Due Talk biotecnologici e ispirazionali

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©TED

Sono una appassionata di TED.
Lo sanno anche i sassi (come dico sovente quando ribadisco i concetti fino allo sfinimento.)

Seguo il loro blog, sono iscritta al portale con un profilo personale (lo sapete che potete costruire il vostro profilo personale nel quale potete anche salvare i vostri video preferiti?), ho avuto il piacere e l’onore di vivere una esperienza con TEDx Torino dietro le quinte (imparando tantissimo) e ho letto diversi libri dedicati.

TED Talks

Ultimamente ho letto quello scritto da Chris Anderson, “TED Talks” (tradotto in italiano in “Il migliore discorso della tua vita”… non commento sulla scelta del titolo per la versione italiana, riflettendo che forse dipende dal mercato nel quale si colloca, l’Italia, dove TED inizia ad essere conosciuto solo adesso, grazie al proliferare di eventi TEDx sul territorio).
Un racconto sul format della celebre conferenza fatto da un insider d’eccezione (l’autore è il curatore e direttore di TED).
Una guida per capire come funziona un talk e che illustra quali sono alcuni strumenti utili per essere efficaci nella propria comunicazione in pubblico.

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Chris Anderson ©TED

Ma non solo.

Infatti, a supporto delle sue argomentazioni, l’autore cita dei Talk di esempio: alcuni noti, altri meno.

E proprio nel secondo gruppo (i meno noti, almeno per me) si colloca quello di Neri Oxman (“Design at the intersection of technology and biology“, TEDGlobal 2015).
Portato ad esempio su come le tecniche di presentazione possono raggiungere altissimi livelli tecnici e di coinvolgimento, l’architetto e artista israeliana spiega e racconta dell’intreccio di diverse discipline e di come queste generino nuove idee, sviluppando tecnologie (di costruzione in questo caso) molto interessanti.

Una epifania per la sottoscritta, sempre affascinata dalla interdisciplinarità e sempre alla ricerca di punti di contatto, e fili rossi inaspettati, che legano ambiti anche tra loro molto diversi.

(Ascoltando il suo talk è emerso dal fondo della mia memoria il ricordo dei Tensegrity, strutture leggere che ebbi modo di analizzare durante la preparazione della mia tesi di laurea nel lontano 1994. E poi come non pensare anche a Buckminster Fuller con le sue strutture geodetiche? O agli studi effettuati sulle tele di ragno come esempio perfetto di tensotrutture?)

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Tensegrity (Immagine tratta da Pinterest)

Ma non solo.
Ancora…

E’ recentissima la (mia) scoperta di questo altrettanto recente Talk di Hugh Herr: “How we’ll become cyborgs and extend human potential“.

Presentato all’ultimo TED Global 2018 a Vancouver (non sono ancora disponibili i sottotitoli in italiano, ma assicuro essere un talk molto comprensibile), illustra e – soprattutto – racconta del rapporto uomo e tecnologia e delle sue immense potenzialità.
Presentando anche una nuova forma di progettazione: NeuroEmbodied Design.
Un ambito dove neuroscienze, progettazione, ingegneria ed ergonomia si intrecciano creando nuove possibilità di supporto all’uomo.
(Il rimando al ben più estremo progetto Neuralink, ideato da Elon Musk, è pressoché immediato.)

Due talk suggestivi ed emozionanti, da ascoltare, vivere e assorbire nella loro visione.
Non solo da un punto di vista di tecniche di presentazione ma anche – e soprattutto – da un punto di vista di contenuti.

Buona visione!

[Immagine di copertina ©TED]

Tecnologia pervasiva

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“La promessa, però, è un mondo in cui vita e tecnologia si mescolano senza soluzione di continuità.”

Questa frase è tratta dall’articolo che ho letto stamattina pubblicato da Business Insider: “Lo smartphone sparirà prima di quanto pensi […]“.

Leggo sempre con grande interesse gli articoli che riguardano la tecnologia.

E mi affascina (e mi inquieta, nel contempo) la progressione esponenziale che sta avendo. Come se avesse ormai superato abbondantemente quel tipping point (ossia il punto critico, o anche “punto di non ritorno”) citato da Malcom Gladwell nel suo libro omonimo “Il punto critico”.

E come sempre mi accade ogni volta che leggo queste notizie (quindi a cadenza pressoché giornaliera), ripercorro la mia “storia tecnologica” ed il personale rapporto con device, computer, smartphone

Penso a come sono stata risucchiata (lentamente, prima, e sempre più velocemente poi) da questo “mondo”. Da questa “realtà”.

Con entusiasmo (da considerare che i miei film preferiti sono “Blade Runner” e “Strange days”…) ma – ora, negli ultimi tempi – con una parallela sensazione di inquietudine crescente (l’incontro con “Black mirror” ha costituito un salutare bagno di “realtà”… se così si può definire…).

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Immagine tratta dall’episodio di Black Mirror, “White Christmas”

Ricordo nitidamente quando nel 1994 dicevo: “Io, il computer non lo userò mai!”, disegnando gli elaborati per la tesi con Rapidograph su carta da lucido, battendo a macchina il testo e portandolo ad un centro battitura tesi per la versione finale.
[Autocad era già una realtà abbastanza consolidata anche se successivamente avrebbe visto incrementi sostanziali; così come si parlava già molto dei programmi rivoluzionari di videoscrittura Macintosh.]

Ricordo nitidamente il corso di alfabetizzazione DOS fatto allo IED subito dopo la laurea (non sapevo neanche come si accendeva un computer). E poi – in rapida successione – Autocad Base e Avanzato.
Ricordo l’uso della tavoletta grafica con Autocad 12 nel mio primo posto di lavoro (la gioia di non dover digitare comandi da tastiera).

Da lì è stato un sempre più rapido incremento tecnologico, di cui sono stata in parte spettatrice e in parte utente.

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(Immagine ©Autodesk)

Dai primi timidi passi con il primo computer (un 486), il primo telefono (un “Nokia-bisonte” che anche da tre piani sottoterra ti consentiva di telefonare…), fino ad arrivare ad oggi con un “supercomputer in tasca” (una suggestiva definizione dello smartphone che ho sentito usare al TEDx Lake Como nel 2015 da uno degli speaker).

In 23 anni ho visto come la tecnologia mi ha gradualmente e sempre più pervasivamente preso con sé. Diventando una presenza fissa sulla quale conto sempre di più per supportarmi nella quotidianità.

Ora leggendo di sperimentazioni di chip sotto pelle (“Il dipendente-cyborg: un chip sottopelle e butti carte e badge“), di lancio del progetto Neuralink di Elon Musk, di esperimenti e brevetti su lenti a contatto “intelligenti” (utili per monitorare stato di salute dei pazienti – ottima cosa secondo me – ma anche per registrare ciò che vediamo [qui un rimando ad alcuni articoli della lente Sony iVision]) e studi di Google sull’occhio bionico (“Occhio bionico by Google, si inietta e poi si trasforma“), la situazione assume aspetti interessanti che aprono scenari inaspettati e confronti etici molto delicati. (Siamo abbondantemente oltre i wearable device.)

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Ma voglio essere ottimista.
(Visto che comunque con questa imminente realtà bisognerà abituarsi a conviverci.)

Come sempre accade, quando ci troviamo davanti a “rivoluzioni copernicane”, la paura ci fa immaginare scenari nefasti.
Il nostro “cervello rettiliano” ci fa ragionare per modalità conservativa dello status quo, facendoci rifiutare tutto ciò che è nuovo (qualsiasi esso sia e a qualsiasi livello esso si trovi).
Facendoci anche opporre resistenza verso la inevitabilità dei processi “evolutivi” (e dei cambiamenti in genere), con conseguente nostra obsolescenza (per usare un termine caro alla tecnologia).

Invece forse conviene avere anche fiducia in questi progressi tecnologici.
Pensandoli e vedendoli anche come processi utili per gli altri (soprattutto in campo medico e sanitario, e a supporto di persone con gravi disabilità o problemi di salute).
Come strumenti utili al miglioramento della qualità della vita.

E confidare forse anche in una cosa: l’assestamento ed il rallentamento della curva di crescita verso un andamento asintotico. Una volta fatto questo “passaggio di stato” (mutuando il termine dalla fisica) verso un nuovo modo.
(Sempre che non sia corretta la previsione di Ray Kurzweil sulla Singolarità Tecnologica.)

Chiudo con un link ad un “articolo speranza”:
Noi umani abbiamo un superpotere. È l’empatia che ci rende eccezionali.

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[Immagini tratte da Google Immagini]

Spunti e stimoli “laterali”

Non so se capita anche a voi, di prendere consapevolezza (finalmente…) di qualcosa dopo averne letto tanto sui libri e nelle riviste del settore.

A cosa mi riferisco?
Mi riferisco a quelle che chiamo “rotture di schema” (o anche – più propriamente – “interruzioni di schema”) e ai loro benefici.

“Interruzione di schema” è una definizione che ho conosciuto e appreso diversi anni fa in ambito PNL e coaching. E via-via è diventato un termine che ho usato sempre più per identificare quelle azioni introdotte volontariamente (anche in autonomia) per dare una sterzata e spostare il focus (o il punto di vista) di situazioni che si arrotolano ed aggrovigliano su se stesse e mi impediscono di proseguire.

E la mia recente ed inaspettata “interruzione di schema” è stata la visitata di alcune mostre durante lo scorso weekend (lungo). Durante il quale ne ho concentrato un numero discreto in un breve lasso di tempo.

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Biglietteria della Triennale

Di solito prediligo visite culturali ad intervalli di tempo più ampi, per poterne assaporare e goderne i “frutti” anche a distanza di giorni. Ma questa volta – complice una certa fatica intellettiva di cui andrò a raccontare a breve – mi sono sottoposta ad una dose intensiva di “acculturamento”.

Perché questo?

Perché nei giorni scorsi (complice le festività) mi ero prefissata di lavorare a tempo pieno sulla preparazione di alcuni speech ed educational dedicati a prossime iniziative formative del Toastmasters.

Invece mi sono resa conto che più ci lavoravo e peggiore era la resa.
Più mi impegnavo e più mi arenavo.
Distratta e confusa, mi rendevo conto che stavo alimentando un involontario rigetto a scapito della progettazione di un prodotto di qualità.

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Questa fatica intellettuale è coincisa – casualmente – con una visita pianificata da tempo con WAAM Tours ad uno spazio espositivo: il Labirinto di Pomodoro (ospitato all’interno della sede Fendi a Milano, in zona Tortona).

La visita fatta il giovedì sera (alla vigilia del weekend della Epifania) è stata una bellissima sorpresa (qui uno dei numerosi articoli sull’argomento: Il sottosuolo di Fendi. Nell’ex Fondazione Pomodoro, a Milano) ed è stato anche un momento immersivo. Dove – per quanto mi riguarda – lo stupore l’ha fatta da padrone, facendomi dimenticare pensieri e incombenze varie.

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Dettaglio della Porta di ingresso al Labirinto

Portandomi fisicamente all’interno di uno spazio onirico e a-temporale, che sospende tempo e spazio.
Facendomi percorrere una successione di ambienti che concentrano in un solo spazio ed in un solo momento, suggestioni ed ispirazioni provenienti dai quattro angoli del tempo e della storia dell’uomo. Senza indentificarcisi in modo univoco.

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E l’effetto visita si è protratto ben oltre il momento della iniziativa.
Lasciando(mi), consapevolmente o meno, una traccia anche nella giornata successiva, quando (davanti all’ennesima “crisi di rigetto”) ho deciso di continuare a distrarmi.
Di continuare con questa interruzione di schema.

Approfittandone per visitare gli spazi della Triennale ed, in articolare, la mostra dedicata ad Antonio Marras (ma non solo).

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Uno scorcio della esposizione nell’atrio della Triennale “Lumi di Channukah”

Ed in quella occasione mi sono ritrovata a fare alcune ulteriori considerazioni nate da ciò che stavo vedendo (e visitando).

Percorrendo la mostra su Antonio Marras mi sono accorta che – a parte un pannello all’ingresso, che raccontava brevemente il motivo della mostra – lo spazio ospitava oggetti, disegni, installazioni senza nessuna spiegazione.
Come se l’interpretazione e l’interazione tra visitatore e autore fossero lasciate alla libertà assoluta di esperienza di ognuno.

Una cosa (per me) molto interessante.
Che mi ha consentito di vivere e percepire “l’insieme” in modo insolito.
Senza contagio didascalico.
Facendomi oscillare tra divertimento, curiosità, smarrimento in alcuni dettagli, emozioni…

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Stimolando la curiosità e la creatività.
In modo “laterale” e non così codificabile.

Un modo apparentemente incomprensibile da un punto di vista formativo manageriale.
Ma invece molto utile per sperimentare come una stimolo che arriva da un ambiente così lontano (professionalmente) dal tuo, può impiantarti un piccolo seme (producendo un piccolo insight) che può generare quello che gli psicologi chiamano l’Effetto a-ha (l’espressione tipica che usiamo quando troviamo la soluzione del problema).

Condizione fondamentale è però quella di sospendere il giudizio.
Cercando di muoversi al di fuori dei propri schemi sicuri.
Superando il disagio (e l’imbarazzo) iniziale del trovarsi davanti a qualcosa di così diverso.

La seconda considerazione è nata visitando la mostra “W. Women design”.

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Percorrendo lo spazio “invaso” da oggetti prodotti da designer, grafiche e creative, ho pensato una cosa: “Sto sbagliando approccio. Devo vedere la cosa da un altro lato.”

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Inquinata (io) da una categorizzazione femminile (creata – ahimè – anche delle stesse donne, come ho scritto qualche tempo fa su Facebook, in merito alla “leadership” e ad altri argomenti), ho perso di vista cose silenti e ben più fondamentali (dinamiche di percezione, neurologia, processi creativi,… ) che vanno oltre qualsiasi classificazione.

Ragionamenti inaspettati, arrivati facendo e vedendo altro.
Ragionamenti che si sono intersecati e contaminati con argomenti sui quali sto ragionando e che si sono rivelati utili.
Stimoli e spunti laterali.

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Link utili:

Un libro che ho acquistato di recente (ma che devo ancora leggere): “L’arte per il management. Un nuovo modello d’incontro basato sullo storytelling.”, di Viola Giacometti e Sara Mazzocchi – Edizioni Franco Angeli

Gallery da cui ho tratto le foto per questo post (dal mio account Flickr):

  • Labirinto di Arnaldo Pomodoro – gallery
  • Antonio Marras in Triennale – gallery
  • Venerdì in Triennale – gallery

Il mio primo Photowalking [GALLERY]

Non sapevo cosa fosse il Photowalking (“A photowalk is the act of walking around with your camera and photographing your surroundings.“, da Revell Photography) fino a qualche tempo fa, quando su Facebook inciampo per caso in questo post/evento:

PhotoWalk WAAM

Incuriosita, vado sul sito di WAAM (Walk Alternative Art Milan) e scopro così una nuova (per me) realtà.

E’ stata una bella esperienza, molto interessante. Perché insieme a Orange Photo School (altra realtà scoperta, che ci ha accompagnato insieme a WAAM, offrendoci supporto tecnico), io ed i compagni di passeggiata, abbiamo avuto modo di imparare alcuni trucchi per fare fotografie migliori. Valutando i soggetti inquadrati, le distorsioni prospettiche, la differenza di obiettivi tra macchine fotografiche e smartphone, e altri utili consigli, prendendo consapevolezza di una questione fondamentale: il punto di vista del fotografo.

Che tu abbia una macchina fotografica, uno smartphone o altri dispositivi, sei tu (con il tuo occhio e la tua visione della realtà) a determinare il risultato, a vedere alcune cose che magari altri non vedono e a fissare il tuo punto di osservazione.

Non vado oltre con le parole e lascio spazio alle immagini che ho fissato (tratte dall’account che ho su Flickr, “Non solo un architetto”). L’album è visibile a questo link: Photowalking In Zona Tortona. [Scrivo “fissato” perché lo trovo un termine più adatto ad un dispositivo come lo smartphone, che non è una macchina fotografica a tutti gli effetti, pur offrendo performance sempre più evolute e sofisticate.]

 

Arts and Foods in Triennale

Una vetrina con alcuni oggetti futuristi
Una vetrina con alcuni oggetti futuristi (settore dedicato agli anni dal 1851 al 1950)

Ieri – proprio all’ultimo momento, nell’ultima giornata disponibile – ho visitato la mostra “Arts and Foods” in Triennale.

In questi mesi di Expo, La Triennale è stata il “padiglione urbano” della Esposizione Universale.
E ha ospitato una “mostra totale” (che ha occupato quasi tutti i suoi spazi espositivi disponibili) sul cibo nelle arti.

Un vero e proprio viaggio attraverso il cibo rappresentato nell’arte e dall’arte in tutte le sue manifestazioni (pittura, fotografia, design, pubblicità, cinematografia…).
Un viaggio che ha coperto un arco temporale che andava dal 1851 (anno della prima Esposizione Universale) ad oggi 2015 (anno della Esposizione Universale a Milano).

Un excursus interessante.
E monumentale per ricchezza di oggetti, quadri, curiosità,…

Oggetti del settore 1950-1970, l'avvento della plastica e l'ottimizzazione delle funzioni
Oggetti del settore 1950-1970, l’avvento della plastica e dell’ottimizzazione delle funzioni.
L'impilabilità e la funzionalità
L’impilabilità e la funzionalità (settore anni ’50-’70 del ‘900)

Articolata in tre settori (dal 1851 agli anni ’50 del ‘900, dagli anni ’50 agli anni ’70 e – infine dagli ’70 ai giorni nostri), ha raccontato e declinato il cibo ed il cibarsi attraverso raffigurazioni pittoriche, oggetti d’uso, manifesti pubblicitari, libri, stili di vita, film e altro.

Alcuni famosi manifesti delle pubblicità (anni '50-'70)
Alcuni famosi manifesti delle pubblicità (anni ’50-’70)

Ho particolarmente apprezzato il primo settore (quello dal 1851 al 1950 circa) dove ho avuto la sensazione di aggirarmi in una vera e propria Wunderkammer.

Oggetti "d'annunziani"
Oggetti “d’annunziani” esposti nel primo settore (dal 1851 al 1950)

Poi, mano a mano che ci si avvicinava ai giorni nostri, confesso che le installazioni artistiche che trovavo sul cammino espositivo mi sono diventate via-via sempre più incomprensibili.

Il terzo settore, che andava dal 1970 ad oggi, è stata una vera e propria scalata nella incomprensibilità, confermando la mia grande difficoltà nel capire e nel leggere il messaggio che talune installazioni vogliono trasmettere.

Una immagine di alcune installazioni del settore 1970-2015
Una immagine di alcune installazioni del settore 1970-2015

Comunque – al di là dell’esperienza soggettiva – si è trattato di un percorso molto interessante e stimolante.

Che ho concluso inoltrandomi in “Cucine & Ultracorpi”: una curiosa installazione/esibizione (non saprei come definirla) dove gli elettrodomestici sono presentati e raccontati come “esseri viventi” in grado di aiutare e supportare nella preparazione dei cibi. (La mostra è visitabile fino al 21 febbraio 2016)

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L’ingresso alla esibizione “Cucina & Ultracorpi”

Raggruppati per funzioni (tagliare, miscelare,…), elementi (aria, freddo, fuoco,…) e sensazioni (tatto, olfatto,…), la preparazione del cibo e l’ambiente preposto a tale funzione (la cucina) vengono raccontati in modo inconsueto.

Uno degli ambienti deidcato al concetto di "tagliare e mescolare"
Uno degli ambienti dedicato al concetto di “tagliare e mescolare” – sullo sfondo la sfera che contiene la “Mini-kitchen” progettata da Joe Colombo

Qui sotto il link alla gallery che ho caricato su Flickr (sono tante foto, lo so, mi sono lasciata prendere la mano e non sono riuscita a fare un scelta…):

Arts and Foods (Triennale – Milano)

E di seguito il link ad una piacevole notizia che riguarda La Triennale ed il suo progetto del 2016 (che coinvolgerà altri spazi della città):

XXI Esposizione Internazionale della Triennale di Milano “21st Century. Design After Design” Milano, 2 aprile – 12 settembre 2016

[Le immagini di questo post sono state scattate da me e non verranno usate per fini commerciali]

Progettare per gli altri

E’ di qualche giorno fa questa notizia pubblicata nella sezione online “Corriere Sociale” del Corriere della Sera:

Ecco piatti e posate creati da un giovane designer per chi soffre di Alzheimer

Leggendo di questa iniziativa del designer Sha Yao, confesso che mi si è aperto il cuore.
Perché? Vado a spiegare.

Immagine Indiegogo©
Photo ©Indiegogo

Nonostante io sia laureata in architettura, non mi sono mai riconosciuta nel ruolo e non mi sono mai sentita un architetto.
Tant’è che già negli ultimi due anni del corso di studi, ho cambiato indirizzo approdando all’allora neonato “indirizzo strutturale” (un indirizzo che iniziava a tracciare un legame con l’ingegneria strutturale, cercando di colmare falle sempre più ampie nella formazione di allora).
Furono due anni tosti, ma anche inaspettatamente più consoni per me, che con la progettazione architettonica sentivo di non avere nulla a che fare (sono sempre stata manchevole di quel “guizzo” di creatività che contraddistingue colleghi che sono in grado di trovare soluzioni architettoniche interessanti ed inconsuete).

Successivamente, la mia storia professionale mi ha portato ad entrare sempre più nel mondo tecnico della progettazione (declinato in vari aspetti) e contemporaneamente:

  • a sperimentare l’utilizzo di oggetti di design (come utente e come tutti),
  • a frequentare più edizioni del Salone del Mobile (dove ho visto “cose” bellissime, minimaliste, linearissime e – spesso – tutte uguali; oppure oggetti e arredi talmente stravaganti da rappresentare un esercizio di stile, ma di dubbia utilità quotidiana),
  • a dialogare con colleghi che progettano spazi tra loro pressoché uguali,

e mi sono allontanata sempre più dal settore e dalla disciplina.
Perché sempre più campo di sperimentazioni fini a se stesse, e – spesso ma non sempre – veicolo di pura autoreferenzialità del progettista, completamente dimentico delle esigenze reali dell’utente finale.

Qualche giorno fa parlavo con un collega ingegnere che ha appena acquistato un piano cottura elettrico per la mamma anziana (per ridurre il rischio “gas dimenticato aperto”).
Mi raccontava di come sono piccole le manopole, corredate di scritte poco leggibili e poco comprensibili (a livello di significato delle funzioni).
Di come i telefoni cellulari (anche i più elementari) hanno tastiere inadatte a persone anziane.
[Mi sono ricordata di un telefono cellulare della Brondi dotato di una tastiera semplicissima con pulsanti enormi. Adattissimo per persone anziane. Tant’è che ho recuperato le informazioni e gliele ho girate.]

Il cellulare della Brondi
Il cellulare della Brondi

Abbiamo condiviso entrambi una riflessione (pur trovandoci – accademicamente parlando – su fronti contrapposti): anziché ostinarsi (quasi) tutti a voler diventare i “Norman Foster del futuro” (mi spiace deludere i colleghi ma di persone così ce ne sono poche…), e a progettare spazi tra loro tutti sconsolatamente uguali, forse conviene pensare ad un recupero della vera “funzione” dell’architetto.
Intesa come progettazione ergonomica degli spazi e degli oggetti.
Orientata all’uomo.
Con un occhio ad uno dei più importanti utenti dei prossimi anni: l’anziano con le sue peculiarità motorie e percettive.
(Senza dimenticare la progettazione per persone con disabilità: altra area molto importante)

Lì, secondo me, c’è tantissimo lavoro da fare.
Lì è una sfida tra estetica, scienza, ergonomia ed ingegneria.
Lì, sempre secondo me, si impara ad ascoltare ed osservare le esigenze dell’utente.

Se vi interessa, questi sono altri link relativi al progetto Eatwell:

Il progetto Eatwell e l'ergonomia - Photo ©desall.com
Il progetto Eatwell e l’ergonomia – Photo ©desall.com

Le quattro regole del metodo cartesiano [Citazione]

La prima era di non accogliere mai nulla per vero
che non conoscessi esser tale per evidenza:
di evitare, cioè, accuratamente la precipitazione
e la prevenzione; e di non comprendere nei miei giudizi
nulla più di quello che si presentava così chiaramente
e distintamente alla mia intelligenza
da escludere ogni possibilità di dubbio.

La seconda era di dividere ogni problema
in tante parti minori
quante fosse possibile e necessario
per meglio risolverlo.

La terza, di condurre con ordine i miei pensieri,
cominciando dagli oggetti più semplici
e più facili a conoscere, per salire a poco a poco,
come per gradi, sino alla conoscenza dei più complessi;
e supponendo un ordine anche tra quelli
e di cui gli uni non precedono naturalmente gli altri.

In fine, di far dovunque enumerazioni così complete
e revisioni così generali
da esser sicuro di non aver omesso nulla.

René Descartes 1637

[Tratto da “Cosa nasce cosa” di Bruno Munari, Laterza Editori – libro in lettura]

Immagine in evidenza da Google Images

La Magnificenza della Follia Pratica

Fornasetti

Stamattina, complice la montagna d’acqua che cadeva giù dal cielo, sono andata a vedere la mostra di Piero Fornasetti alla Triennale di Milano.

Una meraviglia.
Un folle e gioioso assembramento di oggetti surreali… Più o meno…

Perché in realtà si tratta di oggetti di uso comune (tavoli, mobili, sedie, vassoi, paraventi… ma anche foulard) plasmati da forme e colori tali da trasformarli in altro, facendogli perdere la sua riconoscibilità usuale, decostruendoli e destrutturandoli…

Una mostra molto ben allestita, che è una gioia per gli occhi ed un profondo godimento per l’emisfero destro e la sua creatività insita.

Basta mettere da parte la razionalità, il minimalismo, la logicità e dare spazio al bambino che è in noi, per apprezzare questa passeggiata in mezzo ai colori, agli oggetti e alla fantasia del designer.

Da vedere!
Per rinfrancarsi, per stupirsi e per la bellezza dell’apparentemente inutile…

Una curiosità: vedevo tante persone che fotografavano oggetti e ambienti della mostra, senza che il personale della mostra dicesse alcunché… Dopo la mia perplessità iniziale, mi sono dilettata a scattare qualche foto. E – tornata a casa – mi sono documentata e ho trovato questo interessante articolo di una recente iniziativa, che sa di prossima rivoluzione copernicana di fruibilità delle mostre:
Tutti pazzi per Piero Fornasetti, anzi: pazzi come lui! La Triennale lancia l’Instagram contest, chiedendo scatti ispirati all’estro del designer. Al migliore, in premio, una ceramica d’autore
Fatevi un giro su Instagram e curiosate nell’hashtag #lovefornasetti… Coloratissimo collage di ispirazioni varie…

Alcune suggestioni catturate dalle pareti della mostra… Lascio parlare loro (e le immagini), sono più eloquenti…

Il nostro mestiere è senza limite, a tempo pieno. Non c’è orario. Giorno, anche notte. I miei sogni li traduco in realtà, qualunque cosa faccia.”
Ho fatto l’amore tutta la notte… con una lastra nera di cera e una sottile punta di acciaio. È stata una lunga notte e non so se ho vinto o perso. Certo non ho goduto…

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[…] Questa è una mania quella che io combatto, quella delle etichette. Surrealista, neorealista, romantico, postmoderno. Abbiamo l’abitudine di comprare le “firme” e non più le cose belle che ci piacciono. Un artista che vuole avere successo non è più un artista. È una persona che vuole avere successo. Se si adegua alle mode arriva in ritardo perché ormai si sono adeguati tutti. […]

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[…] Guarda il bambù per 10 anni, poi dimenticalo, poi dipingi il bambù.
Interiorizzare, creare, produrre.
Non faccio ritratti dal vero, li estraggo dalla memoria.
Magari faccio degli schizzi ma poi produco tutto a memoria altrimenti che ritratti sono!
Sarebbero una copia […]

Sì dice che i miei oggetti siano realizzati con dei metodi segreti… rido sotto i baffi… il mio solo segreto è il rigore con cui conduco il mio lavoro… Sono come un direttore d’orchestra che si serve di primi violini e di professori ma che li dirige tutti per ottenere la sinfonia.

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Ho così vestito di vestigia, ceramiche, mobili e cose e ho così riposto in ogni opera un messaggio, un piccolo racconto certe volte ironico, senza parole evidentemente, ma udibile da chi crede nella poesia.

Mi reputo l’inventore del vassoio perché ad un certo momento della nostra civiltà non si sapeva più come porgere un bicchiere, un messaggio, una poesia. Sono nato in una famiglia di pessimo buon gusto e faccio del pessimo buon gusto la chiave di liberazione della fantasia.

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Nota alla foto di apertura del post: “Makers” è il libro che ho acquistato assieme al catalogo della mostra nella libreria della Triennale e non è parte integrante delle pubblicazioni della mostra.