Medicina e letteratura

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Il tempo è una variabile direttamente collegata alle nostre aspettative. Fugge o rallenta seguendo dispettoso il nostro piacere o il nostro dolore, rubando o ammassando le ore in un contrappunto di trepidazione e di noia che scandisce il nostro esistere. Per questo cerchiamo di intrappolarlo negli orologi: per inchiodarlo alle sue responsabilità, per poterne soggiogare l’esistenza con un’osservazione obbiettiva. Ma nel sogno il tempo riprende totalmente la sua inconsistenza e si abbandona senza remore all’anarchia delle nostre sensazioni.

Questa citazione è tratta dal libro “Si è fatto tutto il possibile” scritto da Marco Venturino, direttore del reparto di Terapia Intensiva e Anestesia all’Istituto Europeo di Oncologia.

Ho “incontrato” l’autore (da un punto di vista letterario) per puro caso, grazie ad un suggerimento di lettura di Amazon che – visto il mio acquisto del libro “Il grande lucernario” (di Maria Giovanna Luini), interessante e curiosa lettura estiva di cui parlerò in un post successivo – mi ha proposto i romanzi da lui scritti.

Ma non solo: nel mentre percorrevo le pagine del libro, mi sono improvvisamente ricordata che forse questo signore lo avevo incontrato anche di persona.

Anno: 2006-2007.
Luogo: Istituto Europeo di Oncologia.
Con lo studio con cui collaboro, ricopriamo il ruolo di Direzione Lavori per gli impianti elettrici e speciali per la ristrutturazione di alcuni reparti, tra cui la Terapia Intensiva.
E – preparando e studiando le fasi di adeguamento degli impianti – il Direttore Tecnico organizza un incontro con i responsabili del reparto per conoscere le esigenze e le procedure. Fu allora che incontrai il dottor Venturino, a cui fu chiesto di condividere con noi le informazioni utili a pianificare al meglio le fasi di intervento.
Ricordo un personaggio vivace che – insieme alla Caposala – ci fornì un numero impressionante di indicazioni operative e di sicurezza di cui prendemmo nota. Seguito poi da una riunione tra noi tecnici nella quale pianificammo e ripetemmo fino allo sfinimento tutte le fasi della operazione.

Venturino_Si è fatto tutto il possibileMa veniamo ai due libri oggetto di questo articolo.

“Si è fatto tutto il possibile”, il primo dei due che ho letto, è un libro tosto.
Appena terminato, l’unico pensiero che mi ha attraversato la mente è stato: “Benvenuti all’inferno…”.

Perché?
Perché scandaglia a grande profondità – nel bene e nel male – la mente di un medico che ricopre un ruolo particolare: nello specifico il protagonista è il Direttore di un reparto di Terapia Intensiva di un non meglio specificato ospedale milanese.

Le emozioni che si vivono leggendolo possono essere piuttosto forti, talvolta disturbanti e scomode davanti a certe dinamiche (anche di potere) e riflessioni.
Se poi si ha avuto a che fare con l’ambiente in qualità di “utente” (inteso anche come parente di un paziente), i ricordi e le riflessioni emergono da ogni dove.

L’impressione è quella di leggere la genesi e lo sviluppo di un burnout (su Wikipedia una definizione di massima), un “fenomeno” che colpisce quei medici che svolgono funzioni particolari (molto “limite”).
Una discesa – in avvitamento – nella paranoia, nella frustrazione e nella paura.
Una descrizione molto accurata di uno stato di esaurimento molto grave, accompagnato da riflessioni e dialoghi interiori molto duri.

Venturino_CosaSognanoiPesciRossi Di taglio leggermente diverso è invece Cosa sognano i pesci rossi.

Libro di esordio dell’autore, mi è stato caldeggiato da alcuni contatti di Facebook, che lo hanno preferito rispetto al precedente.

Personalmente confesso di avere fatto fatica ad iniziarlo.
Perché avevo intuivo dalla sinossi che sarebbe stato un ripercorrere le recenti vicende.

Qui le voci sono due: il paziente ricoverato in Terapia Intensiva ed il medico Responsabile del reparto, che lo ha in cura.
Due voci diametralmente opposte, accomunate dallo stesso ambiente e dalla stessa storia.
Due punti di vista diversi.
Due esperienze diverse.
Due vite diverse. Ma più vicine di quanto si pensi.

Un racconto con dei passaggi difficilissimi da digerire. Almeno per me.
Inevitabile ripensare e riandare al delirium da Terapia Intensiva (molto ben descritto “dal di dentro”, dal punto di vista del paziente).
Al pensare cosa può provare una persona che si sveglia in un ambiente simile: collegato alle macchine e totalmente dipendente da esse e dal personale del reparto. Ostaggio di una situazione che fa fatica a comprendere e ad accettare in stato di lucidità, e che non accetta in stato di delirio.

Ho procrastinato la lettura fino a che – mossi i primi passi – sono stata inghiottita e completamente coinvolta dalla storia.
Empatizzando con i protagonisti, emozionandomi e tifando per il buon esito della vicenda.
Rischiando anche di perdere le fermate dei mezzi pubblici, tanto ero immersa nella narrazione.

Due libri non per tutti, ma che tutti dovrebbero leggere.
Per sapere, per capire, per comprendere e per (nella eventualità) saper accettare e gestire.

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E nel mentre preparavo questo articolo, cercando in internet conferme di alcune notizie dell’autore, sono incappata in un articolo-intervista di un paio di anni fa rilasciata dall’autore al Corriere della Sera.
Leggendola ho compreso (credo) che quello che muove Marco Venturino allo scrivere è condividere e dare voce ai malati che incrocia sul suo cammino.

Ma credo che non sia tutto.

Credo che l’autore scriva queste storie anche per una personale necessità di metabolizzare, di elaborare, di esorcizzare (e anche di onorare) quanto quotidianamente vive e sperimenta sulla sua pelle.
In un atto terapeutico.

I libri dell’autore (tutti editi da Mondadori):

  • “Cosa sognano i pesci rossi”
  • “E’ stato fatto tutto il possibile”
  • “Le possibilità della notte” [di mia prossima lettura]

Linguaggi espressivi

Gli argomenti “Ospedali – Medicina – Cura” e ancora di più “Sale Operatorie – Terapie Intensive”, vengono sempre trattati (e visti) con grande cautela.

Infatti se da un lato, se ne parla in termini giustamente tecnici e professionali da coloro che sono del settore, su canali specifici che raramente contemplano i social (comprensibilmente, aggiungo), dall’altro ho l’impressione che da parte di noi gente comune vengano tenuti a debita distanza.
Credo un po’ per ignoranza (a volte non ne conosciamo letteralmente l’esistenza), ma anche un po’ perché portatori di carichi emotivi importanti (può essere molto difficile “guardare ed aggirarsi” dentro ambienti ed argomenti simili).

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E quando ti capita di venire in contatto con questi “ambienti limite” (e con le persone che operano al loro interno) due sono le strade che puoi prendere a “tempesta” finita: scappare il più velocemente possibile per cercare di dimenticare, oppure scendere in profondità.

Personalmente ho scelto la seconda perché sono fortemente convinta che capire e conoscere sia uno dei modi migliori per accettare, elaborare e metabolizzare (si ha paura e si fugge davanti a cose che non si conoscono e non si capiscono: guardarle in faccia e tentare di comprenderle aiuta a dare senso e a ridurne – gestendolo – l’impatto emotivo).

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Così piano-piano ho iniziato ad esplorare anche l’altra faccia di questo mondo (non solo da un punto di vista progettuale – come mi è accaduto diverse volte nell’ambito della mia professione – ma anche da un punto di vista operativo prima e umano poi).

E aggirandomi in questo mondo (quasi) totalmente sconosciuto (mi ricordo che un pomeriggio, in un “momento personale straniante” in Terapia Intensiva, osservando i tre pazienti ricoverati in quel “box” e le attrezzature medicali che li circondavano, in un momento di quiete, ho pensato: “Sant’Iddio…, sembra Matrix… Questa è un’altra dimensione…”), ho incontrato il mondo della “Umanizzazione delle Cure” (di cui avevo già sentito parlare durante i colloqui coi medici) e della Medicina Narrativa, scoprendo recentemente anche i romanzi scritti da Marco Venturino (di cui scriverò nel prossimo post).

Ma non solo.
Si sa che spesso accade che quando ci inoltriamo in un sentiero con l’intento di esplorare, capita che iniziamo a trovare tante altre cose.

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Non è da adesso che seguo portali divulgativi di scienza, medicina e tecnologia.
Ho una personale ossessione che nutro da anni: la progettazione per gli altri.
Ed essendo anche affascinata dalle possibilità del futuro, sono inevitabili le personali scorribande conoscitive nel mondo della tecnologia e della robotica (scrivendone qui sul blog, a più riprese).

E grazie a questa esplorazione e contaminazione di aree al limite del caos, ho scoperto (e seguo sempre con grande attenzione) il sito “La medicina in uno scatto” (date anche una occhiata alla sua pagina Facebook, sempre molto interessante) che non molto tempo fa ha pubblicato un post su un interessante profilo Instagram relativo ad un progetto fotografico: ScrubNurseArt.

Un esperimento inconsueto e – per alcuni scatti – un po’ forte (ma comunque sempre trattato elaborando/editando le immagini per dare loro una connotazione pittorica).

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Un modo di condividere, comunicare e raccontare attraverso vari linguaggi ed espressioni artistiche (in questo caso la fotografia) la complessa realtà della Sala Operatoria.

E se qualcuno può avanzare qualche dubbio e/o perplessità, mi domando (e gli/le domando): quale è la differenza tra uno scatto di questo progetto ed un quadro Rembrandt?
Entrambe rappresentano un certo tipo di realtà.
Veicolano delle informazioni, documentano qualcosa e raccontano delle storie.

Forse la pittura è meno realistica della fotografia perché filtrata dall’occhio e dalla mano di chi osserva e riproduce graficamente.

Ma forse anche la distanza temporale gioca un ruolo fondamentale: Rembrandt e le sue opere sono “là in fondo”, perse in un tempo lontano che noi conosciamo solo attraverso tele, affreschi e disegni. Di cui nessuno di noi è stato testimone (per ovvie ragioni…)
(E ancora più “in fondo nel tempo” sono le tavole anatomiche di Leonardo da Vinci, per citare un altro protagonista che tanto ha maneggiato la materia.)

Forse le tecniche rappresentazionali e la distanza temporale collaborano a togliere forza emotiva. A noi che siamo qui oggi.
Ma anche le tecniche rappresentazionali sono veicoli di espressione che funzionano molto bene nel presente: per narrare, elaborare e divulgare.
Testimoniando e aprendo una finestra su altre realtà.

Checklist e complessità

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Immagine tratta da http://www.wbur.org

Il signore nella foto si chiama Atul Gawande e sulla corposa pagina in italiano di Wikipedia, viene descritto come “medico, chirurgo e giornalista statunitense”.

Non sapevo chi fosse fino a qualche settimana fa quando – grazie ad uno scambio di informazioni su libri con la psicoterapeuta “in forze” all’Hospice il Tulipano e alla Terapia Intensiva del Blocco Dea di Niguarda – lei ha semplicemente chiesto: “E lei conosce Gawande?” [Io le avevo appena segnalato l’ultimo lavoro di Yalom, “Diventare se stessi”].

La prima reazione al nome è stata (tra me e me): “Ossignore… non sarà mica qualche libro spirituale sulla elaborazione del lutto…!”  (complice il nome dell’autore che mi ha fatto pensare ad un “guru spirituale”).
Però – bypassando il “check-point mentale” – sono andata su Google prima, e su Amazon poi, facendo una rapida ricerca e scoprendo qualcosa di straordinariamente affine a ciò che mi interessa da tempo (e al “percorso di elaborazione e ricerca” che sto facendo).
[Mi resterà il dubbio su come sia stato possibile che il suggerimento abbia intercettato con così grande precisione – stile cecchino – argomenti che mi interessano da ben prima di quel che accaduto quasi cinque mesi fa, già ai tempi della progettazione e ristrutturazione di alcune Terapie Intensive.] 

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E’ stato immediato l’acquisto dei libri in foto (editi da Einaudi) ed è stata altrettanto immediata la lettura di uno di essi: Checklist. Sollecitata dalla quarta di copertina che ha ulteriormente accresciuto la mia curiosità.

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Infatti “Checklist” si è rivelato un libro molto interessante, a carattere interdisciplinare.

Perché racconta della ricerca (fatta dall’autore) e della divulgazione delle checklist in ambito ospedaliero, aprendo (a te lettore) una finestra sul mondo ad alta complessità di reparti critici quali il Blocco Operatorio e la Terapia Intensiva (sono rimasta impressionata dal numero medio di operazioni – intese come mansioni – che vengono fatte quotidianamente su un paziente ricoverato in ICU [Intensive Care Unit]: 178… un numero inimmaginabile… vuol dire una medicazione, somministrazione, prelievo, monitoraggio, ecc. ecc. ogni 8 minuti circa).

Ma la cosa ancor più interessante è la “contaminazione conoscitiva”: Gawande non si ferma al mondo sanitario (che ben conosce), bensì esce dal suo perimetro operativo e va a vedere cosa fanno gli altri.
Dove gli “altri” sono ambiti altrettanto ad alta complessità: il mondo delle costruzioni e – specialmente – il mondo della aeronautica civile (dove i tempi di reazione a possibili criticità devono essere molto più rapidi rispetto a quello delle costruzioni nel quale, invece, la fase di progettazione e costruzione ha tempistiche molto diverse e temporalmente dilatate).

Ne risulta un libro dal taglio divulgativo e avvincente. Incalzante nella narrazione di alcuni episodi (su Spreaker ho caricato un podcast dove leggo l’incipit del libro).
Utile non solo per gli addetti ai lavori, ma anche (e forse soprattutto) per chi osserva dal di fuori questo mondo che può risultare incomprensibile e/o traumatizzante (quando ci entri in contatto per “cause di forza maggiore”).
Ed altrettanto utile per chi svolge professioni ad alta complessità, dove può offrire qualche spunto di riflessione per “fare andare meglio le cose” (come recita il sottotitolo).

E a prova della interdisciplinarità dell’autore (e della validità della interdisciplinarità in sé, con tutti i rischi che comporta), è di qualche settimana fa un articolo (in inglese) pubblicato su Forbes dove si dà notizia della sua nomina a CEO della (futura?) “istituzione sanitaria” creata da Amazon, JP Morgan Chase e Berkshire Hathaway:

Why Atul Gawande Will Soon Be The Most Feared CEO In Healthcare

Chiudo questo post con il link al Talk che Atul Gawande ha tenuto al TED 2012, nel quale condivide l’idea su come si può migliorare il mondo medico e della cura (sottotitoli in italiano disponibili).

 

Narrando terapie

©Pixabay

Questo post si presterebbe ad una lunga riflessione sulla bontà della lettura non solo in termini ludici o informativi, ma anche in termini terapeutici.
E non mi sto riferendo solo alla Biblioterapia (una disciplina frutto della fusione – come dice il termine stesso – della terapia, nella accezione psicologica del termine, con la lettura di specifici libri suggeriti da specialisti), ma anche agli incontri “casuali” con testi che “ti capitano” e che si rivelano essere adatti a superare momenti complessi che ci si trova ad attraversare.

Ma cercherò di raccontare solo della mia recente lettura di due libri che mi hanno aperto un mondo (da un lato) e stanno facendo la differenza (dall’altro lato).

Il mio “incontro letterario” con Irvin D. Yalom risale a qualche anno fa.
In un momento in cui ero stufa di leggere manuali di crescita personale.
In un momento in cui cercavo stimoli per fare “quel passo in più”, ma non riuscivo a trovare nulla che mi coinvolgesse a sufficienza.

Ed un giorno, aggirandomi tra gli scaffali di una Feltrinelli, mi cadde l’occhio su “Il problema Spinoza”.
Incuriosita, lo presi e me lo rigirai tra le mani (la sensazione tattile dei libri di carta, in particolare quelli con la copertina morbida, che sembrano ancora più malleabili… adattabili a te e alla tua mano).
Lessi la trama e la curiosità aumentò.
Decisi così di acquistarlo, iniziai quasi subito a leggerlo e fu una epifania.

In breve venni coinvolta ed assorbita dalla storia.
Diventò uno di quei libri per i quali non vedi l’ora di trovare briciole di tempo per poterli leggere.

Ma c’è di più: mi resi conto che le parole mi emozionavano e – talvolta – mi disturbavano in modo inconsueto.
E solo allora andai a leggere le righe che raccontavano dell’autore, scoprendo che si trattava di uno psichiatra.
Il mio primo pensiero fu: “Ecco perché!”
“Ecco perché le sue parole mi coinvolgono così tanto!”, pensai.
Il suo modo di narrare era diverso.
Era qualcosa di sottile che si insinuava e lavorava in background in me che leggevo.

Avevo scoperto un nuovo autore (nuovo per me, perché parlando con amici mi resi conto che era ben noto e – anzi – ricevetti suggerimenti di altri suoi titoli).
Ma soprattutto avevo scoperto una nuova narrativa.

Passò il tempo, lessi altri libri.
Di recente rincontro Yalom.

Non ricordo se e come sono stata “catturata” da “Diventare se stessi”.
Forse – molto semplicemente – ho visto il suo nuovo libro e l’ho comprato a scatola chiusa, forte dell’esperienza positiva, scoprendo solo dopo che era adatto per questo momento. Leggendo un’autobiografia ricca di spunti di riflessione.
Una storia di una vita piena (e non priva di difficoltà), pregna di conoscenza e che invita alla riflessione. Narrando.

Già, la narrazione.
Uno strumento potente per trasmettere conoscenza e sapere.
Capace di arrivare dritto al cuore e alla mente di chi ascolta.
E – nel mio caso – uno strumento importante per affrontare un momento complesso, di transizione.
Di grande aiuto alla comprensione della serena inevitabilità che trasmette.

Ma gli incontri (ed i secondi incontri) non finiscono qui.

“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks è l’altro libro che ho incontrato in questa fase della vita.

Qui si è trattato anche di una rappacificazione con l’autore perché il primo approccio con Sacks fu piuttosto “complesso”: “Zio Tungsteno” mi fu caldamente consigliato diversi anni fa da Giorgio Antonelli (autore del bellissimo – e temo ormai introvabile – libro “La ballata della luce”), che intervistai per la rivista “Casa 99idee”.
Accettai con entusiasmo il consiglio ma la lettura fu assai difficoltosa: un trattato di Chimica in forma narrativa, con tanto di tavola periodica e complesse dissertazioni.
E vista la mia “allergia” alla materia (al liceo presi anche un 3 durante un compito in classe), terminai faticosamente la lettura, giurando a me stessa: “Mai più!”.

Invece – a distanza di anni – mi sono ritrovata a leggere con grande attenzione e commozione il libro di cui avevo sempre sentito parlare un gran bene, ma che per esperienza pregressa non osavo avvicinare (a differenza di Yalom).

E se con Yalom ho assaporato (e continuerò ad assaporare, leggendo altri suoi testi) la contaminazione di generi, lasciandomi trasportare da storie che trasmettono anche contenuti psicologici generatori di riflessioni, con Sacks ho scoperto cosa è la “medicina narrativa”.

La delicatezza ed il sentimento espresso nella narrazione dei “casi clinici”, che sono visti, raccontati e considerati soprattutto come persone con una loro storia, mi ha avvolto e trasportato lungo le pagine del libro.
Generando empatia verso questi protagonisti sfortunati.

Due libri capitati al momento giusto, capaci di confortare, informare, far comprendere e far riflettere.
Capaci di aprirmi a nuovi ambiti di conoscenza, aiutandomi ad attraversare una fase complessa con il giusto e delicato equilibrio tra scienza, emozioni e narrazione.

Ecco, forse è proprio questo che io considero lettura terapeutica: tu (e le tue emozioni) con il libro giusto in grado di accompagnarti e sostenerti.

Chiudo questo post con una “nuova abitudine” che vorrei mantenere.
Due tracce audio caricate sul mio profilo Spreaker inaugurato da poco, relative alla lettura dei due incipit dei libri qui raccontati:

Diventare se stessi

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Buon ascolto. E buona lettura.

[Nelle foto in basso: da sinistra a destra, Irvin D. Yalom (©BrainPickings) e Oliver Sacks (©Pinterest)]

 

 

Due libri importanti

Sono una strenua sostenitrice della lettura come mezzo per evadere, informarsi, conoscere e anche per trovare conforto e senso in momenti complessi.

E spesso i libri hanno segnato momenti importanti nella mia vita.
Due su tutti mi sono accaduti generando cambiamenti: il primo fu “Come ottenere il meglio da se stessi e dagli altri” (scritto da Anthony Robbins), il secondo fu “Shantaram” (di Gregory David Roberts, di cui possiedo anche il seguito – “L’ombra della montagna” – che però non ho ancora letto).
Il primo mi capitò per puro caso e diede inizio ad una nuova fase della mia vita, disegnando una via di uscita da una situazione professionale e personale altamente critica.
Il secondo capitò durante una estate un po’ così, durante la quale stavo trascorrendo le vacanze da sola: “Shantaram” fu un viaggio non solo nelle vicende del protagonista, ma anche all’interno della sottoscritta che leggeva la storia.

E ultimamente ho incontrato altri due altri libri molto importanti.

Importanti per il periodo nel quale sono capitati.
Importanti per il contenuto.

Curare sulla soglia della vita” l’ho incontrato nel momento in cui ho fatto una ricerca online sull’Hospice nella quale mia mamma sarebbe stata trasferita di lì a breve.

L’Hospice “Il Tulipano”: la struttura dell’Ospedale Niguarda che accoglie malati terminali (che hanno iniziato il “percorso di fine vita”, per citare la dottoressa palliativista con la quale approcciammo la fase) affetti da patologie degenerative di tutti i tipi (cardiache, neurologiche, tumorali…) incurabili.

Appena lessi del libro (di difficile reperimento, essendo stato scritto nel lontano 2009, e di non facile divulgazione), lo acquistai “al volo” su Amazon con l’intento di leggerlo in pochi giorni per prepararmi al trasferimento della mamma.
L’obiettivo era cercare di conoscere e capire di più di questa struttura, andando oltre le informazioni reperibili sul portale dell’Ospedale Niguarda e quelle avute durante i colloqui preparatori.

Chiaramente il costante, inesorabile e permanente riordino delle priorità di quei giorni resero impossibile leggerlo secondo i miei progetti.
E fu meglio così.
Perché se lo avessi letto prima, è molto probabile che avrei vissuto quella breve esperienza molto peggio di come l’ho vissuta in realtà.

L’ho comunque letto dopo.
A “vicenda” conclusa.
Ed è stato un viaggio letterario e conoscitivo molto interessante.

È la storia della nascita di questa struttura.
La storia del progetto e della sua messa in marcia.
Narrata attraverso la voce dei suoi protagonisti: il responsabile, la psicoterapeuta, il personale medico e gli infermieri.
Raccontando della nascita del team di lavoro, del processo personale e collettivo di costruzione della identità come singoli e come gruppo di lavoro.
È un viaggio intenso e istruttivo dentro una delle strutture forse più particolari all’interno di un percorso di cura: un luogo che rappresenta (per come la vedo io) una stazione, un’area di attesa, dove si attende di intraprendere un “nuovo viaggio”.

Non è un libro facile, lo riconosco.
Ma è un libro necessario. E importante.
Scomodo per certi aspetti, ma di grande interesse.

Il secondo testo (“Turno di parola“) invece l’ho incontrato attraverso un articolo condiviso qualche giorno fa via Facebook, non mi ricordo più da chi (purtroppo!): “Per fare i medici rianimatori in una Terapia Intensiva pediatrica ogni tanto bisogna urlare“.

Un piccolo libro di una intensità e delicatezza incredibili.
Un piccolo libro costruito dalle voci narranti dei rianimatori della Terapia Intensiva Pediatrica De Marchi, moderati da una psicologa di supporto.

Voci narranti che giorno-dopo-giorno raccontano (nell’arco di una settimana tipo) sensazioni, pensieri, esperienze, storie piccole e grandi, vittorie e sconfitte.

Un libro che ti entra sotto pelle e ti porta con sé dentro un reparto che già di per sé è un ambiente di confine (dove tutto sembra muoversi e svolgersi in un tempo al di fuori del normale tempo che viviamo nella quotidianità), ma che in questo caso è ancora più “limite” perché i pazienti sono speciali: sono bambini.
Una situazione (quella dei bambini in Terapia Intensiva) che non pensi possa (e debba) esistere.

Ed è stato inevitabile per me ripensare ai rianimatori (e al personale) che ho incontrato nella Terapia Intensiva del Blocco DEA Niguarda.
Nonostante la situazione, non sono state poche le volte che – osservandoli – mi sono domandata come si possa lavorare in un ambiente simile e cosa spinge una persona a fare un lavoro così intenso.

La stessa domanda che mi sono fatta osservando (per pochi giorni) i medici e gli infermieri che lavorano in Hospice: situazione diversa rispetto alla turbolenza di una Terapia Intensiva, ma comunque altrettanto emotivamente e psicologicamente intensa.

Ecco perché considero questi due libri così importanti.
Due testimonianze che dovrebbero avere – a mio avviso – una maggiore divulgazione.
Per aiutare a capire e per gettare uno sguardo controllato e filtrato (grazie alle pagine scritte) in realtà che difficilmente accettiamo e concepiamo.

Una ulteriore conferma (se mai ce ne fosse bisogno) che i libri sono un insostituibile veicolo di conoscenza e di crescita.
Dove la conoscenza – ed il sapere – sono un grande supporto utile alla comprensione (e accettazione) di eventi, vicende e situazioni che altrimenti potrebbero essere difficili da capire.