Stanzialità e prossimità

 

Una Yurta Mongola [Fonte Wikipedia]

Ieri mattina mi sono ritrovata a fare delle riflessioni dopo che mi ero svegliata con una scelta precisa da compiere.

Si trattava di una considerazione che coinvolgeva (e coinvolge) l’anno che mi si prospetta davanti e che – per una attività volontaria che sto svolgendo – comporta numerosi spostamenti.
E che necessita quindi di una programmazione attenta ed una ottimizzazione delle attività altrettanto accurata.

Non è arrivata come un “fulmine a ciel sereno”.
Tutt’altro: è stata ruminata ed è maturata nel corso di giorni precedenti durante i quali – per una strana casualità – avevo anche incrociato un articolo che aveva catturato il mio interesse:

I lati positivi di non cambiare mai città.

E che forse ha contribuito in qualche misura – ed in modo indiretto – al ragionamento in corso.
Facendomi anche riandare alla memoria ad un altro articolo, apparentemente diverso per argomento, ma nel quale ho “sentito” (intuito) più che visto, un legame con il precedente:

I nuovi viaggiatori che non prendono l’aereo.

Il processo di associazione di idee non si è fermato qui, bensì è proseguito, riandando ad un libro che ho letto lo scorso Natale: “Quando siete felici fateci caso”.
Una raccolta di discorsi che Kurt Vonnegut ha tenuto in diverse scuole ed università americane.
Leggendolo talvolta avevo l’impressione che il relatore si trovasse in un curioso stato dissociato (alcune affermazioni mi risultavano un po’ sconclusionate), ma un filo logico, quasi un mantra, che tornava spesso nel libro è “la prossimità”.
Intesa come comunità di appartenenza, chilometricamente vicina, con cui interagire e presso cui portare il proprio contributo.

 

Foto natalizia del libro (scattata durante la sua lettura)

Ed è stato proprio durante questa curiosa ed inaspettata associazione di idee che mi sono domandata se e quanto vale la pena sgomitare e annaspare per andare, fare, brigare con il rischio che il tutto diventi compulsivo a soddisfacimento del “must do” (ricadendo quindi anche nei ragionamenti che mi stavo facendo sulla scelta da prendere).

E in un’era dove sembra che se non sei internazionale, se non presenzi e se non fai networking in maniera percussiva, in un’era dove la vaporizzazione di confini virtuali data dai social network (che hanno annullato distanze fisiche e temporali) sta travasando anche nello spazio fisico, forse si iniziano a cogliere i primi cenni di una inversione di tendenza (o comunque un ridimensionamento).
Di un ritorno ai luoghi a noi prossimi e alla comunità fisica (che raramente collima con quella virtuale).

O forse è solo una personale percezione e altrettanto personale ricerca di equilibrio.
Per non farsi sopraffare da obblighi imposti da altri che – se non sono in risonanza con te – rischiano di diventare fonte di frustrazione.

E a proposito di prossimità e comunità, chiudo con questo “talk” di TEDx Lake Como dell’anno scorso, che narra di una bella iniziativa:

[Foto di copertina: ©Aldo Mingozzi “Villaggio di campagna”, olio su tela – http://aldomingozzi.com/]

Ridurre

Riordino_BagaglioAMano_BarbaraOliveri

Sarà che un contatto di Facebook ha scritto che ha fatto un viaggio in Giappone di circa tre settimane con solo il bagaglio a mano.
Sarà che attraverso lo stesso contatto ho letto il libro “Solo bagaglio a mano” (interessante) e una amica mi ha regalato il libro di Marie Kondo “Il magico potere del riordino” (di prossima lettura).

Fatto sta che stamattina pensavo al valigiotto nero che ho preparato per la trasferta di questo weekend (partenza oggi pomeriggio, rientro domenica pomeriggio).

BagaglioAMano_BarbaraOlivieri

Valigiotto che sarà bagaglio a mano e che spero non mi facciano imbarcare nella stiva dell’aereo che prenderò.
(Non dovrebbero… Ho fatto tutte le verifiche possibili ed esistenti: dimensioni, peso, imballaggio dei liquidi…)

E stavo pensando a quante masserizie ho e quante me ne porto via ogni volta che mi muovo.

Questa estate me ne sono accorta in modo particolare: ho utilizzato il 70% degli abiti che mi sono portata via.
(E va già meglio rispetto a qualche anno fa, quando utilizzavo il 40% di quello che mettevo in valigia. Ai tempi non c’era consapevolezza dell’ingombro, c’era attenzione all’esibire.)

Bagagliaio_Viaggiare_BarbaraOlivieri
Il bagagliaio della nostra auto (non si vede bene ma è coinvolto anche il sedile posteriore a sinistra). Quante persone? Tre…

Quindi posso dire che sulla “questione abiti” sto migliorando.
Mentre sulla “questione accessori” no.
E per accessori intendo libri, cosmetici, oggetti vari. (Con l’aggiunta negli ultimi tempi degli oggetti elettronici, che dovrebbero sostituire oggetti ma che attualmente – per me – sono ancora un di più.)

PostazioneLavoroMobile_BarbaraOlivieri
Quest’estate ho lavorato un po’ su alcune cose e mi sono attrezzata con una piccola postazione mobile che sogno sempre diventi LA postazione di lavoro per antonomasia.

Ed è da tempo che penso a come eliminare definitivamente il PC per restare con iPhone e iPad (la strada è ancora lunga per me, essendo in fase di implementazione di YouTube e video che – per le mie competenze in materia – necessitano di editazioni da PC.)

Libri_CartaceoDigitale_BarbaraOlivieri
Questione di ingombri e pesi…

E poi c’è l’annosa questione dei libri.
Una personalissima spina nel fianco, assai combattuta (su cui rifletto da tempo): è da tempo che sono divisa tra libri cartacei e formati digitali.
E quest’anno l’ho sentita ancora di più: mi sono portata via 5 libri cartacei ed il Kindle.
Dei 5 libri ne ho letto 1…
Il resto è arrivato da fonti diverse.

Libri_BarbaraOlivieri
I libri che mi sono portata via e che volevo leggere…
LettureEstive_BarbaraOlivieri
… I libri che ho effettivamente letto: solo 1 dei 5 che mi sono portata via. Il resto è arrivato strada facendo .

(E proprio ieri ho acquistato la versione eBook di “Yeruldelgger” dopo che sono entrata in difficoltà con la copia cartacea per una questione di maneggevolezza e trasportabilità… pur non essendo un gigante come “L’ombra della montagna”.)

Che poi con tutte le masserizie piccole e grandi che mi porto dietro, finisce che dimentico qualcosa e – per esempio – recupero al volo lo spazzolino da denti dimenticato, infilandolo in borsa…

Borsa_BarbaraOlivieri
Raccogliendo cose seminate in giro

Così, tra il disfare le valigie sabato scorso e fare il valigiotto stamattina, mi sono resa conto – ancora di più – delle montagne di stratificazioni (come ere geologiche) che stocco, e talvolta ficco in tutti i pertugi, ammucchiando.

Ed è da queste considerazioni che mi sono fatta sabato scorso, disfando le valigie, che mi sono data un obiettivo ad orizzonte lungo: da adesso e per un anno, ogni domenica dedicherò un’ora a smaltire e riordinare.
Facendo spazio.
Puntando all’essenzialità.
Facendo pulizia.
Che magari finisce per essere non solo fisica ma anche mentale.

Chiudo con un link ad un articolo sulla estremizzazione della essenzialità applicata da un ragazzo giapponese: Less is Less – Japan’s minimalism

[Immagine di copertina tratta dal web]

Complessità e Semplificazione

Stamattina – scorrendo le timeline dei vari social e leggendo diversi post – mi facevo una considerazione, frutto forse anche della fatica psicologica che molti di noi stanno vivendo da un punto di vista professionale (che non esclude ricadute anche nella sfera personale).

Una riflessione che mi ha ricordato una frase di Jeff Bezos che avevo visto condivisa via Facebook nei giorni precedenti:

“Bisogna essere testardi nella visione e flessibili nei dettagli.”

Frase che fa parte di una intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica: Jeff Bezos: “Un passo alla volta”, dai libri ai giornali e poi fino alle stelle

Jeff Bezos
Foto di Marco Montemaggi via FB (pagina Sebastiano Zanolli – La Grande Differenza)

Considerando la sua affermazione, ho pensato a quante volte – negli ultimi tempi – mi sono confrontata con la personale idea dell’avere un obiettivo, lasciando un buon margine di approssimazione alla programmazione, riservandomi diversi gradi di flessibilità.

Un controsenso rispetto alla definizione nota dell’obiettivo SMART:

  • Specifico, cioè che non lascia spazio ad ambiguità;
  • Misurabile senza equivoci e verificabile in fase di controllo;
  • raggiungibile (dall’inglese Achievable), poiché un obiettivo non raggiungibile demotiva all’azione allo stesso modo di uno facilmente raggiungibile;
  • Rilevante da un punto di vista organizzativo, cioè coerente con la mission aziendale;
  • definito nel Tempo.

[Fonte Wikipedia]

La questione è che ho l’impressione che la programmazione per obiettivi misurabili, temporalmente definiti, ecc. ecc. sia valida solo in alcuni casi: in particolare se tratti un oggetto, o un servizio, “concreto”.

E che tale approccio forse non è applicabile all’interno della complessità crescente dell’ambiente nel quale ci muoviamo, dove – tra l’altro – gli stessi beni e servizi hanno durata molto più breve e sono soggetti ad un “deperibilità” (una caducità) molto più rapida rispetto al passato.

Complessità

 

Se poi navighi, ti interessi e ti confronti con l’intangibile, allora ti rendi conto che certi metodi semplicemente non vanno bene.

Con la conseguenza che se li hai sempre considerati fondamentali bussole per orientarti nelle scelte e nelle interpretazioni, puoi trovarti costretto gioco-forza a scegliere di “navigare a vista”, assumendoti un nuovo tipo di rischio (indeterminazione), cercando di intercettare e ascoltare quello che il mondo là fuori fa, dice e crea, passo-passo.

Tutto questo mi fa pensare anche a quanto è comoda la semplificazione. Di processi, di metodi, di concetti.

Una comprensibile necessità umana utile per leggere e codificare la realtà in un linguaggio semplice e accessibile, ma in talune condizioni a rischio di miopia interpretativa.

Un bisogno favorevole alla creazione di una nuova zona di comfort, nella quale erediti chiavi di lettura confezionate da altri.

(A questo proposito segnalo una interessante intervista a Zygmunt Baumann, pubblicata sul sito del Corriere della Sera: Zygmunt Bauman: «Le risposte ai demoni che ci perseguitano»)

Credo ci si trovi di fronte a delle scelte.

O si sceglie di vivere secondo letture ed interpretazioni prodotte da altri.

O si sceglie di confrontarsi con la complessità e l’interdisciplinarità, cercando di comprenderla, e di navigarla, secondo le proprie interpretazioni, sperimentando.

Tra Arte e Ingegneria

Christo, Floating Piers. Disegno 2014. 22,5 x 34,9 cm. Matita, carboncino e pastello. Foto: André Grossmann © 2014 Christo
Christo, Floating Piers. Disegno 2014. 22,5 x 34,9 cm. Matita, carboncino e pastello. Foto: André Grossmann © 2014 Christo

Non ho un rapporto facile con l’Arte Contemporanea, confesso.
Ho provato a capire, a comprendere, cosa certe opere volessero dire.
Ho partecipato a visite guidate, ascoltando in reverente silenzio le spiegazioni.
Ma – ahimè – spesso la perplessità è rimasta.

Anche se davanti ad una tela di Fontana, ascoltando la citazione qui sotto ho avuto un’epifania (ho compreso – credo – la creazione di una terza dimensione su un piano, quella della tela, strettamente bidimensionale…):

“Scoprire il Cosmo è scoprire una nuova dimensione. E’ scoprire l’Infinito. Così, bucando questa tela – che è la base di tutta la pittura – ho creato una dimensione infinita. Qualcosa che per me è la base di tutta l’arte contemporanea”

E’ stato un episodio che ha aperto uno “squarcio” di comprensione davanti ad alcune rappresentazioni che comunque continuano a lasciarmi perplessa.

20th Century Italian Sale Sotheby's London - 15 October, 2007 Lucio Fontana (1899-1968) Concetto Spaziale, Attese signed, titled and inscribed Questo quadro a sette tagli... on the reverse waterpaint on canvas Executed in 1968. Estimate: £700,000 - £1,000,000
Concetto spaziale, Attese Lucio Fontana 1968. Tecnica mista

Più di recente però mi è capitato di emozionarmi davanti (forse sarebbe meglio dire “dentro”) ad alcune installazioni.

Ho provato stupore davanti alle Torri di Anselm Kiefer in Hangar Bicocca.
Trovarmele davanti la prima volta mi ha generato stupore e meraviglia.
Sette colossi apparentemente precari che si ergono davanti a te.
E ogni volta che torno, e le rivedo, provo sempre una profonda emozione.

Anselm Kiefer I Sette Palazzi Celesti, 2004 (Foto tratta da www.artslife.com)
Anselm Kiefer I Sette Palazzi Celesti, 2004 (Foto tratta da http://www.artslife.com)

Mi sono divertita come un bambina gattonando sulle bolle di On Space Time Foam, l’installazione site specific di Tomàs Saraceno per Hangar Bicocca, rimanendo con le ginocchia arrossate e doloranti per più di una settimana.

On Space Time Foam (foto ©Hangar Biccocca)
On Space Time Foam (foto ©Hangar Biccocca)

Mi sono commossa (e ho visto persone totalmente immerse nell’esperienza) dentro e davanti alla performance The Visitors di Ragnar Kjartansson (un ampio spazio buio con megaschermi disposti a semicerchio, ognuno proiettante immagini e suoni di un musicista, tutti sincronizzati coralmente fra loro, facendoti immergere fisicamente nel suono).

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Ragnar Kjartansson – The Visitors (Foto © Hangar Bicocca)

Sono rimasta un’ora e mezzo “dentro” l’installazione Hypothesis di Philippe Parreno, dicendomi in continuazione: “Sì, sì, adesso vado…”
Camminandoci in mezzo, sedendomi, spostandomi per avere punti di vista e di ascolto diversi.
Affascinata dal suono e dalle performance luminose della installazione.
Totalmente immersa ed ipnotizzata.
[Per chi vuole a questo link Philippe Parreno – Petrit Halilaj, la gallery delle foto che ho scattato durante la visita.]

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Hypothesis di Philippe Parreno (Foto tratta da http://www.click-he.it)

E ho vissuto con curiosità la recentissima installazione di Christo e Jeanne Claude, The Floating Piers.
Camminandoci sopra, guardandomi in giro, togliendomi le scarpe per camminare più a contatto con la materia e la sua struttura, osservando l’interazione delle persone con l’ambiente artificiale.
[A questo link – The Floating Piers – Christo 2016 – le foto che ho scattato il 26 giugno.]

Foto ©Barbara Olivieri - scattata il 26 giugno 2016
Foto © Barbara Olivieri – scattata il 26 giugno 2016

Tutto questo mi ha fatto fermare un momento a riflettere.
Domandandomi quale potesse essere il filo conduttore che legava queste installazioni alle mie reazioni (di stupore, di meraviglia, di commozione, di divertimento, di curiosità…)

E ho pensato ad una curiosa commistione tra lato logico e lato emozionale.
Una commistione tra Arte e Ingegneria.

Dove l’Ingegneria (col suo apporto tecnologico) rende possibili espressioni e costruzioni di Esperienze maggiormente immersive ed emozionanti.

[Foto di copertina © Wolfgang Volz]

Intangibile

 

Intangibile

E’ qualche giorno che rifletto su alcune cose legate al tormento quotidiano del futuro professionale.

Ed in particolare sto pensando ad una parola che conosco come significato comune, ma che di recente mi è stata fatta vedere sotto un aspetto diverso.

La parola è intangibile.

Pensando all’intangibile, ho pensato a quanto sia difficile misurarlo.
Quantificarlo.

E’ qualcosa di ancora più rarefatto del lavoro intellettuale (che sia di progettazione o simile).
E’ qualcosa che ha un valore etico, emotivo, di sapere, alto.
Ma è difficilmente quantificabile economicamente.

E chi si trova a maneggiare l’intangibile, appassionandocisi pure, gli viene a volte riconosciuto un alto valore umano.
Ma fa fatica a vedersi riconosciuto un valore economico.
Fa fatica a trovare una collocazione nel mercato.

E’ “facile” (non è vero, non è facile per nessuno, però rispetto all’intangibile sì) raccogliere risultati economici se vendi un prodotto solido (qualsiasi esso sia) o un servizio ben definito.
E’ difficilissimo raccogliere risultati economici se tratti (e “vendi” in senso lato) intangibilità.

Questa riflessione, che mi gira nella testa da un po’, è frutto di una chiacchierata con una amica di TEDx Crocetta che per prima mi ha parlato di “intangibilità”.

E questa riflessione sulla intangibilità è andata a collegarsi ad una riflessione sulle future figure professionali interdisciplinari che si profilano all’orizzonte, che mi hanno fatto tornare in mente una frase pronunciata da Ezio Manzini durante un suo recente intervento. Parlando di “sharing economy” e di figure professionali ad esse collegate, ha menzionato la difficoltà che tali figure stanno incontrando sul mercato in questo momento.
La difficoltà a farsi riconoscere un determinato valore.
Perché avanzano in un territorio non ancora ben definito.
Una difficoltà che verrà – secondo le sue riflessioni – ripagata dal fatto che quando finalmente avverrà il processo di riconoscibilità sociale, saranno i primi ad avere un riscontro.

Ebbene, confido che questa stessa dinamica avvenga anche per chi tratta l’intangibile.

Perché attualmente è come esplorare un “oceano blu”.
Ignoto e privo di qualsiasi mappa di riferimento.

Dirigere Orchestrare
[Foto tratta da http://www.espressocommunication.com]
Nota alla redazione di questo post: è stato anche difficile trovare immagini adeguate che non sconfinassero nell’esoterico. Il caso ha voluto che Google Immagini mi mostrasse anche le mani di un Direttore d’orchestra… Un suggerimento inaspettato che ha un suo perché.

[Foto in evidenza tratta da calia.me da Medium: “Misurare l’intangibile”]

Deprogrammare: di design thinking e oltre

Immagine ©ideo.com
Immagine © http://www.ideo.com

Era da diversi giorni che volevo scrivere delle considerazioni personali sul corso di Design Thinking con Mafe De Baggis, Filippo Pretolani (aka Gallizio Lab) e Mauro Pellegrini (titolare del blog Forme Vitali).
Una sorta di riflessione a posteriori, cercando di fare un punto della situazione tra me e me su quanto mi ero portata a casa dalla giornata.

E confesso di avere fatto fatica all’inizio.
Non riuscendo a capirne il motivo.

Aspettative particolari? No.
Non avevo nessuna aspettativa.

Avevo deciso di frequentare il corso per un puro interesse personale.
Non avevo scopi professionali.
(Negli ultimi tempi questa mia spinta a frequentare giornate, ascoltare persone e sperimentare cose, è sempre più a scopo personale.)

Però stavolta, le prime ore post-corso mi avevano lasciato in uno stato di perplessità.
Qualcosa mi sfuggiva.
E non sapevo se si trattava di qualcosa a livello di contenuto trasmesso, o riguardava qualcosa di quanto da me percepito.
Ho avuto anche uno scambio di messaggi privati con una persona che aveva frequentato la precedente edizione, e qualcosa continuava a sfuggirmi.
(Quando qualcosa mi sfugge, inizio ad oscillare tra ansia e nervosismo, con la scarsa convinzione che si insinua strisciante.)

Uno dei tabelloni del corso
Uno dei tabelloni del corso

Poi ho capito.
Non a livello oggettivo (lungi da me il sentenziare qualcosa di assoluto), bensì a livello soggettivo.

Ho compreso che il concetto di “Design Thinking” è (era?) legato nella mia testa ad una interpretazione codificata del termine.

Sì, perché considero da tempo il Design Thinking come un sinonimo di Visual Thinking: la rappresentazione grafica di un processo creativo o di un pensiero.
Cadendo nell’errore che cerco sempre di evitare: modi e metodi per fare le cose.
Che fanno sempre più fatica ad adattarsi e a funzionare nel caos nel quale ci muoviamo costantemente.

Invece quello che mi sembra di avere compreso (e sul quale sto riflettendo in questi giorni) è che il Design Thinking è bene non venga identificato necessariamente in una o più tecniche precise ed univoche, bensì è necessario sia de-letteralizzato (citando un termine usato da Mauro Pellegrini durante la giornata), collocandolo su un livello diverso (non superiore, non inferiore, bensì diverso) che lo svincoli dal concetto noto di “disegno” e “facilitazione grafica” (tecnica utilissima per visualizzare pensieri, strategie, azioni…).

Credo debba essere considerato un modo di pensare.
Variabile da persona a persona.
E che quindi ogni persona conduce ed esprime in modo diverso.

Alcuni appunti sparsi della giornata
Alcuni appunti sparsi della giornata

Confesso di averci messo giorni per riuscire ad afferrare il concetto, che intuivo esserci ma non riuscivo a tradurre in parole.
Un concetto sfuggente.
Come quando ti trovi davanti a qualcosa che non hai mai visto prima e che – proprio per questo – non sai come chiamarlo.
E ti genera confusione, smarrimento e perplessità (“non capisco”).

E – come un cane che si morde la coda – nel momento in cui riesci ad afferrare l’idea, dandole un nome (etichettandola), corri il rischio di imbrigliarla daccapo in un metodo rigido e codificato.
Ricadendo nel (personale) errore iniziale.

Non è semplice, almeno per me.

Si tende a dare un nome alle cose per dar loro riconoscibilità.
E’ normale. E’ umano.
In questo caso invece credo si debba cercare di tenere in sospeso la nominalizzazione, lasciando che resti una idea declinabile di volta in volta.
Libera di adattarsi alla situazione e al momento che si vive.

Prendere appunti su carta Barbara Olivieri
Da una mia Moleskine (ragionamenti a ciclo continuo)

Il mio primo Photowalking [GALLERY]

Non sapevo cosa fosse il Photowalking (“A photowalk is the act of walking around with your camera and photographing your surroundings.“, da Revell Photography) fino a qualche tempo fa, quando su Facebook inciampo per caso in questo post/evento:

PhotoWalk WAAM

Incuriosita, vado sul sito di WAAM (Walk Alternative Art Milan) e scopro così una nuova (per me) realtà.

E’ stata una bella esperienza, molto interessante. Perché insieme a Orange Photo School (altra realtà scoperta, che ci ha accompagnato insieme a WAAM, offrendoci supporto tecnico), io ed i compagni di passeggiata, abbiamo avuto modo di imparare alcuni trucchi per fare fotografie migliori. Valutando i soggetti inquadrati, le distorsioni prospettiche, la differenza di obiettivi tra macchine fotografiche e smartphone, e altri utili consigli, prendendo consapevolezza di una questione fondamentale: il punto di vista del fotografo.

Che tu abbia una macchina fotografica, uno smartphone o altri dispositivi, sei tu (con il tuo occhio e la tua visione della realtà) a determinare il risultato, a vedere alcune cose che magari altri non vedono e a fissare il tuo punto di osservazione.

Non vado oltre con le parole e lascio spazio alle immagini che ho fissato (tratte dall’account che ho su Flickr, “Non solo un architetto”). L’album è visibile a questo link: Photowalking In Zona Tortona. [Scrivo “fissato” perché lo trovo un termine più adatto ad un dispositivo come lo smartphone, che non è una macchina fotografica a tutti gli effetti, pur offrendo performance sempre più evolute e sofisticate.]

 

Robot e C.

Un paio di giorni fa ho visto scorrere nella timeline di Facebook un video relativo a questo “oggetto”:

Si tratta del “Pizza delivery robot” ideato da Domino’s (catena di pizzerie da asporto).
E’ un “robottino” che consegna a domicilio le pizze, ed è un possibile sostituto (sulla media-lunga distanza) dei ragazzi che sfrecciano sui motorini consegnando pizza.

Il video in questione è stato condiviso dalla pagina Facebook Futurism e rilanciato da alcuni contatti in rete (precisamente Luigi Centenaro, prima, e Sebastiano Zanolli, poi).
(Per dovere di cronaca il video di Futurism è leggermente diverso da quello condiviso qui.)

Si tratta sicuramente di un progetto curioso ed interessante, che mi ha stimolato a fare qualche riflessione e qualche ricerca, facendomi anche ricordare di alcuni progetti di robotica già operativi.

Ma andiamo con ordine.
Il progetto in sé – indubbiamente interessante – per ora mi lascia un po’ perplessa.
Perché?

Immagine tratta dal Guardian
Immagine tratta dal Guardian

Innanzitutto è in fase di sperimentazione in un luogo molto particolare: la Nuova Zelanda.
Che è già territorio di test di servizi online e offline (Facebook sta testando la sua versione business, per esempio).
Credo che questo dipenda da una serie di caratteristiche che la rendono un luogo ideale per questo tipo di attività:

  • rapporto abitanti/superficie = 15,2 ab/kmq (per avere un ordine di grandezza l’Italia ha un rapporto di 201 ab/kmq)
  • numero di abitanti 4.649.700, stima di Top Statistics New Zealand (Milano, da sola, ne conta circa 1.340.000 – Madrid, per esempio, si aggira intorno ai 3.200.000)
  • numero abitanti di Wellington (capitale della Nuova Zelanda e luogo di sperimentazione del “Pizza delivery robot”): circa 425.000.

Numeri che – credo – consentano una migliore gestione dei test e una conseguente più agevole raccolta dei dati.
Quindi ho pensato che da qui ad arrivare a vederli impiegati nelle grandi città, sarà necessario attendere ancora un po’ di tempo.

Ed è stato immediato (per me) il rimando al servizio “Amazon Prime Air” che prevede la consegna dei pacchi a mezzo di droni che atterranno davanti a casa tua.
Sicuramente un progetto affascinante sul quale credo debba essere essere fatta ancora qualche riflessione su variabili comportamentali umane (danneggiamenti accidentali o meno dei mezzi, possibili furti). Ma anche – più semplicemente – sulla circolazione in ambienti dove le variabili sono tante e non totalmente prevedibili (pensiamo al recente incidente di un’auto a guida autonoma avvenuto in un contesto di traffico normale).

Ve lo immaginate un oggetto simile che plana davanti al vostro condominio, depositando un pacco?
Questa è una ulteriore variabile: la conformazione urbanistica degli insediamenti urbani (non tutti gli insediamenti urbani sono organizzati in villette con giardino).

Il nuovo drone di Amazon Prime Air - foto ©Amazon
Il nuovo drone di Amazon Prime Air – foto ©Amazon

Quindi scenari sicuramente futuristici, evocativi ed accattivanti…
Sul quale si sta lavorando e che credo vadano tagliati su misura e differenziati rispetto agli ambienti nei quali vengono inseriti.

Detto ciò, sono la prima a pensare che i robot e la automazione evoluta troveranno sempre più ampio margine operativo nella nostra quotidianità.

Il video qui sopra mostra i progressi di Atlas, l’ultima generazione di robot della Boston Dynamics.
Abbastanza impressionante, non credete?
(A me ha colpito molto)

Ma senza andare lontano, i “robottini” sono già fra noi.
I robot tuttofare domestici sono una realtà che vedo imminente.

Esistono già i loro antesignani, quali i robot aspirapolvere per esempio.

Il robot Dyson 360 - foto ©Dyson
Il robot Dyson 360 – foto ©Dyson

Ma non solo.
Tempo fa, passando davanti ad un giardino privato, ho visto con la coda dell’occhio un robottino a tre ruote che tagliava l’erba…
Credevo di avere le traveggole, tant’è che sono tornata indietro a guardarlo.
Era lì, che andava avanti ed indietro placido, operoso e silenzioso.

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Foto ©Arredamento.it

E ancora.
In alcuni ospedali, il prelievo e trasporto di farmaci dal magazzino ai reparti è gestito da robot che seguono percorsi precisi su corsie prestabilite.
Così come i loro “colleghi” che trasportano i vassoi.

Un robot porta vassoi - da archivio.gonews.it)
Un robot “ospedaliero” porta vassoi – da archivio.gonews.it

Recente è l’impiego nelle corsie di robot che consentono di visitare i pazienti da remoto: Il robot-Avatar che arriva in corsia e visita i pazienti al posto del medico.

Cric e Croc - ©Corriere
Cric e Croc – ©Corriere

Se ci fate caso, il comune denominatore di tutti questi dispositivi (che sono già una realtà) è che si muovono in ambienti chiusi o – al più – circoscritti.

La mobilità all’aperto – in contesti urbani a più o meno ad alta densità e attività – vede condizioni un po’ diverse.
Valutabili di volta in volta, e da progettare caso per caso.

La strada evolutiva della robotica è rapida ma anche molto lunga e complessa.
I prototipi sono utili per capire e cogliere possibili tendenze che non sempre trovano sbocco (o seguito) nella realtà, ma che possono comunque essere fasi intermedie verso altri oggetti che verranno (Google Glass, insegna: voci di corridoio parlavano di abbandono del progetto, in realtà sta evolvendo – “I Google Glass non sono scomparsi…”)

Nel frattempo, news sui robot e la loro evoluzione si possono seguire anche su questo sito (scoperto scrivendo questo post): Robotica News.

Vi lascio con questo buffissimo video: cagnolino vs robot (di Boston Dynamics)
(Il robot in questo caso è telecomandato…)

[Immagine di copertina tratta da http://www.arstechnica.com]

Da che parte vado? Errando tra social…

Buonasera!

Questo post ha un po’ del “flash post” sclerotico del lunedì, delle righe scritte in fretta e furia per tentare di fissare un ragionamento in costante e continua mutazione, cercando di trovare il bandolo della matassa. Quale il web – per me – ormai è.

Ebbene vado a scrivere a ruota libera…

LinkedIn

Metti che stai leggendo il libro “LinkedIn per aziende professionisti” di Francesca Parviero e Antonella Napolitano: un libro che hai iniziato con curiosità e senza particolare convinzione, ma che – procedendo nella lettura – ti ha catturato e ti è servito (ti serve) per sistemare e migliorare il tuo profilo sul social network business.

E metti che questo libro ti diventa utile per imparare ad apprezzare sempre più questa “piattaforma” che avevi trovato noiosa sino a ieri.

Così scopri ed inizi a muovere i primi passetti in Lynda, diventando (tossico)dipendente del Social Selling Index (che i primi giorni  consulti compulsivamente), scrivendo qualcosa in più su Pulse

Instagram
Lo status che ho pubblicato ieri su Instagram/Facebook dopo qualche ora di esplorazione delle piattaforme di elearning

E pensi che – finalmente, dopo tanto vagare – sei arrivata alla quadratura del cerchio. Pensi di avere trovato un (tuo) giusto equilibrio nei canali di comunicazione, abbastanza ben ripartito tra immagini e parole, con un tono di voce adatto… (forte anche della perplessità – e del timore – che ti aveva suscitato una immagine condivisa su Facebook qualche settimana fa).

E invece no…

Settimana scorsa leggi questo articolo: Introducing a WordPress Plugin for Instant Articles (su Ninja Marketing un approfondimento in italiano: Facebook e Automattic: presto il plugin WordPress per Instant Articles). Scoprendo che WordPress (partner di Facebook in questa impresa) renderà disponibile entro metà aprile un plugin che favorirà la diffusione e l’accesso direttamente da Facebook degli articoli pubblicati sulla piattaforma di blogging più diffusa (una funzione che FB stava già sperimentando da alcuni mesi con alcune testate giornalistiche – qui un articolo di quasi un anno fa). Consentendo a tutti coloro che hanno un sito/blog su WordPress di utilizzare questo sistema per diffondere meglio i propri contributi.

Contemporaneamente ti accorgi che sulla timeline di LinkedIn si sta chiacchierando sul fatto che ultimamente LinkedIn sta diventando come Facebook (ossia sta perdendo i suoi connotati business, “a favore” di condivisione di contenuti a base di gattini, frasi motivazionali, foto provocanti di fanciulle, e via così…).

Ci ragioni attorno tra te e te, arrivando ad una tua (prima) conclusione (che sai già non sarà l’ultima…):

LinkedinFacebook

Ed in coda al post decidi di condividere un approfondimento (frutto anche di riflessioni nate dalla lettura dei commenti delle persone che hanno condiviso un pensiero sulla diatriba in corso):

Commento FB

Ma – come accennavo poco sopra – non è finita qui.

Le conversazioni sul tema continuano, e stamattina leggo – sempre su LinkedIn – un post di Rudy Bandiera: Linkedin è il nuovo Facebook! Anzi, è la parte PEGGIORE di Facebook. Titolo che scuote, contenuti che fanno riflettere.

Ed una cosa mi colpisce particolarmente: nel confrontare e ragionare attorno ai due social network, l’autore definisce Facebook come un social network pop (con tutti i pregi e difetti che questo comporta). Cosa che effettivamente LinkedIn non è.

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Immagine tratta dal sito The Freak

Immediato per me il rimando alla Pop-Art e al celebre aforisma di Andy Warhol:

Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti.

Ma in questo scrivere a ruota libera, durante il quale faccio fatica a tenere il filo del discorso, non voglio perdermi in una dissertazione attorno alla identità di Facebook.

Piuttosto vorrei riuscire a fermarmi un momento per cercare di capire da che parte andare.

Dove vado
Immagine tratta da LunaBulla (Tumblr)

Sì, perché a questo punto mi sorge una domanda che mi fa tornare sui miei passi.

Se inizia ad esserci una omologazione (un allineamento) della comunicazione tra vari social network (nello specifico LinkedIn e Facebook), che senso ha seguirli tutti?

Per esempio che dire della ipotesi che Twitter possa eliminare il limite dei 140 caratteri (suo carattere distintivo): Twitter toglierà il limite dei 140 caratteri?

A questo punto non mi conviene prediligerne uno, usando gli altri solo ed esclusivamente come strumenti di condivisione passivi (per la molto prosaica indicizzazione), infischiandomene dei must do martellanti di esperti del settore? (Condividere quindi automaticamente i post del blog, che personalmente ho rivalutato dopo un periodo di riflessione ed esplorazione di altri media.)

Tutto questo, ricordandomi quello che avevo letto sulla presenza online e che si può sintetizzare più o meno così: “Ognuno ha il suo social di elezione, più adatto al proprio modo di essere e narrarsi.” (Leggasi: non è necessario essere ovunque)

Che fare, quindi? Andiamo avanti.

Surfando nel web, gestendo contemporaneamente l’identità digitale e professionale, la comunicazione del proprio brand (di quello che sei e che sai fare) e lavorando sulla creazione della nicchia.

E – per non farsi mancare nulla – di seguito altri articoli che anticipano e aprono altri scenari:

Buona settimana!

 

Bastano le softskill?

In questi giorni – visitando il sito dell’Ordine degli Architetti di Milano – ho letto di questo corso in modalità webinar: Modellazione BIM: ArchiCAD 19 Entry Level. E ho iniziato a fare le mie valutazioni sul fatto se farlo o meno, utilizzando come metro di misura la questione “crediti formativi”.

Vedendo l’elevato numero di crediti dati dal corso, di primo acchito ho pensato di lasciare perdere (“Per quest’anno sono a posto”, mi sono detta pensando al prossimo webinar sugli impianti sportivi e quello sulle parcelle, che assieme soddisfano ampiamente il monte crediti del triennio).

Precisamente ho pensato che potevo attendere l’anno prossimo (sperando in una nuova edizione), per poter mettere in saccoccia un cospicuo punteggio.

Pensiero poco professionale, me ne rendo conto. Purtroppo però anche questi conteggi fanno parte delle variabili da tenere in considerazione.

Dopo un po’ si è insinuato anche un secondo pensiero legato alla mia costante perplessità (che a tratti sfiora la preoccupazione) sul tema delle softskill.

Ripropongo l’immagine di un precdente post

Osservando l’elenco si vede che si tratta di competenze soft, utili per ruoli di gestione e coordinamento di persone e informazioni.

Sono indubbiamente indicazioni interessanti ed utili (per certi aspetti molto accattivanti), ma la riflessione che come professionista mi faccio è: “Non possiamo essere tutti manager”.

Può sembrare una banalità, ma l’impressione che ho (come “colei che lavora” e che cerca di capire il futuro del [proprio] lavoro) è che coloro che si trovano nella mia fascia di età, che stanno vivendo questo periodo di transizione e mutazione permanente della professionalità, corrono il rischio di dare un eccessivo peso alle softskill, ignorando competenze più “tecniche” (strumenti da usare, software da apprendere,…).

Dentro questo gruppo mi ci metto anche io pensando ai corsi che frequento (per interesse personale). Si tratta di corsi che non mi insegnano nuovi strumenti, bensì lavorano proprio su quelle competenze utili per gestire, negoziare, filtrare, facilitare, ma che non mi danno “attrezzi operativi”.

La domanda che mi pongo spesso (e che altrettanto spesso faccio finta di non sentire) è:

Se domani mi trovassi nella condizione di cercarmi un nuovo lavoro, cosa potrei fare? Cosa sarei in grado di offrire?

E ancora:

E se mi dovessi creare un lavoro, cosa potrei fare? Cosa sarei in grado di fare?

Se stilo un elenco delle cose che so fare (che so usare, molto prosaicamente) ciò che emerge mi fa pensare.

Esempio: se elenco i software che conosco (e che so usare più o meno bene) e che potrebbero essere spendibili, vedo aree passibili di implementazione. Così come se penso alla evoluzione in corso della professione di architetto, vedo e leggo dell’emergere di nuove caratteristiche professionali che necessitano di nuovi strumenti (a me totalmente ignoti).

E’ per questo che credo che le softskills non siano sufficienti.

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Immagine tratta dal blog di Brandon Jaculina

In un mondo dove tutti siamo destinati a diventare prosumer, non bastano più capacità gestionali e manageriali.

Non possiamo essere solo coach, manager, team builder, scrittori, formatori, storyteller, abili nel public speaking, leader…

Credo che si debba essere in grado di produrre anche qualcosa di concreto.

E’ vero che studi sul futuro della professione parlano di una graduale scomparsa dei lavori cosiddetti manuali (avevo dedicato una riflessione sul tema), ma credo anche che ne stiano nascendo di nuovi che richiedono nuove competenze tecniche sulle quali andare ad innestare le softskill.

Mi dico che devo ricominciare a studiare in quelle aree dove ho smesso, e devo continuare a farlo in un modo diverso e complementare esplorando nuovi campi che scopro durante il percorso professionale. (Un esempio: di recente mi sono iscritta ad un corso online sulle Nanotecnologie; si tratta di un esperimento propedeutico per capire qualcosa di più di un ambito in forte espansione. E so che dovrò andare oltre, esplorando altre aree quali – per esempio – la programmazione, per acquisire nuove competenze tecniche.)

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Immagine tratta da Data Manager

Se dovessi usare una metafora biologica, penso a me professionista come ad uno di quegli organismi che aggregano ed innestano nuove cose sull’esistente, sganciando man-mano quelle che non servono più, in un costante processo di mutazione assolutamente necessario.

Un mutamento quasi sicuramente scomodo e faticoso, ma inevitabile se si vuole sopravvivere.

Alcuni articoli che ho trovato interessanti:

Libri letti di recente che mi hanno fatto pensare alla inevitabile evoluzione della mia professione:

Su questi libri ho fatto delle riflessioni sul mio canale YouTube, insieme ad altri libri letti (qui e qui i due video).