Ibridazione e Contaminazione

Ho scelto per questo post una foto dell’opera di Salvador Dalì, “Geopolitico che osserva la nascita di un nuovo uomo” (1943), perchè trovo i quadri di Dalì fortemente visionari, evocativi e pregni di immagini ibride e contaminanti.

E parto da qui per riflettere sul concetto di “ibridazione” e di “contaminazione“.

Su Wikipedia alla voce “Ibrido” si legge di ibridazione biologica, chimere e altre cose che evocano immagini mitologico-orrorifiche ed immagini di orrori di sperimentazione biologica. Mentre alla voce “Contaminazione (letteratura)“, si leggono definizioni più consone all’idea che io ho dei concetti in questione.

Credo che sia molto diffusa una concezione negativa dell’ibridazione e forse è per questo che quando, durante una chiacchierata, alla mia affermazione che io mi sento un ibrido (professionalmente parlando), ho suscitato qualche perplessità.

Ma questo non ha cambiato la mia idea. Anzi, recentemente, è stata rafforzata dal libro di Herminia Ibarra, “Identità al lavoro”, che – per me – ha rappresentato una vera e propria rivoluzione copernicana in termini di approccio al cambiamento, all’interno di una realtà in forte mutazione.

Ed una ulteriore prova, nonché una concretizzazione di questa idea, mi si sta presentando davanti nel corso della prossima settimana: sarà uno dei numerosi (spero!) momenti nei quali testerò l’effettiva valenza del concetto di ibridazione professionale e contaminazione culturale. Infatti mi accingo a partecipare (come uditore neofita) ad un convegno sulle nuove professioni in ambito digitale (Job Matching a Milano, martedì prossimo 6 marzo) e mi accingo a fare un check delle capacità acquisite in ambito Coaching (l’8 marzo) e parteciperò alla presentazione del libro “Create!” di Mirko Pallera (fondatore di Ninja Marketing) previsto sempre per il giorno 8 marzo, alla libreria Fnac di Milano, con l’obiettivo di annusare l’ambiente digitale e di trarne ulteriore ispirazione.

Mi sto rendendo conto che la mia formazione accademica (laurea in Architettura) e la mia professione (lavoro da quasi 15 anni nell’Ingegneria), rappresentano già un primo fenomeno di ibridazione (come mi è stato evidenziato da tanti clienti).

Ora, nell’ultimo anno e mezzo, ho mosso i primi passi nella realtà digitale, immergendomi nel web e facendomi assorbire da questi scenari – per me nuovissimi – e dalle sue potenzialità per me quasi inesplorate.

Se a questo aggiungo il rinnovato interesse per l’Arte (il recupero di quanto studiato al Liceo Artistico) e tutte le forme di Creatività (digitale e non), una effettiva commistione di interessi c’è.

E mi trovo, come tanti (se non tutti), in un momento molto particolare e di transizione della realtà lavorativa: mi rendo conto che è necessario rivedere il concetto di professione svolta fino ad oggi (anche e soprattutto intorno ai 40 anni, la mia età, dove ci si trova a metà del percorso lavorativo).

Nei mesi scorsi mi sono presa del tempo e ho scritto (in una sorta di brainstorming in solitaria) cosa mi piace fare, cosa mi diverte e cosa mi viene facile (senza che accusi fatica fisica e mentale): sono emersi spunti interessanti e ho buttato via cose che non servivano più (in una sorta di feng-shui mentale, come dice la mia amica Sara), rimuovendo un po’ di ruggine stratificata nel tempo e focalizzando.

Ora, continuando la sperimentazione, il grosso del lavoro sta nel collegare cose nuove e cose note in modo diverso rispetto a quanto fatto finora. Perchè la chiave ed il futuro della (mia) professionalità è lì: bisogna inventarsi qualcosa di nuovo, continuando ad indagare e a sperimentare. Continuando ad essere ricettivi, aprendo la propria mente e funzionando come i migliori radar mai esistiti. Anticipando i tempi e cercando di stare sempre un passo avanti.

Non è facile. Anzi è molto difficile.

Vanno scardinati vecchi processi mentali (cristallizzati nel tempo), vanno coltivati nuovi interessi, vanno fatti esperimenti. Va fatta (tanta) fatica. Ma, per come la vedo io, va fatto se si vuole sopravvivere e – soprattutto – rinascere.

E va buttata a mare la pigrizia e la paura. La paura dell’ignoto. Perchè “l’ignoto è quel luogo dove tutte le idee prendono forma…”.

Il senso del Natale

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Natale: “Il termine deriva dal latino natalis, che significa “relativo alla nascita”. [Wikipedia]

Fra una settimana esatta è Natale.

E, come ormai mi accade da diversi anni a questa parte, avverto un costante senso di disagio e fastidio.

Fastidio per addobbi eccessivi (quest’anno vedo un po’ più di sobrietà). Fastidio per le vetrine iper-lucenti e lussuose. Disagio per il buonismo colloso e caramelloso.

Queste sensazioni hanno iniziato ad insinuarsi nel periodo natalizio del dicembre 2002. Mi ricordo ancora molto bene il preciso episodio. Ero impegnata (coi miei genitori) a mettere su la mia casetta dove sarei andata a vivere da sola. Ero in un negozio di arredamento in zona Piazza Piemonte a Milano e stavamo aspettando mio padre che stava arrivando da fuori Milano.

Arrivò in ritardo perché – raccontò – l’autostrada Mi-Laghi era bloccata dai lavoratori della Alfa Romeo, che stavano manifestando per la imminente chiusura dello stabilimento: quella gente stava perdendo il lavoro. Quella gente avrebbe passato un gran brutto Natale.

Mi ricordo molto bene il senso di tristezza che provai. E – non so cosa successe di preciso – da allora la mia visione del Natale iniziò a cambiare.

In seguito ci furono diversi episodi che andarono a rinforzare questa sensazione: un signore che – davanti all’opulenza degli addobbi natalizi in vendita alla Rinascente – raccontò a me (e mia madre) che lui non riusciva a sentire il Natale perchè l’anno prima (proprio a Natale) aveva perso sua moglie; lo stridore della ricchezza delle luminarie nel centro di Milano, con i senzatetto che dormono in strada, protetti solo da ripari di fortuna costituiti da cartoni e malconci sacchi a pelo rimediati chissà dove.

Mi ricordo anche quando, un paio di anni fa, guardando il reparto giocattoli della Rinascente, che faceva bella mostra di sè al piano terra dell’ala più recente di via S. Redegonda, il pensiero mi corse ai bimbi che non hanno nulla (e senza andare geograficamente troppo lontano).

Questo disagio – cresciuto sempre più – mi ha generato e mi genera un senso di malinconia che avvolge come una coperta troppo pesante, che pesa sul cuore.

Io detesto questo tipo di natale. Detesto questo voler assolutamente essere felici, a qualsiasi costo.

Per me il Natale non è questo. Non è cenoni pantagruelici. Non è regali inutili. Non è luminarie accecanti. Non è buonismo spinto all’eccesso. Non è superficialità zuccherosa.

Per me il Natale è aiutare il prossimo come meglio si può, sempre (tutti i giorni dell’anno). E’ regalare qualcosa di utile. E’ sobrietà e contenuti. E’ essere buoni dentro, sempre, senza negare i momenti “no”. E’ profondità di sentimenti reali.

Il Natale non si vive un solo giorno. Il Natale dovrebbe essere vissuto tutti i giorni.

So che può sembrare una frase scontata, ma forse è arrivato il momento di rifletterci seriamente, anzichè sbronzarci di inutilità.

Sicuramente ogni tanto fa bene distrarsi: serve per fuggire un momento dalle sempre più grandi difficoltà quotidiane. Ma, secondo me, va recuperato il senso delle cose. Il vero significato delle cose.

Non so, il Natale come lo viviamo noi a me non piace più.

Immagine tratta dal sito http://www.genitronsviluppo. com

Micro e Macro

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M.C. Escher – L’ombelico di Svesda

Qualche giorno fa mi è capitato di commettere una svista piuttosto importante: “mi è passato davanti un elefante” (come uso dire quando un dato, un fatto, una informazione è talmente grande da non essere vista dalla sottoscritta).

Ero concentrata su dettagli, sul controllo delle informazioni acquisite, su tutti quei particolari che – come tante tessere di un puzzle – compongono l’insieme di un progetto.

Riflettendo su questa svista (abilmente recuperata e ricomposta), ho pensato a quante volte mi sono concentrata sui dettagli, perdendo di vista il quadro d’insieme.

Quante volte mi sono concentrata su micro-idiozie, spendendo tempo ed energie in ragionamenti fini a se stessi ed inutili? Troppe.

Facendo così, quanti “elefanti mi sono passati sotto il naso”? Probabilmente tanti.

Tante volte ho detto, scherzando: “Se non mi mettete un cartello esplicativo davanti al naso con le scritte a caratteri cubitali, certe cose non le vedo!”

Per raccontarmela, e per giustificare la perdita di vista del “macro” a favore del “micro”, evidenzio con orgoglio la mia ossessione per la perfezione.

E questo comportamento, con il tempo, è diventata una abitudine che – sulla lunga distanza – ha creato qualche contrattempo chiamato “occasioni perse”.

Essere precisi ed attenti è un bene, ed una caratteristica apprezzabile, però per determinati compiti.

Ma la focalizzazione sui dettagli forse non è forse sempre adatta per la vita in senso lato; per quel lungo fiume che scorre ora placido, ora turbolento (a seconda dei casi).

Forse cercare di mantenere una visione d’insieme, mantenendo aperti i sensi e restando allerta e disponibile alle opportunità che possono presentarsi, è la migliore strategia.

Mi permette di non perdere di vista un obiettivo (guardando lontano) e di vedere contemporaneamente le diverse strade per raggiungerlo (strategia aperta e flessibile).

Al contrario, una visione focalizzata sul dettaglio, mi concentra su micro-passi e sul monitoraggio ossessivo di processi e “sul come deve essere”, in una sorta di iper-controllo e rigidità, facendomi perdere di vista tutto quello che intorno accade e che mi può essere d’aiuto.

Mi piace ricordare una metafora letta in un libro, che recita più o meno così: quando stai navigando su un fiume per raggiungere una meta, devi restare concentrato sulla destinazione, evitando di focalizzarti solo sugli ostacoli ed i dettagli che incontri nelle immediate vicinanze. (Mi piace pensare alla focalizzazione dello sguardo sul traguardo, utilizzando la visione periferica per tenere d’occhio eventuali ostacoli e variabili.)

Se opto per il primo metodo ho buone probabilità di raggiungere la meta.

Se opto per il secondo metodo, mi perdo in micro-problemi e micro-strategie, rischiando di non arrivare mai a destinazione (perdendo di vista la visione d’insieme utile per proseguire nel mio cammino: sia che si tratti di un obiettivo professionale, la consegna di un progetto, o altro, sia che si tratti di un obiettivo di vita).

Leadership e Management

Oggi ho assistito ad una riunione ad alti livelli, a chiusura di un progetto importante.

Ho ascoltato quello che il Direttore Generale e la sua squadra dicevano, e ho avvertito un senso di inadeguatezza misto a sconforto.

Sarà stata la stanchezza da “volata finale”, saranno state le poche ore di sonno della notte precedente, saranno i dubbi e le riflessioni che continuo a farmi da un mese a questa parte, … fatto sta che – ascoltando – mi sono detta: “Io non ci riuscirò mai! Io non riuscirò mai ad essere come loro!”.

Ossia: “Non crescerò mai professionalmente, non ho le qualità e le capacità per arrivare a ricoprire ruoli via-via sempre più importanti…” e via così, in un crescendo di riflessioni non proprio funzionali.

Non è la prima volta e non sarà – temo – neanche l’ultima.

Andando a casa ho iniziato a riflettere…

Un mese fa, precisamente il 29 settembre, partivo per Livorno per quattro giorni di training. Quattro giorni che mi hanno rovesciato come un calzino.

La prima giornata è stata quella che mi ha evidenziato un concetto importante, che oggi è riemerso sulla strada verso casa.

Essere leader ma comportarsi da manager.

Essere creativi ma operare secondo schemi fortemente codificati.

Praticamente un processo di limitazione delle proprie capacità e della propria natura.

Essere manager mi è un concetto abbastanza chiaro: gestire processi, pianificare, controllare, “schedulare”… Costruire e muoversi secondo griglie ben prestabilite.

Essere leader…per me è un concetto più difficile da definire e – soprattutto – da afferrare.

La domanda che alcuni di quelli che si occupano di Leadership si pongono è: leader si nasce o si diventa? Forse leader si nasce: non si può imparare ad ispirare persone, non si può imparare ad essere creativi, non si può imparare a navigare nel caos, veleggiando agevolmente… Forse puoi implementare queste capacità, ma qualcosa deve già esserci nel DNA.

Il manager non è un tuttologo, ma si muove bene nella programmazione.

Il leader cosa sa fare? Può un leader essere indefinito nelle sue capacità pratiche, esercitando comunque un ascendente su chi gli sta vicino, motivando, ispirando e trascinando persone?

Un creativo può essere indefinito nelle sue capacità, può avere una professionalità “ibrida” (termine che fa venire l’orticaria ad alcune persone che conosco)? E può comunque influenzare la realtà che lo circonda semplicemente essendo se stesso?

Sono concetti che faccio molta fatica a comprendere e focalizzare. Forse perché cerco di razionalizzare e “logicizzare” qualcosa che – per sua natura – non può essere razionalizzato e sottoposto a valutazione logica.

Forse tanti anni nel mondo della ingegneria hanno plasmato il mio modo di ragionare in una precisa direzione.

Forse è per questo che dopo una giornata come quella di oggi, torno a casa con ricordi di un mese fa e un vago senso di impotenza nel non riuscire ad afferrare a fondo dei concetti.

Forse perché cerco di comprendere qualcosa con degli strumenti inadatti.

Come se volessi cercare di risolvere un problema con lo stesso metodo con il quale è stato creato (parafrasando Einstein).

Per comprendere un concetto così lontano dal management, come è la leadership, devo pensare in modo creativo, devo cambiare modo di pensare.

O forse devo semplicemente fidarmi del mio istinto e del mio intuito. Ossia ciò che è più lontano possibile dalla logica e dalla razionalità.

Sono pensieri che si rincorrono ed emergono a ruota libera, in ordine assolutamente sparso… e che non mi lasceranno tanto facilmente…

Pensieri e riflessioni che scaturiscono osservando ciò che mi circonda, ciò che vivo e sperimento, frequentando ambienti fortemente organizzati e vivendo in una società sempre più fluida, che richiede sempre maggiore competenza ma anche sempre maggiore flessibilità.

E competenza e flessibilità sono altri due concetti per me diametralmente opposti, che non riesco a legare tra loro con un filo rosso…

Essere figlia, avere un padre

 

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Il titolo di questo post parafrasa a reinterpreta un articolo di Sebastiano Zanolli, scritto il 2 gennaio 2008 e che ho scoperto per caso solo ieri sera, mentre navigavo in internet “annusando la rete”. A quei tempi non c’ero ancora sul web, non conoscevo la figura di Sebastiano Zanolli, i suoi libri ed il suo blog. Ma forse ieri era il momento giusto perchè incrociassi questo post di 3 anni e mezzo fa…

Dire che quell’articolo mi ha commosso è quasi riduttivo, nel senso che la parola “commozione” non descrive esattamente ciò che ho provato leggendo quelle righe.

Ho provato un senso di maliconia sordo e avvolgente (paradossalmente con un effetto quasi da “calda coperta”).

Ho provato tenerezza per un giovane padre che si fa profonde riflessioni, si pone immensi dubbi, spostandosi dalla figura di figlio alla figura di padre, rivivendo ricordi e ponendosi grandi domande sul futuro.

Ho provato comprensione verso gli uomini (che in alcuni post ribattezzo affettuosamente “maschietti”), che a volte noi donne bistrattiamo inutilmente, non comprendendo (non volendo comprendere?) la loro natura e la loro sensibilità (a volte coperta da sovrastrutture educative e sociali). Negli ultimi tempi ho acuito la sensibilità verso il genere maschile e vedo intorno a me uomini un po’ bambini, un po’ smarriti, a volte affaticati, che fingono a volte una sicurezza che stentano a portare sulle spalle.

Sto parlando di un genere di uomini, non di tutti gli uomini. Sono conscia del fatto che esistono uomini che fanno del male, ma esistono anche uomini che fanno del bene e danno il massimo.

E ho pensato a mio padre.

Ho ricordato la profonda ristrutturazione della figura di mio padre avuta in occasione dell’intervento di by-pass che subì nell’aprile del 2008.

Andò tutto bene, oserei dire magnificamente: la sua filosofia di prevenzione ha fatto si che si intervenisse prima dell’aggravarsi di un piccolo sintomo che – col tempo – avrebbe portato all’infarto. Oggi ha 71 anni, è sempre in perenne movimento e faccio fatica a stargli dietro.

E ricordo anche le ore immediatamente prima ed immediatamente dopo l’intervento.

Ricordo il discorso che mio padre mi fece il giorno prima: quasi un discorso di bilancio e di commiato, che mi gettò nel panico (costretta a sopprimerlo, per non preoccupare proprio mio padre che stava per subire l’intervento).

Ricordo quando l’ho salutato al termine dell’orario di visita, pervasa da un senso di smarrimento (ben nascosto) e preoccupazione al limite del terrore: un uomo minuto, in pigiama, che salutava. (Il mattino dopo andò mia madre a salutarlo prima dell’ingresso in sala operatoria; le dissi che io non ce la facevo, che rischiavo di scoppiare a piangere davanti a lui e che questo non doveva succedere, non volevo preoccuparlo… Ero reduce 48 ore prima da una lunga serata – conclusasi alle 1.30-2.00 di notte – al Pronto Soccorso dello stesso ospedale, per una crisi ipertensiva di mia madre con abbondante epistassi che non voleva fermarsi).

Ricordo l’attesa fuori dal blocco operatorio (credo che se mi avessero misurato la pressione allora, mi avrebbero ricoverato seduta stante) e le parole (tecniche e comunque positive) del chirurgo (e la mia scansione spasmodica – i primissimi secondi – del locale colloqui, alla ricerca di tracce che indicassero che qualcosa era andato storto).

Ricordo la successiva notte insonne, col cellulare sul comodino, perchè “le successive 24 ore sono quelle critiche” (non ricordo un episodio dove io abbia tirato al chirurgo un numero di accidenti maggiore per la sua affermazione tecnica, ma detonante).

Ricordo la mia immobilità davanti alla porta della Terapia Intensiva (quasi paralizzata), incapace di suonare il citofono; e l’accoglienza della caposala che – probabilmente vedendomi un po’ smarrita – m’ha vestito e m’ha catapultato dentro il reparto dove – finalmente – mi sono rasserenata nel vedere il babbo in buone condizioni (pesantemente intontito).

Ricordo la mia reazione iper-protettiva (a difesa di mio padre) con gli infermieri del reparto, protestando per il comportamento insulso ed irrispettoso dei parenti del compagno di stanza: dopo un giorno hanno spostato l’uomo che era con lui.

Sono tanti ricordi e flash di una settimana durante la quale mi sono confrontata seriamente per la prima volta con un “qualcosa” non previsto, e che ha costituito una riconfigurazione profonda dell’idea di mio padre che avevo nella testa.

Vedere quest’uomo, con il quale avevo avuto sempre un rapporto un po’ conflittuale, con un carattere poco propenso ad esprimere sentimenti (o espressi in modo a volte un po’ da urto della sensibilità altrui), che affrontava preoccupato un evento intenso (taciturno, non condividendo sentimenti e preoccupazioni), mi ha fatto vedere anche un uomo fragile.

Un uomo che ha lavorato duramente tutta la vita per garantire la sussistenza alla famiglia ed un futuro a me (unica figlia).

Un uomo che, anche se è stato avaro di affettuosità, ha dato cuore, anima e tutto se stesso alla famiglia e alla figlia, sacrificando se stesso (un giorno, poco tempo fa, mi ha detto: “Sono contento di quello che ho fatto perchè quando andrò via, lascio a mia figlia delle sicurezze ed un futuro.”).

C’è voluto un evento forte per farmi capire alcune cose. Per farmi vedere le cose in modo diverso. Per farmi comprendere.

Forse ci vuole anche la “maturità di testa”.

Certi ragionamenti non puoi farli quando sei piccolo, non puoi farli quando sei adolescente: sono età con diverse priorità.

Certi ragionamenti puoi farli quando maturi, quando inizi a pensare in modo diverso.

E ben vengano le riflessioni e le domande di un giovane padre. Sono domande giuste, al momento giusto. E’ giusto che sia così.

Grazie a Sebastiano Zanolli per il suo post che – capitato al momento giusto – ha rimesso a posto alcune cose.

Immagine tratta dal sito Bergamo.info.

La “Crescita Personale”, un arma a doppio taglio.

Immagine tratta dal blog Efficamente

Frequento corsi di “crescita personale” dal 2007.

Approdata per ragioni personali (dalla parola stessa), come è successo (e succede) a tante persone quando iniziano a frequentare questi corsi, è nata la passione per la Programmazione Neuro Linguistica, il Coaching, la Negoziazione e la Leadership.

E la naturale conseguenza è stata quella di iscrivermi alla Scuola per Coach per diventare un Coach.

Ora, a distanza di qualche anno e continuando a frequentare i corsi, sorgono dubbi e riflessioni.

Riflessioni dettate dalle esperienze lavorative, dalle riflessioni private e dagli scambi di opinioni che nel frattempo ho avuto con amici.

La cosa che più mi inquieta è che, confrontandomi con persone che stanno seguendo percorsi di crescita personale (di vari generi e scuole: dai più concreti ed operativi, ai più spirituali), ho percepito una sorta di dipendenza.

La “materia” è sicuramente affascinante ed occasione di grande arricchimento (leggendo alcuni – non tutti – libri sull’argomento, si aprono moltissime porte che ti fanno esplorare nuovi campi, leggere nuovi libri, sviluppare nuovi interessi), ma su alcuni soggetti “sensibili” rischia di aprire dei “loop” nei quali si entra e si inizia a percorrere in circolo un sentiero autoreferenziale.

Si vede la realtà sempre sotto la stessa lente, si valutano le persone (e gli amici) solo seguendo determinati procedure o schemi, si danno consigli non richiesti, si leggono solo ed esclusivamente libri attinenti l’argomento, escludendo a priori altri libri di altri generi (narrativa, saggistica, avventura) e discussioni su argomenti “leggeri”.

Nel “loop” l’Ego si ingigantisce sempre più e ci si auto-considera “guru” di qualcosa, sentenziando e perdendo gradualmente il contatto con la realtà fatta anche di gestione concreta dei problemi.

In questo processo il passo successivo, secondo me, è la presa di decisioni molto rischiose:

  • visto che l’azienda per cui lavoro non rispecchia i miei valori, do’ le dimissioni (“salto senza rete”);
  • visto che non mi piace più il lavoro che faccio, lo lascio (senza avere preparato una alternativa);
  • voglio fare il Coach (senza avere valutato realmente le proprie capacità: un conto è che ti piace qualcosa, un conto è quello che sai fare, quello per cui hai talento);
  • ecc..

A volte penso che la “Crescita Personale” sia un’arma a doppio taglio: un insieme di strumenti in grado di apportare qualità nella vita di un individuo, ed un insieme di strumenti che – se non adeguatamente compresi e gestiti – possono generare dinamiche comportamentali dannose.

Il Coaching, la PNL e le altre discipline affini devono – sempre secondo me – aiutarti a ragionare con maggiore lucidità, ad uscire dai “loop” negativi nei quali ci si impiglia in alcuni momenti, a farti gestire gli stati d’animo in maniera migliore, a farti prendere decisioni migliori e funzionali, a farti vedere le cose da più punti di vista.

Invece, in alcuni casi, rappresentano un’ancora di salvezza, un rifugio dalla realtà, che può farti perdere la rotta e farti credere cose non reali e non correttamente ponderate.

Come tutti gli strumenti sofisticati può fare molto bene e può fare molto male, dipende dall’uso che se ne fa.

Secondo me l’abilità sta nel testare gli strumenti che si acquisiscono su se stessi, utilizzandoli per tracciare la giusta rotta, mantenendo un confronto costruttivo con la realtà fatta di conoscenze acquisite (cultura acquisita) e confronti con amici, mentori, referenti, che possono anche avere idee diverse dalle tue (e guardarti con scetticismo) ma possono anche funzionare egregiamente come “contro-bilanciatori” in grado di farti scegliere le giuste strategie, considerando sempre che la decisione finale è sempre e solo tua.

Ciò che ho scritto in questo post scaturisce da riflessioni che sto intensificando in questi ultimi tempi, a conclusione del percorso della Scuola per Coach. Ho attraversato (e sto attraversando) fasi di grande motivazione nel volere fare il Coach, e altrettanti grandi momenti di riflessione:

  • Ha senso cambiare rotta con una brusca virata, abbandonando a 43 anni quanto fatto sino ad oggi per andare a fare una cosa completamente diversa?
  • Mi piacerebbe realmente fare il Coach?
  • Ho le capacità necessarie?
  • Come posso utilizzare quanto imparato ad oggi come un valore aggiunto per riconfigurare la mia attuale professionalità?
  • Come posso incardinare queste nuove conoscenze con le conoscenze acquisite in quasi 15 anni di lavoro?
  • Come posso incardinare 15 anni di esperienze tecniche pregresse in una nuova figura professionale di Coach?

Queste domande potrebbero essere una traccia di un esame di coscienza da farsi durante questi percorsi di crescita, ascoltandosi molto attentamente mentre si risponde, individuando eventuali falsi segnali che possono farci prendere decisioni sbagliate.

“REWORK – Manifesto del nuovo imprenditore minimalista”

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Dal retro di copertina:

“Le riunioni sono tossiche – Fate meno dei concorrenti – Lasciate che i clienti se ne vadano – Silurate i Workalcolic – Pianificare è indovinare – Scegliete un avversario – Il curriculum è ridicolo – L’ispirazione è deperibile – Imitate gli spacciatori – I migliori sono dappertutto”

Libro scritto da Jason Fired e David Heinemeier Hansson (fondatori di “37signals”, società di software), è un testo di management decisamente innovativo, che scardina tutti gli schemi e le modalità operative consone al mondo aziendale e al mondo manageriale.

La sua stessa struttura narrativa lo rende un testo agile: organizzato per brevi capitoli, è in grado di trasmettere una idea in maniera rapida, efficace e “fresca”.

Ho apprezzato particolarmente questo libro proprio per la sua innovazione che – in alcuni aspetti – rasenta l’irriverente, con uno stile narrativo ironico e sintetico.

Ho condiviso e mi sono riconosciuta in moltissime idee esposte (se non in tutte le idee elencate).

Ho condiviso le idee “contraddittorie” (secondo il mondo del project management) relative alla pianificazione (“pianificare è indovinare”), del “fare meno è meglio”, del concetto che “le riunioni sono tossiche” (mi è capitato di assistere a riunioni fiume assolutamente inutili ed improduttive dove super-mega-manager sfoggiavano “protesi elettroniche” per dimostrare di essere multitasking e ricevendo costanti e continue telefonate per dimostrare [forse più a loro stessi che agli altri] di essere uomini/donne molto-molto importanti e molto-molto impegnati… mi sorgeva il sospetto che si facessero chiamare dalla mamma e/o dal compagno/a). Ho condiviso le riflessioni sulla gestione corretta del proprio lavoro (no ai workalcol, del giusto lavoro, del non fare gli eroi… tanto non serve a nulla), dei lunghi elenchi improduttivi, del concetto del “dire no di default” (bella la citazione di Henry Ford: “Se avessi dato retta ai clienti, avrei fornito loro un cavallo più veloce”), del costruirsi un pubblico utilizzando le nuove forme di comunicazione (ed io – seguendo il consiglio – mi sono buttata a corpo morto nei social forum, aprendo un blog e scrivendo di tutto).

Ho amato l’idea dell’insegnare più dei concorrenti (condividere, no alla segretezza paranoica) emulando gli chef che scrivono e pubblicano le loro ricette.

Altra citazione (quasi “blasfema”): “Emulate gli spacciatori: … Confidano talmente nella qualità del loro prodotto da essere disposti a regalarne un assaggio….”.

Mi sono entusiasmata nei concetti del “dimenticarsi dell’istruzione formale”, del concetto dei curriculum gonfiati di pura finzione.

Insomma un libro diverso, spumeggiante e detonante.

Una ventata di aria fresca che spero pian-piano si insinui, come una leggera brezza, anche qui da noi.

E’ una lettura che consiglio vivamente a tutti, sperando che faccia riflettere.

Il cambiamento

Riflettendo sul Cambiamento e sulla fatica del vivere il cambiamento, mi è capitato di trovare questa frase (“Saper Attendere” di Francesco Gambino):
La fretta è sovente “cattiva” consigliera. Nella vita è bene avere pazienza e saper aspettare. Non sempre è possibile esaudire i propri desideri in modo immediato. Alcuni hanno bisogno di tempo, forse di molto tempo, per realizzarsi. Allora la cosa importante da fare è non essere impazienti, ma avere fiducia e crederci. E, con convinzione, attendere il momento giusto. Un giorno, quando forse meno te lo aspetti, qualcuno busserà alla tua porta… Non meravigliarti se, per caso, è la ricompensa che aspettavi che è venuta a cercarti!

Allora mi è tornato in mente un libro che ho letto questa estate: “Quando tutto cambia, cambia tutto” di N. D. Walsh [L’autore è lo stesso di “Conversazioni con Dio”].
Quello che mi ha profondamente colpito è il concetto che il “Cambiamento” (voluto o non voluto, lento o veloce) è sempre un evento che conduce verso una situazione migliore: Madre Natura/l’Universo, quando produce un cambiamento, lo produce perchè la situazione attuale non è più sostenibile ed è necessario andare verso una nuova configurazione di equilibrio.
Secondo l’autore lo stesso concetto è applicabile ai cambiamenti che avvengono nella nostra vita anche se – durante tali fasi – può sembrare di vivere una situazione difficile e sofferta, e può sembrare anche di non avere nessuna via di uscita.
Questa chiave di lettura ha rappresentato, e rappresenta, una fonte di ispirazione e di motivazione ad attendersi qualcosa di diverso e positivo, predisponendosi ad un atteggiamento di “attesa” ed “accoglienza”.

E’ una “idea” da conservare nel proprio intimo come una calda coperta di conforto nei momenti di difficile transizione: transizioni che possono essere molto lente, nonostante le si voglia più rapide; transizioni che nel loro lento evolversi e nei loro momenti di stallo, sembrano mantenerti in uno stato di sospensione “eterna” che può generare disorientamento.

Ed i pensieri si dirigono verso altre riflessioni (collegate come da un filo invisibile) sul perchè non si è mai soddisfatti di quello che si ha…
L’insoddisfazione è generata dal cambiamento in corso o genera il cambiamento?
Perchè non si è soddisfatti di quello che si ha?
Forse perchè si è alla ricerca di quello che si è? Di cosa si è? (Consciamente o inconsciamente)
Forse ci si confonde tra ciò che si ha (e che definisce una facciata, un ruolo) e ciò che si è?

Le domande portano ed intraprendere un percorso di ricerca che conduce “da qualche parte”, senza sapere dove porterà mentre si muovono i primi passi. Forse si vorrebbe vedere subito il risultato senza attendere i giusti tempi di maturazione… Ma forse ci si dovrebbe ispirare alla natura per acquisire la “pazienza” nell’assistere/vivere il processo di cambiamento, utilizzandolo come momento di arricchimento.