“In un batter di ciglia” di Malcolm Gladwell [VIDEO]

Gladwell

Ragionare attorno al libro di Malcolm Gladwell “In un batter di ciglia” mi sembra quasi un controsenso.

Mi spiego: il libro in questione tratta del “pensiero intuitivo” e della “cognizione rapida”. Due caratteristiche dell’essere umano, difficilmente codificabili e descrivibili, ma oggetto di studi da parte di scienziati e psicologi.

Ed in questo caso – per me – la sfida è stata doppia: all’argomento (che mi affascina molto) si è aggiunto anche lo stile di trattazione dell’autore.
Stile che – curiosamente – mi ha dato qualche difficoltà e che da una lato mi spiazza, ma dall’altro lato mi sta gradualmente conquistando (qui la riflessione sul primo suo libro che ho letto).
Infatti Gladwell scrive in modo estremamente semplice, raccontando e affrontando argomenti complessi in modo molto chiaro.
Ma non lo fa con la pretesa di catalogare, analizzare, incasellare e codificare a tutti i costi. (Tendenza che ho riscontrato in molti testi che si collocano a metà strada tra i manuali ed i saggi, come per esempio “Strategia Oceano Blu”)
Bensì è come se si sedesse ad ascoltare chi ne sa più di lui, prendendo appunti e trasferendo in modo comprensibile – a chi poi leggerà – ciò che lui ha appreso.
Senza arrogarsi alcun diritto di “superiorità intellettuale”.
Collocandosi invece sullo stesso piano del lettore.

Con l’aggiunta di una ulteriore variabile: l’autore non ti offre soluzioni.
Racconta storie, supportate dalla ricerca scientifica e accompagnate da interviste ai ricercatori coinvolti, che ti danno la possibilità di fare delle riflessioni e che suscitano qualche curiosità in più.

Una considerazione sulla videoriflessione pubblicata in coda a questo post.
Registrandola, e ascoltando la fatica che ho fatto nell’esprimere i concetti, mi sono ricordata di un episodio accaduto un paio di settimane fa: nel tentare di registrare un video sul libro di Guenassia, “Il club degli incorreggibili ottimisti”, in un primo momento andai in blocco (qui la riflessione scritta e qui la videoriflessione, pubblicata in seguito).
Non riuscivo ad esprimere i concetti: tanti tentavi e false partenze, fino al “lancio della spugna sul ring” (“Basta mi arrendo, non ci riesco!”). Pubblicando un riflessione su Facebook su questo “stato di scoramento”, uno dei contatti commentò con una interessante considerazione sul dualismo tra razionalità (comunicazione di pensieri organizzata secondo una sequenzialità logica) e istinto.
Una considerazione che anticipò quello che poi ho incontrato leggendo questo libro, e che si potrebbe (con qualche licenza personale) riassumere così: il pensiero intuitivo è qualcosa che agisce in modo assolutamente autonomo, dietro la porta chiusa dell’inconscio, e che se tenti di spiegare in modo razionale non ne sei capace.
Ecco, in quel caso e con molta probabilità, avendo vissuto il libro e com-partecipato alle vicende dei personaggi, avevo incamerato sensazioni a livello istintivo che non riuscivo a trasferire a livello razionale (ci sono riuscita solo dopo essere passata attraverso la scrittura, attività che può assumere degli aspetti molto intimi).

Non mi dilungo oltre, inserendo qui sotto il video della riflessione, pubblicato su You Tube.
Buona visione.

“Il Punto Critico” di Malcolm Gladwell

Gladwell

“[…] Il candidato più affascinante a questo ruolo è la “teoria delle finestre rotte”, frutto dell’ingegno dei criminologi James Q. Wilson e George Kelling. I due sostenevano che la criminalità è l’inevitabile risultato del disordine: se una finestra è rotta e non viene riparata, chi vi passa davanti concluderà che nessuno se ne preoccupa e che nessuno ha la responsabilità di provvedere. Ben presto ne verranno rotte molte altre e la sensazione di anarchia si diffonderà da quell’edificio alla via su cui si affaccia, dando il segnale che tutto è possibile. […]” [Citazione intorno alla regola del contesto, uno delle variabili di diffusione del fenomeno con dinamiche da epidemia, N.d.r.]

Mentre leggevo le prime pagine del libro “Il Punto Critico” (osannato da molti miei contatti), ero un po’ perplessa: non stavo leggendo nulla di nuovo. Non c’era l’effetto “Wow!”.

Poi ho pensato di fare la cosa più semplice del mondo: guardare la prima data di pubblicazione.
Correva l’anno 2000: l’inizio di un nuovo secolo e di un nuovo millennio.
E lì ho cambiato la mia modalità di lettura (che già aveva parzialmente – se non totalmente – affossato un altro testo osannato da tanti, “Strategia Oceano Blu”, sul quale mantengo le riserve e le perplessità).

Ho capito che per comprendere la sua validità era necessario modificare il punto di vista tipico di una persona che lo legge nel 2013 (ben 13 anni dopo, durante i quali è accaduto di tutto, ed il tutto ha subito una accelerazione esponenziale): bisognava porsi in un’altra ottica, facendo un viaggio indietro nel tempo.
Se lo si legge in questi termini e si cerca di ricordare quali erano le tendenze culturali e di ricerca del periodo, allora se ne può apprezzare la novità di approccio e la sua trasversalità di vedute.
(Prossimamente mi diletterò (non so come…) a fare una ricerca sugli studi sociologici, psicologici, ecc. pubblicati nello stesso periodo, per avere una conferma (o meno) della visione d’avanguardia che questo testo fornisce.)

C’è praticamente tutto quello che si vede oggi: le figure dei connettori, degli esperti di mercato, dei venditori; la regola del contesto, le dinamiche della comunicazione,… Tutte le componenti che concorrono a generare fenomeni virali.

E c’è quello che è musica per le mie orecchie negli ultimi tempi: il numero di Dunbar (i famosi 150 contatti) ed il perché della sua efficacia.
La piccola rete che funziona grazie alla conoscenza reciproca delle proprie competenze, che fa del gruppo un organismo in grado di rispondere bene agli stimoli e ai compiti quotidiani. (A tale proposito è interessante l’esempio della azienda Gore (l’inventrice del Gore-Tex, per intenderci): non so se è ancora così, ma il leggere della sua filosofia operativa mi ha fatto pensare anche al perché del funzionamento (o malfunzionamento) di certi gruppi o aziende che siano.)

Se poi penso alla mia (ma credo e spero non solo mia) esigenza di una maggiore qualità rispetto alla quantità, una rivalutazione ad oggi del numero di Dunbar mi sembra più che indicata (contando su un effetto domino, di propagazione, da parte dei propri contatti sensibili).
E credo che si sia vicini ad un assestamento, conseguenza fisiologica di un picco di espansione bulimica (sto pensando soprattutto ai grossi numeri dei social network) che – forse – porta ad una contrazione ed una stabilizzazione su numeri più gestibili.

Per il resto si tratta di un libro interessante. Molto interessante se si pensa che è stato scritto un bel po’ di tempo fa.

Ho però una riserva: ho trovato un po’ pesante la parte dedicata alla analisi dei programmi per bambini “Sesame Street” e “Blue’s Clues”.
Su 302 pagine di testo, 50 sono dedicate all’esame di queste due celebri trasmissioni.
Confesso di avere fatto fatica a superare queste 50 pagine: ho avuto la percezione (non reale, perché si tratta di 1/6 del libro, quindi poca cosa) che si sia soffermato troppo a scapito dell’analisi di altri casi che – a mio avviso – risultavano più interessanti. E non trattandosi di un libro di pedagogia, la cosa mi ha lasciato assai perplessa.

Resta comunque un buon libro, tuttora attuale, scritto con un linguaggio di facile comprensione e dotato di una cospicua bibliografia di supporto (non tutta in lingua italiana).

Chiudo con una citazione sulla memoria del gruppo (una sorta di memoria condivisa), sulla memoria transattiva (ribadisco: musica per le mie orecchie…):

[…] conoscere qualcuno abbastanza a fondo da sapere quello che sa, abbastanza bene da potersi affidare al suo dominio di determinate conoscenze, che rientrano nelle sue competenze. E’ la ricreazione, a un livello di organizzazione più ampio, del genere di intimità e di fiducia che esiste all’interno di una famiglia.

Buona lettura!