Stamattina – scorrendo le timeline dei vari social e leggendo diversi post – mi facevo una considerazione, frutto forse anche della fatica psicologica che molti di noi stanno vivendo da un punto di vista professionale (che non esclude ricadute anche nella sfera personale).
Una riflessione che mi ha ricordato una frase di Jeff Bezos che avevo visto condivisa via Facebook nei giorni precedenti:
“Bisogna essere testardi nella visione e flessibili nei dettagli.”
Frase che fa parte di una intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica: Jeff Bezos: “Un passo alla volta”, dai libri ai giornali e poi fino alle stelle

Considerando la sua affermazione, ho pensato a quante volte – negli ultimi tempi – mi sono confrontata con la personale idea dell’avere un obiettivo, lasciando un buon margine di approssimazione alla programmazione, riservandomi diversi gradi di flessibilità.
Un controsenso rispetto alla definizione nota dell’obiettivo SMART:
- Specifico, cioè che non lascia spazio ad ambiguità;
- Misurabile senza equivoci e verificabile in fase di controllo;
- raggiungibile (dall’inglese Achievable), poiché un obiettivo non raggiungibile demotiva all’azione allo stesso modo di uno facilmente raggiungibile;
- Rilevante da un punto di vista organizzativo, cioè coerente con la mission aziendale;
- definito nel Tempo.
[Fonte Wikipedia]
La questione è che ho l’impressione che la programmazione per obiettivi misurabili, temporalmente definiti, ecc. ecc. sia valida solo in alcuni casi: in particolare se tratti un oggetto, o un servizio, “concreto”.
E che tale approccio forse non è applicabile all’interno della complessità crescente dell’ambiente nel quale ci muoviamo, dove – tra l’altro – gli stessi beni e servizi hanno durata molto più breve e sono soggetti ad un “deperibilità” (una caducità) molto più rapida rispetto al passato.

Se poi navighi, ti interessi e ti confronti con l’intangibile, allora ti rendi conto che certi metodi semplicemente non vanno bene.
Con la conseguenza che se li hai sempre considerati fondamentali bussole per orientarti nelle scelte e nelle interpretazioni, puoi trovarti costretto gioco-forza a scegliere di “navigare a vista”, assumendoti un nuovo tipo di rischio (indeterminazione), cercando di intercettare e ascoltare quello che il mondo là fuori fa, dice e crea, passo-passo.
Tutto questo mi fa pensare anche a quanto è comoda la semplificazione. Di processi, di metodi, di concetti.
Una comprensibile necessità umana utile per leggere e codificare la realtà in un linguaggio semplice e accessibile, ma in talune condizioni a rischio di miopia interpretativa.
Un bisogno favorevole alla creazione di una nuova zona di comfort, nella quale erediti chiavi di lettura confezionate da altri.
(A questo proposito segnalo una interessante intervista a Zygmunt Baumann, pubblicata sul sito del Corriere della Sera: Zygmunt Bauman: «Le risposte ai demoni che ci perseguitano»)
Credo ci si trovi di fronte a delle scelte.
O si sceglie di vivere secondo letture ed interpretazioni prodotte da altri.
O si sceglie di confrontarsi con la complessità e l’interdisciplinarità, cercando di comprenderla, e di navigarla, secondo le proprie interpretazioni, sperimentando.







