Stare sui social (2023)

Probabilmente sto invecchiando… anzi, sicuramente sto invecchiando (l’anagrafe è abbastanza implacabile e inesorabile su questo, ma anche i neuroni contribuiscono attivamente alla questione)…
Fatto sta che ultimamente sono:

  1. In crisi da produzione di contenuti
  2. Intollerante da fruizione di contenuti

Detta in parole povere, mi chiedo se ha ancora senso (per me) stare sui social network. Sia in modalità attiva che in modalità passiva.
E – last but not least – su quale social stare (se voglio continuare a starci).
Non so se sono la sola a fare questi ragionamenti oppure se sono in buona compagnia (credo la seconda perché, leggendo in giro e parlando con persone, avverto una certa fatica sul tema), ma questo è.

Ha senso continuare a stare su Linkedin?

Complice l’inaspettato riconoscimento di un anno fa come “LinkedIn Top Voice”, è scattata nella mia testa l’ansia da prestazione (“Oddio, cosa pubblico oggi?”, “Oddio, cosa posso scrivere sul tema per cui mi è stato dato il riconoscimento?”, “Oddio,… [da completare a piacere]?”).
Ed è stato vuoto pneumatico (quasi una paralisi intellettiva) e (successivo) scoraggiamento per bassissima interazione (a parte la spinta iniziale arrivata dal riconoscimento). Unita all’osservazione su altri di un’autoreferenzialità abbastanza prevedibile visto che l’obiettivo primario dello stare sulla piattaforma è farsi notare dai recruiter e vendere i propri servizi.
Quindi se dovessi rispondere alla domanda “ha senso continuare a stare su LinkedIn?”, in questo momento (mentre sto scrivendo queste righe) risponderei di no. Per me che ho una tendenza più conversazionale, potrei farne tranquillamente a meno oppure limitarmi a fare manutenzione al profilo.
Se però – come ho fatto qualche settimana fa – metto in pausa il profilo, scomparendo dai radar, scatta nella mia testa la sempreverde “sindrome F.O.M.O.” e dopo 24 ore mi trovo a riattivarlo.
E così mi trovo ad oscillare tra il “chiudo” e il “mantengo passivamente (che non si sa mai, dice la F.O.M.O.)”.
I dubbi e le perplessità permangono, e mi è risuonato molto il post recente di una persona che seguivo che annunciava la chiusura del suo profilo per (sintetizzo) “inutilità”.
E visto che penso di avere uno spirito più conversazionale (per lo meno online) potrei concentrarmi su Facebook…

Ha senso continuare a stare su Facebook?

Conosco diverse persone che se ne sono andate da Facebook, approdando sul su citato LinkedIn o prediligendo Instagram.
Con Facebook ho un rapporto decisamente meno perplesso di quello che ho LinkedIn.
Su Facebook ho conosciuto persone interessanti, ho avuto conversazioni altrettanto interessanti, ho avuto modo di conoscere (e partecipare) ad eventi interessanti… Ma…
Ma col tempo (forse complice l’algoritmo, non so… o forse complice la mia succitata anzianità incipiente associata a sfinimento intellettivo e abbassamento del livello di tolleranza) è diventato faticoso.
Negli ultimi tempi ancora di più.
Le discussioni si fanno sempre più sfiancanti. E lo sfiancamento è maggiore per l’assenza di canali fondamentali di comunicazione quali – per esempio – quello visivo, uditivo, di tono di voce, ecc. ecc. che compensano modi di scrittura che paiono un po’ aggressivi.
Il “non si può più dire niente” si è impossessato della sottoscritta che ha delle riflessioni su temi corposi che vorrebbe condividere, ma che tiene per sé (o per conversazioni in presenza) vista l’alta reattività dell’ambiente digitale in questione (mi riferisco a temi quali la Parità di Genere, i Femminismi, i Linguaggi, la Body Positive… tutti temi “incendiari” capaci di scatenare reazioni sanguigne che poi ti tocca gestire con fatica).
E quindi, che faccio?
Anche qui non ho una risposta certa, ma sta prendendo piede l’idea della “modalità Lurker”…

E Instagram?

Instagram è forse ancora un’oasi nella quale riesci a gestire ciò che vedi (a parte il disastro di post suggeriti e sponsorizzati secondo profilazioni talvolta assai stravaganti e che si tramutano in disturbi della tua timeline) ed è – in questo momento – la migliore soluzione per me.
Anche se si sta insinuando una sottile noia che credo (e spero) di poter sanare con una sistemazione della lista di chi seguo (c’è sempre la questione della educazione dell’algoritmo, talvolta un po’ gnucco nel comprendere che certi argomenti non mi interessano).
Qui mi riservo qualche ulteriore riflessione a seguito dell’imminente riordino funzionale agli obiettivi di fruizione della piattaforma, anche se sento diminuire la pulsione ad aprire e “scrollare il feed” per una certa uniformità di contenuto.

E gli altri social?

Qui ho alcune certezze (una per la verità) e qualche dubbio valutativo.

La certezza che Tik Tok non è il social che fa per me. Per lo meno in modalità attiva (alla tenera età di 55 anni non mi vedo a fare balletti strani davanti all’obiettivo dello smartphone, e poi c’è la questione della iper-compressione del tempo di divulgazione di contenuti che non sono capace di gestire).
Telegram: un social che ho, sul quale seguo alcuni canali e che mi dimentico sistematicamente di consultare. Ma che è interessante per la modalità di fruizione e sul quale mi riservo sempre di approfondire di più (non è escluso che nell’imminente non apra un canale sul quale condividere gli articoli di questo blog e altri contenuti).
Twitter/X: ho un account ma lo frequento pochissimo. Mi è utile per avere aggiornamenti in tempo reale sul traffico ATM (l’azienda dei trasporti milanese), ma per il resto poco altro. Anche perché talvolta intercetto risse digitali davanti alle quali quelle su Facebook impallidiscono. Sono sempre lì-lì per chiudere l’account ma poi mi trattengo causa sindrome F.O.M.O. (che prima o poi sconfiggerò).
Substack e Medium: se la prima la seguo (a spizzichi e bocconi), la seconda – dopo un periodo nel quale ci ho anche scritto sopra – l’ho abbandonata pur avendo l’applicazione sullo smartphone (utile per la segnalazione su altre piattaforme di pubblicazione di articoli interessanti). Non le ritengo fondamentali (per me, per ora).
Flickr: Flickr è il mio cloud di foto. Ma non un cloud disordinato, no. E’ un luogo di archiviazione sul quale – nel tempo – ho caricato tantissime foto (organizzandole in album) e, anche se interagisco poco, resta un posto nel quale condivido ciò che vedo. Senza parole, solo con immagini che – proprio perché so essere destinate a questa piattaforma – curo con maggiore attenzione. Lasciando a chi le guarda le proprie considerazioni e suggestioni.
You Tube: il caro e vecchio You Tube, una specie di bisonte digitale che placido avanza ruminando dati e traffico. Ho un canale nel quale pubblicavo con una certa regolarità dei video, mentre oggi è un po’ più fermo. Ma non lo chiudo complice anche quello che mi disse un amico: il rilascio dei suoi dati nel web è più lento rispetto ad altre piattaforme mordi e fuggi, con una conseguente buona indicizzazione dei contenuti. E poi non è detto che non pubblichi altri video in futuro.

Una questione di tempo

Forse tutta questa lunga digressione ha un comune denominatore: il tempo trascorso su queste piattaforme. Che – per quanto mi riguarda – tende a scendere a favore di fruizione di contenuti specifici su siti web, fuori dal recinto dei social media che stanno diventando (nella mia testa) una sorta di finestra di ciò che c’è all’esterno (l’esatto contrario dell’obiettivo di questi medium: tenerti dentro il loro recinto digitale), imparando a trovare e seguire le tracce contenute nei post.

Una questione di modalità

E poi c’è la questione della modalità.
Quella modalità che passa sotto il nome di Lurker:

Il lurker è un soggetto che partecipa a una comunità virtuale (una mailing list, un newsgroup, un forum, un blog, una chat) leggendo e seguendo le attività e i messaggi, senza però scrivere o inviarne di propri, non rendendo palese la propria presenza, o perché non lo reputa necessario, o perché non lo desidera […] – Fonte Wikipedia

Una modalità silenziosa: l’esserci sì ma sotto tono.
Osservando, valutando e pubblicando se e quando si ritiene utile (quindi senza essere ostaggio degli algoritmi sempre più demanding).
Rivedendo il proprio rapporto con questi mezzi che stanno scrivendo un pezzo importante della storia della comunicazione e del linguaggio.

Quindi “ha senso stare sui social”?

Arrivata alla fine di questo articolo forse la risposta è sì, cambiando modalità.
Cambiando il personale rapporto con queste piattaforme che sono degli strumenti e – come tutti gli strumenti – la bontà (o meno) dipende dall’utilizzo che se ne fa.
Sperimentando nuove piattaforme
Rivalutando la modalità blog-centrica sulla quale – in passato – avevo nutrito dei dubbi.
Consultando con cognizione di causa.
Pubblicando con cognizione di causa.
A favore – forse e si spera – di una maggiore qualità.
Con buona pace degli algoritmi.
E priorità ai propri obiettivi.

[Foto di NordWood Themes su Unsplash]

Da che parte vado? Errando tra social…

Buonasera!

Questo post ha un po’ del “flash post” sclerotico del lunedì, delle righe scritte in fretta e furia per tentare di fissare un ragionamento in costante e continua mutazione, cercando di trovare il bandolo della matassa. Quale il web – per me – ormai è.

Ebbene vado a scrivere a ruota libera…

LinkedIn

Metti che stai leggendo il libro “LinkedIn per aziende professionisti” di Francesca Parviero e Antonella Napolitano: un libro che hai iniziato con curiosità e senza particolare convinzione, ma che – procedendo nella lettura – ti ha catturato e ti è servito (ti serve) per sistemare e migliorare il tuo profilo sul social network business.

E metti che questo libro ti diventa utile per imparare ad apprezzare sempre più questa “piattaforma” che avevi trovato noiosa sino a ieri.

Così scopri ed inizi a muovere i primi passetti in Lynda, diventando (tossico)dipendente del Social Selling Index (che i primi giorni  consulti compulsivamente), scrivendo qualcosa in più su Pulse

Instagram
Lo status che ho pubblicato ieri su Instagram/Facebook dopo qualche ora di esplorazione delle piattaforme di elearning

E pensi che – finalmente, dopo tanto vagare – sei arrivata alla quadratura del cerchio. Pensi di avere trovato un (tuo) giusto equilibrio nei canali di comunicazione, abbastanza ben ripartito tra immagini e parole, con un tono di voce adatto… (forte anche della perplessità – e del timore – che ti aveva suscitato una immagine condivisa su Facebook qualche settimana fa).

E invece no…

Settimana scorsa leggi questo articolo: Introducing a WordPress Plugin for Instant Articles (su Ninja Marketing un approfondimento in italiano: Facebook e Automattic: presto il plugin WordPress per Instant Articles). Scoprendo che WordPress (partner di Facebook in questa impresa) renderà disponibile entro metà aprile un plugin che favorirà la diffusione e l’accesso direttamente da Facebook degli articoli pubblicati sulla piattaforma di blogging più diffusa (una funzione che FB stava già sperimentando da alcuni mesi con alcune testate giornalistiche – qui un articolo di quasi un anno fa). Consentendo a tutti coloro che hanno un sito/blog su WordPress di utilizzare questo sistema per diffondere meglio i propri contributi.

Contemporaneamente ti accorgi che sulla timeline di LinkedIn si sta chiacchierando sul fatto che ultimamente LinkedIn sta diventando come Facebook (ossia sta perdendo i suoi connotati business, “a favore” di condivisione di contenuti a base di gattini, frasi motivazionali, foto provocanti di fanciulle, e via così…).

Ci ragioni attorno tra te e te, arrivando ad una tua (prima) conclusione (che sai già non sarà l’ultima…):

LinkedinFacebook

Ed in coda al post decidi di condividere un approfondimento (frutto anche di riflessioni nate dalla lettura dei commenti delle persone che hanno condiviso un pensiero sulla diatriba in corso):

Commento FB

Ma – come accennavo poco sopra – non è finita qui.

Le conversazioni sul tema continuano, e stamattina leggo – sempre su LinkedIn – un post di Rudy Bandiera: Linkedin è il nuovo Facebook! Anzi, è la parte PEGGIORE di Facebook. Titolo che scuote, contenuti che fanno riflettere.

Ed una cosa mi colpisce particolarmente: nel confrontare e ragionare attorno ai due social network, l’autore definisce Facebook come un social network pop (con tutti i pregi e difetti che questo comporta). Cosa che effettivamente LinkedIn non è.

pop-5
Immagine tratta dal sito The Freak

Immediato per me il rimando alla Pop-Art e al celebre aforisma di Andy Warhol:

Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti.

Ma in questo scrivere a ruota libera, durante il quale faccio fatica a tenere il filo del discorso, non voglio perdermi in una dissertazione attorno alla identità di Facebook.

Piuttosto vorrei riuscire a fermarmi un momento per cercare di capire da che parte andare.

Dove vado
Immagine tratta da LunaBulla (Tumblr)

Sì, perché a questo punto mi sorge una domanda che mi fa tornare sui miei passi.

Se inizia ad esserci una omologazione (un allineamento) della comunicazione tra vari social network (nello specifico LinkedIn e Facebook), che senso ha seguirli tutti?

Per esempio che dire della ipotesi che Twitter possa eliminare il limite dei 140 caratteri (suo carattere distintivo): Twitter toglierà il limite dei 140 caratteri?

A questo punto non mi conviene prediligerne uno, usando gli altri solo ed esclusivamente come strumenti di condivisione passivi (per la molto prosaica indicizzazione), infischiandomene dei must do martellanti di esperti del settore? (Condividere quindi automaticamente i post del blog, che personalmente ho rivalutato dopo un periodo di riflessione ed esplorazione di altri media.)

Tutto questo, ricordandomi quello che avevo letto sulla presenza online e che si può sintetizzare più o meno così: “Ognuno ha il suo social di elezione, più adatto al proprio modo di essere e narrarsi.” (Leggasi: non è necessario essere ovunque)

Che fare, quindi? Andiamo avanti.

Surfando nel web, gestendo contemporaneamente l’identità digitale e professionale, la comunicazione del proprio brand (di quello che sei e che sai fare) e lavorando sulla creazione della nicchia.

E – per non farsi mancare nulla – di seguito altri articoli che anticipano e aprono altri scenari:

Buona settimana!

 

“Lavoro e carriera con LinkedIn” – Luca Conti

conti-lavoro-e-carriera-con-linkedin-leggera

Non amo particolarmente LinkedIn. Lo trovo piuttosto noioso.

Però, avendo un profilo aperto e semi-abbandonato da un po’ di tempo, mi sono messa d’impegno e mi sono letta il libro di Luca Conti.

Ben illustrato, è utile per chi si avvicina per la prima volta a questo social network destinato al business: è diviso per sezioni e ti accompagna passo-passo nella creazione del profilo e nella sua implementazione e gestione. Ha inoltre una seconda parte dedicata ai profili aziendali, alla spiegazione del profilo Premium, all’utilizzo per cercare candidati e cercare lavoro, ecc. ecc..

Però, nonostante il buon lavoro dell’autore abbia ri-acceso la mia attenzione, su alcune questioni sono rimasta perplessa.

Le elenco di seguito, così come le ho incontrare procedendo nella lettura.

I gruppi: ricordo benissimo perché questo social network ha iniziato a stancarmi. Partecipavo a delle discussioni, ma dopo un po’ leggere i commenti e le dissertazioni simil-dotte, infinite e sfiancanti, mi hanno fatto passare la voglia di intervenire ed interagire.

E mentre leggevo come gestire il networking all’interno dei gruppi, mi è sorta una domanda: “Ma i super-manager passano il tempo su LinkedIn a discutere nei gruppi, gettando serenamente il proprio tempo dalla finestra?… Oppure hanno così tanto tempo a disposizione da poter dialogare su Twitter?…

Numero di contatti: in merito alla estensione della rete, viene asserito – neanche in modo così velato – che avere una media di 300 contatti è una cosa miserrima e che bastano 3 settimane per arrivarci…

Con buona pace del famoso numero di Dunbar… (Ed io – per la cronaca – ho 280 contatti, raccolti in due anni circa…).

Vengono così suggeriti alcuni sistemi per incrementare la propria rete: per come sono fatta io (che ho una crescita lenta che sottopongo a costante controllo) li ho trovati dallo stile un po’ competitivo, “pushy” e leggermente ansiogeno. Uno stile che mi ha fatto tornare in mente un altro testo che mi sono vista passare davanti e che recava nel titolo la parola “ipercompetitività”… una keyword (inevitabile) che mi fa scappare a gambe levate….

Dal mio punto di vista una sorta di innalzamento dei livelli di testosterone di “rampantiana” memoria…

E mi sono posta un’altra domanda: ma se io sono agli inizi, o sono uno studente, qualcuno mi spiega oggettivamente come faccio a mettere assieme 300 contatti in un battibaleno, avendo come priorità la fiducia e la solidità del contatto (che incide sulla reputazione)?

Le segnalazioni: a me non passerebbe mai per la testa di chiedere una referenza  a qualcuno da poter scrivere sul mio profilo. Lo so, è una mia miopia.

O nasce spontaneamente, oppure mi suona tanto di mercato delle menzioni d’onore… (e vedo alcuni [non tutti] profili le cui numerose segnalazioni mi fanno pensare facenti parte di un mercato [io dò una cosa a te, tu dai una cosa a me] che non incide nell’innalzamento della reputazione, bensì il contrario…)

Dove sta il “purismo” tanto perorato sull’uso cautelativo e corretto di questo “social business”?

E nel mentre procedo nella lettura del testo, mi capita di leggere questo articolo: LinkedIn si fa più social e scopre le menzioni.

Sulle nuova strategia delle “menzioni” (simili ai tag di Facebook e di Google) mi sorge spontanea una terza domanda: come mai questa scelta? Come mai questo cambio di strategia ibridato con altri colossi del web? (Visto che LinkedIn è sempre stato proposto come il social per fare business…)

Comunque, dopo una prima ampia parte di spiegazione dedicata alla creazione del curriculum/profilo completo (e su questo ti viene comunque in aiuto LinkedIn stesso, che ti guida passo-passo nel completamento della tua pagina), il libro passa ad una seconda fase dove spiega (in modo abbastanza dettagliato) le molte funzioni, applicazioni e altro che il “social business” mette a disposizione.

Qui, almeno per me, è stato il momento di prendere appunti. Infatti mi sono resa conto che molte cose erano a me totalmente sconosciute.

Interessanti gli spunti sulle Applicazioni.

Un esempio: Reading List di Amazon. Per me – che leggo tanto e condivido le riflessioni che scaturiscono dalla lettura dei libri – poteva essere una utile applicazione da condividere sul profilo (visto che ho un account su Amazon). Ma purtroppo, con i recenti aggiornamenti del social network, l’applicazione non è più supportata.

Altre Applicazioni interessanti sono MyTravel (da dedicare solo ai viaggi di lavoro) ed Eventi (da dedicare agli eventi di tipo lavorativo).

Questa parte l’ho trovata già più confacente ad un discorso di tipo manageriale (così come le Domande, simili alla medesima funzione di Yahoo): mantieni vivo il tuo profilo, e non perdi tempo in discussioni (a volte sterili ed inutili) all’interno di gruppi dove i vari soggetti coinvolti fanno a gara a chi scrive cose più intelligenti.

Comunque il libro ha sortito il suo effetto: progredendo, dopo una partenza scettica e – a tratti – fastidiosa, ho iniziato a dedicare a LinkedIn un po’ più di attenzione. Per lo meno sto tentando di farlo.

Ed il cimentarsi seriamente in questa impresa richiede tempo e testa. Soprattutto un cambio di mindset non indifferente: LinkedIn richiede un atteggiamento mentale fortemente manageriale. Sostanzialmente diverso da altri social network.

Studiandolo, e continuando l’esplorazione del mondo del web (del quale continuo a considerarmi una neofita), mi è tornata in mente una affermazione che girava spesso ai tempi del curriculum cartaceo: “Cercare un lavoro è un lavoro“.

Beh… Saranno cambiati i tempi, ma questa affermazione resta – oggi più che mai – valida.

Cambiano i termini utilizzati, ma il significato di fondo resta e – anzi – diventa più complesso.

Riguardo a LinkedIn se poi, ad un esame più approfondito, ci si rende conto che non vi è affinità (come dice un amico, “ognuno ha il social network di preferenza” per capacità espressiva, struttura, uso…), si può sempre (si deve, ormai è un “must” esserci) mantenere curato ed attivo il curriculum, prediligendo altri canali per networking a sé più confacenti.

Concludo le riflessioni e le considerazioni, constatando che il web si evolve molto velocemente;  non so fino a che punto ha senso continuare a scrivere libri che spieghino il funzionamento di determinati social network. Infatti questo testo è già – per alcuni aspetti – superato: alcune funzioni illustrare nel libro non sono più attive (Reading List di Amazon, citata precedentemente per esempio).

Sicuramente sono utili dei libri che illustrino le varie realtà digitali, per sommi capi. Ma la domanda che sorge spontanea è: quanto possono e devono essere approfonditi questi testi? Se poi vengono ampiamente superati dalla metamorfosi rapida di queste entità algoritmiche?

Forse conviene prendere in considerazione una trattazione degli argomenti più “generica”, supportando con riferimenti audio-video collegati che possono essere aggiornati con maggiore rapidità…

Non so, è una idea…

Lezioni di Personal Branding

Oggi ho avuto il piacere di seguire il primo di una serie di corsi della durata di un giorno, organizzati di Extraordinary (www.extraordinary.it).

Argomento della giornata il Personal Branding, trainer ospite Luigi Centenaro (www.personalbranding.it e www.centenaro.it).

E’ stata una opportunità unica per sentire dalla viva voce di un esperto (Luigi) il “racconto” dei misteri del web (per me c’è ancora tanto di misterioso, visto che mi considero ancora una neofita), del networking, delle modalità di comunicazione ed espansione dell’universo virtuale.

E’ anche stata una forte spinta a ri-organizzare l’identità del web, sottoponendomi ad una sorta di self-coaching per capire chi sono, cosa voglio fare e cosa voglio comunicare con il mio blog, attraverso Facebook e attraverso Twitter (il micro-blogging che non so ancora usare bene…). Che immagine e messaggio voglio trasmettere.

Non voglio entrare nel merito di un racconto dettagliato dei contenuti del corso (rischierei di dire cose assolutamente insensate e molto-molto imprecise), ma – rispondendo alle 3 domande di Claudio Belotti al termine del corso – ho capito quanto segue:

  1. Cosa ho imparato oggi? Ho imparato che è necessario avere una identità ben precisa perchè il nostro marchio (il nostro brand) siamo noi stessi attraverso quello che diciamo, scriviamo, facciamo, postiamo… Ho capito che devo darmi una identità ben precisa, unendo molteplici interessi (tra loro anche differenti) con un filo conduttore, un comune denominatore; in questo caso per me una formidabile fonte di ispirazione è Richard Branson (patron della Virgin), uomo che ha fatto di tutto, di più, spostandosi trasversalmente attraverso molteplici campi, con una formidabile elasticità e audacia;
  2. Perchè ritengo importante quanto ho imparato oggi? Perchè capisco che il web ha sempre più ascendente e rappresenta un canale di informazione sempre più potente; che ci piaccia o no, questo è il futuro e con queste modalità di comunicazione ci dobbiamo e dovremo confrontare sempre di più… E ho visto cose veramente incredibili oggi: dai filmati, alle campagne pubblicitarie virali… E capisco anche che se sfruttati bene, questi canali possono essere fonte ed occasioni di incredibili opportunità…
  3. Come metterò in pratica quanto ho imparato oggi? Non cambierò radicalmente gli argomenti trattati in questo blog; se questo avverrà sarà per un fisiologico percorso di evoluzione e cambiamento. Quello che scrivo qui è quello che mi interessa (libri, teatro, arte,…) e le riflessioni personali sono frutto di elucubrazioni mentali che mi vengono in mente quando vedo, leggo o ascolto qualcosa che mi colpisce (di qualsiasi argomento si tratti). Sicuramente il lavoro che devo fare è quello di individuare un filo conduttore che leghi tutto ciò che scrivo, un filo conduttore che diventi una identità riconoscibile. E – tecnicamente parlando –  ho capito che devo rimuovere alcuni automatismi di collegamento tra i miei profili di Facebook, LinkedIn, Twitter e WordPress, dotandoli di identità proprie e ben definite.

So che ho tantissimo lavoro da fare, ma non mi spaventa perchè penso che sia l’inizio di una bella avventura.

E proprio oggi, scambiando due parole con Luigi Centenaro durante una pausa, gli ho detto della percezione di distorsione temporale che provo da quando mi sono buttata a corpo morto nel magico mondo del web: facendo quattro conti mi sono resa conto che è da settembre/ottobre del 2010 che ho aperti via-via i vari profili, ma mi sembra di esserci dentro da anni (e sono solo 5 mesi scarsi…). Luigi mi ha spiegato che si tratta di un processo psicologico/neurologico di “familiarità”… Io sono arrivata al punto da non ricordarmi come ho conosciuto attraverso il web alcuni amici di Facebook e LinkedIn… Penso di avere in corso un settaggio neuronale e una rivoluzione copernicana di vedere il mondo…

E’ semplicemente affascinante. Ed oggi ho fatto un passo avanti nella comprensione di questo universo parallelo.

Ora devo completare la lettura del libro di Luigi Centenaro e Tommaso Sorchiotti, sospendendo momentamente Stephen Covey (che leggerò a seguire)…

[L’immagine in evidenza è tratta da www.mondocattolica.it]