Sull’autonarrarsi

Da tempo ragiono sul se e come narrare quello che si fa (e/o si è) sui social media.
Sto diventando tediosa sul tema, me ne rendo conto.

E all’interno di questo ragionamento si muovono tante variabili anche apparentemente slegate fra loro: ci sono i selfie scattati (vedo profili – soprattutto su Instagram – quasi completamente composti di selfie), ci sono le foto dei cibi mangiati, dei libri letti, dei luoghi visitati…

Alcuni temi mi sono più confortevoli (libri, luoghi e forse anche qualcosa di cibo…), altri mi creano decisamente disagio (i selfie… ma il mio rapporto con l’obiettivo fotografico è sempre stato complesso e riassumibile in “sì a fotografare, no a farsi fotografare”).

E ragionando (ancora) sul tema – questa mattina – mi sono venute in mente due cose lette su due libri lontanissimi tra loro.

La prima è una citazione tratta dall’ultimo libro di Guia Soncini “Questi sono i 50. La fine dell’età adulta.”:

Una volta decidevi se iscriverti a Legge o a Medicina, oggi puoi decidere che a quarant’anni ti guadagnerai da vivere raccontando com’era il mondo quando ne avevi dodici. Ma dev’essere personale, mica roba da libri di storia. Devi saper narrare le merendine, e i cartoni animati, e non le ragioni della guerra in Afghanistan ma dov’eri quando vedesti per la prima volta le immagini delle torri che crollavano. Non fatturerai con la guerra santa in sé, ma col dettaglio di te che avevi comprato il regalo per il tuo compagno di banco ma la guerra santa fece annullare la festa: quanta vendibilissima immedesimabilità nelle piccole cose, altro che geopolitica, altro che la storia maiuscola. Devi fare cascina di futilità: un giorno tutto questo sarà reddito.
Domenico Starnone, che appartiene al secolo in cui per guadagnarti da vivere con la nostalgia dovevi saper scrivere, mica solo avere un telefono con la telecamera, dice che la letteratura si fa su una bottiglietta di chinotto: «Non sulla bottiglia in sé, ma sull’impatto tra me e la bottiglia, l’urto tra me e la parola chinotto, l’emozione che mi dà».

La seconda è un ricordo che arriva da un libro che – nonostante il titolo che può ingannare (“Miliardario a cinque stelle” di Tash Aw) – offre un amaro spaccato della società asiatica.
Ambientato a Shanghai, narra le vicende di quattro persone socialmente lontanissime tra loro, le cui vite si intrecciano e si incrociano in modo inaspettato (un cantante pop, un imprenditrice, un imprenditore ed una ragazza in cerca di fortuna).
La ragazza in cerca di fortuna, arrivata a Shanghai, inizia a costruire la sua immagine e la sua reputazione comprando imitazioni di capi e accessori di marca, leggendo libri di autoaiuto su “come fare per…” e postando sui social media la propria vita progettata a tavolino.
Tra i tanti dettagli della narrazione di questa figura, una mi aveva colpito in particolare (e mi è tornata in mente proprio questa mattina): quando decide di aprire il primo profilo social e sceglie una foto che le è stata scattata da un passante durante una visita in un giardino,

Guardando quella foto sullo schermo del computer capì che era esattamente la più adatta da mettere sul profilo: scattata da qualcun altro, un’amica durante una gita, magari addirittura da un fidanzato. Le dava un’aria desiderabile, diversamente dai tipici autoscatti confusi dove i soggetti avevano sempre lo sguardo all’insù verso l’obiettivo, comunicando istantaneamente all’osservatore: non ho amici.

A parte la “questione selfie” (laterale ma non per questo trascurabile, su cui andrebbero spese ulteriori parole), riflettevo che la narrazione della propria vita genera in chi ci legge non solo un posizionamento reputazionale e caratteriale (e anche delle contro-riflessioni), ma suggerisce anche possibili scenari professionali alternativi che possono essere invisibili a noi narratorә (immersә come siamo nel flusso della nostra storia e della nostra cronaca) e che sono costituiti del contenuto che pubblichiamo, supportato a sua volta dalla nostra esperienza (più o meno sistematizzata, più o meno consapevolmente).

Quindi, torno a domandarmi, ha senso narrarsi sui social?
Ha senso condividere ciò che si fa, si legge, si visita, si pensa…?
Sì. A questo punto credo di sì.
[Aggiungo: ha senso condividere costantemente il nostro volto? Dipende, da quello che vuoi comunicare. Perché tutte e tutti desideriamo comunicare qualcosa a qualcuno.]

E di una cosa sono certa: non esiste un unico modo per narrarsi, ne esistono tanti (anche non narrarsi è un modo per narrarsi). Altrimenti non sarebbe auto-narrazione.

L’importante è esserne consapevoli.
Avendo sempre in mente il mantra “ciò che pubblichi ti posiziona”, senza dimenticare che ad una azione corrisponde sempre una reazione.

[Foto di Madrona Rose su Unsplash]

Emozioni, spot e distrazioni

Ascoltando l’apertura di “Morning” (il podcast de Il Post condotto da Francesco Costa) di giovedì 28 settembre mi sono sentita meno sola.
Mi sto riferendo alla profusione di parole ed al delirio di interpretazioni attorno allo spot di Esselunga.

Profusione di parole e delirio di interpretazioni che ho letto via-via sempre più stranita (nella serata del giorno prima ho letto cose veramente improbabili – al limite del complottismo – che mi hanno fatto pensare che chi le ha scritte o ha qualche problema, oppure lo ha fatto scientemente per aumentare la sua engagement [una volta si sarebbe detto klout] applicando strategie di comunicazione che sfruttano tecniche di hate speech).
Profusione di parole e delirio di interpretazioni che hanno generato una lunga chat notturno-mattutina con un amico che ha posizioni diametralmente opposte alle mie su alcuni temi piuttosto importanti (due “carichi da novanta” quali aborto e eutanasia, sui quali ci siamo scontrati in passato con discreta brutalità, per poi fermarci un istante prendere atto delle differenze di opinioni e riprendere a dialogare con toni decisamente più civili) ma con il quale mi confronto spesso per avere un punto di vista diverso. Nello specifico avevo bisogno di capire se sono io che “vivo su Urano” o meno. (Non mi sono ancora data una risposta ma propendo per la prima ipotesi, visto il disorientamento provato negli ultimi tempi nel leggere semplificazioni e/o estremizzazioni su temi di un certo peso.)

Non avevo ancora visto lo spot (l’ho guardato un paio di giorni dopo).
Ma mi è sorta una domanda: conoscendo Esselunga (che non è nata ieri), il suo portato e la sua storia, cosa ci si aspettava di diverso?
Se ci si aspettava qualcosa di diverso e “innovativo stile Ikea”, di cui ho visto due spot risalenti uno a 6 anni fa, e l’altro a quasi 10 anni fa… beh… sono stupita.

Sono stupita perché sembra essere sfuggita una variabile non da poco: si tratta di due realtà diversissime, con background culturali diversissimi, appartenenti a due Paesi diversissimi tra loro (ma di cosa stiamo parlando?, mi sono domandata osservando picchi di isteria digitale).
E – altra cosa da non trascurare – essendo imprese private sono libere (sottolineo “libere”: occhio al doppio legame) di comunicare quello che è più in linea con la propria visione ed il proprio “target” di riferimento.

Esselunga poteva fare qualcosa di diverso? Sì certo (per lo meno credo).
Anche Ikea poteva fare qualcosa di diverso (per lo meno credo, anche qui).
Ma stiamo mettendo a confronto due aziende diverse con due strategie di comunicazione diverse.
Stiamo tentando di fare un paragone tra pesche e patate (per restare geolocalizzati).
E se non riusciamo a cogliere queste differenze, facendo le valutazioni con i dovuti distinguo, stiamo commettendo un errore. Disperdendo energie in un dibattito sterile e – per certi aspetti – superficiale.

Chiudo questa prima parte di riflessione con le parole di un post pubblicato nei giorni scorsi da Paolo Borzacchiello che esordisce con

“Siamo tutti inclusivi. Soprattutto con chi la pensa come noi.”

(Suggerisco di andare sul suo profilo Instagram o Facebook per leggere l’argomentazione associata.)
Offre ulteriori spunti di riflessione.

Qualche ulteriore considerazione

Tutto questo dibattere ed agitarsi attorno ad uno spot di una azienda che sta comunicando una sua visione (sulla quale possiamo essere d’accordo o meno) mi ha fatto pensare ad altri spot recenti sui quali poche o nulle parole sono state spese (in questa analisi serrata sul rispetto di standard politically correct e di inclusività): Fineco (marketing emozionale), Mulino Bianco (con papà e figlia che sgranocchiano rumorosamente fette biscottate), un paio di spot su anticalcare e igienizzanti per lavatrici (padre e figlio/a piccola).
Se c’è stato qualche dibattito attorno a questi spot io non me ne sono accorta.
E se c’è stato deve essere stato minimo.

Su Esselunga invece sì è sollevato un notevole polverone forse grazie a (o a causa di, a seconda del punto dal quale si osserva il fenomeno) le emozioni che ha pescato in ognunә di noi.
Come avevo ipotizzato nelle prime ore del fenomeno (con grande incertezza supportata da molti dubbi), e come ho avuto conferma successivamente leggendo e ascoltando voci pacate nel web, le reazioni sono state la manifestazione evidente del nostro personale vissuto e delle lenti attraverso le quali vediamo il mondo (e lo viviamo).

Chi ha pianto (essendo figliә di genitori divorziati), chi si è commossә (come la sottoscritta, che ha provato grande tenerezza per la bimba), chi si è arrabbiatә per le ragioni più disparate (vedendoci – nei casi più estremi – complotti filo-governativi)…

Reazioni che però viste le dimensioni e la forza discretamente anomale, mi hanno ricordato delle riflessioni di Noam Chomsky.

Le distrazioni

Lungi da me supportare teorie complottiste degne di un film distopico, ma osservando quello che accadeva (ma possibile che si debba spendere tanta energia dietro a uno spot di un supermercato?, mi chiedevo) guardavo la facilità con cui una discreta moltitudine di persone (tra cui anche alcunә insospettabilә) stava perdendo tempo (ed eventuali focus su temi di forse ben altra portata) su qualcosa di – tutto sommato – insignificante.

[Fonte profilo Facebook di YouTrend]

Cos’è il NADEF lo si può leggere qui: NADEF: cos’è? Significato e importanza del termine

Vedendo il post di YouTrend e ripensando all’enorme chiacchiericcio sullo spot, il riferimento a Noam Chomsky alla sue “dieci regole della manipolazione mediatica” si è rinforzato nella mia testa (alimentando il “bias di conferma”).
In particolare la quinta regola recita:

La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, questa tenderà, con una certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico: come quella di una persona di 12 anni o meno.

Attenzione!, non sto accarezzando l’idea complottista dello spot come strumento per distrarci da altro.
Assolutamente no.

Mi sono solo ritrovata a riflettere che l’essere umano (seppur dotato di strumenti intellettuali utili a discernere argomenti primari da argomenti secondari) è – a tratti – veramente disorientante in taluni suoi comportamenti (e ragionamenti).
E questo non è un bene.
Perché sono convinta che in un mondo sempre più instabile, imprevedibile e complesso, sia necessario acquisire, rinforzare e affinare strumenti intellettuali e cognitivi tali che ci consentano di discernere ciò che è realmente importante da ciò che non lo è (o lo è meno).

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Questo non vuol dire che non si debba riflettere su cosa un certo spot stimola (il marketing emozionale è uno strumento assai affascinante e degno di tutta l’attenzione possibile) e comunica, ma va incorniciato all’interno di certe dimensioni e contesti.
Affinché tutto assuma le giuste dimensioni che portano alle giuste attenzioni.

Un aggiornamento post pubblicazione

Appena pubblicato questo articolo, ho intercettato la bella riflessione di Daniele Chieffi su LinkedIn, di cui consiglio la lettura: La pesca di Esselunga: brand activism, polarizzazione e un pizzico di politica.

[La foto di intestazione è di Cory Schadt su Unsplash]

Un esercizio di ragionamento

Spero di sbagliarmi e attendo solo di essere smentita dai fatti, ma la vittoria di Elly Schlein alle recenti primarie del PD mi sembra molto diversa da quella che appare di primo acchito (riassumibile nella parola “cambiamento” nell’accezione che in genere si dà, ossia verso qualcosa di nuovo).
Mi sembra una candidatura “costruita” (virgolettato d’obbligo) con molta abilità da chi desidera mantenere lo status quo dando il “contentino” all’immaginario collettivo.
Mi si perdoni la brutalità, ma vado ad argomentare.

Premetto che non discuto sulla carriera politica della vincitrice.
E non sono una elettrice di destra (così sgombro il campo da tutta una serie di dubbi).

E’ che leggendo opinioni di analisti ed esperti di linguaggio, ho trovato conferma ad alcuni aspetti che percepivo (sono conscia del fatto che potrei essere preda del “bias di conferma”).
Elly Schlein è (era, vista la sua vittoria) la candidata perfetta per l’immaginario collettivo:

  • giovane
  • brillante (al di là di come la si pensi)
  • donna (sfruttando “l’effetto Meloni”, quasi in emulazione, e soddisfacendo il desiderio di “finalmente una donna candidata alla presidenza di un partito fortemente patriarcale”)

In realtà due sono le cose che mi hanno colpito.

La prima: chi ha sostenuto la candidatura di Elly Schlein.
Tutta la vecchia guardia. Tutta (risalendo nei tempi fino a Bersani e Ochetto).
Delle due l’una:

  • o è molto più conservatrice (delle idee fondanti del PD) di quanto l’immaginario collettivo percepisca (e quindi è perfetta per il ruolo richiesto dai “grandi vecchi”), oppure
  • è il perfetto agnello sacrificale e sacrificabile utile al sostegno della tesi (semplifico pesantemente) del “visto che non va bene così?”

Quasi un “doppio legame”.

La seconda: chi le ha fatto fare la rimonta.
Gli elettori tesserati avevano espresso preferenza su Bonacini (che era in netto vantaggio), le elezioni aperte hanno ribaltato il risultato.
La domanda che mi sorge è: gli elettori tesserati avevano visto giusto e i cittadini votanti sono stati sedotti dal sogno di vedere una donna alla presidenza del PD? Oppure gli elettori tesserati sono conservatori e i cittadini votanti hanno visto giusto?

Onestamente non so rispondere e credo che solo il tempo potrà dare una risposta.
Credo che comunque sarà interessante osservare come si evolverà la vicenda.
Resta il fatto che Elly Schlein è la prima donna Presidente del partito e la più giovane in assoluto.
Poi che declinazione assumerà il “cambiamento” da lei sostenuto e auspicato sarà – anch’esso – da osservare: verso qualcosa di nuovo o verso un ritorno alle origini? Nuova identità o recupero di una identità forte?

Nel frattempo ragionare su quanto è accaduto può essere un esercizio molto utile per osservare una vicenda da più punti di vista, traendone conclusioni anche diametralmente opposte dallo stesso punto di osservazione.

La politica è estremamente affascinante, se si riesce a mantenere una distanza emotiva da quello che si osserva.

Qualche articolo utile:

Condividere con parsimonia

Farsi i fatti propri conservando la (propria) autonomia di pensiero.

Questa riflessione mi è sorta ascoltando questa mattina il podcast Morning de Il Post (condotto da Francesco Costa).

E ascoltando delle turbolenze interne ed esterne al nostro Paese, di spionaggio più o meno autorizzato di “Paesi terzi” e altre “amenità” (virgolettato d’obbligo)… mi sono tornati in mente post drammatici all’indomani del risultato delle Elezioni Amministrative che paventavano la fine della libertà di espressione e di pensiero.
[E forse ne avevo già scritto in un post precedente (ricordo che comunque ci avevo riflettuto soprattutto in ragione dei contenuti drammatici di cui sopra).]

Oggi questo pensiero è tornato in superficie con una diversa natura.
Perché?
Perché ascoltando determinate notizie, si è fatto sentire un senso di inquietudine.

Credo sia normale: viviamo tempi molto particolari (soprattutto la nostra generazione che arriva da un lungo periodo di relativa quiete). E il rischio è di scivolare gradualmente in uno stato simil ansiogeno (assimilabile al “guardarsi le spalle”) è abbastanza facile.

Una sensazione malsana (oserei dire “disfunzionale”) dettata anche dalla particolarità della nostra Era fatta di comunicazione costante e continua, di perenne connessione & interconnessione. Una realtà che nella sua “virtualità” ha azzerato le distanze chilometriche, mutando la nostra percezione dell’intorno (di prossimità o lontano).

Una sensazione generata da questa connessione & interconnessione che ci consente di leggere e – soprattutto – comunicare. Senza soluzione di continuità.

E senza filtri.

Quei filtri che adottiamo quando comunichiamo in presenza (sulla base delle nostre capacità di ascolto e osservazione dell’interlocutore e dell’ambiente) e che usiamo molto meno (talvolta per niente) in un ambiente digitale (esso stesso già filtro, ma di natura assai diversa).

Ebbene, valutando l’insieme (il periodo storico + i mezzi di comunicazione + le personali capacità di elaborazione dei dati + i mezzi di informazione + … [aggiungete ciò che preferite]) mi sono domandata:

“Ma è proprio necessario che io esprima sempre e comunque il mio pensiero?”

(Domanda aggiuntiva apparentemente fuori contesto: che rapporto abbiamo con i nostri amici? Diciamo loro sempre tutto [come ai tempi delle amicizie del cuore] oppure alcune cose le teniamo per noi?)

La risposta credo sia “no”.
Non è sempre necessario.

E il mio non è un “no” censorio, è un “no” mediato.
Dal contesto, dalle persone con le quali dialoghiamo online e offline.

È un “no” supportato da un approccio che aiuti a valutare costruttivamente la condivisione dei propri pensieri. Che generi un pensiero critico in grado di scegliere non solo cosa dire, ma anche come dirlo.

[Sul tema del “come” dirlo tornerò a breve, in relazione al cosa scegliere di vedere/leggere/ascoltare in base alle proprie capacità emotive e nel rispetto delle capacità emotive altrui.]

Parole chiave

Parole chiave.

Quelle parole che – nel bene e nel male – hanno specifici effetti in chi ascolta.
Ma anche quelle parole che sono diventate talmente tanto “chiave” (grazie all’uso massiccio, massivo e indiscriminato) che possono risuonare fastidiose, stonate o stancanti.

Io ne ho quattro.

Inclusivo – Esclusivo – Opportunità – Straordinario

Quattro parole che mi sono stancata di ascoltare, sentir pronunciare, leggere.
E su cui ho deciso di dedicarci questo articolo un po’ a futura memoria (mia), un po’ per riflettere per iscritto sul perché.

Inclusivo, un termine che ormai viene usato sempre e comunque.
Mi fa venire in mente (per associazione di idee) il termine “green washing”: altra parola che sta scalando velocemente le classifiche di utilizzo, alla quale – in questo caso – mi riferisco in termini di “se non la uso non sono credibile”.
Questa riflessione arriva dalla lettura di un articolo di Vera Gheno pubblicato nel numero di “Cose” (de Il Post) dedicato alle “Questioni di un certo genere”.
Uno scritto che mi ha fatto riflettere sul significato della parola in questione e sulla quale viene posta la seguente domanda (che riscrivo con parole mie): “Siamo sicuri che includere sia la cosa più giusta da fare, e che invece non sia più giusto riconoscere la diversità?”
Una sottile linea di demarcazione di significato che diventa (nello specifico di quel testo) quasi il suo contrario fatto di esclusione: perché se includi qualcosa, qualcosa d’altro lo escludi…

E così arrivo alla seconda parola: Esclusivo.
Che in questo caso interpreto come un’appartenenza ad un “gruppo di eletti”, sulla quale tanto hanno costruito (e costruiscono) operazioni di marketing e di vendita, non sempre di qualità e che comunque continuano ad avere presa su alcune nicchie di mercato.
Quanto estese lo ignoro, però. Perché – oggi come oggi – non so quanto l’esclusività abbia ancora un senso reale (e non solo evocativo).

Vado avanti.
E’ il turno di Opportunità.
Termine usato e stra-usato da un certo mondo della formazione anni ‘80/‘90 e che – secondo me – sta mostrando tutta la ruggine e la vetustà di significato del caso.
Soprattutto quando viene utilizzata da coloro che cercano di venderti qualcosa, incuranti – consapevolmente o meno – della ormai perduta “asimmetria informativa”.
Incuranti anche – consapevolmente o meno – del significato che ha assunto nel corso del tempo: un significato che talvolta odora di fregatura.

Finisco con il botto: Straordinario.
Una parola che mi provoca molto fastidio ogni volta che la sento pronunciare.
Una parola che – almeno nella mia testa – va a braccetto con le precedenti “opportunità” ed “esclusivo” e che talvolta mi sono sentita rivolgere con intenti che andavano dall’adulazione alla motivazione, passando per “l’opportunità straordinaria” (e “irripetibile”).
Un (altro ed ulteriore) termine che paga il suo significato a causa di un utilizzo diffuso e – talvolta – improprio.

Inclusivo – Esclusivo – Opportunità – Straordinario

Non sono cattive parole.
Come tutte le cose, non hanno una natura specifica.
Hanno una definizione, ma l’uso che ne facciamo fornisce loro un’ulteriore definizione (un significato) a seconda di come le decliniamo e le associamo a situazioni, facendole nostre.

Forse è necessario prestare una maggiore attenzione alle parole che scegliamo di usare, con cognizione di causa e ascoltando ciò che ci circonda.
Senza cedere alla seduzione delle parole di moda, bensì comunicando in un modo che ci rappresenta di più, che ha un significato più attinente a ciò che vogliamo realmente dire e che vogliamo far comprendere a chi ci ascolta.

Leggere 2.0

Faccio parte delle generazione analogica.
Quella generazione che vive a cavallo della transizione tecnologica, che ha visto (e vissuto) quello che c’era prima e sta vivendo in pieno quello che c’è adesso, intravedendo possibili sviluppi futuri.

E mi definisco una “migrante digitale”, proprio in virtù (e/o a causa) di questo viaggio da quello che c’era prima a quello che c’è adesso.
Con tutti i disagi del caso (ai primi approcci alla tecnologia assai poco user friendly dovevi essere quasi un programmatore per gestire i programmi in MS-DOS).
Ma anche con tutti i vantaggi del caso (la tecnologia via-via sempre più facile con interfacce dove bastano pochi tap per aprire applicazioni e muoverti al loro interno facendo una moltitudine di cose impensabili fino a poco tempo fa).

Il tutto in quasi 20/30 anni (da un punto di vista utente).

E proprio questa migrazione di utilizzo sta (se mai fosse necessario evidenziarlo) modificando nostre modalità e comportamenti.
Uno di queste modalità è la lettura.
In senso ampio e lato.

Un’attività che prediligo e sulla quale mi ritrovo spesso a riflettere, talvolta smarrita, talvolta entusiasta, talvolta preoccupata.
A seconda dell’umore della giornata.

Ci riflettevo proprio stamattina, leggendo un estratto del libro “La mente estesa”.

Lo stavo leggendo sulla app Kindle per iOS.
Quindi sul telefono, neanche sul Kindle che mi sono accorta rendermi stranamente più noioso l’atto della lettura (credo per la mancanza del colore e per la non grande capacità di rendere la lettura “estesa”, tipica degli ebook, che consente di seguire eventuali link presenti e navigare in approfondimenti).

Dopo qualche minuto di lettura dell’estratto, mi sono spostata “altrove” (su altre piattaforme) a leggere altri contenuti e mi sono ritrovata a riflettere su questa modalità che di primo acchito appare alla vecchia me (cresciuta a ore concentrata su un singolo libro) caotica e inconcludente, con forse anche delle tracce di “disturbo dell’apprendimento” (pensiero – questo – forse un po’ paranoico).

Ma che forse è indicativa di una modalità “reticolare” o “a propagazione”, parafrasando Giulio Xhaët che nel libro “#Ibridocene” di Paolo Iabichino scrive:

“In un mondo cosi complesso come quello Phygital non basta più avere competenze verticali, ma è necessario apprendere per “propagazione” provando nuove strade e unendo discipline anche molto distanti tra loro.”

Una modalità non per questo impoverita, bensì forse diversa.

Più orizzontale, anziché verticale.
Che si muove per link di approfondimento (negli ebook) e per contaminazioni di idee e loro collegamenti laterali.

Più adatta forse ai tempi che stiamo vivendo e che ci costringono, e ci stimolano, ad adottare nuovi modi per continuare a fare quello che facevamo prima.

Diversamente.

La calzolaia che va in giro con le scarpe rotte (di “conflitto dialettico”).

Diversi giorni fa scrivevo il post su Facebook riportato qui sotto, raccontando di un episodio accaduto qualche ora prima.

La settimana successiva a questo episodio – a valle di un mini-corso sulla “comunicazione in pubblico” dedicato alle studentesse di ingegneria e architettura del Politecnico di Milano – ho fatto improvvisamente (tra me e me) un collegamento tra alcune riflessioni condivise con le partecipanti e quello che ho fatto (e detto) nel “conflitto dialettico” di quel giorno.

Fatto salvo le idee che hanno sostenuto le rispettive “uscite” (del collega e mie) e sospendendo qualsiasi tipo di giudizio sulle rispettive posizioni politiche e ideologiche, mi sono resa conto di avere commesso un errore strategico di comunicazione.
Riflettendo anche sulla effettiva (e scomoda) validità dell’osservazione del collega sulla emotività messa in gioco.

Vado a spiegare partendo con l’immagine qui sotto: un semaforo e alcune piccole parole (No, Però, Ma, Sì e…).

Questa è la slide che utilizzo per spiegare l’importanza di alcune piccole e apparentemente inoffensive “paroline” (congiunzioni) che usiamo con grande disinvoltura e che – collocate all’interno della frase strategicamente o a casaccio – possono fare una grande differenza nel significato complessivo del concetto che stiamo comunicando.

Durante il ragionamento su queste congiunzioni, e su situazioni di comunicazione in conflitto, una delle partecipanti ha raccontato della sua esperienza di persona un po’ polemica (a detta di altri) che nel tempo ha imparato a esordire nelle sue osservazioni con un tocco di ironia (“Sì, con tutto il bene che ti voglio, ma…”).

L’ironia ha fatto da ponte ad un ragionamento sulla gestione della pressione emotiva che si crea in queste situazioni, insieme all’uso delle parole (“confronto dialettico” è il sinonimo che ho usato per trasformare la situazione da “scontro” a qualcosa che risuona meno pesante: un termine ascoltato tempo fa in un podcast).

Pressione emotiva da riconoscere e da gestire. Dalla quale prendere le distanze. Per mantenere il controllo del dialogo e delle parole che lo compongono (“controparte” vs “interlocutore” è un altro escamotage linguistico per “raffreddare”).

Quindi quale errore strategico di comunicazione ho commesso?

Non sono stata in grado di gestire le emozioni.

Emozioni generate da quello che avevo letto e avevo visto quella mattina.
Che mi aveva provocato sofferenza e dolore.
(Che mi provoca tutt’ora un enorme senso di sofferenza, dolore e impotenza. [E i fatti di Bucha di queste ore – nel mentre scrivo questo articolo – stanno gettando ulteriore benzina sul fuoco; ma su questo ne scriverò la prossima settimana per lasciar(mi) il tempo per decantare e riflettere.])

Grosse emozioni in gioco che hanno schiacciato e soverchiato tutto il resto, “mandandomi fuori di testa” in una frazione di secondo.

Errore. Mio.

Un errore che – se visto su diverse scale – può creare conseguenze difficili da riparare.
(E di errori simili – in contesti diversi – ne ho commessi in buon numero nel passato, imparando nel tempo – con fatica – a gestirmi.)

Quindi cosa avrei potuto rispondere alla frase del collega “a Mariupol non sta succedendo nulla” (con un linguaggio del corpo che supportava le sue parole, amplificando la mia interpretazione emotiva)?

Anziché scattare come un rettile dicendo “Ma cosa stai dicendo???”, proseguendo con una neanche tanto velata accusa di “negazionismo”, avrei potuto – con calma – porre una domanda:

Cosa intendi dire con non sta succedendo nulla?”

Proseguendo poi, domanda dopo domanda, ad estrarre informazioni e pensieri del collega.
Valutando di volta in volta cosa chiedere, a seconda delle risposte.

Avanzando con ulteriori domande.
Ancora e ancora.

Estraendo informazioni.

Riconoscendo nel contempo le (mie) emozioni in corso e mettendole momentaneamente da parte, in funzione di un chiarimento dei concetti utili a sostegno della mia argomentazione.

Forse non avrebbe risolto, ma sicuramente sarebbe stato utile a “tamponare”.
Un “tamponare” utile (a sua volta) a non farsi sopraffare, e che non deve essere visto come un processo di disumanizzazione e un segnale di assenza di empatia.
Bensì un “tamponare” utile a mantenere stabilità ed equilibrio (emotivo), utili (a loro volta) a gestire conversazioni, riflessioni ed azioni.

[La foto in evidenza è di Alice Yamamura su Unsplash]

Di errori di comunicazione. Miei.

Di recente ho commesso un errore.
Importante, secondo i miei parametri.

Ho ceduto alla lusinga dal “vago sentore primitivo” (leggasi “intervento del cervello rettile”) di quella benedetta/maledetta piattaforma che si chiama Facebook: ho ceduto alla pulsione di voler esprimere un opinione personale su una vicenda di grande risonanza mediatica che “fa scopa” (termine mutuato dal celebre gioco a carte) con un tema fortemente polarizzante.

Praticamente una tempesta perfetta che – se ben condotta – può generare engagement (che non era il mio obiettivo) ma che se sfugge al controllo genera un flame (che si stava generando) su cui bisogna cercare di intervenire rapidamente, con tutta la difficoltà derivante da una comunicazione temporalmente non allineata e priva di tutta una serie di canali comunicativi che possono smorzare eventuali malintesi (tono di voce, espressioni del volto, sguardi, ecc. ecc.).

Foto di Antenna su Unsplash

Anzi, l’errore non è stato uno.
Bensì sono stati due.
Il primo è stato quello di voler esprimere una opinione sulla questione (non necessaria, anche se pubblicata sul profilo personale).
Il secondo è stato quello di toccare uno degli argomenti più sensibili in circolazione negli ultimi giorni.

Parto dal secondo per poi collegarmi al primo.

Di solito un suggerimento che si da a chi muove i primi passi nella comunicazione in pubblico, e al pubblico, è di evitare di trattare argomenti relativi a politica, religione e sesso (a meno che non siano esattamente i temi di cui si deve parlare, nel qual caso si lavora sul come trattarli a livello di linguaggio utilizzato e “tono di voce”).
Perché questo?
Perché sono temi che bisogna saper gestire (anche a livello emotivo), così come bisogna saper gestire quello che si muove a valle. Cioè quello che le tue parole scritte (o dette) generano in chi ti legge (o ascolta).

Ai tre argomenti sopra citati se ne devono però aggiungere altri due: lo sport (ma di questo già si sapeva, in particolare sul tema calcio, e oggi anche in estensione su altre discipline) e la questione vaccini (anche se non esprimi opinioni contro chi non la pensa come te).

Foto di Frank Busch su Unsplash

Una ingenuità mia, lusingata da vecchi insegnamenti male interpretati: il prendere posizione per (mi si perdoni la ripetizione) posizionarsi.
(Dove per “posizionarsi” intendo acquisire autorevolezza su qualcosa.)

Ma il posizionarsi non si accompagna necessariamente all’esprimere opinioni su argomenti che non sono attinenti al tema su cui vuoi acquisire (o hai) – appunto – autorevolezza.
Anche se esprimere opinioni (anche su argomenti “esterni” alla tua area di competenza) ti posiziona. Irrimediabilmente. Nel bene e nel male.
(E quando sei posizionato/a devi saperti gestire e devi saperne gestire le conseguenze.)

Recentemente – a valle del post (che ho poi rimosso) – mi è tornato in mente quello che aveva riflettuto qualche giorno prima un contatto (sempre su Facebook): la decisione di non condividere più opinioni su tutto, constatandone il beneficio (anche mentale) che ne stava traendo.

Una scelta editoriale.

Così facendo qualcunә potrebbe pensare che questo vada a compromettere la libertà di espressione.
Ma non è così.
Si è liberә di pensare ciò che si vuole ma non ci si deve sentire obbligatә (dal proprio Ego) ad esprimere le proprie idee.
Anzi, questa scelta può essere l’occasione per esercitarsi nella misurazione delle parole, nella osservazione e nell’ascolto. Senza esprimere un giudizio e senza cedere alla pulsione indotta dalle emozioni che i contenuti altrui possono generare.

Non dico che l’adozione di questo comportamento sia un percorso facile.
Continueremo ad arrabbiarci, o a indignarci, davanti a ciò che non è allineato con il nostro pensiero: siamo umanә e siamo fatti di emozioni. E’ giusto che sia così.
Ma se desideriamo instaurare dialoghi costruttivi, anche se i nostri interlocutorә si trovano su posizioni opposte alle nostre, la strada da percorrere è questa: sospendere il giudizio, riconoscere le nostre emozioni (mettendole momentaneamente da parte) e – soprattutto – predisporsi all’ascolto (anche attivo).

Foto di Wonderlane su Unsplash

Forse i canali di comunicazione a nostra disposizione (i social media), con la loro modalità di comunicazione asimmetrica (nei termini di cui scrivevo all’inizio), non sono il luogo ideale per affrontare temi importanti.
A meno che si sviluppino competenze emotive e di linguaggio (in senso ampio) tali da consentirci confronti dialettici “calibrati” e approfonditi.

Perché queste piattaforme offrono indubbiamente potenzialità immense e sono – di conseguenza – strumenti molto potenti. E come tutti gli strumenti (potenti o meno) la bontà (o meno) dell’uso che se ne fa, dipende solo ed esclusivamente da noi.
E – nello specifico – dalle nostre competenze emotive e di linguaggio.

(Nota finale “ludica”: parallelamente ho avuto modo di “apprezzare” la velocità di risposta dell’algoritmo che – al mattino successivo alla pubblicazione del disgraziato post – mi mostrava con solerzia contenuti analoghi di contatti che non ricordavo neanche di avere e che mi hanno generato qualche “mal di pancia”. Confido che la rimozione del post e il riordino del profilo sollecitino a breve l’algoritmo ad un aggiustamento altrettanto rapido della timeline.)

Questioni di “Ә” e di genere

Si scrive “ə”, si pronuncia Scevà (dal tedesco Schwa, a sua volta derivato dall’ebraico shĕwā).
Il suo suono dovrebbe collocarsi – se ho ben compreso – tra la “a” e la “e” (una sorta di “e rilassata”)

[Immagine tratta da Wikimedia Commons]

Non è una lettera introdotta di recente.
Esiste da tempo negli alfabeti esteri.

Ma il suo impiego nella nostra lingua sta avvenendo in tempi recenti, in modo sempre più pervasivo.
Si colloca al termine di quelle parole che si distinguono tra il maschile e il femminile, sostituendosi per rendere il termine utilizzato inclusivo anche per coloro che non si riconoscono nella identità binaria (maschile o femminile).

Non mi dilungo nella presentazione e spiegazione di questa piccola lettera che sta generando grandi discussioni più o meno “polarizzanti”: c’è chi è a favore e c’è chi è contro (quando ho scritto un post su Facebook, nel quale raccontavo della sperimentazione personale in corso, mi sono trovata a dover moderare commenti anche un po’ veementi).
E’ interessante invece il lungo articolo che l’Accademia della Crusca dedica alla differenziazione di genere nel linguaggio: Un asterisco sul genere.

Per quanto mi riguarda continuo nella sperimentazione (ho preso “coraggio” introducendola anche nella homepage del sito), procedendo per piccoli passi e tastando il terreno.

I primi esperimenti sono stati all’interno di slide di un webinar che ho tenuto di recente dove – anziché utilizzare asterischi o “o/a” (“e/a”) – ho inserita la “ә” come “declinazione inviluppo”. Anche se nel parlato ho continuato a declinare le parole in femminile e maschile.

Perché l’ho fatto?

Perché ho iniziato a prestare attenzione a coloro che stanno scrivendo (anche da tempo) della dominanza della coniugazione al maschile nella definizione di ruoli e professioni (maschile sovraesteso).
Una particolarità che sino ad oggi ho acquisito come dato di fatto, non avendo mai vissuto la questione come una discriminante.

Apparentemente. Forse.

Perché un passaggio che faccio molta fatica a fare è la declinazione al femminile della parola “architetto”: architetta.
Lo faccio (sforzandomi) in ambienti esclusivamente al femminile, ma all’interno di situazioni professionali miste (soprattutto cantieri, e vi lascio immaginarne il motivo per chi conosce un po’ l’ambiente…) continuo a prediligere la declinazione “al maschile” (“si tratta di un ruolo, non di una identità”, rifletto tra me e me).
(Avrei preferito – confesso – il termine Architettrice, come pittrice [ho sentito dire anche “pittora”, e mi si sono rizzati i capelli in testa], che è anche il titolo del bel libro di Melania Mazzucco sulla figura di Plautilla Bricci.)

[L’Accademia della Crusca si è espressa anche su questo tema: Nomi di mestiere e questioni di genere.]

La lingua si evolve. Sempre.
L’italiano che usiamo oggi è diverso dall’italiano usato anche solo 50 anni fa.
Quindi non mi sento di condannare l’uso della schwa, così come non mi sento di escludere a priori l’uso del termine “architetta”.

C’è sempre un po’ di attrito iniziale davanti ai cambiamenti.
Soprattutto nel linguaggio che ha anche il potere di definire, descrivere e quindi di dare una identità ed un riconoscimento a ciò che viene nominalizzato (finché non lo nomini non esiste).

Da parte mia continuo a provare e ad osservare.
Il tempo mi/ci dirà se alcune scelte e sperimentazioni linguistiche recenti continueranno la loro strada o se verranno abbandonate a favore di altre opzioni ad oggi magari non ancora disponibili.

Vi lascio con il video del Talk di Vera Gheno dedicato proprio alla schwa: