Probabilmente sto invecchiando… anzi, sicuramente sto invecchiando (l’anagrafe è abbastanza implacabile e inesorabile su questo, ma anche i neuroni contribuiscono attivamente alla questione)…
Fatto sta che ultimamente sono:
- In crisi da produzione di contenuti
- Intollerante da fruizione di contenuti
Detta in parole povere, mi chiedo se ha ancora senso (per me) stare sui social network. Sia in modalità attiva che in modalità passiva.
E – last but not least – su quale social stare (se voglio continuare a starci).
Non so se sono la sola a fare questi ragionamenti oppure se sono in buona compagnia (credo la seconda perché, leggendo in giro e parlando con persone, avverto una certa fatica sul tema), ma questo è.
Ha senso continuare a stare su Linkedin?
Complice l’inaspettato riconoscimento di un anno fa come “LinkedIn Top Voice”, è scattata nella mia testa l’ansia da prestazione (“Oddio, cosa pubblico oggi?”, “Oddio, cosa posso scrivere sul tema per cui mi è stato dato il riconoscimento?”, “Oddio,… [da completare a piacere]?”).
Ed è stato vuoto pneumatico (quasi una paralisi intellettiva) e (successivo) scoraggiamento per bassissima interazione (a parte la spinta iniziale arrivata dal riconoscimento). Unita all’osservazione su altri di un’autoreferenzialità abbastanza prevedibile visto che l’obiettivo primario dello stare sulla piattaforma è farsi notare dai recruiter e vendere i propri servizi.
Quindi se dovessi rispondere alla domanda “ha senso continuare a stare su LinkedIn?”, in questo momento (mentre sto scrivendo queste righe) risponderei di no. Per me che ho una tendenza più conversazionale, potrei farne tranquillamente a meno oppure limitarmi a fare manutenzione al profilo.
Se però – come ho fatto qualche settimana fa – metto in pausa il profilo, scomparendo dai radar, scatta nella mia testa la sempreverde “sindrome F.O.M.O.” e dopo 24 ore mi trovo a riattivarlo.
E così mi trovo ad oscillare tra il “chiudo” e il “mantengo passivamente (che non si sa mai, dice la F.O.M.O.)”.
I dubbi e le perplessità permangono, e mi è risuonato molto il post recente di una persona che seguivo che annunciava la chiusura del suo profilo per (sintetizzo) “inutilità”.
E visto che penso di avere uno spirito più conversazionale (per lo meno online) potrei concentrarmi su Facebook…
Ha senso continuare a stare su Facebook?
Conosco diverse persone che se ne sono andate da Facebook, approdando sul su citato LinkedIn o prediligendo Instagram.
Con Facebook ho un rapporto decisamente meno perplesso di quello che ho LinkedIn.
Su Facebook ho conosciuto persone interessanti, ho avuto conversazioni altrettanto interessanti, ho avuto modo di conoscere (e partecipare) ad eventi interessanti… Ma…
Ma col tempo (forse complice l’algoritmo, non so… o forse complice la mia succitata anzianità incipiente associata a sfinimento intellettivo e abbassamento del livello di tolleranza) è diventato faticoso.
Negli ultimi tempi ancora di più.
Le discussioni si fanno sempre più sfiancanti. E lo sfiancamento è maggiore per l’assenza di canali fondamentali di comunicazione quali – per esempio – quello visivo, uditivo, di tono di voce, ecc. ecc. che compensano modi di scrittura che paiono un po’ aggressivi.
Il “non si può più dire niente” si è impossessato della sottoscritta che ha delle riflessioni su temi corposi che vorrebbe condividere, ma che tiene per sé (o per conversazioni in presenza) vista l’alta reattività dell’ambiente digitale in questione (mi riferisco a temi quali la Parità di Genere, i Femminismi, i Linguaggi, la Body Positive… tutti temi “incendiari” capaci di scatenare reazioni sanguigne che poi ti tocca gestire con fatica).
E quindi, che faccio?
Anche qui non ho una risposta certa, ma sta prendendo piede l’idea della “modalità Lurker”…
E Instagram?
Instagram è forse ancora un’oasi nella quale riesci a gestire ciò che vedi (a parte il disastro di post suggeriti e sponsorizzati secondo profilazioni talvolta assai stravaganti e che si tramutano in disturbi della tua timeline) ed è – in questo momento – la migliore soluzione per me.
Anche se si sta insinuando una sottile noia che credo (e spero) di poter sanare con una sistemazione della lista di chi seguo (c’è sempre la questione della educazione dell’algoritmo, talvolta un po’ gnucco nel comprendere che certi argomenti non mi interessano).
Qui mi riservo qualche ulteriore riflessione a seguito dell’imminente riordino funzionale agli obiettivi di fruizione della piattaforma, anche se sento diminuire la pulsione ad aprire e “scrollare il feed” per una certa uniformità di contenuto.
E gli altri social?
Qui ho alcune certezze (una per la verità) e qualche dubbio valutativo.
La certezza che Tik Tok non è il social che fa per me. Per lo meno in modalità attiva (alla tenera età di 55 anni non mi vedo a fare balletti strani davanti all’obiettivo dello smartphone, e poi c’è la questione della iper-compressione del tempo di divulgazione di contenuti che non sono capace di gestire).
Telegram: un social che ho, sul quale seguo alcuni canali e che mi dimentico sistematicamente di consultare. Ma che è interessante per la modalità di fruizione e sul quale mi riservo sempre di approfondire di più (non è escluso che nell’imminente non apra un canale sul quale condividere gli articoli di questo blog e altri contenuti).
Twitter/X: ho un account ma lo frequento pochissimo. Mi è utile per avere aggiornamenti in tempo reale sul traffico ATM (l’azienda dei trasporti milanese), ma per il resto poco altro. Anche perché talvolta intercetto risse digitali davanti alle quali quelle su Facebook impallidiscono. Sono sempre lì-lì per chiudere l’account ma poi mi trattengo causa sindrome F.O.M.O. (che prima o poi sconfiggerò).
Substack e Medium: se la prima la seguo (a spizzichi e bocconi), la seconda – dopo un periodo nel quale ci ho anche scritto sopra – l’ho abbandonata pur avendo l’applicazione sullo smartphone (utile per la segnalazione su altre piattaforme di pubblicazione di articoli interessanti). Non le ritengo fondamentali (per me, per ora).
Flickr: Flickr è il mio cloud di foto. Ma non un cloud disordinato, no. E’ un luogo di archiviazione sul quale – nel tempo – ho caricato tantissime foto (organizzandole in album) e, anche se interagisco poco, resta un posto nel quale condivido ciò che vedo. Senza parole, solo con immagini che – proprio perché so essere destinate a questa piattaforma – curo con maggiore attenzione. Lasciando a chi le guarda le proprie considerazioni e suggestioni.
You Tube: il caro e vecchio You Tube, una specie di bisonte digitale che placido avanza ruminando dati e traffico. Ho un canale nel quale pubblicavo con una certa regolarità dei video, mentre oggi è un po’ più fermo. Ma non lo chiudo complice anche quello che mi disse un amico: il rilascio dei suoi dati nel web è più lento rispetto ad altre piattaforme mordi e fuggi, con una conseguente buona indicizzazione dei contenuti. E poi non è detto che non pubblichi altri video in futuro.
Una questione di tempo
Forse tutta questa lunga digressione ha un comune denominatore: il tempo trascorso su queste piattaforme. Che – per quanto mi riguarda – tende a scendere a favore di fruizione di contenuti specifici su siti web, fuori dal recinto dei social media che stanno diventando (nella mia testa) una sorta di finestra di ciò che c’è all’esterno (l’esatto contrario dell’obiettivo di questi medium: tenerti dentro il loro recinto digitale), imparando a trovare e seguire le tracce contenute nei post.
Una questione di modalità
E poi c’è la questione della modalità.
Quella modalità che passa sotto il nome di Lurker:
Il lurker è un soggetto che partecipa a una comunità virtuale (una mailing list, un newsgroup, un forum, un blog, una chat) leggendo e seguendo le attività e i messaggi, senza però scrivere o inviarne di propri, non rendendo palese la propria presenza, o perché non lo reputa necessario, o perché non lo desidera […] – Fonte Wikipedia
Una modalità silenziosa: l’esserci sì ma sotto tono.
Osservando, valutando e pubblicando se e quando si ritiene utile (quindi senza essere ostaggio degli algoritmi sempre più demanding).
Rivedendo il proprio rapporto con questi mezzi che stanno scrivendo un pezzo importante della storia della comunicazione e del linguaggio.
Quindi “ha senso stare sui social”?
Arrivata alla fine di questo articolo forse la risposta è sì, cambiando modalità.
Cambiando il personale rapporto con queste piattaforme che sono degli strumenti e – come tutti gli strumenti – la bontà (o meno) dipende dall’utilizzo che se ne fa.
Sperimentando nuove piattaforme
Rivalutando la modalità blog-centrica sulla quale – in passato – avevo nutrito dei dubbi.
Consultando con cognizione di causa.
Pubblicando con cognizione di causa.
A favore – forse e si spera – di una maggiore qualità.
Con buona pace degli algoritmi.
E priorità ai propri obiettivi.
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