Infuturazione (assenza di)

Infuturare: “v. tr. [der. di futuro], letter. – Estendere nel futuro. Come intr. pron., infuturarsi, prolungarsi nel futuro, spec. nella memoria dei posteri: Poscia che s’infutura la tua vita Via più là che ’l punir di lor perfidie (Dante).” [Treccani]

Infuturazione: capacità di vedere nel futuro.
Non in termini di palla di cristallo, bensì in termini di pensiero anticipatorio. E – aggiungo – di capacità di ipotizzare soluzioni verso il futuro.

Il contrario: assenza di “infuturazione”.
Ossia incapacità di vedere – nello specifico – un (proprio) futuro (lavorativo).

La parola infuturazione l’ho ascoltata per la prima volta in un podcast de Il Post dedicato alle emozioni primarie dal titolo “Le basi”. Mi colpì subito e mi è rimasto in mente (anche a distanza di tempo) perché diede una definizione (e quindi una identità) ad un fenomeno che stava già germogliando in me ma che non aveva ancora raggiunto la superficie (come dico scherzando “non era ancora passato dal retrocranio all’avancranio”), manifestandosi in tutta la sua evidenza.

Oggi, reduce da un anno nel quale ho fatto molta pulizia delle tante attività che seguivo ma che stavano diventando un fardello sempre più pesante che alimentava solo una sorta di identità funzionale al far vedere agli altri che facevo cose (alla ricerca di una improbabile approvazione e ammirazione), ho chiaro in mente che non ho la più pallida idea di quale possa essere il mio futuro lavorativo.

Semplicemente non riesco ad immaginarlo.

E in realtà come – per esempio – i social media (luoghi che sono ormai parte integrante della nostra quotidianità, che ci piaccia o meno [NB: ho scoperto che Cal Newport – autore americano che ha fatto della focalizzazione e del minimalismo digitale la sua bandiera, e che vantava la sua assenza dalle piattaforme social – ha aperto un canale YouTube…]), dove tutti (di)mostrano grandi saperi e grandi certezze, ostentando sicurezza e vendendo soluzioni (una modalità che mi ricorda “culture vincenti” del secolo passato), la (mia) perplessità assume dimensioni ingombranti.

Soprattutto se – come me – cominci ad avere una certa età.
Che dovrebbe (secondo alcuni) darti maggiore supporto per le competenze acquisite e le esperienze vissute, unite ad una modalità di pensiero più ponderata (almeno si spera), che dovrebbero renderti unə potenziale esponente della Silver Economy (però in qualità di Prosumer: consumer + producer).

E invece la perplessità genera incapacità di infuturazione che – a sua volta – si porta dietro stallo, disorientamento (per cui necessiti di mettere ordine nelle cose da seguire, gestendo la tanto cara sindrome F.O.M.O. [Fear Of Missing Out]) e pausa nella comunicazione (se e cosa voglio comunicare?).

Ebbene, non so come è da te (che leggi) ma da queste parti più che risposte e soluzioni da condividere ci sono parecchie domande silenziose e necessità di comprensione.

[Foto di Alex wong su Unsplash]

Sull’autonarrarsi

Da tempo ragiono sul se e come narrare quello che si fa (e/o si è) sui social media.
Sto diventando tediosa sul tema, me ne rendo conto.

E all’interno di questo ragionamento si muovono tante variabili anche apparentemente slegate fra loro: ci sono i selfie scattati (vedo profili – soprattutto su Instagram – quasi completamente composti di selfie), ci sono le foto dei cibi mangiati, dei libri letti, dei luoghi visitati…

Alcuni temi mi sono più confortevoli (libri, luoghi e forse anche qualcosa di cibo…), altri mi creano decisamente disagio (i selfie… ma il mio rapporto con l’obiettivo fotografico è sempre stato complesso e riassumibile in “sì a fotografare, no a farsi fotografare”).

E ragionando (ancora) sul tema – questa mattina – mi sono venute in mente due cose lette su due libri lontanissimi tra loro.

La prima è una citazione tratta dall’ultimo libro di Guia Soncini “Questi sono i 50. La fine dell’età adulta.”:

Una volta decidevi se iscriverti a Legge o a Medicina, oggi puoi decidere che a quarant’anni ti guadagnerai da vivere raccontando com’era il mondo quando ne avevi dodici. Ma dev’essere personale, mica roba da libri di storia. Devi saper narrare le merendine, e i cartoni animati, e non le ragioni della guerra in Afghanistan ma dov’eri quando vedesti per la prima volta le immagini delle torri che crollavano. Non fatturerai con la guerra santa in sé, ma col dettaglio di te che avevi comprato il regalo per il tuo compagno di banco ma la guerra santa fece annullare la festa: quanta vendibilissima immedesimabilità nelle piccole cose, altro che geopolitica, altro che la storia maiuscola. Devi fare cascina di futilità: un giorno tutto questo sarà reddito.
Domenico Starnone, che appartiene al secolo in cui per guadagnarti da vivere con la nostalgia dovevi saper scrivere, mica solo avere un telefono con la telecamera, dice che la letteratura si fa su una bottiglietta di chinotto: «Non sulla bottiglia in sé, ma sull’impatto tra me e la bottiglia, l’urto tra me e la parola chinotto, l’emozione che mi dà».

La seconda è un ricordo che arriva da un libro che – nonostante il titolo che può ingannare (“Miliardario a cinque stelle” di Tash Aw) – offre un amaro spaccato della società asiatica.
Ambientato a Shanghai, narra le vicende di quattro persone socialmente lontanissime tra loro, le cui vite si intrecciano e si incrociano in modo inaspettato (un cantante pop, un imprenditrice, un imprenditore ed una ragazza in cerca di fortuna).
La ragazza in cerca di fortuna, arrivata a Shanghai, inizia a costruire la sua immagine e la sua reputazione comprando imitazioni di capi e accessori di marca, leggendo libri di autoaiuto su “come fare per…” e postando sui social media la propria vita progettata a tavolino.
Tra i tanti dettagli della narrazione di questa figura, una mi aveva colpito in particolare (e mi è tornata in mente proprio questa mattina): quando decide di aprire il primo profilo social e sceglie una foto che le è stata scattata da un passante durante una visita in un giardino,

Guardando quella foto sullo schermo del computer capì che era esattamente la più adatta da mettere sul profilo: scattata da qualcun altro, un’amica durante una gita, magari addirittura da un fidanzato. Le dava un’aria desiderabile, diversamente dai tipici autoscatti confusi dove i soggetti avevano sempre lo sguardo all’insù verso l’obiettivo, comunicando istantaneamente all’osservatore: non ho amici.

A parte la “questione selfie” (laterale ma non per questo trascurabile, su cui andrebbero spese ulteriori parole), riflettevo che la narrazione della propria vita genera in chi ci legge non solo un posizionamento reputazionale e caratteriale (e anche delle contro-riflessioni), ma suggerisce anche possibili scenari professionali alternativi che possono essere invisibili a noi narratorә (immersә come siamo nel flusso della nostra storia e della nostra cronaca) e che sono costituiti del contenuto che pubblichiamo, supportato a sua volta dalla nostra esperienza (più o meno sistematizzata, più o meno consapevolmente).

Quindi, torno a domandarmi, ha senso narrarsi sui social?
Ha senso condividere ciò che si fa, si legge, si visita, si pensa…?
Sì. A questo punto credo di sì.
[Aggiungo: ha senso condividere costantemente il nostro volto? Dipende, da quello che vuoi comunicare. Perché tutte e tutti desideriamo comunicare qualcosa a qualcuno.]

E di una cosa sono certa: non esiste un unico modo per narrarsi, ne esistono tanti (anche non narrarsi è un modo per narrarsi). Altrimenti non sarebbe auto-narrazione.

L’importante è esserne consapevoli.
Avendo sempre in mente il mantra “ciò che pubblichi ti posiziona”, senza dimenticare che ad una azione corrisponde sempre una reazione.

[Foto di Madrona Rose su Unsplash]

Stare sui social (2023)

Probabilmente sto invecchiando… anzi, sicuramente sto invecchiando (l’anagrafe è abbastanza implacabile e inesorabile su questo, ma anche i neuroni contribuiscono attivamente alla questione)…
Fatto sta che ultimamente sono:

  1. In crisi da produzione di contenuti
  2. Intollerante da fruizione di contenuti

Detta in parole povere, mi chiedo se ha ancora senso (per me) stare sui social network. Sia in modalità attiva che in modalità passiva.
E – last but not least – su quale social stare (se voglio continuare a starci).
Non so se sono la sola a fare questi ragionamenti oppure se sono in buona compagnia (credo la seconda perché, leggendo in giro e parlando con persone, avverto una certa fatica sul tema), ma questo è.

Ha senso continuare a stare su Linkedin?

Complice l’inaspettato riconoscimento di un anno fa come “LinkedIn Top Voice”, è scattata nella mia testa l’ansia da prestazione (“Oddio, cosa pubblico oggi?”, “Oddio, cosa posso scrivere sul tema per cui mi è stato dato il riconoscimento?”, “Oddio,… [da completare a piacere]?”).
Ed è stato vuoto pneumatico (quasi una paralisi intellettiva) e (successivo) scoraggiamento per bassissima interazione (a parte la spinta iniziale arrivata dal riconoscimento). Unita all’osservazione su altri di un’autoreferenzialità abbastanza prevedibile visto che l’obiettivo primario dello stare sulla piattaforma è farsi notare dai recruiter e vendere i propri servizi.
Quindi se dovessi rispondere alla domanda “ha senso continuare a stare su LinkedIn?”, in questo momento (mentre sto scrivendo queste righe) risponderei di no. Per me che ho una tendenza più conversazionale, potrei farne tranquillamente a meno oppure limitarmi a fare manutenzione al profilo.
Se però – come ho fatto qualche settimana fa – metto in pausa il profilo, scomparendo dai radar, scatta nella mia testa la sempreverde “sindrome F.O.M.O.” e dopo 24 ore mi trovo a riattivarlo.
E così mi trovo ad oscillare tra il “chiudo” e il “mantengo passivamente (che non si sa mai, dice la F.O.M.O.)”.
I dubbi e le perplessità permangono, e mi è risuonato molto il post recente di una persona che seguivo che annunciava la chiusura del suo profilo per (sintetizzo) “inutilità”.
E visto che penso di avere uno spirito più conversazionale (per lo meno online) potrei concentrarmi su Facebook…

Ha senso continuare a stare su Facebook?

Conosco diverse persone che se ne sono andate da Facebook, approdando sul su citato LinkedIn o prediligendo Instagram.
Con Facebook ho un rapporto decisamente meno perplesso di quello che ho LinkedIn.
Su Facebook ho conosciuto persone interessanti, ho avuto conversazioni altrettanto interessanti, ho avuto modo di conoscere (e partecipare) ad eventi interessanti… Ma…
Ma col tempo (forse complice l’algoritmo, non so… o forse complice la mia succitata anzianità incipiente associata a sfinimento intellettivo e abbassamento del livello di tolleranza) è diventato faticoso.
Negli ultimi tempi ancora di più.
Le discussioni si fanno sempre più sfiancanti. E lo sfiancamento è maggiore per l’assenza di canali fondamentali di comunicazione quali – per esempio – quello visivo, uditivo, di tono di voce, ecc. ecc. che compensano modi di scrittura che paiono un po’ aggressivi.
Il “non si può più dire niente” si è impossessato della sottoscritta che ha delle riflessioni su temi corposi che vorrebbe condividere, ma che tiene per sé (o per conversazioni in presenza) vista l’alta reattività dell’ambiente digitale in questione (mi riferisco a temi quali la Parità di Genere, i Femminismi, i Linguaggi, la Body Positive… tutti temi “incendiari” capaci di scatenare reazioni sanguigne che poi ti tocca gestire con fatica).
E quindi, che faccio?
Anche qui non ho una risposta certa, ma sta prendendo piede l’idea della “modalità Lurker”…

E Instagram?

Instagram è forse ancora un’oasi nella quale riesci a gestire ciò che vedi (a parte il disastro di post suggeriti e sponsorizzati secondo profilazioni talvolta assai stravaganti e che si tramutano in disturbi della tua timeline) ed è – in questo momento – la migliore soluzione per me.
Anche se si sta insinuando una sottile noia che credo (e spero) di poter sanare con una sistemazione della lista di chi seguo (c’è sempre la questione della educazione dell’algoritmo, talvolta un po’ gnucco nel comprendere che certi argomenti non mi interessano).
Qui mi riservo qualche ulteriore riflessione a seguito dell’imminente riordino funzionale agli obiettivi di fruizione della piattaforma, anche se sento diminuire la pulsione ad aprire e “scrollare il feed” per una certa uniformità di contenuto.

E gli altri social?

Qui ho alcune certezze (una per la verità) e qualche dubbio valutativo.

La certezza che Tik Tok non è il social che fa per me. Per lo meno in modalità attiva (alla tenera età di 55 anni non mi vedo a fare balletti strani davanti all’obiettivo dello smartphone, e poi c’è la questione della iper-compressione del tempo di divulgazione di contenuti che non sono capace di gestire).
Telegram: un social che ho, sul quale seguo alcuni canali e che mi dimentico sistematicamente di consultare. Ma che è interessante per la modalità di fruizione e sul quale mi riservo sempre di approfondire di più (non è escluso che nell’imminente non apra un canale sul quale condividere gli articoli di questo blog e altri contenuti).
Twitter/X: ho un account ma lo frequento pochissimo. Mi è utile per avere aggiornamenti in tempo reale sul traffico ATM (l’azienda dei trasporti milanese), ma per il resto poco altro. Anche perché talvolta intercetto risse digitali davanti alle quali quelle su Facebook impallidiscono. Sono sempre lì-lì per chiudere l’account ma poi mi trattengo causa sindrome F.O.M.O. (che prima o poi sconfiggerò).
Substack e Medium: se la prima la seguo (a spizzichi e bocconi), la seconda – dopo un periodo nel quale ci ho anche scritto sopra – l’ho abbandonata pur avendo l’applicazione sullo smartphone (utile per la segnalazione su altre piattaforme di pubblicazione di articoli interessanti). Non le ritengo fondamentali (per me, per ora).
Flickr: Flickr è il mio cloud di foto. Ma non un cloud disordinato, no. E’ un luogo di archiviazione sul quale – nel tempo – ho caricato tantissime foto (organizzandole in album) e, anche se interagisco poco, resta un posto nel quale condivido ciò che vedo. Senza parole, solo con immagini che – proprio perché so essere destinate a questa piattaforma – curo con maggiore attenzione. Lasciando a chi le guarda le proprie considerazioni e suggestioni.
You Tube: il caro e vecchio You Tube, una specie di bisonte digitale che placido avanza ruminando dati e traffico. Ho un canale nel quale pubblicavo con una certa regolarità dei video, mentre oggi è un po’ più fermo. Ma non lo chiudo complice anche quello che mi disse un amico: il rilascio dei suoi dati nel web è più lento rispetto ad altre piattaforme mordi e fuggi, con una conseguente buona indicizzazione dei contenuti. E poi non è detto che non pubblichi altri video in futuro.

Una questione di tempo

Forse tutta questa lunga digressione ha un comune denominatore: il tempo trascorso su queste piattaforme. Che – per quanto mi riguarda – tende a scendere a favore di fruizione di contenuti specifici su siti web, fuori dal recinto dei social media che stanno diventando (nella mia testa) una sorta di finestra di ciò che c’è all’esterno (l’esatto contrario dell’obiettivo di questi medium: tenerti dentro il loro recinto digitale), imparando a trovare e seguire le tracce contenute nei post.

Una questione di modalità

E poi c’è la questione della modalità.
Quella modalità che passa sotto il nome di Lurker:

Il lurker è un soggetto che partecipa a una comunità virtuale (una mailing list, un newsgroup, un forum, un blog, una chat) leggendo e seguendo le attività e i messaggi, senza però scrivere o inviarne di propri, non rendendo palese la propria presenza, o perché non lo reputa necessario, o perché non lo desidera […] – Fonte Wikipedia

Una modalità silenziosa: l’esserci sì ma sotto tono.
Osservando, valutando e pubblicando se e quando si ritiene utile (quindi senza essere ostaggio degli algoritmi sempre più demanding).
Rivedendo il proprio rapporto con questi mezzi che stanno scrivendo un pezzo importante della storia della comunicazione e del linguaggio.

Quindi “ha senso stare sui social”?

Arrivata alla fine di questo articolo forse la risposta è sì, cambiando modalità.
Cambiando il personale rapporto con queste piattaforme che sono degli strumenti e – come tutti gli strumenti – la bontà (o meno) dipende dall’utilizzo che se ne fa.
Sperimentando nuove piattaforme
Rivalutando la modalità blog-centrica sulla quale – in passato – avevo nutrito dei dubbi.
Consultando con cognizione di causa.
Pubblicando con cognizione di causa.
A favore – forse e si spera – di una maggiore qualità.
Con buona pace degli algoritmi.
E priorità ai propri obiettivi.

[Foto di NordWood Themes su Unsplash]

Tra il mondo e l’orto

Stamattina, ascoltando Morning (la rassegna stampa mattutina de Il Post), ho ascoltato (mi si perdoni la ripetizione) della situazione in Sudan (e dei legami tra Stati coinvolti a vario titolo con la regione in guerra, che disegnano – elaboro le parole utilizzate – “un nuovo mondo che rifiuta l’Occidente” [questione di cui ascolto già da parecchio tempo da parte di un collega]).

E – all’interno dello stesso podcast – ho ascoltato anche della vicenda del programma di Massimo Giletti (non voglio entrare nel merito della trasmissione, che non ho mai guardato e sulla quale ho una mia opinione che però non è oggetto di questa riflessione) e delle ipotesi che si fanno sul motivo della sua sospensione (dalle più prosaiche [questioni di ritorni in termini di pubblicità] alle più complottiste).

In una improvvisa ed inaspettata associazione mentale ho ripensato alla conferenza di apertura del festival Cara Casa (alla quale ho assistito sabato mattina, dedicato al tema della casa e – ad esso collegato – delle metropoli), al percorso a piedi che ho fatto successivamente da viale Padova (il convegno era ospitato allo Spazio Mosso) a Lambrate (percorrendo strade a me sconosciute fino a quel momento e che mi hanno mostrato un mondo altro), all’attenzione che ho posto qualche giorno fa alle case a ridosso della ferrovia a Genova (“Non va bene così”, ho pensato, “come si possono accettare queste situazioni?”)…

Le foto qui sopra le ho scattate dal treno mentre ci stavamo avvicinando alla stazione di Genova Porta Principe. Nessuno zoom: nelle prime tre foto (partendo dall’alto al basso, da sinistra a destra, si vede il parapetto della ferrovia).

[Perché mi interesso così tanto (sono così reattiva) a questi temi?, mi sono domandata. Perché penso che un giorno potrei trovarmi anch’io in una situazione simile e non vorrei mai trovarmici, mi sono risposta. E così cerco di capire e di conoscere per prepararmi, quasi a rassicurarmi, pre-occupandomi di qualcosa che potrebbe accadere ma non è detto che accada.
Sarebbe poi molto più comodo volgere lo sguardo altrove, non curandosene. Ma – come dicevo ad un altro collega – alla pulsione di tapparsi le orecchie e chiudere gli occhi, rispondo col forzarmi a guardare e ascoltare per non diventare indifferente, scivolando nella disumanità.]

Dunque una realtà, un perimetro, di ragionamento più o meno ampio.
Costantemente sotto gli occhi.
Altamente instabile e in transizione verso nuovi equilibri che – per una comune mortale come me – sono sconosciuti e dei quali posso solo cercare di intuirne i contorni (per – appunto – prepararmi).

Una faccenda, questa, da mal di testa e – se non ben gestita – generatrice di stati d’ansia.

Ma…

Ma sempre quel collega di cui scrivevo qualche riga sopra (colui che da tempo riflette sui nuovi equilibri mondiali), qualche giorno fa mi ha detto (lo scrivo con parole mie): “Mi preoccupo di quello che succede alla macro-scala, ma se mi fermo a pensare alla mia vita (alla mia realtà, al mio intorno, n.d.r.) va bene. Non posso lamentarmi. Sì, ci sono problemi e preoccupazioni, ma va bene.”

Ecco – riflettevo stamattina – un buon modo per non farsi travolgere da loop mentali che si innescano (e si autoalimentano) a causa di ciò che si legge, si osserva e si ascolta di quello che accade nel mondo (vicino o lontano che sia), che affardella ulteriormente, è quello di tornare spesso nel proprio “orto”. Concentrandosi e prendendosene cura.

Uno scorcio dell’Orto comune di Niguarda, bella realtà di orticoltura sociale (http://www.ortocomuneniguarda.org/)

Adottando però – nello stesso tempo – uno “strabismo funzionale”.
Ossia stare nel proprio “orto”, coltivandolo, senza comunque perdere di vista (con la coda dell’occhio) quello che accade al di fuori (ciò che non ci tocca direttamente).

Perché anche asserragliarsi, isolandosi nel proprio “orto”, può non essere una buona idea.
Essendo il recinto sempre (almeno un po’) aperto e impollinabile (e talvolta anche infestabile).

[Foto di CHUTTERSNAP su Unsplash]

Tempi complicati

Premetto di essere un po’ drammatica e cupa in questi giorni, ma leggendo alcune notizie il primo pensiero è stato: “Dopo 1984 [Orwell, n.d.r.] ci stiamo avvicinando a passo felpato e circospetto a scenari alla Fahrenheit 451 [Bradbury, n.d.r.]”

Dei libri di Robert Dahl (della loro riscrittura) avevo letto, di Ian Fleming ho letto di recente e di Agatha Christie ho sentito in queste ultime ore…
Scoprendo nel frattempo una nuova professione: il Sensitivity reader. Cioè colui (o colei) che ha il compito di leggere i libri, valutarne il linguaggio ed un possibile suo aggiustamento per non urtare la sensibilità dei lettori.

Che dire davanti a tanta idiozia umana?
(Mantenendo il beneficio del dubbio sui Sensitivity reader.)
Nulla. Semplicemente nulla.

Ma mi sono ricordata di due cose.

La prima.
Una sera di tarda estate del 2020 su un terrazzo in centro a Milano.
L’ultimo incontro del Bookeater Club di Zelda Was a Writer (al secolo Camilla Ronzullo), ed uno dei primi incontri in presenza dopo mesi di lockdown e incontri online.
Libro – o meglio audiolibro – in oggetto: “Via col vento”, letto magistralmente da Anna Della Rosa, in una nuova traduzione curata da Neri Pozza che ne aveva acquisito i diritti.
Ricordo che dibattemmo sul tema della riscrittura fatta – in questo caso – per adattare il linguaggio a termini più moderni (c’era un problema di linguaggio appesantito dalla vetustà). Si ragionò sul rischio di operazioni di riscrittura, di cancel culture e di rischi di neo-lingua (tirammo in ballo “1984” di Orwell)…

La seconda.
Ricordo mia mamma quando mi raccontava dei libri all’indice durante la sua giovinezza.
Dell’elenco di libri banditi esposti nelle bacheche delle parrocchie (se ricordo bene…).

Ora… io non avrei mai pensato di vedere anche questo.
Non nel 2023.

Dopo una pandemia, una guerra alle porte dell’Europa, una crisi energetica e climatica sempre più presenti… la cancel culture che diventa sempre più pervasiva (già ai tempi della prima Guerra del Golfo, gli USA bandirono il termine “French fries” perché la Francia era restia a partecipare e/o sostenere il conflitto…).
Perché sembrano eventi slegati tra loro, ma sono espressioni di un mondo sempre più complesso, veloce, interconnesso e instabile.

Contradditorio e generatore di paure.

Perché “fa niente” se una persona entra in una scuola armata di fucile d’assalto e fa una strage (solo per citare l’episodio più recente).
L’importante è cambiare nome ad una scuola perché Washington è un personaggio controverso (cambieranno anche le immagini sui dollari…?), l’importante è protestare per una immagine del David perché i genitori non erano stati preventivamente avvisati, l’importante è (perché ce n’è per tutti, anche qui in Italia) emettere leggi su ipotetici reati relativi alla carne sintetica (la notizia è di poche ore fa) in una miopia conservatrice incurante delle possibilità di sostenibilità alimentare e ambientale…

Ci sono dei periodi (e questo è uno di quelli) nei quali chiuderei tutto, cancellerei tutti gli account e smetterei di informarmi (ed ascoltare) per non leggere (e ascoltare) di questi deliri dettati da una ignoranza abissale e profondissima.

Oggi sono cupa e drammatica, lo so.
E allo stato attuale non vedo un bel futuro.
Da qualsiasi parte mi volti.
(Poi magari domani mi alzo più riposata e vedo qualche spiraglio di ottimismo…)

Di sicuro sono tempi turbolenti ed è in atto una frattura culturale (sociale e politica) preoccupante (inutile edulcorare i termini).
Dove l’ignoranza urla e spintona, mettendo nell’angolo il sapere e la cultura. Che si devono fare silenziosi e capillarmente pervasivi per poter proseguire la propria opera di divulgazione utile a navigare in tempi così complessi e complicati.

[Foto di Ed Robertson su Unsplash]

8 marzo, una riflessione tardiva

Una settimana fa trascorrevo l’8 marzo in una bella realtà: SisTech, una associazione no profit che aiuta donne rifugiate a ricostruire la propria professione aiutandone l’inserimento nel mondo del digitale.

Nello specifico il mio contributo è stato dare una mano alle fellow (così si chiamano le donne del programma di formazione) nel costruire il loro pitch per un evento di networking nel quale si sono presentate e hanno raccontato della loro professionalità e del loro percorso di studi.

Sono stata contenta di essere stata coinvolta dall’associazione anche quest’anno (avevo collaborato anche per l’edizione del 2021) e sono stata contentissima di presenziare all’evento (cosa che non mi era stata possibile nell’edizione precedente, a causa di un impegno di lavoro).

E’ stato un bel modo di “festeggiare” l’8 marzo.

Lo scrivo con profonda convinzione perché per anni, soprattutto quando ero più giovane, mi toccava festeggiare in ristoranti e/o locali tra altre donne (alcune inquietantemente assatanate) e l’inevitabile spogliarello di maschietti (nello specifico imbarazzati camerieri e/o baristi).

Nel corso degli anni mi sono gradualmente sfilata da questa incombenza (raccogliendo talvolta giudizi di disapprovazione).
Iniziando ad evitare questa data e iniziando a capire il perché si celebra questa ricorrenza (si festeggia per gioia, si celebra per ricordare).
[Per sapere qualcosa di più sull’origine dell’8 marzo, il podcast “Cosa c’entra” di Chiara Alessi ha dedicato una puntata ascoltabile qui, e Il Post (testata che prediligo) ha scritto un articolo.]

Per come sono fatta io (che ho passato anni a rincorrere l’approvazione altrui) c’è voluto del tempo prima che mi autorizzassi a fare quello che ritenevo più allineato al mio sentire. C’è voluta una presa di consapevolezza dovuta anche all’età. (Le ragazze di oggi sono molto più attente e consapevoli delle ragazze del mio tempo: altri tempi, altra cultura; non giudico, era solo un tempo diverso.)

E proprio l’8 marzo, ascoltando su Instagram le stories di Cristina Fogazzi (nota come l’Estetista Cinica) mi sono ritrovata a riflettere. Ascoltandola ho ripercorso una serie di pensieri fatti negli ultimi tempi che mi hanno avvicinato al tema della inclusività.
Che – a sua volta – mi ha portato ad essere più attenta ad una serie di sfumature di parole e comportamenti che incontro quotidianamente.
Che – a sua volta – è frutto di incontri con associazioni e persone (donne e uomini) che trattano l’argomento.
Che – a loro volta – mi hanno fatto avvicinare a letture che stanno ulteriormente alimentando la sensibilità sul tema molto vaso e composito, a rischio di riduttività (che impoverisce e banalizza).

Ci sono alcuni momenti nei quali questo tema (declinato al femminile) mi provoca ancora qualche fastidio.
Ma oggi questo fastidio non genera più – come prima – una scrollata mentale per togliermi di dosso un qualcosa che mi (appunto) infastidisce.
Oggi il fastidio è diventato un prezioso alleato che mi indica che là (in quel punto) c’è ancora un nodo da sciogliere e da comprendere.

Mi sono sempre “fatta pregio “ di lavorare con uomini e di non avere mai percepito “accondiscendenza” nei miei confronti. Oggi però il dubbio mi viene e mi pongo alcune domande.
È perché non mi sono mai posta il problema e quindi – non ponendomelo – non l’ho mai generato nella “controparte”?
Oppure è un mio punto cieco?
Non lo so. E non lo saprò mai, perché quel tempo ormai è andato.

Oggi è un tempo diverso.
Che si porta dietro esperienze, nuove conoscenze apprese e in corso di apprendimento, e nuove sensibilità.

[Foto di Katherine Hanlon su Unsplash]

Ripartenze

E si riparte (riparto) con l’anno lavorativo.
Carica di mille dubbi e mille domande.

In queste due settimane un po’ più rallentate mi sono presa del tempo per pensare in modo più approfondito al futuro professionale (nei limiti del possibile dell’oggi, con le conoscenze di cui dispongo e le informazioni che ho; cercando di gestire stati emotivi che hanno spaziato tra lo sconforto, illuminazioni varie e profonde perplessità).

E anziché stabilire dei punti fermi e costruire qualche certezza, i dubbi e le domande sono aumentati.

Ho esplorato gli annunci di lavoro su LinkedIn per capire qual è il vento che tira, simulando possibili (mie) candidature.
Ho letto post di contatti e persone che seguo (sempre su LinkedIn).

Ed il quadro che mi sono fatta non è molto positivo.
Almeno dal mio punto di vista: cioè dal punto di vista di chi ha un certo tipo di esperienza e appartiene ad una certa fascia di età (più di 50 anni, a ridosso dei 55).

La prima impressione che ho avuto (molto netta) è che nella mia situazione si è fuori target (competenze richieste, linguaggi utilizzati, posizioni aperte, ecc. ecc.).

La seconda impressione (più sfumata e quindi passibile di imprecisioni) è che c’è molta offerta (e dimostrazione) di soft skill (e – talvolta salutari – ragionamenti collettivi) che sembra però non incontrare le esigenze di mercato (per lo meno non molto).

Queste (personali) osservazioni dell’ambiente e delle conversazioni mi hanno fatto fare due ulteriori considerazioni.

La prima è che forse la strada da percorrere non è sempre cercare un lavoro presso altri.
Forse una possibile strada da percorrere è crearsi un lavoro.
Questa ipotesi non è nuova: viene sostenuta da tempo da persone e professionistә che hanno intravisto certe tendenze con largo anticipo.

La seconda si collega alla prima e si declina nella pubblicazione di contenuti (soprattutto su LinkedIn, il social professionale per eccellenza).

Di cosa voglio parlare?
Cosa desidero condividere sulle piattaforme?
Ciò che asseconda il mercato? Oppure ciò che è di mio interesse, che stimola la mia curiosità e (ad un livello sottostante) contribuisce a costruire nuove competenze e una nuova professionalità?

Allo stato attuale sono più orientata alla seconda opzione (condivisione di contenuti che stimolano curiosità e desiderio di personale formazione e informazione).
Poi non escludo che le carte in tavola possano cambiare in corsa, vista la grande aleatorietà dell’era che stiamo vivendo… (aleatorietà che diventerà – forse – uno stato permanente).

[Foto di Gabrielle Henderson su Unsplash]

Avere cura del proprio capitale

Avere cura del proprio capitale.
Questo pensavo questa mattina, dopo un sopralluogo dei muratori nel condominio in cui abito (sopralluogo per piccole opere di manutenzione.)

Un pensiero che – nel contesto – può apparire per certi aspetti un po’ stravagante, ma che credo abbia un senso.

Soprattutto se per “capitale” non si intende solo l’accezione monetaria del termine (quanti soldi ho, per intenderci), bensì lo si legge in modo più ampio (Treccani ne dà un significato abbastanza esteso a questo link).

Ed è a questo significato a cui pensavo:

  • capitale di competenze;
  • capitale di conoscenza;
  • capitale di beni immobili;
  • capitale finanziario (piccolo o grande che sia);
  • capitale fisico.

E avere cura del proprio capitale significa anche (direttamente o indirettamente) farlo fruttare.

Che non significa “faccio lavorare i soldi per me” (concetto parecchio ascoltato in tempi recenti, anche a supporto di business talvolta non chiari e/o che nascondono – nel peggiore dei casi – forme di speculazione di cui ne godono i frutti solo alcuni).
Bensì significa dargli valore attraverso operazioni di cura.

Una valorizzazione che passa attraverso attenzione, informazione, osservazione e valutazione.
Con ponderatezza.
Con oculatezza (intesa come “oculatus ” – fornito di occhi – ossia fondato su una visione diretta).

Avere cura del proprio capitale (intellettuale, fisico, di beni mobili ed immobili) credo sia la strada migliore per salvaguardare ciò che si ha, crescere alla giusta velocità e delle giuste dimensioni.
Ed è un mestiere – questo – che richiede presenza e capacità.
Capacità che si possono tranquillamente acquisire.
Presenza che comporta scegliere su cosa direzionare la propria attenzione e dove investire le proprie energie.

[Foto di Towfiqu barbhuiya su Unsplash]

Infuturazione

“Infuturazione” (e relativa capacità di).

Un termine che ho sentito per la prima volta qualche tempo fa, ascoltando un podcast dedicato alle emozioni primarie (rabbia, disgusto, gioia, tristezza e paura): Le Basi.

Ma cos’è la Infuturazione?
Sintetizzo con parole mie: capacità di proiettare, immaginare il futuro. Anche il proprio, aggiungo.

Se vogliamo dare uno sguardo ad una fonte autorevole, il sito Treccani definisce la parole Infuturare in questo modo:
v. tr. [der. di futuro], letter. – Estendere nel futuro. Come intr. pron., infuturarsi, prolungarsi nel futuro, spec. nella memoria dei posteri: Poscia che s’infutura la tua vita Via più là che ’l punir di lor perfidie (Dante).

E questo termine mi è venuto in mente ieri sera leggendo questo articolo di The Vision: A forza di imparare a sopportare il dolore del mondo, per difenderci, ci stiamo spegnendo.

Ebbene, non so come sei messә, ma negli ultimi tempi (con sempre maggiore e graduale aumento) faccio fatica ad immaginare il (mio) futuro. Soprattutto in termini professionali e progettuali.
Questo a causa degli avvenimenti degli ultimi due/tre anni che si sono succeduti (quasi affastellati uno sull’altro) senza intervalli di recupero (“entriamo ed usciamo costantemente da emergenze”, ha detto un collega qualche tempo fa).
Togliendomi – o comunque abbassando – la “capacità di infuturazione”.
E di cui avvertivo già una certa fatica da ben prima del 2020, i cui eventi non hanno fatto altro che dare una accelerata ai cambiamenti già in essere, ma che viaggiavano quasi sotto traccia e silenziosamente (e forse un po’ più lentamente).

E ieri sera, leggendo l’articolo, ho avuto una sorta di riscontro su quanto percepito.
Facendomi però anche pensare al suo opposto.
Cioè a quanti – per reazione uguale e contraria – corrono a ritmo indiavolato (quasi isterico) scivolando nella deriva della “psicologia positiva” (e motivazionale) contrapposta allo “spegnersi” citato da The Vision: la prima fugge (talvolta quasi senza meta), la seconda si rifugia nella caverna.

Due facce della stessa medaglia che necessiterebbero di entrare in contatto con una terza variabile: il pragmatismo.
Quel pragmatismo oggi forse un po’ “brutale” che ti fa guardare in faccia la realtà, che ti fa entrare in contatto con cose difficili, che ti fa ascoltare e osservare, portandoti a prendersi dei momenti per stare fermә (altrimenti come diavolo fai ad ascoltare?) per cercare di capire quale direzione prendere.
Cercando di cogliere i segnali deboli.
Prontә a cambiare strada, mantenendo un buon grado di fluidità.

[Foto di Drew Beamer su Unsplash]

Less is more

Less is more

“Meno è più”, recita l’iconico motto di Mies Van Der Rohe.

Un motto che sintetizzava una corrente di pensiero nata dalla Bauhaus e diventato – nel tempo – un mantra del minimalismo odierno.
Un motto però che è anche valido in altre aree, interpretabile ed applicabile in una sua accezione più ampia.
Un motto che trasportato nella propria vita quotidiana (personale e professionale) ha un suo perché.

Un perché che si fatica a raggiungere, ma che una volta raggiunto ti lascia in un primo momento un po’ spaesatә, assumendo poi una identità di ampiezza di respiro.
Di tempo che rallenta.
Di momenti di silenzio dai quali una volta saresti fuggitә a gambe levate e che invece – gradualmente – impari ad apprezzare.

Sono periodi di alleggerimento graduali e sequenziali durante i quali si chiudono (talvolta con fatica) cicli che hanno rappresentato molto.
Chiusure che sovente vedono – nelle prime settimane – momenti stranianti (con la mente impegnata a blaterare a ciclo continuo).

A cui seguono momenti di silenzio e cura di sé.
Non sempre accompagnati – almeno in prima battuta – da chiarezza del (proprio) domani.
Momenti nei quali possono permanere difficoltà di immaginazione del futuro interiore ed esteriore, a media e lunga visione. Momenti non privi di preoccupazione.

Ma per quanto questo possa risultare faticoso e a tratti imperscrutabile (impegnatә come siamo a correre e rincorrere, quasi senza soluzione di continuità), per vedere – o meglio, prepararsi ad immaginare – cosa c’è dopo, è necessario fare pulizia di spazi. Fisici e mentali.
Sgombrando. Alleggerendo. Priorizzando.
Rinunciando e scegliendo.

Con fatica (prima), con levità (dopo).

Less is more.
Meno è più.
Meno è (forse?) meglio.
Meno è (forse) più (chiarezza mentale).

[Photo by Harper Sunday on Unsplash]