato il primo (pur rappresentando un prodotto valido). Anche per il look: mentre gli altri erano in giacca e camicia (o maglione), lui era vestito come se fosse in gita alla domenica. Va bene l’informalità, però non sai dove vai e chi ti troverai davanti. Inoltre rappresenti un colosso del settore e – che ti piaccia o no – devi avere un “filo” di congruenza con quello che tu rappresenti in quel momento, anche nell’immagine. Non dico che uno debba snaturare se stesso e la propria immagine, ma adattarla all’ambiente nel quale ti introduci. E devi – secondo me – intuire (se non riesci ad avere informazioni prima) da chi vai, restando – nel dubbio – il più neutro possibile. [A meno che tu non sia già un leader conosciuto, con un grande ascendente: nel qual caso puoi permetterti qualsiasi cosa.]

Per quanto riguarda il terzo, deve avere avuto una storia personale particolare, da quello che ho velatamente compreso. Profondo conoscitore della materia, bisogna superare lo sguardo triste per poterlo apprezzare appieno. E quando sorride, ha un bel sorriso simpatico.

Tre generazioni diverse.

Tre vissuti diversi.

Tre modi di affrontare la realtà lavorativa diversamente.

Effetto Extraordinary

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“Quando esco da un corso Extraordinary ho sempre due sentimenti contrastanti: eccitazione per tutto ciò che ho appreso e tristezza per tutte quelle persone che non conoscono e non conosceranno questo magnifico mondo”  [l’amico Giuliano]

Il 24 settembre del 2010 (quasi un anno fa), iniziavo il corso di Dinamiche a Spirale con Extraordinary.

Oggi sono quasi arrivata al termine di un percorso di formazione che si è sviluppato nell’arco dell’anno: oltre ad avere frequentato i corsi di Dinamiche a Spirale, ho seguito il laboratorio Coaching Lab (sviluppato attraverso incontri mensili con esperti di Scrittura, di Personal Branding, di Executive Coaching, di Life Coaching, di Milton Model, …), ho fatto un corso residenziale che mi ha rovesciato come un calzino (di cui sento ancora l’effetto a distanza di un mese e mezzo) e ho fatto un corso di Public Speaking (dove ho sconfitto un’altra delle mie paure folli).

Durante questo anno, che si avvia alla conclusione con l’ultima lezione del Coaching Lab il 2 dicembre, ho percorso una strada con un gruppo di persone normali ma al contempo eccezionali.

Ho imparato tanto, ho attraversato momenti difficili propedeutici ad una crescita (soprattutto all’Extraordinary Me e al corso di Public Speaking), traendone comunque una grandissima soddisfazione.

Si sono creati legami molto profondi tra i componenti di questo gruppo, che hanno percorso questa strada assieme (e che spero proseguirà verso nuove tappe di crescita), ed il merito di tutto questo va non solo alle persone che si sono ritrovate in questo ambiente, ma anche all’ideatore di tutto questo, Claudio Belotti, e a sua moglie Nancy. Sono stati in grado di fare da collante tra tutti noi, silenziosamente e discretamente, con misura ed efficacia.

Hanno creato un legame così saldo tra noi, e forse così evidente all’esterno, che ha colpito anche alcuni coach e trainer che si sono avvicendati. Alcuni li ho visti veramente emozionati, andando a rinforzare la mia convinzione che qualcosa di speciale si è creato.

Qualcosa che ho ribattezzato “Effetto Extraordinary“.

Si, l’ho chiamato così perchè è specifico di questa esperienza. [Quando avevo frequentato altri corsi in NLP Italy (sempre con Claudio Belotti), si erano creati – sì – dei legami tra alcune persone, ma non si erano creati legami di questo tipo.]

Qualcuno potrà obbiettare, pensando che si tratti di – estremizzando – idolatria.

Spiacente, ma non è così.

Quando vieni in contatto e ti immergi in certe realtà, tutto cambia: cambia il tuo modo di approcciarti alla quotidianità, cambiano le tue priorità e cambia il tuo modo di vedere ed esplorare il mondo.

Forse in questo percorso di progressione e riposizionamento ci si sentirà un po’ più soli (molti legami cambiano sostanzialmente), ma l’aria che si respirerà sarà più leggera e la vista che si godrà dal nuovo punto di osservazione, sarà impagabile (per riprendere una frase del mio mentore).

[Immagine tratta dal sito www.extraordinary.it]

Comunicare in pubblico

Ieri ho terminato il corso “Comunicare in pubblico straordinariamente”, con Extraordinary.

Trainer del corso Claudio Belotti (affiancato da Patrizia Belotti), che con la consueta bravura, professionalità, grinta e sensibilità, ci ha accompagnato attraverso i trucchi del mestiere per imparare ad essere degli ottimi comunicatori, aiutandoci ad individuare il nostro stile personale, che ci contraddistingue.

Cosa posso dire, senza svelare i contenuti del corso, che merita di essere seguito e – soprattutto – vissuto?

Ho a lungo evitato il corso, accampando le scuse più assurde, banali e bislacche.

Ma quello che io evitavo era il confronto con l’audience e la paura di sbagliare.

Eppure ho già vissuto esperienze di “public speaking”, davanti a piccole platee costituite da riunioni di coordinamento, riunioni di cantiere ed illustrazioni di progetto davanti a terzi.

Però l’ansia che mi ha portato sino a ieri ad evitare la frequentazione di questo corso, la dice molto lunga sullo “spessore emotivo” che c’è dietro.

Nonostante la fatica, gli ostacoli emotivi da superare, la concentrazione alta e l’intensità dei contenuti, è un corso che rifarei anche domani (come rifarei anche domani l’altro corso – residenziale – che ho fatto tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre: Extraordinary Me).

Grazie all’alta professionalità di chi ci ha accompagnato alla scoperta delle nostre risorse, grazie all’alto contenuto del corso e degli argomenti trattati, e grazie all’alto livello di quelli che mi piace chiamare “compagni di viaggio” (non semplici compagni di corso, ma persone che hanno la volontà di crescere, migliorarsi ed imparare, aprendo le loro menti ed i loro cuori).

Superate le barriere iniziali, e scaldati i motori, tutti ci siamo messi in gioco e ci siamo esposti ed aperti, imparando ed affinando tecniche, ed imparando a riconoscere ciò che ci rende unici e convincenti (anche quando cadono tutti i pennarelli della lavagna durante la presentazione… come è successo alla sottoscritta durante il round finale…).

Con Claudio (e Patrizia) ed i compagni di viaggio,davanti ad una telecamera, ci siamo messi alla prova, abbiamo raccontato e condiviso tante storie di vita e professionali, e ci siamo scambiati feedback ed indicazioni.

L’impressione che ho portato a casa è che un altro tassello viene messo a posto, che un altra soglia emotiva è in fase di superamento e che il viaggio continua. Un viaggio che difficilmente avrà una fine, scoprendo lungo il percorso sempre cose nuove, in un arricchimento e miglioramento continuo.

Grazie a Claudio, a Patrizia e a Linda (paziente e presente assistente) per l’ottimo lavoro.

[Fonte immagine: Google Images]

Micro e Macro

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M.C. Escher – L’ombelico di Svesda

Qualche giorno fa mi è capitato di commettere una svista piuttosto importante: “mi è passato davanti un elefante” (come uso dire quando un dato, un fatto, una informazione è talmente grande da non essere vista dalla sottoscritta).

Ero concentrata su dettagli, sul controllo delle informazioni acquisite, su tutti quei particolari che – come tante tessere di un puzzle – compongono l’insieme di un progetto.

Riflettendo su questa svista (abilmente recuperata e ricomposta), ho pensato a quante volte mi sono concentrata sui dettagli, perdendo di vista il quadro d’insieme.

Quante volte mi sono concentrata su micro-idiozie, spendendo tempo ed energie in ragionamenti fini a se stessi ed inutili? Troppe.

Facendo così, quanti “elefanti mi sono passati sotto il naso”? Probabilmente tanti.

Tante volte ho detto, scherzando: “Se non mi mettete un cartello esplicativo davanti al naso con le scritte a caratteri cubitali, certe cose non le vedo!”

Per raccontarmela, e per giustificare la perdita di vista del “macro” a favore del “micro”, evidenzio con orgoglio la mia ossessione per la perfezione.

E questo comportamento, con il tempo, è diventata una abitudine che – sulla lunga distanza – ha creato qualche contrattempo chiamato “occasioni perse”.

Essere precisi ed attenti è un bene, ed una caratteristica apprezzabile, però per determinati compiti.

Ma la focalizzazione sui dettagli forse non è forse sempre adatta per la vita in senso lato; per quel lungo fiume che scorre ora placido, ora turbolento (a seconda dei casi).

Forse cercare di mantenere una visione d’insieme, mantenendo aperti i sensi e restando allerta e disponibile alle opportunità che possono presentarsi, è la migliore strategia.

Mi permette di non perdere di vista un obiettivo (guardando lontano) e di vedere contemporaneamente le diverse strade per raggiungerlo (strategia aperta e flessibile).

Al contrario, una visione focalizzata sul dettaglio, mi concentra su micro-passi e sul monitoraggio ossessivo di processi e “sul come deve essere”, in una sorta di iper-controllo e rigidità, facendomi perdere di vista tutto quello che intorno accade e che mi può essere d’aiuto.

Mi piace ricordare una metafora letta in un libro, che recita più o meno così: quando stai navigando su un fiume per raggiungere una meta, devi restare concentrato sulla destinazione, evitando di focalizzarti solo sugli ostacoli ed i dettagli che incontri nelle immediate vicinanze. (Mi piace pensare alla focalizzazione dello sguardo sul traguardo, utilizzando la visione periferica per tenere d’occhio eventuali ostacoli e variabili.)

Se opto per il primo metodo ho buone probabilità di raggiungere la meta.

Se opto per il secondo metodo, mi perdo in micro-problemi e micro-strategie, rischiando di non arrivare mai a destinazione (perdendo di vista la visione d’insieme utile per proseguire nel mio cammino: sia che si tratti di un obiettivo professionale, la consegna di un progetto, o altro, sia che si tratti di un obiettivo di vita).

Femminilità e Professionalità

La sottoscritta in cantiere

Doverosa premessa: non sono sposata e non ho figli. Quindi non vivo le difficoltà quotidiane delle mamme. Ho amiche in carriera che si destreggiano tra mariti e figli, con fatica. Ascolto i loro racconti, incapace di fornire consigli adeguati ed imparando per interposta persona (le mie amiche) tecniche di gestione della famiglia degne (se non superiori) delle tecniche di management più avanzate.

Tutto questo per prendere alla larga una riflessione che potrebbe disturbare qualcuno, ma che non vuole offendere nessuno.

Sto parlando di femminilità e professionalità. Sto parlando del binomio donna-lavoro, in modo forse un po’ disorganico ed in forma di libera associazione di idee e riflessioni.

Riflessioni che emergono quando leggo post di protesta femminile, articoli che focalizzano solo su ciò che non va nel mondo del lavoro in merito all’universo femminile, alcuni dei quali mi fanno (purtroppo) innervosire.

Mi è capitato anche di essere aggredita verbalmente, in un commento su Facebook, da una donna (insegnante e mamma, mi sembra di ricordare), in merito ad una riflessione di un comune amico. La mancanza di sensibilità della quale sono stata accusata in merito al ruolo di insegnante e mamma (avevo raccontato di una insegnante di Storia dell’Arte ai tempi del Liceo, che non ho mai visto in 4 anni perché sempre in maternità… avrà fatto 3 figli in sequenza…) non voleva essere un atto di accusa ad ampio raggio, bensì voleva ricordare un episodio della mia adolescenza (e l’argomento di discussione era relativo al comportamento non proprio corretto di alcune persone, sul luogo di lavoro, che danno adito a polemiche ad ampio spettro e alla generazione di luoghi comuni e comportamenti altrettanto scorretti).

Detto ciò, quando leggo lamenti e stracciamenti di vesti in merito al ruolo della donna nel mondo del lavoro (con pericolose generalizzazioni) mi faccio qualche riflessione, partendo da una mia convinzione piuttosto scomoda: più parli di una cosa, più forza le dai.

Ergo: più si ragiona intorno al ruolo della donna, evidenziando i lati negativi, maggiore rilevanza e focalizzazione vengono orientati verso ciò che non va. Dimenticando tutto ciò che invece va.

E penso al lavoro che svolgo quotidianamente.

Faccio un mestiere dove vi è una forte componente maschile: mi destreggio (a volte a fatica) tra geometri ed ingegneri, frequento cantieri (dove le donne si contano sulle dita di una mano) e altri ambienti affini ed – ogni tanto – mi occupo di sicurezza cantieri. Mi sono trovata in riunioni di 30 persone dove 28 erano uomini.

E quando un architetto donna (che si occupa di disegno dei tessuti) ha detto una volta (tanti anni fa): “Io non capisco perché una non possa andare in cantiere con la gonna!”, ho avuto una illuminazione e ho capito molte cose che per me si riassumono in una semplice frase: ogni ruolo esige determinati compiti, determinate divise e determinati ruoli.

Se non ti va bene, puoi andare a fare altro. Semplice. E scomodo.

Quando vado in cantiere indosso abiti di un certo tipo, scarpe antifortunistiche, eventuale elmetto (se necessario).

Se parlo con un capocantiere che ha alle spalle 40 anni di lavoro, ascolto ciò che ha da dire con umiltà e con l’atteggiamento mentale che una persona del genere ha molto da insegnarmi (ricordo ancora quando un carpentiere, davanti ai miei disegni delle armature pieni di ingenuità, mi ha dato consigli preziosi).

Se vado ad una riunione di manager, Amministratori Delegati e Direttori Generali, indosso abiti consoni.

Se vado ad una riunione di coordinamento di progetto, mi comporto in modo ancora diverso.

Mi dispiace, ma – ribadisco – certi ruoli richiedono certi codici comportamentali. E questo è valido sia per le donne, sia per gli uomini.

Io ho sempre rispettato le regole e non ho avuto mai difficoltà.

Se non ho nulla da dire, sto zitta, ascolto ed imparo.

Se sono davanti a gente che ne sa più di me, ascolto ed imparo.

Se ho qualcosa da dire, cerco di presentarmi il più preparata possibile, usando un linguaggio il più consono possibile. Non perchè donna, ma perchè la controparte si aspetta alcune cose da me, ed io – in quanto professionista – non voglio deludere le aspettative.

E non pretendo nulla “a gratis” (non l’ho mai pensato).

Forse la mia è stata solo fortuna (ma ricordo ancora molto bene la fatica di fare alcuni esami all’Università, che mi sono costati notti insonni e stati di esaurimento nervoso), ma non ho mai trovato sulla mia strada professionale persone (uomini) che mi hanno preso in giro. Certo, ho trovato gente che mi ha fatto gli sgambetti (donne), che ha tentato di gettarmi fango addosso (uomini e donne), ma nulla al di fuori dell’ordinaria battaglia quotidiana negli ambienti di lavoro.

Non ho mai fatto pesare la mia femminilità ed il fatto di essere donna per ottenere qualcosa.

Mi pongo sempre come un individuo che deve fare un lavoro (quando c’è stato da fare il rilievo di fognature non mi sono tirata indietro, quando c’è stato da visitare un impianto di compostaggio non mi sono tirata indietro).

Sicuramente faccio parte di un universo un po’ strambo, ma forse da questo mio universo strambo può essere prelevato qualcosa di utile a riconfigurare il rapporto donna-lavoro.