Perdersi nella complessità

“Mentre cerca di affrontare la crescente complessità delle conoscenze e delle terapie, la medicina fallisce obiettivi modestissimi” [Don Berwick]

Stamattina in metropolitana leggevo alcune pagine del libro di Atul Gawande “Con Cura” (Ed. Einaudi) e mi ha colpito questa affermazione di Don (Donald) Berwick (per sapere chi è, su Wikipedia vi è una pagina in inglese a lui dedicata).

Mi ha colpito in modo particolare perché l’ho immediatamente associata a dinamiche della mia professione (progettazione, ingegnerizzazione, cantieri, …).

C’è sicuramente differenza tra i due mestieri, che hanno gradi di sensibilità abbastanza diversi (anche se lo stesso Gawande, nel libro Checklist, esplora il mondo dell’edilizia alla ricerca di spunti utili legati a “liste e processi di controllo” per la sua professione di medico), ma ci sono anche molti punti di contatto.

Quei punti di contatto che mi hanno fatto pensare a come sovente accade di perdersi nella complessità (che c’è, esiste e con cui dobbiamo fare i conti) a scapito del mantenimento (necessario e fondamentale) di una visione d’assieme.

[L’immagine in evidenza è tratta dal New York Times]

Checklist e complessità

AtulGawande
Immagine tratta da http://www.wbur.org

Il signore nella foto si chiama Atul Gawande e sulla corposa pagina in italiano di Wikipedia, viene descritto come “medico, chirurgo e giornalista statunitense”.

Non sapevo chi fosse fino a qualche settimana fa quando – grazie ad uno scambio di informazioni su libri con la psicoterapeuta “in forze” all’Hospice il Tulipano e alla Terapia Intensiva del Blocco Dea di Niguarda – lei ha semplicemente chiesto: “E lei conosce Gawande?” [Io le avevo appena segnalato l’ultimo lavoro di Yalom, “Diventare se stessi”].

La prima reazione al nome è stata (tra me e me): “Ossignore… non sarà mica qualche libro spirituale sulla elaborazione del lutto…!”  (complice il nome dell’autore che mi ha fatto pensare ad un “guru spirituale”).
Però – bypassando il “check-point mentale” – sono andata su Google prima, e su Amazon poi, facendo una rapida ricerca e scoprendo qualcosa di straordinariamente affine a ciò che mi interessa da tempo (e al “percorso di elaborazione e ricerca” che sto facendo).
[Mi resterà il dubbio su come sia stato possibile che il suggerimento abbia intercettato con così grande precisione – stile cecchino – argomenti che mi interessano da ben prima di quel che accaduto quasi cinque mesi fa, già ai tempi della progettazione e ristrutturazione di alcune Terapie Intensive.] 

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E’ stato immediato l’acquisto dei libri in foto (editi da Einaudi) ed è stata altrettanto immediata la lettura di uno di essi: Checklist. Sollecitata dalla quarta di copertina che ha ulteriormente accresciuto la mia curiosità.

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Infatti “Checklist” si è rivelato un libro molto interessante, a carattere interdisciplinare.

Perché racconta della ricerca (fatta dall’autore) e della divulgazione delle checklist in ambito ospedaliero, aprendo (a te lettore) una finestra sul mondo ad alta complessità di reparti critici quali il Blocco Operatorio e la Terapia Intensiva (sono rimasta impressionata dal numero medio di operazioni – intese come mansioni – che vengono fatte quotidianamente su un paziente ricoverato in ICU [Intensive Care Unit]: 178… un numero inimmaginabile… vuol dire una medicazione, somministrazione, prelievo, monitoraggio, ecc. ecc. ogni 8 minuti circa).

Ma la cosa ancor più interessante è la “contaminazione conoscitiva”: Gawande non si ferma al mondo sanitario (che ben conosce), bensì esce dal suo perimetro operativo e va a vedere cosa fanno gli altri.
Dove gli “altri” sono ambiti altrettanto ad alta complessità: il mondo delle costruzioni e – specialmente – il mondo della aeronautica civile (dove i tempi di reazione a possibili criticità devono essere molto più rapidi rispetto a quello delle costruzioni nel quale, invece, la fase di progettazione e costruzione ha tempistiche molto diverse e temporalmente dilatate).

Ne risulta un libro dal taglio divulgativo e avvincente. Incalzante nella narrazione di alcuni episodi (su Spreaker ho caricato un podcast dove leggo l’incipit del libro).
Utile non solo per gli addetti ai lavori, ma anche (e forse soprattutto) per chi osserva dal di fuori questo mondo che può risultare incomprensibile e/o traumatizzante (quando ci entri in contatto per “cause di forza maggiore”).
Ed altrettanto utile per chi svolge professioni ad alta complessità, dove può offrire qualche spunto di riflessione per “fare andare meglio le cose” (come recita il sottotitolo).

E a prova della interdisciplinarità dell’autore (e della validità della interdisciplinarità in sé, con tutti i rischi che comporta), è di qualche settimana fa un articolo (in inglese) pubblicato su Forbes dove si dà notizia della sua nomina a CEO della (futura?) “istituzione sanitaria” creata da Amazon, JP Morgan Chase e Berkshire Hathaway:

Why Atul Gawande Will Soon Be The Most Feared CEO In Healthcare

Chiudo questo post con il link al Talk che Atul Gawande ha tenuto al TED 2012, nel quale condivide l’idea su come si può migliorare il mondo medico e della cura (sottotitoli in italiano disponibili).

 

Un po’ di libri letti, un po’ di videoriflessioni [VIDEO]

Foto © Libero - articolo
Foto © foto.libero.it

Avendo sospeso le pubblicazioni per un po’ di tempo, sono rimasta indietro con l’elenco e la cronaca di libri che ho letto negli ultimi tempi…
Senza contare che – in questi giorni – ho in programma di fare un video dedicato ad alcuni libri che ho letto, accomunati dal comune denominatore di “storie strane e divertenti”.
Così… per dare un mio piccolo contributo alla marea di consigli di lettura estivi, che in questi giorni popolano il web.
(E con la personale sfida di farlo in pochi minuti, ambendo alla efficacia e sintesi dei video di Bill Gates relativi alle sue letture)

Ma andiamo con ordine…
Di seguito una sequenza delle ultime videoriflessioni pubblicate su You Tube, accompagnate da qualche parola scritta.
(Preparatevi, è un post un po’ lungo…)

L’ultima videoriflessione condivisa riguardava il libro di Italo Calvino, “Le città invisibili”.

Dopo Calvino è stato il turno di “Zazie nel metro”, di Raymond Queneau.
Letto in occasione della partecipazione al BookEater club di Zelda Was a Writer, è stata una esperienza di lettura assai stravagante ed inconsueta.
Decisamente spiazzante, soprattutto se arrivi da un altro libro quale proprio quello di Calvino.
Già dalla prima parola che apre il primo capitolo (“Machiècheffastapuzza?”), alzi entrambe le sopracciglia restando interdetto.
E poi – via così – giù a capofitto!, dentro un racconto popolato di personaggi assai folcloristici, dalle vite e dai mestieri variegati, in una Parigi diversa dai soliti cliché.
Confesso di avere fatto molta fatica ad entrare nel “mood” del libro: all’inizio mi è costato molto impegno per capire la storia trasmessa attraverso un linguaggio anticonvenzionale.
Poi, piano-piano, mi sono abituata e mi sono ritrovata in una specie di film alla Louis De Funes. Divertendomi nel leggere esperimenti linguistici ad ogni pagina (complimenti al traduttore!).
Un libro strano. Molto strano.
Ma vale la pena dargli una lettura.
Pensando anche al periodo nel quale è stato scritto.

Successivamente è stato il turno di “Il turista nudo” di Lawrence Osborne.
Libro del mese dei Be Bookers (l’altro bookclub della libreria Open, che frequento), è stato decisamente più riposante da un punto di vista linguistico.
Non conoscevo l’autore ed è stato un “incontro” interessante.
Quello che ho percepito io – leggendo il suo lavoro – è stato quello di leggere più libri in uno:

  1. una guida turistica (insolita e fuori dai circuiti più conosciuti)
  2. una excursus storico del turismo e dei Paesi visitati
  3. un taccuino di viaggio molto personale.

Devo dire che mi è piaciuto.
L’ho letto con piacere e con curiosità (attraverso le sue pagine ho conosciuto alcuni aspetti poco conosciuti dei luoghi visitati dall’autore).
Ho sogghignato davanti all’umorismo dello scrittore, e l’intero racconto di viaggio scorre via in modo molto piacevole.
Gradevole. Molto gradevole.
Ed anche arguto.

“La simmetria dei desideri” di Eshkol Nevo – invece – non è uno di quei libri che mi hanno fatto dire “Wow!”.
E non è neanche uno di quei libri che mi ha colpito per struttura narrativa, o caratteristiche particolari.
E’ un racconto che scorre via bene, ed è la storia di una (bella) amicizia tra quattro ragazzi israeliani raccontata in prima persona da uno dei protagonisti (con il quale sono entrata in empatia e nel quale mi ci sono riconosciuta un pochino…).
Ho seguito la storia, con-partecipando alle vicende dei protagonisti.
Mi ha fatto riflettere su come uno vede ed interpreta la realtà.
Però mi ha lasciato “tiepida”.
Non mi ha fatto scoprire posti nuovi o imparare nuove forme di linguaggio.
All’interno del flusso di libri letti, è stato un momento di pausa. Di riposo.

Infatti subito dopo è stato il turno di “Mortdecai” di Kyril Bonfiglioli, seguito da un tuffo nella tecnologia con il nuovo libro di Rudy Bandiera “Le 42 leggi universali del digital carisma”.
“Mortedcai” mi fu consigliato tempo addietro da una persona (per il linguaggio, le metafore, i personaggi) e mi ha spiazzato non poco.
Tant’è che ho avuto 3-4 false partenze: iniziavo e mi “inchiodavo” dopo poche pagine, in difficoltà.
Poi finalmente ho ingranato e mi sono lasciata trascinare dal racconto di questo personaggio spregiudicato e forbito.
La storia in sé non mi ha particolarmente entusiasmato, l’ho trovata abbastanza banale.
Ma la sua forza sta proprio nel racconto in prima persona di Mortdecai, che condivide con me (lettore) le sue peripezie infarcendole di dettagli stravaganti e barocchi (senza contare i numerosi riferimenti a pezzi d’arte e di antiquariato).
Un bell’esercizio di lettura ed un grande sforzo del traduttore che – secondo me – ha fatto un lavoro egregio.

Le dissertazioni sul “digital carisma” invece è stata una conferma della piacevolezza dello stile di comunicazione di Rudy Bandiera (ironico e verace).
Dopo avere letto il precedente lavoro “Rischi ed opportunità del web 3.0”, mi sono avvicinata con curiosità a questo secondo libro.
Totalmente diverso dal precedente, è un curioso (e non così scontato) ragionamento sulla “commistione tra reale e digitale”, e sulla nostra relativa gestione di questi spazi (ormai non più separati, come spesso erroneamente crediamo).
Mi è piaciuto per la sua semplicità di linguaggio e per il suo approccio serio, ma sempre sottilmente velato di ironia (che lo rende godibilissimo).
E mi è stato anche inaspettatamente utile per fare mente locale su alcuni atteggiamenti che adotto inconsapevolmente online (ma anche offline).
Consigliato. Anche per un bell’esame di coscienza relativo al nostro brand (inteso come persone/individui che comunicano).

Da ultimo (“last but not least”) chiudo con una considerazione su “Uno strano luogo per morire”, romanzo di esordio di Derek B. Miller.
Lettura gradevole, anche se a tratti lenta, l’ho trovato un racconto insolito.
In tipico “stile Neri Pozza” (una casa editrice che apprezzo molto, per la sua cura nella pubblicazione dei libri mai scontata).
L’ho letta come una storia su più livelli dove ogni personaggio costituisce un filone: un anziano marine (dal passato non molto chiaro), un bambino (che rappresenta un mondo duro e crudele), una coppia (che rappresenta la normalità),…
Ognuno di loro – secondo me – è un livello di lettura della storia, che si sviluppa attorno a due-tre figure cardine (accompagnate da comprimari).
Se si cerca un thriller, si può restare un po’ spiazzati e delusi. Soprattutto se si è abituati allo stile americano.
Se si cerca un romanzo insolito, si possono trovare spunti interessanti.
In alcuni punti ho fatto un po’ di fatica (causa il rallentamento della narrazione), ma è stata una lettura interessante ed insolita.
Dal sapore nordico. Che per alcuni aspetti mi ha ricordato una delle saghe poliziesche nordiche che ho amato di più: quella del commissario Wallander.
Qui siamo su un altro genere, ma il respiro ed il passo tipico delle ambientazioni del Nord Europa si sente molto secondo me.