Complessità e Semplificazione

Stamattina – scorrendo le timeline dei vari social e leggendo diversi post – mi facevo una considerazione, frutto forse anche della fatica psicologica che molti di noi stanno vivendo da un punto di vista professionale (che non esclude ricadute anche nella sfera personale).

Una riflessione che mi ha ricordato una frase di Jeff Bezos che avevo visto condivisa via Facebook nei giorni precedenti:

“Bisogna essere testardi nella visione e flessibili nei dettagli.”

Frase che fa parte di una intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica: Jeff Bezos: “Un passo alla volta”, dai libri ai giornali e poi fino alle stelle

Jeff Bezos
Foto di Marco Montemaggi via FB (pagina Sebastiano Zanolli – La Grande Differenza)

Considerando la sua affermazione, ho pensato a quante volte – negli ultimi tempi – mi sono confrontata con la personale idea dell’avere un obiettivo, lasciando un buon margine di approssimazione alla programmazione, riservandomi diversi gradi di flessibilità.

Un controsenso rispetto alla definizione nota dell’obiettivo SMART:

  • Specifico, cioè che non lascia spazio ad ambiguità;
  • Misurabile senza equivoci e verificabile in fase di controllo;
  • raggiungibile (dall’inglese Achievable), poiché un obiettivo non raggiungibile demotiva all’azione allo stesso modo di uno facilmente raggiungibile;
  • Rilevante da un punto di vista organizzativo, cioè coerente con la mission aziendale;
  • definito nel Tempo.

[Fonte Wikipedia]

La questione è che ho l’impressione che la programmazione per obiettivi misurabili, temporalmente definiti, ecc. ecc. sia valida solo in alcuni casi: in particolare se tratti un oggetto, o un servizio, “concreto”.

E che tale approccio forse non è applicabile all’interno della complessità crescente dell’ambiente nel quale ci muoviamo, dove – tra l’altro – gli stessi beni e servizi hanno durata molto più breve e sono soggetti ad un “deperibilità” (una caducità) molto più rapida rispetto al passato.

Complessità

 

Se poi navighi, ti interessi e ti confronti con l’intangibile, allora ti rendi conto che certi metodi semplicemente non vanno bene.

Con la conseguenza che se li hai sempre considerati fondamentali bussole per orientarti nelle scelte e nelle interpretazioni, puoi trovarti costretto gioco-forza a scegliere di “navigare a vista”, assumendoti un nuovo tipo di rischio (indeterminazione), cercando di intercettare e ascoltare quello che il mondo là fuori fa, dice e crea, passo-passo.

Tutto questo mi fa pensare anche a quanto è comoda la semplificazione. Di processi, di metodi, di concetti.

Una comprensibile necessità umana utile per leggere e codificare la realtà in un linguaggio semplice e accessibile, ma in talune condizioni a rischio di miopia interpretativa.

Un bisogno favorevole alla creazione di una nuova zona di comfort, nella quale erediti chiavi di lettura confezionate da altri.

(A questo proposito segnalo una interessante intervista a Zygmunt Baumann, pubblicata sul sito del Corriere della Sera: Zygmunt Bauman: «Le risposte ai demoni che ci perseguitano»)

Credo ci si trovi di fronte a delle scelte.

O si sceglie di vivere secondo letture ed interpretazioni prodotte da altri.

O si sceglie di confrontarsi con la complessità e l’interdisciplinarità, cercando di comprenderla, e di navigarla, secondo le proprie interpretazioni, sperimentando.

Parole chiave: obiettivi – vincente

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Ci sono delle parole, delle parole-chiave, che sortiscono effetti positivi, evocando belle sensazioni.
E ci sono altre parole-chiave che provocano l’effetto opposto.

Questo post (come tutti i post di questo blog) esprime una opinione personale che non vuole essere offensiva nei confronti di nessuno.
Si tratta semplicemente della condivisione di impressioni e sensazioni generate da determinati modus-operandi linguistici e visivi, che non condivido (più).

Quanto viene espresso potrà sembrare un po’ duro ed aggressivo, ma è generato da stanchezza nell’ascoltare sempre le stesse cose, in una caduta libera di fantasia e creatività.
Posso sperare che – nel piccolo – quanto scritto qui costituisca un spunto di riflessione per qualcuno.

Andiamo ad iniziare.

Ieri sera mi sono messa a fare ricerca (quasi per associazione di idee) sul web e sono incappata in un paio di figure che avevano un comune denominatore in una parola chiave che mi fa letteralmente venire l’orticaria al solo sentirla pronunciare: “vincente”.

Questa, insieme all’altra parola-chiave tanto in voga “obiettivi” (nell’accezione ansiogena), sono vocaboli che mi rendono veramente insofferente nei confronti di chi le pronuncia.

Ben inteso, non sono una che non si pone degli obiettivi.
Sul lavoro è uno stabilire obiettivi una-via-l’altro, procedendo per precisi step intermedi all’interno di lavori di progettazione piuttosto estesi, consegnando commesse…
Tutto è governato da obiettivi intermedi e/o finali.
Ma quello che non sopporto più è il martellamento di dover assoggettare tutto o quasi a precisi obiettivi, pianificando ossessivamente e compulsivamente tutto.
Con l’incubo (la minaccia) che se non lo fai sei un povero tapino, disgraziato e pure fallito che non concluderà mai nulla nella sua vita, marchiato in una sorta di evoluzione della Lettera Scarlatta.

L’altra parola (vincente) poi viene associata automaticamente, nella mia testa, a figure di manager (o presunti tali) fotografati a braccia conserte, di tre quarti, con un sorriso vincente (appunto).
Oppure fotografati con sorrisi a trecentosettandue denti, coi pollici alzati, vincenti (appunto).
Se poi sfoggiano una abbronzatura caraibica, ancora meglio…

Qualcuno mi potrebbe giustamente chiedere: “Ok… Va bene… E quindi? Cosa proponi in alternativa?”

Propongo un po’ di “sano pragmatismo”.
Nulla più.
Non uno stracciamento di vesti.
Non un lamento, accompagnato da pessimismo sottile e strisciante.
No.
Voglio solo un po’ di sano pragmatismo.

Sano pragmatismo
Una definizione di cui mi sono letteralmente innamorata appena l’ho sentita pronunciare.
Per me rappresenta concretezza, fatica (certo), ma anche capacità di guardare in faccia ai problemi (magari se li chiamiamo “questioni” suona meglio e meno drammatico) con la volontà di trovare una sana e concreta via di uscita (che c’è).

Sano pragmatismo mi riporta anche parole dense di significato, che costituiscono pilastri importanti su cui poggiare la costruzione di cose/iniziative/idee solide.
Parole che ci siamo dimenticati, buttandoci a capofitto su altri vocaboli presi in prestito e scimmiottati da una cultura che non ci appartiene.
Nella speranza, forse, che il loro utilizzo ci possa far fare cose diverse.
Ma che – per come la vedo io – poggiando sull’inconsistente, non portano a nulla se non ad un risultato effimero e di breve durata.
Un risultato che magari non ti appartiene e che risulta essere di superficie, non tuo.

Quindi basta con il linguaggio pushy, per favore.
Basta con queste immagini rampanti così démodé.
Fa molto anni ’80.
E gli anni ’80 sono finiti da mo’.

C’è altro là fuori.
C’è ben altro.
E richiede una linguistica ed un comportamento ben diversi.

Richiede meno inconsistenza e proclami e slogan.
Richiede più concretezza, flessibilità e forza/energia risolutiva.

Almeno secondo me.

“La Grande Differenza”

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E ho terminato il percorso del gambero…

Sono partita dagli ultimi libri scritti da Sebastiano Zanolli (“Dovresti tornare a guidare il camion Elvis” e “Io, società a responsabilità illimitata”) e, con una scientificità anagrafica implacabile (non voluta), sono risalita agli albori (“La Grande Differenza”,  pubblicato nel 2003), passando per “Paura a parte” e “Una soluzione intelligente alle difficoltà quotidiane”.

In questo modo ho potuto apprezzare – in modo forse un po’ atipico – anche il percorso di maturazione dell’autore.

E – cosa curiosa – invece di trovare una difficoltà crescente nei testi via-via pubblicati (che – come mia convinzione limitante – considero direttamente proporzionale alla maturazione), ho trovato una maggiore profondità unita ad una semplicità pressochè invariata nel corso degli anni (cosa abbastanza rara da trovarsi).

Ma questo libro per me ha rappresentato un “parto intellettivo” non da poco.

Una falsa partenza, con interruzione di diverse settimane, perchè innervosita dalle domande e dagli esercizi inseriti in ogni capitolo. Leggerlo come si leggesse un libro di narrativa l’ho trovato pressochè impossibile. E l’idea di mettermi alla scrivania con un quaderno e una penna da un lato, ed il libro dall’altro, mi dava fastidio.

Ho capito che c’era qualcosa che non andava, e che c’erano alcune cose che dovevano essere affrontate. E l’affrontarle comportava molta fatica.

Così, durante queste feste di Natale e Capodanno, secondo le tempistiche indicate dall’autore nella introduzione del libro (e lasciando il tempo ai miei neuroni di metabolizzare le idee e le riflessioni che emergevano), ho iniziato (e portato a conclusione) il percorso.

Dopo la fatica iniziale, superato l’attrito di primo distacco, ho iniziato a scrivere, commentare e riscrivere idee, programmi, obiettivi, tracciando – per sommi capi – il percorso per il 2012. Vinta la pigrizia, ne è uscito qualcosa di buono che – magari – durante i prossimi giorni subirà qualche ulteriore rimaneggiamento, ma che non credo cambierà nella sostanza. Casomai verrà integrato ed arricchito…

Sicuramente il merito di questo libro è stato quello di forzare il blocco e farmi muovere (cosa non facile) con i miei tempi di riflessione.

Leggendo il libro mi sono domandata cosa stavo facendo io a 39 anni (Sebastiano Zanolli nel 2003, se non ho fatto male i conti, doveva avere 39 anni). Non ero così “evoluta” (e non lo sono neanche adesso, a 43 anni suonati), ma stavo vivendo una delle più grosse crisi personali e professionali che abbia mai vissuto. Una crisi che avrebbe dato inizio ad un cambio di direzione (nel 2007) che continua tuttora e che credo che non avrà mai fine, in un percorso di ricerca continuo.

Un libro da rileggere e riprendere in mano ogni qualvolta si renda necessario o sia utile avere una traccia (un supporto) per focalizzare e tracciare percorsi nuovi.

Un libro scritto da un autore italiano, e quindi con un “taglio” italiano; infatti a volte trovo difficile apprezzare i contenuti ed i messaggi trasmessi in testi di formazione statunitensi. Pensati per una società ed uno stile di vita molto diverso dal nostro, con tradizioni storiche e sociali differenti, li trovo a volte troppo “pompati”. Invece “sento” e comprendo molto di più testi di formazione scritti da autori italiani.

Infine, ma non meno importante, oltre alla struttura e al “passo organizzativo” del libro, mi hanno molto colpito le riflessioni personali dell’autore: le ho trovate molto simili a riflessioni che mi faccio anche io ogni volta che mi accingo a frequentare corsi di formazione e leggere di libri crescita personale.

Domande che ci si pone sul senso delle proprie azioni e sulla correttezza della strada intrapresa…

Avere paura

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Claudio Belotti, nel suo libro “La vita come tu la vuoi“, ci dedica un paragrafo.

Sebastiano Zanolli ci dedica un libro (“Paura a parte”) scritto con il suo “stile rapido” che lo caratterizza.

E’ la paura. Quella brutta bestia che, se non gestita adeguatamente, è in grado di ostacolare scelte e decisioni di vita (dalle più piccole alle più grandi).

Sulle piccole scelte è un tutt’uno con l’indecisione.

Sulle grandi scelte si lega strettamente all’orientamento che la vita può prendere (in ambito privato e professionale): la paura di non farcela (di non avere capacità sufficienti), la paura di non avere sufficiente autonomia economica per attraversare momenti di probabile inattività di durata imprecisata (in caso di perdita del lavoro o di decisioni di cambiamento “saltando senza rete”), la paura di non avere sufficienti capacità tecniche/preparazione, la paura di non avere l’età giusta per affrontare i cambiamenti professionali (troppo vecchio per certe attività, troppo giovane per altre).

Oppure la paura generata dall’insicurezza nel confronto con gli altri: nei momenti di dialogo con altre persone che si incontrano in ambito lavorativo (e formativo), che vendono se stessi come i migliori professionisti del settore, e che – se solo non ci si sente assolutamente sicuri delle proprie capacità – possono ri-metterti in discussione, generarti dubbi e farti sorgere timori che – se non arginati – diventano paure.

Poi c’è la paura di quello che si sente e si legge continuamente (la crisi, la perdita del lavoro, la proiezione/previsione di mancanza di un futuro), unito allo scoraggiamento che si insinua nella presupposizione (variamente installata) che si fa carriera solo per “nepotismo” (in senso lato) e non per giusti meriti.

In queste condizioni non è semplice tracciare e mantenere focus su obiettivi e programmi per il futuro. Ma va necessariamente fatto, cercando di non ascoltare ciò che da più parti viene detto.

Come ho già scritto su precedenti post, bisogna cercare di ascoltare solo se stessi e ciò che il proprio istinto suggerisce (incuranti delle sirene disfattiste), affrontando anche il timore di ferire i propri cari (prodighi di consigli non richiesti, detti per il nostro bene), sganciandosi dalla dipendenza da indici referenziali esterni (alla ricerca dell’approvazione altrui).

E proprio per non ferire coloro che dispensano consigli in buona fede, dobbiamo affrontare le divergenze ed esprimere i motivi delle nostre scelte, che potranno non essere comprese, ma almeno coinvolgeranno i nostri cari, rendendoli partecipi e proteggendoci dal rischio di installazione di dubbi e paure.

[Scrivo questo perchè proprio oggi avevo preparato un bel discorso da fare a mio padre, con cui ho un ottimo rapporto fatto anche di scontri costruttivi, generati dalla differenza generazionale e dalla differente visione del mondo (e del vissuto della realtà). Avevo in mente tutta una sequenza di argomentazioni a “giustificazione” di alcune scelte che sto perseguendo, che non è stato necessario snocciolare, essendo riuscita a trasmettere le idee in modo molto diverso e condiviso.]

Ma anche lavorare per cambiare il proprio punto di osservazione della realtà, imparando a gestire il proprio stato emotivo, può aiutare a sospendere la paura del proprio futuro: guardando la realtà con distacco, si può comprendere ed accettare la estrema variabilità, chiarendosi e tracciando possibili nuove strade, trovando nuove porte da aprire.

Tutto ciò senza sopprimere la paura, perchè più si cerca di soffocare una sensazione, uno stato emotivo, maggiore è la forza che acquista, rendendo difficile gestirsi e ragionare con lucidità.

Chiudo con la bellissima Litania della Paura Bene Gesserit [Frank P. Herbert, Dune] (riportata da Claudio Belotti in apertura al paragrafo dedicato alla paura):

Non devo aver paura.
La paura uccide la mente.
La paura è la piccola morte che porta con sé l’annullamento totale.
Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi.

E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne osserverò il percorso. Là dove sarà andata la paura, non ci sarà più nulla.
Soltanto io ci sarò.

Immagine tratta da Google Immagini