Una chiacchierata sul public speaking

Prima dell’estate sono stata contattata dalla giovanissima associazione Thesis4U, un bel progetto nato a dicembre dello scorso anno (2020) che ha l’obiettivo di mettere in contatto studenti universitari ed aziende, per dare modo di realizzare “tesi d’azienda”.
Non scendo nello specifico della descrizione della loro mission per non dare informazioni errate e invito ad andare a visitare il loro sito a questo link: https://thesisforyou.com/.
Credo ne valga la pena.

Per quanto riguarda il mio contributo, con Stefano Perego abbiamo chiacchierato di public speaking, condividendo spunti e riflessioni per comunicare in modo efficace. Cercando di offrire uno sguardo d’insieme su un tema abbastanza vario e abitato da diverse variabili.

Buona visione!

[Durata del video: 1h30min]

Sto scrivendo un libro

“Se volete diventare scrittori, dovete leggere e scrivere un sacco”
[Stephen King, “On writing: Autobiografia di un mestiere”.]

Vuoi scrivere? Leggi tanto e scrivi tanto!
Concetto espresso anche da Haruki Murakami nel suo libro “Il mestiere dello scrittore”.

Touché!

Con buona pace di tutti i corsi di scrittura creativa (e di “scrittura creativa” e suo anatema dedicato ho letto [o forse ascoltato] di recente da qualche parte e – tristemente – non ricordo più dove: un podcast? un libro?… non mi ricordo più… ed è stato solo 24 ore fa…).
Ma avevo già letto sul tema, nel lontano 2017, un articolo su Linkiesta che “non le mandava a dire” (come si suol dire).

Ma non sono qui a riflettere di scrittura creativa. E/o ad alimentare polemiche sul tema. No.

Sono qui a mettere per iscritto su questo blog, esponendomi e prendendo pubblicamente un impegno, che sto scrivendo un libro.

Ecco. L’ho dichiarato.
Lo vedo scritto nero su bianco.
E l’ansia ha fatto un altro (salutare) saltino in avanti.

Pensavo fosse facile!

“Ho tutto il materiale. Devo solo metterlo in ordine, stando attenta a non creare ridondanze e ripetizioni. Legandolo assieme.”, mi dicevo prima di iniziare.
Sì, più o meno…

Riprendere in mano del materiale scritto in tempi diversi, legato comunque da un filo rosso, e organizzarlo in modo che scorra e persegua un obiettivo ben preciso, è tutto un altro paio di maniche rispetto a quello che ti sei prefigurato nella testa.

Sicuramente il leggere tanti libri (soprattutto romanzi, anche di generi assai diversi tra loro, ma anche saggi) aiuta molto.
Ti permette di accedere a fonti, linguaggio e ricordi diversi tra loro, che vanno a comporre un mosaico.

Ma scrivere un libro è una sfida.
Anche se sei abituata a scrivere sui social media e se hai un blog (che aggiorno con scarsa frequenza).

Scrivendolo qui [Barbara ripeti con me: “Sto scrivendo un libro], mi do una sorta di pedata nel sedere da sola (visto che son settimane che cincischio, adducendo le scuse più strampalate e creative, disturbata dalla scimmia della procrastinazione).
E visto che ci sono mi do anche un tempo:

  • (massimo) metà ottobre per la chiusura
  • (massimo) metà novembre per la pubblicazione (tempo per raccogliere i contributi ospiti, che saranno tre).

Andando in autopubblicazione. Sì.
Per alcune ragioni.

Foto di James Tarbotton su Unsplash

La prima perché mi ha urtato profondamente sentire che per essere pubblicati devi pagare (avevo contattato una casa editrice per sondare la possibilità di pubblicazione di un “progetto di scrittura corale” a sfondo etico [momentaneamente fermo per problemi di altra natura], ma mi è stato fatto capire che un contributo alla stampa del libro era necessario; cosa che poi mi è stata confermata anche da un’altra persona).
Allora tanto vale che l’investimento di tempo e denaro, servano per l’autopubblicazione.

La seconda è perché essendo uno scritto un po’ particolare è bene che mi assuma in toto la responsabilità di questa operazione (niente di complottista, beninteso!).

La terza è indirettamente legata al fatto che l’intero ricavato delle vendite andrà a finanziare un progetto/ricerca. Devo ancora capire “chi” (anche se l’area è individuata), ma andrà in beneficenza per un motivo molto preciso che racconterò a pubblicazione avvenuta e in fase di presentazione del libro.

Ecco, è tutto qua.

Probabile che nei prossimi giorni (e nelle prossime settimane) venga colta da un desiderio di narrare questo progetto di scrittura e ciò che imparo strada facendo. Ma per ora mi fermo qui.

Vado a scrivere. Il libro.

[Headline di Pereanu Sebastian su Unsplash]

Complessità e incertezza

Il periodo che stiamo vivendo (e non mi riferisco solo alla pandemia in corso, ma anche alle altre vicende che agitano il mondo negli ultimi tempi), mi hanno fatto immergere nelle realtà parallele del comportamento umano.
Talvolta sfiorando la morbosità e comunque vivendo un certo disagio (mi è capitato di leggere su Internazionale un reportage scritto da Wu Ming 1 [un collettivo di scrittori] sul mondo di QAnon, che mostra una realtà che si fa fatica ad accettare come esistente: Il mondo di QAnon: come entrarci, perché uscirne. Prima parte).

E proseguendo in questa assai particolare esplorazione “dell’animale uomo” (come lo chiama mio padre), l’altro giorno ho letto un altro interessante articolo (sempre su Internazionale): L’intreccio tra complotti e populismo in Italia

Al suo interno vi è un passaggio secondo me interessante.
Lo ri-coniugo qui sotto, come introduzione alla lettura dell’articolo.
Partendo da un episodio abbastanza surreale, perché coinvolge un giornalista sempre abbastanza assennato, l’autore dell’articolo (Alessandro Calvi di Voxeurop) scrive:

“[…] anche per i più “insospettabili”, scivolare dall’analisi della realtà verso teorie di natura complottistica le quali, in genere, semplificano la complessità del reale, rassicurando chi le ascolta o costruendone l’identità.”

Semplificazione di una realtà sempre più complessa, che talvolta stentiamo a comprendere.
Una sorta di due velocità (la nostra, di creature analogiche con un numero “limitato” di sinapsi, e quella là fuori che viaggia ad una velocità molto più elevata) che genera un divario profondo.

E questa incomprensibilità può portare a due comportamenti, secondo me:

  • una continua, costante (e faticosa) corsa al cercare di comprendere (e di anticipare),
  • un rifiuto generato dal non comprendere che genera a sua volta paura e porta al rifugiarsi all’interno di una fortezza.

Una fortezza le cui mura sono costituite da certezze acquisite nel tempo che fu ma che – in confronto alla realtà là fuori – hanno (nel bene e nel male) fatto il loro tempo.
Certezze che rifiutano a priori qualsiasi cosa sia diversa dal proprio schema consolidato.

E questo atto di proteggersi dalla “paura del là fuori” mi fa pensare anche al fare gruppo/branco: l’aggregarsi con chi la pensa come noi rinforzando i nostri bias, in un corto circuito vizioso.

Foto di Ishan @seefromthesky su Unsplash

A questo punto il post che avevo inizialmente pensato di scrivere avrebbe preso una direzione di appello all’informarsi, alla verifica delle fonti, ecc. ecc.

Ma stamattina in “Morning” (il podcast de Il Post) ho ascoltato di un post scritto su Facebook da Daniele Ranieri (giornalista de Il Foglio) che sono andata a leggere e che – ahimè – mi sono ritrovata a condividere nel ragionamento.
E che sintetizzo in questa frase qui sotto (che è una personale sintesi).

E’ uno spreco di tempo ed energie il voler convincere persone a fare cose che non vogliono fare: più insistiamo più confermiamo i loro bias; più ne parliamo e li coinvolgiamo, più li facciamo sentire persone speciali e quindi importanti, rinforzando la loro identità.

Ed è quello che – con grandi scrupoli e a modo mio – sto facendo da qualche giorno a questa parte anche sui miei piccoli profili social (soprattutto Facebook, dove lo scontro è molto acceso): sto rimuovendo (e talvolta bloccando) persone i cui post mi compaiono in timeline e narrano di complottismi, sostenendo teorie negazioniste.

Questo non mi fa di certo stare bene, eticamente parlando (mi faccio una montagna di scrupoli).
Un’amica commentava il suo timore (da me condiviso) di chiuderci a nostra volta in una bolla contrapposta all’altra.
Ma in questi tempi così complessi mi vedo costretta a fare “di necessità virtù”.

Coltivando il dubbio (che ha modalità espressive ben diverse dal negazionismo e dal complottismo).
Cercando di aprirsi un varco nella foresta di parole, per cercare di intravedere possibili strade valide da percorrere.

[La foto di intestazione e dì Waldemar Brandt su Unsplash]

Che cosa potevamo aspettarci (di diverso)?

7 luglio 2021, un aggiornamento

Dopo avere pubblicato il post che potete leggere qui sotto, che partiva dalla vicenda di Malika Chalhy per fare alcune considerazioni sulla cultura intesa come modo di vivere e vedere le cose (indipendemente da qualsiasi giudizio di sorta), scoppia il caso Imen Jane e Francesca Mapelli.

Ci ho pensato un po’ su (se scrivere un post dedicato o meno), e alla fine ho scelto di aggiornare questo articolo con alcune considerazioni aggiuntive che – per “dovere cronologico” – ho aggiunto in coda.
Perché le due vicende così apparentemente lontane, hanno in realtà molti punti in comune. Pur partendo da due posizioni diverse.

5 luglio, partendo dalla vicenda di Malika Chalhy

Non ho seguito la vicenda, ne ho letto solo qualche giorno fa dopo averne ascoltato un breve cenno nel podcast Morning de Il Post (e successivamente ho letto dei commenti di alcuni contatti di Facebook).

Mi riferisco alla vicenda di Malika Chalhy.

Ascoltando di questa storia mi facevo alcune considerazioni (condite di ampie generalizzazioni, lo riconosco, e di una abbondante dose del bias del “senno di poi”) che stanno sotto una domanda:

“Che cosa potevamo aspettarci (di diverso)?”

Che cosa potevamo aspettarci da una persona che – per denunciare la sua situazione – ha pubblicato sui social i messaggi dei suoi famigliari?

(Tra parentesi gli screenshot di varie tipologie di messaggi – con i mittenti più o meno mascherati – sono diventati il nuovo modo di denunciare alcune dinamiche, esponendo [in taluni casi] alla pubblica gogna i protagonisti di turno. Attenzione, non sto scusando i famigliari della ragazza che hanno scritte cose inenarrabili: sto solo evidenziando delle modalità di comunicazione che sono diventate di pubblico uso anche da parte di persone insospettabili [ricordate gli screenshot di una conversazione privata tra Calenda e Mastella, pubblicati su Facebook dal primo?].)

Che cosa potevamo aspettarci da una persona che – quindi – considera i social come il medium per eccellenza (sicuramente veicolo di diffusione più efficace della stampa classica) attraverso il quale portare a conoscenza una situazione drammatica ma – come un Giano bifronte – capace di darti una notorietà improvvisa che provoca ubriacature difficili da gestire, se non hai gli strumenti adatti?

“Nel futuro, tutti saranno famosi nel mondo per 15 minuti”

E – di conseguenza – che cosa potevamo aspettarci da una persona che probabilmente è cresciuta dentro un certo tipo di cultura (dal lat. cultura, der. di colĕre «coltivare», part. pass. cultus [Treccani]) che considera normale acquistare beni di lusso con i soldi (indipendentemente dalla loro provenienza)?
Perché semplicemente non si pone il problema e – d’altronde – ritiene naturale fare di quei soldi ciò che vuole, semplicemente perché ormai sono suoi (visto che gli sono stati donati).
(Se ci pensate questo pensiero non fa un piega. Possiamo ragionarci e dibattere quanto vogliamo, ma è governato da una logica di ferro. E – se ci pensate – richiama la busta coi soldi data dagli zii e dai nonni, accompagnata dalla frase: “Comprati quello che vuoi”.)

Che cosa potevamo aspettarci di diverso da una persona che vive in uno specifico “layer” (in un livello) che vede questo sistema come unico modo possibile di vita (la cultura di cui accennavo sopra)?

Uso il termine layer (mutuandolo da funzioni di alcuni software) perché mi sembra particolarmente adatto, ma possiamo benissimo sostituire questa parola con “recinto”: da tempo ormai immemore si parla dei social come di “recinti” governati da algoritmi che tracciano le nostre attività mostrandoci di conseguenza – e gradualmente – solo ciò che è più affine ai nostri gusti e alle nostre abitudini.
Limitando sempre più le nostre capacità di pensiero critico e rinforzando i nostri bias di conferma.

Quindi (sempre con il senno di poi) non mi meraviglia particolarmente il modo di agire della ragazza.
Rientra in uno schema di comportamento molto preciso.

E proprio ieri leggevo sul numero di Internazionale, in edicola questa settimana, un articolo di Oliver Burkeman molto lungo, molto complesso, ma estremamente interessante: “Siamo davvero liberi di scegliere?”
Parla del libero arbitrio e del dibattito filosofico che ruota attorno ad esso: tra sua “negazione” e “compatibilità tra libertà di scelta e negazione della stessa”.

Come possiamo essere liberi di scegliere se non siamo in effetti liberi di scegliere?
(Oliver Burkeman su Internazionale)

E questa citazione mi riporta al “cosa potevamo aspettarci (di diverso)?”

Malika Chalhy (ma non solo lei, tutti noi a vario titolo e su diversi layer) orbita attorno ad un certo tipo di cultura.
E purtroppo ha fatto esattamente quello che sapeva (e sa) fare.
Sulla base di quanto ha imparato ed acquisito all’interno del suo ambiente.
(Con strumenti e competenze che potrebbero crearle enormi problemi a breve-medio-lungo termine.)

D’altro canto comprendo benissimo il “disappunto” (per usare un eufemismo) di chi ha partecipato alla raccolta fondi.

Una raccolta fondi nata sicuramente con tutte le buone intenzioni del mondo, ma nata sotto una forte spinta emotiva: “è stata buttata in mezzo ad una strada e non ha nulla di cui vivere, aiutiamola”.
Una leva che fa perno sulla generosità, l’aiutare il prossimo, il dare manforte…

Con il bias del senno di poi, forse era meglio offrirle un lavoro per darle strumenti con cui costruirsi una vita.

Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita.
[Proverbio cinese]

E – pensando alle “reazioni di pancia” che sono assai più rapide delle decisioni a tavolino – spero che questo episodio non abbia una ricaduta a pioggia sul meccanismo della raccolta fondi in senso lato, generando diffidenza.
Ma che sia un monito per imparare a gestire le emozioni forti a favore di decisioni magari più lente, ma più razionali.

7 luglio, arrivando alla vicenda di Imen Jane e Francesca Mapelli

Come ho anticipato nelle righe di introduzione di questo post, che anticipano a loro volta l’aggiunta della nuova “sezione” dedicata al caso scoppiato nelle ultime 72/48 ore, dopo avere riflettuto sul caso di Malika Chalhy, scoppia il caso Imen Jane e Francesca Mapelli.

Un caso che – nel pieno rispetto dei flame digitali – si allarga anch’esso a grandissima velocità ai contatti delle dirette interessate, associazioni e aziende che le hanno viste presenti come ospiti, e realtà che le vedono come collaboratrici a vario titolo.

Non entro nello specifico della vicenda, ma lascio qui alcuni articoli per avere un quadro della situazione per chi non sa cosa è accaduto:

Le due vicende sembrano appartenere a mondi diversi.
Invece, non credo sia così.

Ci sono degli importanti punti in comune: la “cultura” (quel “coltivare” da cui deriva il termine) che genera una visione della realtà che ci fa muovere su layer (o “recinti” o anche “bolle”) nelle quali alcuni comportamenti o non sono contemplati o sono semplicemente “naturali” (nel bene e nel male).
Tal quale la vicenda di Malika Chalhy.

Cosa potevamo aspettarci (di diverso)?

In questo caso forse potevamo aspettarci sì qualcosa di diverso.
Qui la situazione assume un aspetto disorientante, perché da persone che lavorano presso testate giornalistiche e/o si interessano di argomenti specifici non ti aspetti un comportamento simile.
E invece è accaduto.

A prova – forse – della natura dei social: quel Giano bifronte che amplifica esponenzialmente la visibilità, iniettando un senso di onnipotenza in chi non ha gli strumenti culturali adatti per saperla gestire.
Che fa adottare – di conseguenza – specifiche dinamiche comportamentali.

[Tutte le immagini del post sono tratte da rawpixel.com]

Parole e Realtà

Una breve introduzione al post

Confesso che scrivere questo post non è stato semplice.
Così come trovargli un titolo.
Perché prende le mosse da due protagonisti della comunicazione (e della politica) che sono stati a loro volta protagonisti (perdonate la ripetizione) di episodi molto lontani tra loro (sia geograficamente che dal punto di vista argomentativo), ma che mi hanno spinto a fare alcune riflessioni che condivido qui.

Oscar Di Montigny

Foto di Samuel Pereira su Unsplash

Qualche sera fa ho letto questo articolo di The Social Post: Oscar al Fatto. Non stavamo cercando di comportarci meglio?

Parla della candidatura (poi ritirata/rifiutata) di Oscar Di Montigny a Sindaco di Milano e – soprattutto – del “trattamento verbale” ricevuto dal protagonista della vicenda da parte de Il Fatto Quotidiano (“trattamento” che corre lungo il sottile confine che separa il disaccordo educato e lo sbeffeggiamento, pendendo abbondantemente verso quest’ultimo).

Giorni addietro avevo ascoltato Francesco Costa su Morning (il podcast mattutino de Il Post) che leggeva la dichiarazione con la quale Oscar Di Montigny declinava l’invito a candidarsi:

Non significa che avrei accettato ma che sarei potuto andare dai miei figli e dirgli che sarei partito per un viaggio.
Loro mi avrebbero chiesto: “Come parti? Con una caravella? Con un zattera? O con una nave da guerra?”
Gli avrei detto: “Ragazzi sono con una zattera, fatevi il segno della croce” oppure gli avrei detto “state tranquilli, salpo con una super nave da guerra e 10 ammiragli, ci vediamo tra cinque anni”.
E siccome non so con che nave sarei partito, la questione non c’è più.

La citazione è tratta da un articolo de Il Post che rimanda ad una intervista rilasciata dal protagonista della vicenda al Corriere della Sera.

Quello che qui mi interessa evidenziare nello specifico è il linguaggio usato (in questo caso metaforico ed evocativo, quasi da Viaggio dell’Eroe, ed indicatore dello stile di comunicazione di Oscar Di Montigny).

Ma per ora fermiamoci qui e passiamo al successivo protagonista.

Boris Johnson

Foto di Evangeline Shaw su Unsplash

Boris Johnson non ha mai nascosto la sua ammirazione per Churchill, da cui ha tratto spesso ispirazione e di cui ha curato anche la biografia “The Churchill Factor”.

E al di là del personale apprezzamento (o meno) dell’uomo politico, da più parti viene riconosciuta la sua capacità oratoria.
Simon Lancaster (speechwriter), nel suo libro “Winning Minds”, apre analizzando il discorso che il Premier diede ad Hyde Park nel 2012 in occasione dell’apertura dei giochi olimpici (apprezzandone la struttura) che iniziò con contestazioni e fischi, e finì tra le ovazioni.
Più recentemente (un anno fa circa) è stato analizzato con interesse il suo discorso di ringraziamento al personale sanitario dopo la sua dimissione dalla Terapia Intensiva: fu evidenziata l’emozione, il dare un nome e cognome agli infermieri che lo avevano assistito, ecc. ecc.

Ma ci sono altri tre “momenti comunicativi” del Primo Ministro inglese su cui ho riflettuto per la loro efficacia emotiva immediata e che stanno mostrando debolezze sulla distanza e sul piano concreto:

  • La comunicazione attorno alla Brexit (che ha fatto la sua fortuna politica ma che – come un’onda lunga – sta evidenziando problemi non da poco)
  • All’inizio della pandemia la celeberrima ed inquietante proposta di non chiudere nulla puntando all’”immunità di gregge” (puntualmente smentita all’incrementare esponenziale dei contagi, dei ricoveri e dei decessi che portò al lockdown anche in Gran Bretagna)
  • La più recente dichiarazione dell’imminente ritorno alla normalità entro metà/fine giugno (forte del successo [dal verbo “succedere”] della campagna vaccinale), smentita dalla diffusione della variante Delta che sta facendo fare dei comprensibili passi indietro.

Cercando di chiudere il cerchio

Foto di Timon Studler su Unsplash

Cerco di arrivare al punto, conscia del fatto che il ragionamento può non essere così lineare.

Oscar Di Montigny e Boris Johnson sono due ottimi oratori che provengono da due mondi diversi ed operano in contesti diversi, ma che mi spingono a fare delle riflessioni sulla comunicazione e sulla sua persuasione.

La prima riflessione parte dalla candidatura di Oscar Di Montigny.

Il curriculum professionale e la capacità oratoria non rendono automaticamente una persona in grado di comunicare all’interno di un ambiente civico e/o politico.
Ho avuto modo di ascoltarlo diversi anni fa al primo congresso della Singularity University Italia e – pur preferendo una retorica più pragmatica – non posso non riconoscere la sua capacità di evocare ed emozionare.
Ma da qui ad entrare in politica, c’è una linea di demarcazione che richiede un adattamento di linguaggio che porta ad una maggiore precisione, concretezza e chiarezza di intenti (nel bene e nel male), a scapito di suggestioni perfette per Convention “tra pari”, e/o fortemente “targetizzate”, ma non per realtà politiche e cittadine.

La seconda riflessione prende le mosse dalla retorica di Boris Johnson per evidenziare l’altra faccia della comunicazione che emoziona, suggestiona, motiva ed evoca. Ma in modo diverso rispetto al precedente protagonista.
Una comunicazione che seduce ed infiamma platee, disegnando scenari apparentemente concreti e fattibili (perfettamente funzionali a guadagnare molti consensi). Ma che spesso – al confronto con la realtà, che è sempre molto più complessa di quanto siamo in grado di comprendere – porta a risultati che possono essere profondamente diversi sulla media/lunga gittata.

C’è un detto di Cicerone che riassume perfettamente l’obiettivo della comunicazione e che ben si applica – a diverso titolo – ai due protagonisti di questo post:

Non c’è nulla di più nobile che riuscire a catturare l’attenzione delle persone con la parola, indirizzare le loro opinioni, distoglierle da ciò che riteniamo sbagliato e condurle verso ciò che apprezziamo.

Una citazione che, nella sua eleganza, trovo sia utile non solo per chi comunica, ma anche per chi ascolta.

Per sviluppare un orecchio più attento, facendo spazio allo sviluppo/potenziamento dello spirito critico e della capacità del “leggere tra le righe”, entrambi adatti ad interpretare quanto le parole pronunciate – più o meno abilmente – possono celare. Nel bene e nel male.

Immagine di copertina di Joakim Honkasalo su Unsplash

In galleggiamento o in transito?

Qualche giorno fa, condividevo una riflessione su Facebook in merito ad una sorta di “stanchezza sottile” che mi sta mettendo da diverso tempo nella condizione di desiderare ardentemente di stare seduta sul divano a non fare nulla e a fissare il vuoto…

Chiedo…Ma anche voi siete stati colti dalla sindrome “non ho più voglia di fare niente”?
Perché è qualche giorno che avrei solo voglia di stare seduta sul divano a fissare il vuoto senza fare assolutamente nulla…
Ditemi che anche qualcuno di voi si trova nella stessa situazione, perché se no mi preoccupo…
(E non ci sono vitamine che tengano, specifico)

Tante sono state le risposte ed in tanti ci siamo contati.
E se questo da un lato mi ha confortato (sono in buona compagnia), dall’altro mi ha fatto pensare all’onda lunga di ciò che abbiamo vissuto (questa “grande anomalia”).

Nel contempo poi il timore di scivolare nell’inedia mi fa restare vigile e mi fa stare in costante movimento (se non fisico, perlomeno mentale), guardando con sospetto ogniqualvolta la necessità di stare sul divano si ripresenti…
Necessità che poi il corpo rende impellente, andando a disturbare il sonno e quindi obbligandomi a fermarmi (sul sonno sto leggendo articoli e libri e ci tornerò).

Su questa sensazione avevo letto degli articoli (trovati casualmente) che mi ero ripromessa di recuperare e che – alla fine – sono riuscita a ritrovare.
Si tratta di due contributi che riflettono sul tema dello stato di inedia e – in un mio “collegamento lateralmente” – su cosa la pandemia sta portando come “nuova normalità” (termine abusato, lo so, ma non così scontato):

Sì perché riflettendo (e facendo riferimento ai due articoli) mi è sorto un “sospetto”.

Non vorrei che anziché uno stato di galleggiamento, non si trattasse invece di uno stato di transito da un punto A ad un punto B che l’esperienza che stiamo vivendo non ha fatto altro che accelerare (e/o far emergere).

Scrivo questo perché, non so voi, ma sento comunque sottostante una necessità di rallentamento e riperimetrazione delle attività.

Un esempio stupido?
Questa mattina ho fatto (finalmente!, dopo avere rimandato per mesi) la tessera delle biblioteca del piccolo comune in cui vivo (che fa parte della rete delle biblioteche della area geografico/metropolitana in cui si colloca) per evitare di andare ogni volta a Milano a ritirare o consegnare i libri presi in prestito. Cosa che prima facevo con grande piacere, reputando lo “stare nel paesello” una cosa riprovevole (estremizzo).

E ancora: mi rendo conto che ormai acquisto abiti e accessori quasi solo ed esclusivamente online su determinati siti (una sorta di pulizia ed ottimizzazione delle attività); quando – una volta – andare a fare shopping lo consideravo un must.

Senza contare invece le volte che – al termine di giornate apparentemente inconcludenti – sento la necessità di fare l’elenco di quello che ho fatto per capire cosa ho effettivamente fatto (per scrollarmi di dosso la sensazione di inconcludenza). Perdonate la frase piena di ridondanze…

Insomma sì… forse è una fase di transito dal punto A al punto B.

E come tutte le fasi di transito ci si stanca (dello stato attuale), ci si muove in modo anche un po’ caotico (vagando alla ricerca di qualcosa, tentando, montando e smontando cose) e ci si libera (talvolta faticosamente) delle cose che non ci servono più e/o che non hanno più senso (combattendo con la a me tanto cara sindrome F.O.M.O. [Fear Of Missing Out], che spesso cito e di cui ho scritto altre volte qui).

Detto ciò, confesso di continuare a temere è “l’illanguidimento” anche se – come dissi anni fa ad una amica – il togliere ci dà la sensazione di vuoto (che noi temiamo) ma nel contempo fa anche spazio, creando la possibilità di ingresso di cose nuove.

[Foto di copertina Chris Lawton su Unsplash]

Responsabilità sociale e responsabilità individuale

Venerdì ho avuto la fortuna di fare la prima dose del vaccino Pfizer (ho perso per un soffio il monodose Janssen [Johnson&Johnson] per esaurimento scorte).
Confesso che nutrivo qualche timore verso l’AstraZeneca, ma avrei fatto qualsiasi vaccino mi fosse stato proposto, ve lo posso garantire.

Pfizer-BioNTech, forse uno dei vaccini più all’avanguardia, mai concepito sino ad oggi.
(Qui un articolo di gennaio del Il Post: Come funziona il vaccino di Pfizer-BioNTech)

Che impiega una tecnologia (mRNA = RNA messaggero) allo studio da 20 anni (non da ieri) e impiegata – se non erro – per la cura dell’AIDS e ora (grazie a questa applicazione su larga scala) possibile, concreta e futura frontiera per la cura contro il cancro e – addirittura – per la Sclerosi Multipla (qui un articolo sugli studi in corso: La tecnologia mRna per contrastare la sclerosi multipla).

Come funziona?

“[…] La strategia consiste nel fornire alle cellule le informazioni necessarie – sotto forma di mRNA – a costruire la proteina “spike” del virus. Proteina che, una volta assemblata ed espulsa dalla cellula, viene riconosciuta dal sistema immunitario dando vita alla produzione di anticorpi capaci di riconoscere il virus.”
(Da un articolo della Fondazione Umberto Veronesi: Pfizer-BioNTech e Moderna: inizia l’era dei vaccini a mRNA)

Image by rawpixel.com

Davanti ad una tecnologia così avanzata, e dopo un anno durante il quale abbiamo vissuto qualcosa che mai avremmo immaginato di vivere (lo avevamo visto solo nei film di fantascienza), quello che io faccio veramente fatica a capire è il pensiero dei “diffidenti”, alcuni dei quali (in un estremo atto di egoismo e di irresponsabilità verso l’altro [e talvolta di arroganza], forse dettati dalla paura alla base dei processi di negazione e negazionismo) aspettano che siano gli altri a vaccinarsi per non vaccinare loro stessi.
(Lascio da parte le teorie complottiste sulla modifica del DNA e sul 5G per le quali andrebbe fatta una analisi in termini psicologici e cognitivi, con una escursione nell’area dell’asimmetria dell’informazione e dei bias cognitivi.)

Ma tornando alla personale esperienza, andare a fare la prima dose è stato per me un momento di profonda gioia e gratitudine.

Avere una fortuna simile non è da tutti.
(Basti pensare ai Paesi del Terzo/Quarto Mondo o anche semplicemente a quelle fasce sociali più deboli, più geograficamente prossime a noi, che non hanno accesso neanche alle cure base.)

Sono convinta che vaccinarsi per proteggere se stessi e – soprattutto – chi ti sta intorno sia un atto di responsabilità individuale e sociale. A supporto di una visione di condivisione e di inclusione.

Chiudo lasciando qui qualche ulteriore fonte di approfondimento:

[Photo by Spencer Davis on Unsplash]

Parlando di robotica (da “neofita”)

La locandina della mostra in corso al MUDEC

Ho atteso questa mostra per un anno.
E finalmente il 1° maggio (giorno di apertura) l’ho visitata, previa prenotazione (obbligatoria nel weekend e consigliata durante la settimana; ma consiglio ugualmente sempre e comunque la prenotazione per non avere imprevisti sulla porta del museo).

Mi sono divertita ed emozionata.

Divertita perché la mostra racconta ed illustra senza tralasciare anche l’aspetto ludico.
Emozionata perché l’attesa durata un anno nel quale è accaduto ciò che ben sappiamo, si è fatta sentire (“risolvendosi”) salendo le scale del museo e rivedendo dopo tanto tempo l’atrio che – con la sua atmosfera – ti trasporta altrove.

Ho scattato foto (visibili a questo link) e ho condiviso le impressioni sui social.

E proprio dalla condivisione dell’esperienza sui social si è aperta la conversazione con Carlo Ottaviani (ex-collega Toastmasters) di Officine Robotiche che ha dato vita alla diretta che è andata in onda ieri sera sul canale YouTube di OR all’interno della rubrica ORAperitech.

Con l’obiettivo di condividere le impressioni sul tema da inesperta, semplice osservatrice incuriosita e possibile utente.

Qui sotto il video della serata.
Buona visione!

Irvin D. Yalom

“Non è il fatto di commettere errori a essere importante, è l’uso che se ne fa.”

(Irvin D. Yalom, “Diventare se stessi” Ed. Neri Pozza)

I libri di Irvin D. Yalom non sono mai dei “semplici libri” (ammesso che un libro possa essere semplice).
Sono sempre delle occasioni di qualcosa di altro.
E questo libro, la sua autobiografia, lo svela in modo chiaro raccontando del suo percorso parallelo di psichiatra e narratore di storie.
Storie che possono essere strumenti e importanti veicoli di insegnamento e di riflessione.

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Immagine tratta da Google Image

Comunicazione schizofrenica e dinamiche decisionali labirintiche

Durante questo anno appena trascorso, dopo i primi mesi che mi hanno generato qualche difficoltà emotiva, ho iniziato a seguire con maggiore attenzione la gestione della crisi e la relativa comunicazione (quest’ultima, talvolta, al limite dello schizofrenico; soprattutto qui in Lombardia).

Foto di Edwin Hooper su Unsplash

Ne ho scritto spesso su Facebook (che considero e tratto come una sorta di diario online, talvolta scritto un po’ di pancia), molto meno qui sul blog (in una categoria dedicata, cercando di farlo in modo più ponderato) ed ora – dopo qualche mese – torno sull’argomento, facendo qualche considerazione sui temi citati nel titolo di questo post.
Aggiungendo un altro tassello, in una sorta di operazione a “futura memoria”/annotazione valida per me, ma magari anche per chi legge (che – sempre magari – può aiutarmi a comprendere meglio cose che ho la sensazione mi stiano sfuggendo).

Ripercorro per sommi capi, alcuni punti degli ultimi sette giorni:

  1. lunedì 1 marzo siamo tornati in Zona Arancione, secondo l’analisi dei dati del venerdì precedente (come ogni “santo” venerdì da qualche tempo a questa parte) e leggo di una dichiarazione del Presidente Fontana (rilanciata dalle testate giornalistiche) che lamenta “Basta con questo stillicidio“, auspicando (in sintesi) una visione a media/lunga distanza;
  2. l’altro giorno ascolto la conferenza stampa di Regione Lombardia: quando è il turno di Bertolaso, egli parte con un monologo un po’ polemico (che – confesso – ho condiviso in linea di principio) dichiarando (nella risposta ad una domanda di una giornalista) che – secondo lui – tutta l’Italia si sta avvicinando a grandi passi verso il “rosso” (ricordarsi il “basta stillicidio” al punto 1, auspicando visioni a media/lunga distanza);
  3. ieri leggo la notizia dell’ennesimo invio dei dati sbagliati di Regione Lombardia (stavolta pubblici, quindi nessun “è colpa tua!”, “no, è colpa tua!”, “facciamo che non è colpa di nessuno”… della volta precedente) che ci ha fatto rimanere una settimana in più (la scorsa) in Zona Gialla (con – anche – il pasticcio degli assembramenti alla Darsena): è stato automatico per me ricordarmi delle notizie che avevo letto relative alle modalità di tracciamento fatto durante la seconda ondata (ottobre/novembre) con 120 operatori al telefono. 120 persone impegnate a tenere un tracciamento simil-amanuense in Era di Big Data, a inseguire le migliaia di casi;
  4. immediatamente a valle della lettura dell’articolo al punto 3), sempre ieri leggo della Ordinanza firmata dal Presidente Fontana che ha portato stanotte la Lombardia in Zona “Arancione rinforzata” (per te che leggi, torna al punto 1), allo “stillicidio” e alla visione a medio/lungo termine).
Foto di The Climate Reality Project su Unsplash

Ora, due considerazioni a caldo.

La prima: a seguire l’andamento labirintico delle gestione della situazione e della relativa comunicazione pensi di avere seri problemi di comprensione.

La seconda: davanti a dinamiche simili il comportamento schizofrenico sembra una barzelletta, al confronto.

Mi rendo conto essere due considerazioni che possono amareggiare.
Sono due considerazioni che mi fanno rabbrividire soprattutto per quello stile di comunicazione da campagna elettorale (per alcuni aspetti) che – al di là delle giuste informazioni numeriche – agita gli animi e non fa bene al senso civico (già messo a dura prova dalla scarsa educazione e alto egoismo che contraddistingue le ultime generazioni [compresa quella di chi scrive], e che ha qualche familiarità con la dinamica NIMBY – Not In My Back Yard).

E’ vero che uno potrebbe chiedermi (cosa che io puntualmente faccio davanti a chi contesta senza essere propositivo): “E tu cosa avresti fatto di diverso?”

Non lo so. So però che la comunicazione potrebbe essere un po’ più filtrata (non censurata: filtrata e “meditata”) e meno emotiva. Mettendo da parte polemiche sterili e comunicazioni da campagna elettorale, che non aiutano nessuno sulla breve/media/lunga distanza. Anzi, agiscono aggiungendo difficoltà a difficoltà. Con ricadute sulla gestione delle dinamiche sociali.

Foto di Ivan Diaz su Unsplash

Per concludere, un’ultima considerazione personale che mi richiama un (spero errato) “la storia si ripete”.

Il piano vaccinale di massa (in Lombardia): ineccepibile sulla carta e gigantesco per estensione.
(Si può ascoltare seguendo il link della conferenza stampa che ho inserito nel punto 2).

Mancano i vaccini: lo sappiamo ed è un problema esteso (ieri leggevo la newsletter di ISPI sul tema e sullo “strappo” di Austria e Danimarca).
Ma mi ricorda – con grande inquietudine – la vicenda dell’Ospedale in Fiera: una astronave senza equipaggio (ai tempi) richiesto (poi) agli altri ospedali (già in affanno).

Spero davvero che – questa volta – il percorso della vicenda sarà diverso.
(Apprezzabile comunque la scelta dell’utilizzo di strutture esistenti, lasciando da parte il discutibile progetto dei “padiglioni Primula“).

[L’immagine di copertina è di visuals su Unsplash]