Ascoltando l’apertura di “Morning” (il podcast de Il Post condotto da Francesco Costa) di giovedì 28 settembre mi sono sentita meno sola.
Mi sto riferendo alla profusione di parole ed al delirio di interpretazioni attorno allo spot di Esselunga.
Profusione di parole e delirio di interpretazioni che ho letto via-via sempre più stranita (nella serata del giorno prima ho letto cose veramente improbabili – al limite del complottismo – che mi hanno fatto pensare che chi le ha scritte o ha qualche problema, oppure lo ha fatto scientemente per aumentare la sua engagement [una volta si sarebbe detto klout] applicando strategie di comunicazione che sfruttano tecniche di hate speech).
Profusione di parole e delirio di interpretazioni che hanno generato una lunga chat notturno-mattutina con un amico che ha posizioni diametralmente opposte alle mie su alcuni temi piuttosto importanti (due “carichi da novanta” quali aborto e eutanasia, sui quali ci siamo scontrati in passato con discreta brutalità, per poi fermarci un istante prendere atto delle differenze di opinioni e riprendere a dialogare con toni decisamente più civili) ma con il quale mi confronto spesso per avere un punto di vista diverso. Nello specifico avevo bisogno di capire se sono io che “vivo su Urano” o meno. (Non mi sono ancora data una risposta ma propendo per la prima ipotesi, visto il disorientamento provato negli ultimi tempi nel leggere semplificazioni e/o estremizzazioni su temi di un certo peso.)
Non avevo ancora visto lo spot (l’ho guardato un paio di giorni dopo).
Ma mi è sorta una domanda: conoscendo Esselunga (che non è nata ieri), il suo portato e la sua storia, cosa ci si aspettava di diverso?
Se ci si aspettava qualcosa di diverso e “innovativo stile Ikea”, di cui ho visto due spot risalenti uno a 6 anni fa, e l’altro a quasi 10 anni fa… beh… sono stupita.
Sono stupita perché sembra essere sfuggita una variabile non da poco: si tratta di due realtà diversissime, con background culturali diversissimi, appartenenti a due Paesi diversissimi tra loro (ma di cosa stiamo parlando?, mi sono domandata osservando picchi di isteria digitale).
E – altra cosa da non trascurare – essendo imprese private sono libere (sottolineo “libere”: occhio al doppio legame) di comunicare quello che è più in linea con la propria visione ed il proprio “target” di riferimento.
Esselunga poteva fare qualcosa di diverso? Sì certo (per lo meno credo).
Anche Ikea poteva fare qualcosa di diverso (per lo meno credo, anche qui).
Ma stiamo mettendo a confronto due aziende diverse con due strategie di comunicazione diverse.
Stiamo tentando di fare un paragone tra pesche e patate (per restare geolocalizzati).
E se non riusciamo a cogliere queste differenze, facendo le valutazioni con i dovuti distinguo, stiamo commettendo un errore. Disperdendo energie in un dibattito sterile e – per certi aspetti – superficiale.
Chiudo questa prima parte di riflessione con le parole di un post pubblicato nei giorni scorsi da Paolo Borzacchiello che esordisce con
“Siamo tutti inclusivi. Soprattutto con chi la pensa come noi.”
(Suggerisco di andare sul suo profilo Instagram o Facebook per leggere l’argomentazione associata.)
Offre ulteriori spunti di riflessione.
Qualche ulteriore considerazione
Tutto questo dibattere ed agitarsi attorno ad uno spot di una azienda che sta comunicando una sua visione (sulla quale possiamo essere d’accordo o meno) mi ha fatto pensare ad altri spot recenti sui quali poche o nulle parole sono state spese (in questa analisi serrata sul rispetto di standard politically correct e di inclusività): Fineco (marketing emozionale), Mulino Bianco (con papà e figlia che sgranocchiano rumorosamente fette biscottate), un paio di spot su anticalcare e igienizzanti per lavatrici (padre e figlio/a piccola).
Se c’è stato qualche dibattito attorno a questi spot io non me ne sono accorta.
E se c’è stato deve essere stato minimo.
Su Esselunga invece sì è sollevato un notevole polverone forse grazie a (o a causa di, a seconda del punto dal quale si osserva il fenomeno) le emozioni che ha pescato in ognunә di noi.
Come avevo ipotizzato nelle prime ore del fenomeno (con grande incertezza supportata da molti dubbi), e come ho avuto conferma successivamente leggendo e ascoltando voci pacate nel web, le reazioni sono state la manifestazione evidente del nostro personale vissuto e delle lenti attraverso le quali vediamo il mondo (e lo viviamo).
Chi ha pianto (essendo figliә di genitori divorziati), chi si è commossә (come la sottoscritta, che ha provato grande tenerezza per la bimba), chi si è arrabbiatә per le ragioni più disparate (vedendoci – nei casi più estremi – complotti filo-governativi)…
Reazioni che però viste le dimensioni e la forza discretamente anomale, mi hanno ricordato delle riflessioni di Noam Chomsky.
Le distrazioni
Lungi da me supportare teorie complottiste degne di un film distopico, ma osservando quello che accadeva (ma possibile che si debba spendere tanta energia dietro a uno spot di un supermercato?, mi chiedevo) guardavo la facilità con cui una discreta moltitudine di persone (tra cui anche alcunә insospettabilә) stava perdendo tempo (ed eventuali focus su temi di forse ben altra portata) su qualcosa di – tutto sommato – insignificante.

[Fonte profilo Facebook di YouTrend]
Cos’è il NADEF lo si può leggere qui: NADEF: cos’è? Significato e importanza del termine
Vedendo il post di YouTrend e ripensando all’enorme chiacchiericcio sullo spot, il riferimento a Noam Chomsky alla sue “dieci regole della manipolazione mediatica” si è rinforzato nella mia testa (alimentando il “bias di conferma”).
In particolare la quinta regola recita:
La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, questa tenderà, con una certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico: come quella di una persona di 12 anni o meno.
Attenzione!, non sto accarezzando l’idea complottista dello spot come strumento per distrarci da altro.
Assolutamente no.
Mi sono solo ritrovata a riflettere che l’essere umano (seppur dotato di strumenti intellettuali utili a discernere argomenti primari da argomenti secondari) è – a tratti – veramente disorientante in taluni suoi comportamenti (e ragionamenti).
E questo non è un bene.
Perché sono convinta che in un mondo sempre più instabile, imprevedibile e complesso, sia necessario acquisire, rinforzare e affinare strumenti intellettuali e cognitivi tali che ci consentano di discernere ciò che è realmente importante da ciò che non lo è (o lo è meno).
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Questo non vuol dire che non si debba riflettere su cosa un certo spot stimola (il marketing emozionale è uno strumento assai affascinante e degno di tutta l’attenzione possibile) e comunica, ma va incorniciato all’interno di certe dimensioni e contesti.
Affinché tutto assuma le giuste dimensioni che portano alle giuste attenzioni.
Un aggiornamento post pubblicazione
Appena pubblicato questo articolo, ho intercettato la bella riflessione di Daniele Chieffi su LinkedIn, di cui consiglio la lettura: La pesca di Esselunga: brand activism, polarizzazione e un pizzico di politica.
[La foto di intestazione è di Cory Schadt su Unsplash]


















