Il potere della normalità

[Avvertenza: post dal contenuto zigzagante… Partendo da un libro per arrivare a considerazioni personali, legate ad una precedente presa di coscienza in prima battuta sgradevole]

Ieri sera sono andata al primo incontro della nuova stagione del Bookeater Club di Zelda was a writer (di cui ho già scritto in tanti precedenti post).

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Lo screenshot della pagina Facebook di Rizzoli Galleria @RizzoliGalleria

E l’oggetto (o meglio, il libro) delle dissertazioni condivise è stato il nuovo romanzo di Jonathan Safran Foer, “Eccomi” (edito da Guanda).
Libro che – confesso – è stato di difficile lettura.
Per la sua monumentalità (circa 700 pagine) e per il suo contenuto.

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Un libro che mi ha lasciato interdetta e che più volte – durante la lettura – mi ha fatto pensare: “Sì, va bene… Ma dove stiamo andando? Dove mi vuole portare l’autore? Qual’è la morale? Qual’è il fine ultimo di questo lavoro?”

Ed infine ci siamo…
Stasera in @rizzoligalleria con @zeldawasawriter a discutere sull’ultimo libro di Safran Foer.
Per me una “lettura scalata” (senza rotta e senza riuscire ad intravedere la vetta), per altri un amore sin dalla prima pagina.
Sono curiosa di ascoltare coloro che lo hanno amato per capire dove non ho colto.
[Scrivevo sul profilo Instagram ieri mattina]

Ma anche un libro che – contemporaneamente – mi ha intimidito.
Non avendo mai letto nulla di Safran Foer, e sapendo che è uno dei massimi esponenti della letteratura americana, mi sono sentita in difetto nell’esprimere una mia opinione che ne “sminuisse” l’opera. (Chi sono io per esprimere un parere, se non di dissenso, per lo meno di perplessità?)

Ed avendo avuto nei giorni precedenti un primo scambio di opinioni online con Camilla Ronzullo (Zelda), ieri sera sono stata invitata a condividere con gli altri le mie perplessità.
Perplessità e “lacune” che sono state sanate grazie all’analisi molto accurata che la stessa Camilla, insieme ad altri partecipanti, ha fatto.
E che hanno composto un mosaico ricchissimo, consentendomi di apprezzare il significato (i significati) veicolato attraverso una storia di normalità.

Già, la normalità.
O anche la quotidianità se volete.
Quella “situazione” che viviamo ogni giorno in modo scontato e talvolta passivo.
Che magari facciamo fatica ad accettare e a darle un senso.
Ma che può invece essere densa di contenuti ed insegnamenti.

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#vitadaufficio è un hashtag che uso spesso per raggruppare foto che scatto relative ad una delle facce della quotidianità (© Barbara Olivieri da Flickr)

Normalità che – personalmente – è tornata prepotentemente alla ribalta dopo che qualche giorno fa, mi sono resa conto che con le strategie ed i massimi sistemi che ho “frequentato” per lungo tempo sono arrivata alla fine. Non riuscendo più a trarre nessuno stimolo o spunto di riflessione.

Uno shock (che penso a posteriori essere stato salutare) che prima mi ha fatto capitombolare (metaforicamente) con un brutto sgambetto, poi mi ha riportato coi piedi per terra (dopo che mi sono rialzata e mi sono – sempre metaforicamente – tolta di dosso la polvere).
Facendomi ora vedere, osservare ed ascoltare l’intorno in modo forse leggermente diverso. (“Per arrivare a questo ci sono voluti 9 anni?”, mi sto domandando in questi giorni.)

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#onthewayhome e #onthewaytowork sono altri due hashtag di istantanee sul profilo Instagram (© Barbara Olivieri su Flickr)

E stamattina – sulla strada per l’ufficio – non so per quale strana ragione, ripensando alla bella serata del Bookeater Club e al libro di Jonathan Safran Foer, ho pensato anche alla personale quotidianità (non priva di preoccupazioni).

E ho pensato a come un libro che mi ha lasciato in prima battuta interdetta, ma che mi rendo conto sto metabolizzando grazie a ciò che ascoltato ieri sera, possa gettare una nuova luce su me stessa e su ciò che mi circonda.
Senza scuotermi, o strapazzarmi, bensì insinuandosi sommessamente.

[Qui sotto il minivideo della serata pubblicato sulla pagina Facebook di Zelda was a writer.]

Se non lo vivo, non lo capisco

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In questi giorni ho ricominciato a “liberarmi” di un po’ di libri.
Di manuali di gestione, di comunicazione, di crescita personale, …
Libri che magari acquisti in determinati momenti della tua vita, durante i quali sei alla ricerca di nuovi strumenti per capire, per comprendere, per imparare.
E che oggi – passati quei momenti – ti rendi conto non hanno più nulla da dirti. Restando solo come presenze coi quali condividi lo spazio.

Attenzione, non sto dicendo che non sono testi validi. Tutt’altro!
Sono testi che hanno fatto la storia di alcune discipline e alcuni di loro sono diventati dei classici.
Solo che con me hanno fatto il loro tempo.

E stamattina, non so per quale strana ragione, mi è tornato in mente un libricino di cui ho già parlato in precedenti post, che – se di primo acchito mi aveva lasciato un po’ perplessa – oggi continua (silenziosamente e subdolamente) a lavorarmi ai fianchi su alcuni concetti che colsi durante la sua lettura.
Un paio di esempi (di concetti)? Prossimità e semplicità delle cose.
(E di “prossimità” ho scritto qualche settimana fa in questo post: Stanzialità e prossimità.)

Il libricino si intitola “Quando siete felici, fateci caso” (di Kurt Vonnegut).

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Author Kurt Vonnegut Jr., wearing khakis, sitting in front of his typewriter in studio-like room. (Photo by Gil Friedberg/Pix Inc./Time Life Pictures/Getty Images)

E da questo inaspettato flash mattutino, è emerso un secondo ricordo più antico: l’esame di Fisica Tecnica e Impianti all’Università.
Esame che ho rifatto cinque (sì… 5…) volte per poi passarlo esausta con un 20.
(Era quasi più mortificato il docente della sottoscritta: avevo frequentato tutto il corso, sempre in prima fila a prendere appunti, studiato il suo libro fino a distruggerlo dalle tante sottolineature… e questo era il risultato… “Non ce la faccio a fare più di così…”, dissi al docente distrutta e sconsolata, arrendendomi all’evidenza… [Le quattro volte precedenti non avevo neanche superato la prova scritta, tanto per dire…])

Non c’era niente che potessi fare di più.
Quella materia non mi entrava in testa.
Nonostante le pazienti ripetizioni estive con un cugino laureato in Fisica e docente alla facoltà di Fisica di Napoli: due/tre volte alla settimana, di mattina – durante un agosto di tanti anni fa – con mio zio (insegnante di Matematica) che passava a prendermi e andavamo in campagna (dove soggiornava mio cugino per l’estate) e facevamo un’ora di ripetizioni di Fisica. Che proseguivano con lunghi e solitari pomeriggi di studio.

Mi ricordo che mentre cercavo di farmi entrare in testa il concetto di Entropia, nel mezzo di una delle tante crisi di incomprensione per la materia, avevo detto: “Se non riesco a capire concretamente il concetto non riesco a ricordarlo…!”
Lui (il cugino) rispose rassegnato: “Purtroppo alcune cose le devi ricordare così come sono. Senza alcuna spiegazione concreta.”

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La formula della Entropia (Fonte Treccani)

Ecco, probabilmente questo è un mio “baco cognitivo alla San Tommaso”: se non lo vivo, non lo capisco.
(Un “vivo” che può essere anche declinato in “vedo”)

E questo mi fa tornare alla questione dei libri (di cui ho già ampiamente scritto in vari post a più riprese).
Le tecniche, le strategie, su di me hanno una presa limitata (nella comprensione e nel tempo).
Affinché si installino nel retrocranio (o nel DNA, come preferite), devo vederle in storie e/o viverle con esperienze.

E questa considerazione mi fa sorgere una ulteriore domanda:
Sono nate prima le esperienze o le strategie?

(Una domanda che è anche l’origine delle personali crisi d’ansia da manuali… “se non leggo manuali, non imparo cose nuove”…)

[Immagine di copertina tratta dal sito http://www.medioera.it]

Di supereroi, storie e viaggi dell’eroe

Stamattina ho visto il trailer della nuova serie Marvel “Luke Cage” di produzione Netflix.

Ad un certo punto, nel filmato, uno dei protagonisti intervistati menziona il “viaggio dell’eroe”.

Il viaggio dell’eroe è stato spiegato e “sistematizzato” da Christopher Vogler. E viene utilizzato ormai quasi ovunque (declinato in molti modi) per strutturare e raccontare storie. Siano esse personali e/o aziendali.

Può sembrare strano che queste 3 parole abbiano catturato la mia attenzione nel mezzo del flusso di sequenze e mini-interviste ai protagonisti, ma c’è un motivo che vado a spiegare più sotto.

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(Da Zelda Was a Writer)

Ormai credo si sia codificato (quasi) tutto in ambito personale (e aziendale): coaching, strategie di business, analisi SWOT, Business Model Canvas, narrazione (ho perso il conto dei prefissi anteposti alla parola “telling”… e anche sull’uso del termine in inglese si potrebbe aprire una riflessione).

[Stamattina ho ricevuto la newsletter di Daniel H. Pink, nella quale viene menzionato un libro di recente pubblicazione: Designing Your Life: How to Build a Well-Lived Joyful Life. Non ancora disponibile in italiano, da quello che mi pare di comprendere è la applicazione alla vita personale dei concetti e strategie di Design Thinking normalmente utilizzati per progettare prodotti.]

Confesso che questa estrazione/applicazione di strategie spinta – talvolta – all’eccesso mi genera dei dubbi.

Dubbi che mi pongo ormai con una frequenza sempre maggiore, e che si estendono anche ad altre aree (recentemente ragionavo sulla Complessità e Semplificazione).

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“Strategy concept with creative light bulb idea modern design template, Vector illustration” (Da blog.rhei.it)

Perché?

Perché questa “estrazione forzata di strategie” forse fa perdere un po’ della magia tipica delle storie. Quella magia alchemica che fa si che ci si senta coinvolti, che si instauri un rapporto empatico con il protagonista della vicenda che stiamo seguendo. E che – nel caso di romanzi – arriva a far apparire reale quello che può essere anche puro artificio.

[E a proposito di storie segnalo due articoli interessanti in tema di lettura dei romanzi e di lettura ad alta voce (da non sottovalutare): Perché leggere romanzi cambia il cervello – Idee 136 – Leggere storie ad alta voce ai bambini fa bene anche agli adulti: alcuni consigli.]

Poi la sottoscritta si accorge che fa sempre più fatica a leggere manuali e saggi, mentre è sempre più alla ricerca di romanzi (Leggere: manuali o storie?), combattendo contro la personale paura di non imparare nulla (“dai manuali imparo, dai romanzi no”, mi dico… una bella convinzione limitante, per usare un termine caro al coaching, che torna con sistematicità ad intervalli regolari)

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(Prossime) letture inconsuete, esplorando nuovi generi e storie

Attenzione però, non rifiuto totalmente le strategie (puoi avere una bella storia da raccontare, ma se non sai farlo rischi di non riuscire a comunicarla bene). Ma penso anche che non ci si possa affidare totalmente ad esse, pensando che siano la “soluzione-mamma”.

E davanti alla proliferazione di sistematizzazioni, ripenso alla magia citata all’inizio di questo post. Penso a dove possa essere recuperata questa magia che talvolta appare sacrificata o – peggio ancora – nascosta.

E credo che si trovi nella unicità della persona.
Nella unicità delle proprie esperienze vissute e percepite.

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©Pixar (cortometraggio “For the birds”)

Perché ognuno di noi è fatto in un modo tutto suo.
E vive e legge ciò che gli accade secondo un suo modo.

E forse sta tutta lì la personalissima declinazione della meta-struttura del “viaggio dell’eroe”.

(Detto ciò, anche Luke Cage entra nella lista delle serie da vedere…)

 

Futuro, professioni e Industria 4.0

 

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Immagine tratta da Smart Week (Le 11 professioni più richieste del futuro)

Il World Economic Forum stima che già nel 2020 (cioè fra 4 anni, praticamente domani…) si avrà una flessione del 5% delle professioni della fascia medio-alta (intendendo professioni legate alla amministrazione, ingegneria e discipline affini che definirei “intellettuali”). (A questo link è possibile leggere e scaricare il pdf del documento redatto dal WEF: “The Future of Jobs”)

L’anno scorso – in questo periodo – partecipai alla Alumni Polimi Convention dove si parlò di “Industria 3.0”. Oggi si parla già di “Industria 4.0” (semplificando: robotica + Intelligenza Artificiale + Big Data + …altro…). 

Rischi e incognite dell’Industria 4.0

Nell’articolo menzionato qui sopra (e in altri che si leggono sempre più di frequente) vengono disegnati scenari che possono preoccupare non poco. E di cui si legge comunque da un po’ di tempo (un anno fa circa avevo scritto qualche post “lato utente” sull’argomento):

Ci salverà l’esperienza?

Manualità vs progettualità

Robot e C.

E qualche mese fa ho letto il libro di Claudio Simbula “Professione robot”, dove l’autore individua 31 professioni ad alta probabilità di sostituzione da parte dei robot (alcune già in atto).

Tirando le prime somme, tra libri, articoli e rapporti sullo stato dell’arte, pare che nessuno sia escluso da questa rivoluzione sempre più incombente e più prossima. Sappiamo che non si tratta più dei soli lavori manuali e ripetitivi (operai, magazzinieri), bensì anche di attività di professionisti (avvocati, commercialisti, assicuratori, ingegneri, architetti).
Non solo.
Proseguendo nella carrellata di attività coinvolte, si parla anche di assistenza all’uomo in ambito medico e sanitario (è di questa estate la notizia del super-computer IBM Watson che ha trovato una cura per un caso di leucemia rara, grazie alle sue capacità di calcolo che hanno consentito un incrocio di dati in tempi ridotti e la conseguente individuazione di una terapia adatta). Senza dimenticare la vendita già da tempo oggetto di pesante mutazione grazie all’avvento dell’e-commerce e di sue declinazioni (più per la parte di intelligenza artificiale).
Insomma ce n’è per tutti.

Ed è comprensibile lo sconforto e la preoccupazione (anche perché personalmente non riesco a vedere quali possono essere le possibili evoluzioni e direzioni da prendere).

Ma una speranza c’è, a mio avviso (e non solo mio). E porta il nome di creatività
Quella capacità tipica dell’uomo di inventarsi cose e trovare soluzioni innovative per qualcosa.

Almeno fino a quando gli algoritmi non saranno così evoluti da apprendere e – sulla base di quanto acquisito – creare e progettare soluzioni nuove. (E se ciò avverrà mi auguro che accada il più in là possibile nel tempo.)

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In foto l’ebook del libro “L’Algoritmo definitivo” di Pedro Domingos, edito da Bollati Boringheri (lettura estiva che riprenderò a breve e che avevo interrotto perché necessita di una concentrazione che questa estate non c’era)

E restando nel campo degli algoritmi, e di Intelligenza Artificiale, proprio stamattina ho letto questo interessante articolo sul blog Nuovo e Utile:

Linguaggio naturale e intelligenza artificiale: una bella sfida

Che tratta di come la macchina può interpretare il linguaggio dell’uomo. E della differenza tra linguaggio naturale (usato dall’uomo e denso di sfumature interpretative) e linguaggio artificiale (usato dalla macchina).

[E se volete farvi una chiacchierata online con una intelligenza artificiale, provate con Mitsuku (ringrazio l’amico Antonio Tartaglia per avermelo segnalato).]

Ebbene, nonostante tutte le previsioni possibili, è difficile avere una visione nitida del futuro (anche prossimo).
Di sicuro c’è che bisogna rimboccarsi le maniche.
Cambiare i famosi paradigmi.
E non smettere mai di imparare, informarsi e annusare le possibili tendenze del futuro. Implementando competenze e conoscenze, senza soluzione di continuità.

 

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Ah! A proposito… La foto qui sopra mostra alcune schermate di Allo di Google. La app sviluppata in risposta a Whatsapp (di Facebook) con integra l’assistente di Google, in una curiosa ibridazione tra “chat” e i vari Siri, Cortana & C (le intelligenze artificiali primitive che già ci portiamo in tasca).
Testate online parlano del rilascio (sia per Android che per iOS) tra oggi e domani.
Io sono curiosa di testarne il funzionamento.

[Immagine di copertina da ThinkStock Photos]

Stanzialità e prossimità

 

Una Yurta Mongola [Fonte Wikipedia]

Ieri mattina mi sono ritrovata a fare delle riflessioni dopo che mi ero svegliata con una scelta precisa da compiere.

Si trattava di una considerazione che coinvolgeva (e coinvolge) l’anno che mi si prospetta davanti e che – per una attività volontaria che sto svolgendo – comporta numerosi spostamenti.
E che necessita quindi di una programmazione attenta ed una ottimizzazione delle attività altrettanto accurata.

Non è arrivata come un “fulmine a ciel sereno”.
Tutt’altro: è stata ruminata ed è maturata nel corso di giorni precedenti durante i quali – per una strana casualità – avevo anche incrociato un articolo che aveva catturato il mio interesse:

I lati positivi di non cambiare mai città.

E che forse ha contribuito in qualche misura – ed in modo indiretto – al ragionamento in corso.
Facendomi anche riandare alla memoria ad un altro articolo, apparentemente diverso per argomento, ma nel quale ho “sentito” (intuito) più che visto, un legame con il precedente:

I nuovi viaggiatori che non prendono l’aereo.

Il processo di associazione di idee non si è fermato qui, bensì è proseguito, riandando ad un libro che ho letto lo scorso Natale: “Quando siete felici fateci caso”.
Una raccolta di discorsi che Kurt Vonnegut ha tenuto in diverse scuole ed università americane.
Leggendolo talvolta avevo l’impressione che il relatore si trovasse in un curioso stato dissociato (alcune affermazioni mi risultavano un po’ sconclusionate), ma un filo logico, quasi un mantra, che tornava spesso nel libro è “la prossimità”.
Intesa come comunità di appartenenza, chilometricamente vicina, con cui interagire e presso cui portare il proprio contributo.

 

Foto natalizia del libro (scattata durante la sua lettura)

Ed è stato proprio durante questa curiosa ed inaspettata associazione di idee che mi sono domandata se e quanto vale la pena sgomitare e annaspare per andare, fare, brigare con il rischio che il tutto diventi compulsivo a soddisfacimento del “must do” (ricadendo quindi anche nei ragionamenti che mi stavo facendo sulla scelta da prendere).

E in un’era dove sembra che se non sei internazionale, se non presenzi e se non fai networking in maniera percussiva, in un’era dove la vaporizzazione di confini virtuali data dai social network (che hanno annullato distanze fisiche e temporali) sta travasando anche nello spazio fisico, forse si iniziano a cogliere i primi cenni di una inversione di tendenza (o comunque un ridimensionamento).
Di un ritorno ai luoghi a noi prossimi e alla comunità fisica (che raramente collima con quella virtuale).

O forse è solo una personale percezione e altrettanto personale ricerca di equilibrio.
Per non farsi sopraffare da obblighi imposti da altri che – se non sono in risonanza con te – rischiano di diventare fonte di frustrazione.

E a proposito di prossimità e comunità, chiudo con questo “talk” di TEDx Lake Como dell’anno scorso, che narra di una bella iniziativa:

[Foto di copertina: ©Aldo Mingozzi “Villaggio di campagna”, olio su tela – http://aldomingozzi.com/]

Complessità e Semplificazione

Stamattina – scorrendo le timeline dei vari social e leggendo diversi post – mi facevo una considerazione, frutto forse anche della fatica psicologica che molti di noi stanno vivendo da un punto di vista professionale (che non esclude ricadute anche nella sfera personale).

Una riflessione che mi ha ricordato una frase di Jeff Bezos che avevo visto condivisa via Facebook nei giorni precedenti:

“Bisogna essere testardi nella visione e flessibili nei dettagli.”

Frase che fa parte di una intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica: Jeff Bezos: “Un passo alla volta”, dai libri ai giornali e poi fino alle stelle

Jeff Bezos
Foto di Marco Montemaggi via FB (pagina Sebastiano Zanolli – La Grande Differenza)

Considerando la sua affermazione, ho pensato a quante volte – negli ultimi tempi – mi sono confrontata con la personale idea dell’avere un obiettivo, lasciando un buon margine di approssimazione alla programmazione, riservandomi diversi gradi di flessibilità.

Un controsenso rispetto alla definizione nota dell’obiettivo SMART:

  • Specifico, cioè che non lascia spazio ad ambiguità;
  • Misurabile senza equivoci e verificabile in fase di controllo;
  • raggiungibile (dall’inglese Achievable), poiché un obiettivo non raggiungibile demotiva all’azione allo stesso modo di uno facilmente raggiungibile;
  • Rilevante da un punto di vista organizzativo, cioè coerente con la mission aziendale;
  • definito nel Tempo.

[Fonte Wikipedia]

La questione è che ho l’impressione che la programmazione per obiettivi misurabili, temporalmente definiti, ecc. ecc. sia valida solo in alcuni casi: in particolare se tratti un oggetto, o un servizio, “concreto”.

E che tale approccio forse non è applicabile all’interno della complessità crescente dell’ambiente nel quale ci muoviamo, dove – tra l’altro – gli stessi beni e servizi hanno durata molto più breve e sono soggetti ad un “deperibilità” (una caducità) molto più rapida rispetto al passato.

Complessità

 

Se poi navighi, ti interessi e ti confronti con l’intangibile, allora ti rendi conto che certi metodi semplicemente non vanno bene.

Con la conseguenza che se li hai sempre considerati fondamentali bussole per orientarti nelle scelte e nelle interpretazioni, puoi trovarti costretto gioco-forza a scegliere di “navigare a vista”, assumendoti un nuovo tipo di rischio (indeterminazione), cercando di intercettare e ascoltare quello che il mondo là fuori fa, dice e crea, passo-passo.

Tutto questo mi fa pensare anche a quanto è comoda la semplificazione. Di processi, di metodi, di concetti.

Una comprensibile necessità umana utile per leggere e codificare la realtà in un linguaggio semplice e accessibile, ma in talune condizioni a rischio di miopia interpretativa.

Un bisogno favorevole alla creazione di una nuova zona di comfort, nella quale erediti chiavi di lettura confezionate da altri.

(A questo proposito segnalo una interessante intervista a Zygmunt Baumann, pubblicata sul sito del Corriere della Sera: Zygmunt Bauman: «Le risposte ai demoni che ci perseguitano»)

Credo ci si trovi di fronte a delle scelte.

O si sceglie di vivere secondo letture ed interpretazioni prodotte da altri.

O si sceglie di confrontarsi con la complessità e l’interdisciplinarità, cercando di comprenderla, e di navigarla, secondo le proprie interpretazioni, sperimentando.

Intangibile

 

Intangibile

E’ qualche giorno che rifletto su alcune cose legate al tormento quotidiano del futuro professionale.

Ed in particolare sto pensando ad una parola che conosco come significato comune, ma che di recente mi è stata fatta vedere sotto un aspetto diverso.

La parola è intangibile.

Pensando all’intangibile, ho pensato a quanto sia difficile misurarlo.
Quantificarlo.

E’ qualcosa di ancora più rarefatto del lavoro intellettuale (che sia di progettazione o simile).
E’ qualcosa che ha un valore etico, emotivo, di sapere, alto.
Ma è difficilmente quantificabile economicamente.

E chi si trova a maneggiare l’intangibile, appassionandocisi pure, gli viene a volte riconosciuto un alto valore umano.
Ma fa fatica a vedersi riconosciuto un valore economico.
Fa fatica a trovare una collocazione nel mercato.

E’ “facile” (non è vero, non è facile per nessuno, però rispetto all’intangibile sì) raccogliere risultati economici se vendi un prodotto solido (qualsiasi esso sia) o un servizio ben definito.
E’ difficilissimo raccogliere risultati economici se tratti (e “vendi” in senso lato) intangibilità.

Questa riflessione, che mi gira nella testa da un po’, è frutto di una chiacchierata con una amica di TEDx Crocetta che per prima mi ha parlato di “intangibilità”.

E questa riflessione sulla intangibilità è andata a collegarsi ad una riflessione sulle future figure professionali interdisciplinari che si profilano all’orizzonte, che mi hanno fatto tornare in mente una frase pronunciata da Ezio Manzini durante un suo recente intervento. Parlando di “sharing economy” e di figure professionali ad esse collegate, ha menzionato la difficoltà che tali figure stanno incontrando sul mercato in questo momento.
La difficoltà a farsi riconoscere un determinato valore.
Perché avanzano in un territorio non ancora ben definito.
Una difficoltà che verrà – secondo le sue riflessioni – ripagata dal fatto che quando finalmente avverrà il processo di riconoscibilità sociale, saranno i primi ad avere un riscontro.

Ebbene, confido che questa stessa dinamica avvenga anche per chi tratta l’intangibile.

Perché attualmente è come esplorare un “oceano blu”.
Ignoto e privo di qualsiasi mappa di riferimento.

Dirigere Orchestrare
[Foto tratta da http://www.espressocommunication.com]
Nota alla redazione di questo post: è stato anche difficile trovare immagini adeguate che non sconfinassero nell’esoterico. Il caso ha voluto che Google Immagini mi mostrasse anche le mani di un Direttore d’orchestra… Un suggerimento inaspettato che ha un suo perché.

[Foto in evidenza tratta da calia.me da Medium: “Misurare l’intangibile”]

Robot e C.

Un paio di giorni fa ho visto scorrere nella timeline di Facebook un video relativo a questo “oggetto”:

Si tratta del “Pizza delivery robot” ideato da Domino’s (catena di pizzerie da asporto).
E’ un “robottino” che consegna a domicilio le pizze, ed è un possibile sostituto (sulla media-lunga distanza) dei ragazzi che sfrecciano sui motorini consegnando pizza.

Il video in questione è stato condiviso dalla pagina Facebook Futurism e rilanciato da alcuni contatti in rete (precisamente Luigi Centenaro, prima, e Sebastiano Zanolli, poi).
(Per dovere di cronaca il video di Futurism è leggermente diverso da quello condiviso qui.)

Si tratta sicuramente di un progetto curioso ed interessante, che mi ha stimolato a fare qualche riflessione e qualche ricerca, facendomi anche ricordare di alcuni progetti di robotica già operativi.

Ma andiamo con ordine.
Il progetto in sé – indubbiamente interessante – per ora mi lascia un po’ perplessa.
Perché?

Immagine tratta dal Guardian
Immagine tratta dal Guardian

Innanzitutto è in fase di sperimentazione in un luogo molto particolare: la Nuova Zelanda.
Che è già territorio di test di servizi online e offline (Facebook sta testando la sua versione business, per esempio).
Credo che questo dipenda da una serie di caratteristiche che la rendono un luogo ideale per questo tipo di attività:

  • rapporto abitanti/superficie = 15,2 ab/kmq (per avere un ordine di grandezza l’Italia ha un rapporto di 201 ab/kmq)
  • numero di abitanti 4.649.700, stima di Top Statistics New Zealand (Milano, da sola, ne conta circa 1.340.000 – Madrid, per esempio, si aggira intorno ai 3.200.000)
  • numero abitanti di Wellington (capitale della Nuova Zelanda e luogo di sperimentazione del “Pizza delivery robot”): circa 425.000.

Numeri che – credo – consentano una migliore gestione dei test e una conseguente più agevole raccolta dei dati.
Quindi ho pensato che da qui ad arrivare a vederli impiegati nelle grandi città, sarà necessario attendere ancora un po’ di tempo.

Ed è stato immediato (per me) il rimando al servizio “Amazon Prime Air” che prevede la consegna dei pacchi a mezzo di droni che atterranno davanti a casa tua.
Sicuramente un progetto affascinante sul quale credo debba essere essere fatta ancora qualche riflessione su variabili comportamentali umane (danneggiamenti accidentali o meno dei mezzi, possibili furti). Ma anche – più semplicemente – sulla circolazione in ambienti dove le variabili sono tante e non totalmente prevedibili (pensiamo al recente incidente di un’auto a guida autonoma avvenuto in un contesto di traffico normale).

Ve lo immaginate un oggetto simile che plana davanti al vostro condominio, depositando un pacco?
Questa è una ulteriore variabile: la conformazione urbanistica degli insediamenti urbani (non tutti gli insediamenti urbani sono organizzati in villette con giardino).

Il nuovo drone di Amazon Prime Air - foto ©Amazon
Il nuovo drone di Amazon Prime Air – foto ©Amazon

Quindi scenari sicuramente futuristici, evocativi ed accattivanti…
Sul quale si sta lavorando e che credo vadano tagliati su misura e differenziati rispetto agli ambienti nei quali vengono inseriti.

Detto ciò, sono la prima a pensare che i robot e la automazione evoluta troveranno sempre più ampio margine operativo nella nostra quotidianità.

Il video qui sopra mostra i progressi di Atlas, l’ultima generazione di robot della Boston Dynamics.
Abbastanza impressionante, non credete?
(A me ha colpito molto)

Ma senza andare lontano, i “robottini” sono già fra noi.
I robot tuttofare domestici sono una realtà che vedo imminente.

Esistono già i loro antesignani, quali i robot aspirapolvere per esempio.

Il robot Dyson 360 - foto ©Dyson
Il robot Dyson 360 – foto ©Dyson

Ma non solo.
Tempo fa, passando davanti ad un giardino privato, ho visto con la coda dell’occhio un robottino a tre ruote che tagliava l’erba…
Credevo di avere le traveggole, tant’è che sono tornata indietro a guardarlo.
Era lì, che andava avanti ed indietro placido, operoso e silenzioso.

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Foto ©Arredamento.it

E ancora.
In alcuni ospedali, il prelievo e trasporto di farmaci dal magazzino ai reparti è gestito da robot che seguono percorsi precisi su corsie prestabilite.
Così come i loro “colleghi” che trasportano i vassoi.

Un robot porta vassoi - da archivio.gonews.it)
Un robot “ospedaliero” porta vassoi – da archivio.gonews.it

Recente è l’impiego nelle corsie di robot che consentono di visitare i pazienti da remoto: Il robot-Avatar che arriva in corsia e visita i pazienti al posto del medico.

Cric e Croc - ©Corriere
Cric e Croc – ©Corriere

Se ci fate caso, il comune denominatore di tutti questi dispositivi (che sono già una realtà) è che si muovono in ambienti chiusi o – al più – circoscritti.

La mobilità all’aperto – in contesti urbani a più o meno ad alta densità e attività – vede condizioni un po’ diverse.
Valutabili di volta in volta, e da progettare caso per caso.

La strada evolutiva della robotica è rapida ma anche molto lunga e complessa.
I prototipi sono utili per capire e cogliere possibili tendenze che non sempre trovano sbocco (o seguito) nella realtà, ma che possono comunque essere fasi intermedie verso altri oggetti che verranno (Google Glass, insegna: voci di corridoio parlavano di abbandono del progetto, in realtà sta evolvendo – “I Google Glass non sono scomparsi…”)

Nel frattempo, news sui robot e la loro evoluzione si possono seguire anche su questo sito (scoperto scrivendo questo post): Robotica News.

Vi lascio con questo buffissimo video: cagnolino vs robot (di Boston Dynamics)
(Il robot in questo caso è telecomandato…)

[Immagine di copertina tratta da http://www.arstechnica.com]

Polverizzazioni

 

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Immagine tratta dal sito Green Me

Scrivo sempre da utente neofita che corre dietro alla evoluzione tecnologica, mangiando costantemente polvere… (a proposito di “polverizzazioni”).

Vivendo la vita digitale (e anche una parte di quella reale) in stato Beta permanente (per usare una espressione coniata da Reid Hoffman e Ben Casnocha usata nel loro libro “Teniamoci in contatto”; che ho iniziato a leggere, ma che è in stand-by da un po’…).
Montando e smontando di continuo.

Ed il titolo del post nasce da una prima considerazione che mi facevo ieri (dopo una chiacchierata con un amico) su cui si è innestata una seconda considerazione nata da una iniziativa segnalata questa mattina su Facebook da Maria Cristina Pizzato.

Partiamo dal principio.
Se volessi dare un significato personale alla parola “polverizzazione” senza passare dal vocabolario, penserei ad una azione di livello superiore allo “sbriciolamento”. Ossia una azione meccanica di riduzione delle pezzature generate dalla frantumazione, rottura, di un oggetto.
Emotivamente parlando, lo considero un termine forte. D’impatto.
Che identifica una azione forte. (Mi ricorda anche il termine anglosassone disruption)

La prima considerazione sulla polverizzazione è partita l’altra sera, durante una cena.
Chiacchierando con un caro amico, sono state inevitabili alcune considerazioni sul (proprio) futuro professionale. Riflettendo su se stessi e sulle proprie competenze, percependo la difficoltà a comprendere il delinearsi all’orizzonte di nuovi mestieri (anche a livello di comprensione linguistica, per quanto mi riguarda), consapevoli della inevitabilità degli eventi.

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Ormai lo sappiamo bene e non passa giorno che non lo troviamo scritto da qualche parte, o che ci venga detto da qualcuno: che ci piaccia o no, alcuni lavori si stanno letteralmente polverizzando (partendo da quelli più “automatizzati” come cassieri, addetti alle biglietterie di cinema e aeroporti per esempio, per risalire via-via la “gerarchia”).

Ci salverà l’esperienza?

E gli strumenti con cui affrontare queste successive polverizzazioni sono mutevoli.
Mi rendo conto che appare come un paradosso (come diavolo fa uno strumento ad essere mutevole?, si potrebbe domandare qualcuno), ma credo sia realmente così: puoi solo stare allerta, con le orecchie dritte, affinando i sensi per cercare di catturare in anticipo segnali e tendenze.
Imparando sempre cose nuove, anche apparentemente lontane dal tuo mestiere.

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E qui arrivo alla seconda declinazione del concetto di polverizzazione: l’istruzione e la formazione.
Che stanno pesantemente mutando, macinati e sbriciolati da nuovi format e da nuovi canali di comunicazione.

In particolare mi riaggancio al post di Maria Cristina Pizzato di cui ho parlato all’inizio di questo post e che segnalava una realtà elearning nuova per me: Emma Mooc.

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Emma Mooc

Una ulteriore opportunità (ancora in versione Beta) che si va ad aggiungere ad altre consolidate realtà digitali di elearning (per citarne alcune: Lynda – recentemente acquisita da LinkedIn – Coursera, edX, SkillShare, … tutte disponibili anche in versione mobile, tanto per dire…)

Senza dimenticare format meno didattici, ugualmente ricchi di stimoli ed informazioni: TED (il più noto), 5×15 (5 speech da 15 minuti), Pecha Kucha Night (con la regola del 20×20: ossia 20 slide da 20 secondi) e la recente scoperta The DO Lectures (scoperto grazie ad un post su Facebook di Francesca Marchegiano).

do_lectures
The DO Lectures

 

Tutte occasioni di ascolto di storie, di condivisione di esperienze e di competenze.

Tutti format che stanno scuotendo pesantemente la classica formazione in aula che – secondo me – per sopravvivere deve trovare nuovi modi di comunicazione e di coinvolgimento.

In tutta questa mutazione costante c’è da farsi prendere dallo sconforto, lo so.
Hai la sensazione di essere sopraffatto dalla incredibile disponibilità di informazioni.
E temi di non riuscire a stare al passo.
Temi di perdere pezzi importanti per strada.
Ed in questo caso scegliere è veramente difficile, se non impossibile (con buona pace del discorso delle nicchie).

Coraggio, invece!
Rimboccarsi le maniche e darsi da fare.
Creare il proprio piano di studi “open”, dando fondo alla curiosità e alla voglia di esplorare per trovare nuove soluzioni.
Pensando che abbiamo una grandissima fortuna: possiamo accedere a risorse intellettuali pressoché infinite. E non è così scontato.
Una cosa impensabile fino a pochi anni fa…

Buon surfing!

[Immagine di copertina tratta da http://www.antichitadelsito.it]

Ritorno alla carta

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(Immagine tratta da http://www.trackback.it)

Questa mattina ho letto l’articolo di “Science of us” dal titolo “A Neuroscientist on the Calming Powers of the To-Do List“.

Una lettura casuale che capita a proposito.
E che si collega con una azione che ho intrapreso da poco per altri motivi.
Infatti dopo un lungo periodo altamente digitale sto riscoprendo il valore del cartaceo.

Sono tornata sui miei passi dopo che mi sono resa conto che attivare promemoria, usare il calendario di Google (sempre aperto in background sul desktop) e scrivere appunti, il tutto sullo smartphone, è sì un buon metodo di archiviazione e di gestione del mare di dati che ci circonda, ma sta generando un progressivo effetto collaterale non indifferente (e che non avevo previsto): io dimentico. (Che detto così appare come un paradosso.)

Mi sono resa conto che l’efficacia del promemoria digitale e sonoro (che si attiva al momento opportuno) è fondamentale, ma tutta l’attività che lo precede (l’appuntare le cose da fare sui dispositivi elettronici) ha gradualmente creato un processo di delega massivo all’ambiente digitale. (Funzione utile per sgombrare la mente da incombenze a volte superflue, che – parallelamente – mi sta facendo “perdere pezzi per strada”.)

“Vi piacerebbe un dispositivo tascabile che ci ricordasse ogni appuntamento e impegno della giornata? A me sì. Aspetto il giorno in cui i computer portatili saranno diventati così piccoli che potrò portarne sempre uno in tasca. Decisamente lo caricherò di tutto il peso di ricordarmi le cose. Dev’essere piccolo. Dev’essere comodo da usare. E dev’essere relativamente potente, almeno rispetto agli standard di oggi. Deve avere una tastiera completa e uno schermo abbastanza grande. Ha bisogno di una buona grafica, perché questo fa un’enorme differenza nella facilità d’uso, e molta memoria, anzi, una memoria enorme. E dev’essere facile da collegare al telefono; ho bisogno di collegarlo ai computer in casa e al laboratorio. […]”

La citazione qui sopra è tratta dal libro “La caffettiera del masochista”, scritto da Donald A. Norman nel lontano 1988 e di cui sto leggendo in questi giorni l’edizione Giunti del 1997 (esiste una versione aggiornata e ampliata). Un sogno di un uomo che ha scritto queste righe in un mondo ancora fortemente analogico, e che sentiva la pressione gradualmente sempre più forte di una tecnologia sempre più complessa, ancora poco dialogante con l’utente finale (e che richiedeva un aumento delle capacità di memorizzazione e comprensione).

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NeXT Cube, 1988 (fonte Computer History)

Non sto mettendo in discussione quanto la tecnologia sempre più avanzata e user friendly offre in termini di vantaggi. Sto solo facendo alcune riflessioni osservando (e osservandomi) cosa accade quando compio alcune attività.

E qualche tempo fa, mentre stavo disegnando su un pezzo di carta la struttura (il flusso) di un progetto per capirne le sfaccettature e comprendere come proseguire, ho avuto l’ennesima conferma (e la netta percezione) che scrivere a mano ti aiuta non solo a ragionare meglio attorno ad un problema, ma anche a ricordarlo più efficacemente (è un processo neurologico noto ai più, ma che può accadere di dimenticarsi davanti a dispositivi sempre più “performanti”).

Oltre che – personalmente – mi è utile per calmarmi visto che lo scrivere (abbozzare) a mano è un’azione più lenta rispetto alla digitazione rapida (e quasi compulsiva) su telefono.

Visual Note e Sketchnotes sono alcuni dei metodi per prendere appunti non solo elencando, ma anche disegnando. Rinforzando il processo neurologico di apprendimento (immagine tratta da mrlosik.com)

Così quest’anno sono tornata all’agenda cartacea, ai quaderni e alla elencazione delle cose da fare suddivise ed ordinate per priorità, giorni, punti, associazioni di idee, ecc. ecc. (continuando comunque ad utilizzare promemoria e calendari digitali, preziosi per avvertire dell’approssimarsi di qualche appuntamento).

Devo dire che i primi riscontri personali sono positivi, nonostante sia un’appassionata di digitale (sempre come utente) che ne apprezza le immense potenzialità (e che tempo fa faceva le stesse considerazioni dell’autore de “La caffettiera del masochista”).

E credo anche che il giusto equilibrio sia nell’area di intersezione tra il digitale e l’analogico/cartaceo. Lì dove si possono intersecare e rendere collaborative le azioni effettuate sui dispositivi con quelle effettuate su supporti cartacei (e fisici).

Link utili:

[L’immagine di copertina è tratta dal sito unadonna.it]