Questioni di genere [Video]

 

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Immagine tratta da Fine Art America

“Questioni di genere” è il titolo dello speech che ho dato martedì scorso al Milan-Easy Toastmasters Club.

Un progetto (di discorso) piuttosto impegnativo per durata (dai 15 ai 20 minuti) e struttura (obiettivi da soddisfare), facente parte di un manuale avanzato del percorso educativo Toastmasters (“The professional speaker”)
E sul quale ho tentennato quasi fino all’ultimo, avanzando tra mille incertezze e facendo i conti con la preparazione non proprio ottimale (dovuta ad una mia scarsa pianificazione).

Scegliere un argomento per un keynote speech non è semplice: devi ispirare, coinvolgere e condividere una visione.
In genere si tratta di un discorso di apertura (o di chiusura) di conferenze, tenuto da “personalità” di riferimento del settore. Quindi il pubblico a cui si rivolge è abbastanza “targettizzato” (know your audience, il mantra da recitarsi in continuazione durante la preparazione di un discorso, è ben definito).

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Nello specifico, il progetto mi consentiva di fare una simulazione: potevo ipotizzare uno scenario di intervento in modo da focalizzare ancora di più il discorso.
Ho scelto invece di non dire nulla e di regolarmi sulla base del pubblico presente al meeting: una audience eterogenea che mi ha fatto prestare attenzione al non urtare la sensibilità di chi mi ascoltava e che ha anche rappresentato un “ostacolo” con cui fare i conti. Obbligandomi a mantenere una struttura più generale (uno scheletro), da calibrare e plasmare a seconda della risposta del pubblico.

Sono soddisfatta della performance?
Non totalmente. Avrei potuto fare sicuramente meglio.
Potevo prepararmi di più.
Ho però avuto modo di confrontarmi con un format complesso svolto in un “ambiente protetto” (il club). Molto utile per fare un test e prendere appunti su cosa migliorare.

Qui sotto il video [durata 18 minuti].
[E qui il link a Slideshare con le slide utilizzate.]

[Immagine di copertina tratta da James Vaughan on flickr]

Usare i (propri) punti di debolezza per imparare

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Torno online sul blog dopo una pausa di riflessione che coincide con la chiusura di un incarico che mi sta lasciando un inaspettato e ricco bagaglio di esperienza che sta contribuendo a smontare delle personali convinzioni limitanti. E che mi sta facendo acquisire quel “coraggio propositivo” per me impensabile fino a non molto tempo fa (e parlo di settimane, non mesi o anni).

Per ora mi destreggio tra stati di ansia, altri di entusiasmo, altri di profonda perplessità (“sarà vero?!”, “dove sta l’inghippo?!”, mi scopro a domandarmi sovente), avanzando passo-passo, testando su me stessa la riuscita o meno delle piccole azioni che sto facendo.
Contando quotidianamente – con stupore crescente – i giorni di anzianità di alcune idee nate qualche settimana fa (reduce da precedenti “epifanie” che facevano sorgere idee come pop-up che franavano rovinosamente dopo 48 ore).

E proprio di recente ho affrontato una piccola e grande sfida (per me): dare il mio contributo durante un transition meeting all’interno dell’esperienza Toastmasters.
(Il transition meeting è un passaggio di consegne tra officer – soci con ruoli – uscenti ed entranti, per condividere esperienze e informazioni utili.)

Dove stava la piccola (e grande) sfida?
Non stava tanto nel cosa dovevo dire (spiegare cosa è un club visit report), ma quanto nel come dirlo: in inglese, tenendo un webinar di 15 minuti via GoToMeeting.

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Sorvolo sulla preparazione di slide e contenuti, cercando di conciliarli con il tempo a disposizione.
Taccio sulle prove a braccio, durante le quali mi registravo e poi mi riascoltavo, preoccupata del mio inglese un po’ naïf e della moltitudine di incertezze.
Pensando alla diretta web.

Diretta che è stata messa alla prova dal sorgere di problemi tecnici durante la mia sessione (l’audio è saltato), che è stata interrotta ed è stata ripresa in un secondo momento (in una rapida staffetta tra relatori coinvolti).
Successivamente (in fase di editazione) il mio intervento è stato cucito per creare una sessione continua, ed è stato caricato su You Tube insieme agli altri contributi.

E fin qui tutto bene.

Quello che invece non mi ha soddisfatto è stata la mia performance: al riascoltarmi ho notato tutte le incertezze nell’inglese, i commenti off topic, e altre cose che non mi sono piaciute.

E la “Barbara giudicante” ha fatto sentire il suo parere.

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In tanti mi dicono che “mi prendo troppo sul serio”, “uso il bazooka per sparare ad un moscerino” (è la mia preferita), “sono troppo critica con me stessa”, ecc ecc. Tutte osservazioni che condivido e sulle quali lavoro alacremente per smussare, tollerare, accettare…

Ma proprio oggi pensavo anche che una convivenza con questo spirito critico ed esigente, è possibile e può tornare utile.
Per fare sempre meglio, alzando gradualmente e costantemente l’asticella.
Senza entrare in loop punitivi e auto-sabotanti.
Muovendosi lungo la linea di demarcazione del doppio significato della affermazione “puoi fare di più”:

  • ok, va bene, e puoi fare meglio (più propositivo)
  • non va bene, fai meglio (più tranchant)

Success ladder

E così sabato mi sono messa di buzzo buono e ho rifatto la registrazione.
Sempre in inglese e sempre a braccio (quindi con tutte le imperfezioni del caso, ma decidendo scientemente di non preparare un testo scritto).

Ascoltando l’insoddisfazione, usandola come stimolo per rifare (al meglio delle mie possibilità).
Trovandomi davanti anche alla necessità di usare un programma per registrare il nuovo video e cogliendo l’occasione per imparare qualcosa di nuovo (ho scoperto Camtasia e non si contano le versioni di prova che ho registrato e regolarmente cestinato).

Ed è stato inevitabile per me ricordare il vecchio adagio “sbagliando si impara”.

Il risultato è una “extended version” che apre una finestra su uno dei compiti che gli Area Director hanno nel corso del loro mandato.

Sono soddisfatta del risultato?
Pur non essendo perfetto, sì.

Perché?
Perché è frutto di una personale ricerca.
Perché ho cercato di fare il meglio possibile.
Perché ho imparato cose nuove.

Si poteva fare meglio?
Sì, sicuramente.
Ma di questo piccolo risultato mi piace l’autenticità e la ricerca che c’è stata per produrre un risultato.
Su cui costruire qualcosa di migliore, alla prossima occasione.

[Immagini tratte da Google Immagini]

“Talk like TED” di Carmine Gallo [VIDEO]

A “breve giro di posta” (come si suol dire) rispetto al precedente post pubblico qualche riflessione sull’ultimo libro letto: “Talk like TED”, scritto da Carmine Gallo (già autore di un best seller sullo stile di presentazione del compianto Steve Job).

Ho impiegato due settimane per leggerlo (contravvenendo quindi alla regola “un libro a settimana”), perché ho scelto la sua versione originale (che poi ho scoperto essere allo stato attuale l’unica in circolazione, essendo di recentissima pubblicazione).
Sicuramente un buon metodo per esercitarsi con l’inglese (il testo è abbastanza comprensibile), ma – chiaramente (almeno per me) – più lento nell’avanzamento.

Il libro mi è piaciuto molto perché coniuga due interessi che mi sono cari: il public speaking e TED (il cui bellissimo sito/blog non riesco a seguire come vorrei).
E mettendo assieme queste due aree, l’autore riesce a costruire un lavoro sulla comunicazione con strumenti, spunti e suggerimenti per renderla più efficace.
Come lo fa?
Analizzando proprio alcuni degli speech più famosi della manifestazione (quelli che hanno ottenuto tra il più alto numero di visualizzazioni) sia da un punto di vista contenutistico, sia – soprattutto – da un punto di vista di stile espressivo.

Un libro interessante e vivace, la cui particolarità è proprio legata alla presenza dei Talk che lo distingue dai soliti libri triti-e-ritriti sul public speaking (di cui il mercato è pieno).

Se volete leggervelo in lingua originale, è disponibile anche su kindle (la versione che ho letto io).
Altrimenti spero che nell’arco di pochi mesi sia disponibile anche la traduzione in italiano.

Suggerimento: segnarsi i Talk menzionati per visionarli – se non in corso di lettura – in un secondo tempo (con calma) per apprezzarli e studiarli anche da un punto di vista tecnico.

Buona lettura!

[Immagine di copertina tratta dal sito newsana.com]

“Less is more” lo speech al Boccascena Cafè

 

Best Speaker

“Less is more” è il titolo del nono speech del manuale di Competent Communicator del Toastmasters International che ho tenuto al Milan Easy Toastmasters Club, nel meeting organizzato “fuori porta” al Boccascena Cafè.
L’obiettivo del discorso era quello di persuadere col cuore, con l’emozione ma anche con la logica.

Ho scelto questo titolo (motto caro all’architetto Mies Van Der Rohe) per raccontare e trasmettere la necessità di razionalizzare la propria quotidianità. Individuando ciò che è veramente importante per sé, favorendo – così – la qualità.
Liberandosi della quantità.

Compito non facile.
Sia trasferire in modo efficace l’idea.
Sia metterla in pratica.
(Ma ci sto provando. Ogni giorno, tutti i giorni.)

L’argomento mi ha portato fortuna.
La convinzione nel perseguire l’obiettivo del “less is more” mi ha portato fortuna.
E la presenza dell’amica Martina tra il pubblico mi ha portato fortuna.
Facendomi guadagnare il ribbon del Best Speaker.

Grazie! 🙂

Vendita Venditore Vendere – il video dello speech

Best Speaker

Raccontare per iscritto uno speech al Toastmasters è un po’ un controsenso.
Va bene per descrivere i contenuti, dare dei riferimenti bibliografici, fare delle considerazioni aggiuntive che il tempo dello speech non ha consentito.
Ma Toastmasters è soprattutto Public Speaking.
Ed il Public Speaking è composto da moltissime variabili:

  • contenuti,
  • linguaggio,
  • tono di voce,
  • linguaggio del corpo,
  • emozioni condivise.

E quindi – dopo ben due anni e 6 speech – finalmente oggi mi sono fatta coraggio e mi sono guardata nel video del discorso che mi è valsa la vittoria.
Analizzando(mi) e valutando dove c’è da lavorare ancora e dove sono i punti di forza.

Lascio a questo punto la parola alle immagini…
Ogni feedback è benvenuto.
(Rivedendomi ho sorriso anche agli arguti feedback ricevuti, tra i quali uno mi aveva particolarmente colpito: “Ti tocchi spesso il naso“)
Quando si è lì, davanti ad un pubblico più o meno conosciuto, si possono fare tanti gesti inconsapevoli e rivelatori di micro-scariche di tensione.

I libri menzionati nello speech sono (in ordine di citazione):

  • “La bibbia delle vendite” di Jeffrey Gitomer
  • “Il più grande venditore del mondo” di Og Mandino
  • “Quiet” di Susan Cain

Comunicare in pubblico

Ieri ho terminato il corso “Comunicare in pubblico straordinariamente”, con Extraordinary.

Trainer del corso Claudio Belotti (affiancato da Patrizia Belotti), che con la consueta bravura, professionalità, grinta e sensibilità, ci ha accompagnato attraverso i trucchi del mestiere per imparare ad essere degli ottimi comunicatori, aiutandoci ad individuare il nostro stile personale, che ci contraddistingue.

Cosa posso dire, senza svelare i contenuti del corso, che merita di essere seguito e – soprattutto – vissuto?

Ho a lungo evitato il corso, accampando le scuse più assurde, banali e bislacche.

Ma quello che io evitavo era il confronto con l’audience e la paura di sbagliare.

Eppure ho già vissuto esperienze di “public speaking”, davanti a piccole platee costituite da riunioni di coordinamento, riunioni di cantiere ed illustrazioni di progetto davanti a terzi.

Però l’ansia che mi ha portato sino a ieri ad evitare la frequentazione di questo corso, la dice molto lunga sullo “spessore emotivo” che c’è dietro.

Nonostante la fatica, gli ostacoli emotivi da superare, la concentrazione alta e l’intensità dei contenuti, è un corso che rifarei anche domani (come rifarei anche domani l’altro corso – residenziale – che ho fatto tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre: Extraordinary Me).

Grazie all’alta professionalità di chi ci ha accompagnato alla scoperta delle nostre risorse, grazie all’alto contenuto del corso e degli argomenti trattati, e grazie all’alto livello di quelli che mi piace chiamare “compagni di viaggio” (non semplici compagni di corso, ma persone che hanno la volontà di crescere, migliorarsi ed imparare, aprendo le loro menti ed i loro cuori).

Superate le barriere iniziali, e scaldati i motori, tutti ci siamo messi in gioco e ci siamo esposti ed aperti, imparando ed affinando tecniche, ed imparando a riconoscere ciò che ci rende unici e convincenti (anche quando cadono tutti i pennarelli della lavagna durante la presentazione… come è successo alla sottoscritta durante il round finale…).

Con Claudio (e Patrizia) ed i compagni di viaggio,davanti ad una telecamera, ci siamo messi alla prova, abbiamo raccontato e condiviso tante storie di vita e professionali, e ci siamo scambiati feedback ed indicazioni.

L’impressione che ho portato a casa è che un altro tassello viene messo a posto, che un altra soglia emotiva è in fase di superamento e che il viaggio continua. Un viaggio che difficilmente avrà una fine, scoprendo lungo il percorso sempre cose nuove, in un arricchimento e miglioramento continuo.

Grazie a Claudio, a Patrizia e a Linda (paziente e presente assistente) per l’ottimo lavoro.

[Fonte immagine: Google Images]