I Master e gli alti costi di formazione

Qualche giorno fa ho ricevuto una newsletter che annuncia la presentazione di un MBA (Master of  Business Administration) serale, della durata di 20 mesi. I costi indicati sono:

  • 26.000 Euro (per il singolo),
  • 30.000 Euro (per l’azienda).

E lo slogan di presentazione focalizza l’attenzione sulla “forte motivazione alla crescita”.

Dire che ho alzato un sopracciglio, leggendo la presentazione, è dire poco. Infatti – slogan a parte – quello che a me è balzato immediatamente all’occhio è il costo: facendo un rapidissimo calcolo (senza l’ausilio di una calcolatrice scientifica), 26.000 Euro diviso 20 mesi fa la bellezza di 1.300 Euro/mese.

E si parla di costo di investimento di formazione del singolo individuo, quindi non supportato dall’azienda (che si accollerebbe il costo della formazione del proprio dipendente, sul quale vuole investire risorse per la sua crescita professionale).

Conoscendo un po’ l’ambiente della libera professione, ascoltando colleghi e informandomi in giro, mi domando chi possa accollarsi come individuo un corso il cui costo equivale quasi al compenso medio mensile che il professionista si porta a casa (de-tassato e sulla base di una media fatta di alti e bassi che il libero mercato quotidiano genera). Inoltre mi domando chi – come libero professionista – abbia questa cifra da investire se ha anche una famiglia da mantenere.

(Questa riflessione mi fa ricordare una chiacchierata con un collega in merito alle quote associative di alcuni enti normatori, ed i costi proibitivi delle norme tecniche vendute a peso d’oro; norme che dovrebbero essere di pubblica consultazione, anche on-line senza costringerti ad andare nelle loro sedi a consultare le copie cartacee con una discreta perdita di tempo).

Invece la domanda polemica che mi sorge spontanea è: possibile che per alzare il livello di professionalità (presunto) del corso, lo si debba fare pagare così tanto, selezionando l’utenza (non necessariamente intelligente solo perchè economicamente dotata)?

Sicuramente c’è l’intenzione (più che legittima, per carità!) di fare una sorta di selezione sulla utenza; ma i pianificatori di questi programmi di formazione sono sicuri di attrarre persone realmente brillanti? Non è detto che queste figure professionali sopra la media e dotate di reale voglia di crescere e formarsi, siano in grado di sopportare un impegno economico simile.

Inoltre – a mio avviso – nell’ambito della formazione (un diritto/dovere di tutti) il costo non dovrebbe avere un rapporto di crescita esponenziale con la qualità (maggiore costo – maggiore qualità [presunta]). Presenza di relatori prestigiosi e non.

Mi sembra una visione un po’ ottusa e forzatamente esclusivista della realtà.

Vuoi formare gente veramente in gamba? Fai un test di ammissione, selezionando la gente sulla loro reale capacità e motivazione, e fai pagare il giusto, supportando con finanziamenti ad-hoc se fosse necessario.

Mi ricordo i racconti di mio padre sui ragazzotti imbevuti di Master: arrivavano un azienda – pieni di sè e di tabelle e nozioni astratte (siamo sempre lì…) – e si scontravano con la dura realtà della giungla quotidiana da affrontare, crollando miseramente davanti alla prima oggettiva difficoltà da gestire e risolvere.

Più vado avanti (e di corsi di formazione ne ho fatti tanti anche io, non lo nascondo, ma non di questo tipo ed entità economica) più mi rendo conto che la formazione sul campo, resta l’unica valida alternativa a questa presunta formazione d’elite.

Inoltre ben venga la formazione da autodidatta supportata da validi testi, facilmente reperibili sul mercato.

Vuoto o spazio disponibile?

A breve si sposa una mia carissima amica che è stata una presenza costante nella mia vita degli ultimi dieci/dodici anni: abbiamo condiviso momenti difficili e momenti felici, abbiamo condiviso viaggi, esperienze e riflessioni.

Questo cambiamento bellissimo di vita a cui va incontro è – per me – una ulteriore occasione di riflessione su una serie di altri cambiamenti che stanno interessando la realtà entro la quale mi muovo: amiche che decidono di lasciare una brillante carriera per dedicarsi alla famiglia, matrimoni in crisi, conoscenti di lavoro che abbandonano una carriera ottima per andare in Africa ed adottare una bimba, società considerate solidissime e lanciatissime che stanno avendo rivoluzioni profonde, … .

Questa evoluzione della realtà da me osservata, unita a riflessioni di vita personali, contribuiscono ad alimentare una sensazione di destabilizzazione della quotidianità consolidata nel corso degli ultimi anni (zona di comfort), generando stati disagevoli di vuoto e disorientamento.

Invece, contrariamente a quanto si crede e si sperimenta, i “vuoti” che vengono a crearsi nella nostra vita non sono mancanze, bensì sono opportunità di nuove avventure e nuovi interessi.

Sono preziosi spazi disponibili che possono e devono essere riempiti con nuove attività e nuovi progetti (come quando facciamo spazio nelle nostre case privandoci di oggetti ed indumenti – a cui eravamo affezionati – che hanno fatto il loro tempo, o semplicemente non usiamo più).

I momenti di disorientamento sono attimi che richiedono la nostra massima attenzione, e tutto il nostro ascolto, perchè – diradata la nebbia dello smarrimento – sono occasione di emersione di nuove idee e nuovi corsi di vita che rispondo alla domanda: “E adesso cosa faccio?”

E tutto ciò non deve far temere la perdita di ciò che è stato sino ad oggi, perché – nel percorso di crescita – le esperienze costruttive del passato vanno ad arricchire le sfaccettature della vita come la superficie di una pietra preziosa (dalla composizione perfetta e priva di impurità) finemente tagliata ed intagliata, in grado di catturare e riflettere sempre più magnificamente la luce.

Priorità e organizzazione

Ho ascoltato di recente uno degli audiolibri di Claudio Belotti, “Impara a gestire meglio il tuo tempo per essere più felice“, e ho trovato strumenti utili e spunti di riflessione su quanto vedo accadere nell’ambiente lavorativo.

Infatti sembra che stabilire un elenco delle priorità (una sorta di “to do list”) sia la cosa più difficile dell’universo.

Comprendo che possa essere un compito che, una volta stabilito, incontri delle difficoltà nell’essere eseguito (a causa di urgenze che arrivano improvvise e che passano davanti all’elenco delle precedenze come una sorta di “Codice Rosso” da Pronto Soccorso), ma vedere che lavori che hanno una effettiva urgenza di chiusura ed evasione, vengano sistematicamente rimandati e finiscano in fondo alla lista, mi lascia ogni volta sconcertata.

Analizzando dall’esterno alcune situazioni che mi trovo a sperimentare, ho l’impressione che possano essere tre i motivi sostanziali di tale mancanza:

  1. incapacità gestionale/mancanza di focus;
  2. disinteresse per l’argomento;
  3. paura.

L’incapacità gestionale è l’incapacità organizzativa: non si è in grado di stabilire priorità. La mancanza di focus è strettamente connessa: se non si ha chiaro in testa quali sono le cose più importanti da fare (una priorità di obiettivi di importanza via-via decrescente), non si è focalizzati su quali sono le cose che devono essere fatte prima (compiti che una volta fatti sgombrerebbero il campo e offrirebbero un ulteriore spazio di manovra/operativo e di tempi per potere svolgere i compiti successivi).

L’ordine delle priorità non è soggetto a leggi universali incontrovertibili: può essere stabilito un ordine sulla base di tempistiche di consegna, di impegno di energie, di importanza, di antipatia (personalmente cerco di fare prima le cose più rognose, in modo da togliere di mezzo gli ostacoli più difficili, e lasciare poi il campo ad impegni più piacevoli e divertenti). Possono essere tanti i metodi di classificazione e vanno fatti, altrimenti si viene travolti dalla corrente e si lavora in modo discontinuo, estremamente frammentato ed estremamente stancante.

Una seconda possibilità di disorganizzazione è il disinteresse: quel determinato compito (o compiti) non incontra il proprio interesse, quindi lo si rimanda all’infinito. Nel qual caso forse conviene valutare seriamente se, la prossima volta, conviene farsi carico di quella incombenza di cui non si è interessati. Se la risposta è affermativa (per svariati motivi), va fatto uno sforzo per inserirla nell’elenco, magari come compito “rognoso” e quindi da evadere in primissima battuta.

La paura è forse un elemento scarsamente considerato ma molto presente (a livello profondo): la paura di dire di no.

Soddisfare le richieste che arrivano in tempo reale diventa prioritario, desiderando far vedere alla controparte la propria rapidità di risposta (volendo trasmettere un messaggio di efficienza) e la propria disponibilità.

Purtroppo questo comporta, oltre alla discontinuità e frammentazione, anche un peggiornamento della qualità lavorativa in termini di tempo impiegato, a scapito della qualità della vita.

Avendo sperimentato personalmente quanto sia caotico e sfiancante lavorare seguendo le esigenze altrui ed il proprio lato emotivo, ho iniziato ad applicare gli ordini di priorità, ignorando l’ansia che mi prendeva del “volere risolvere tutto e subito, accontentando tutti” (il solito indice referenziale esterno, su cui sto lavorando) e stabilendo delle precise gerarchie.

Questo non vuol dire che se si presenta una emergenza non viene considerata perchè deve essere seguito l’ordine draconiano stabilito in precedenza; deve essere valutata nella sua giusta misura (in tempi possibilmente brevi) ed – eventualmente – affrontata.

Dire di no non è una tragedia. Magari la controparte non ci fa caso e/o paradossalmente apprezza il tuo operato (consiglio un libro molto bello di William Ury, “Il No positivo“, edito da Tea Pratica).

Mi rendo perfettamente conto che per chi ha sempre lavorato seguendo la corrente, o le sue pulsioni emotive, cambiare strategia non è facile.

Ma è un salto di qualità che va fatto: si guadagna in qualità lavorativa, in qualità del lavoro prodotto ed in qualità di vita.

Magari, come dice Claudio Belotti (giustamente secondo me), si lavora in maniera più efficace, trovando anche più tempo da dedicare a se stessi.

Provare non costa nulla. All’inizio si fa un po’ di fatica (come per tutte le nuove abitudini che si devono acquisire), ma i vantaggi sulla lunga scadenza ripagano della fatica iniziale.

Mente, cuore e pancia

head-vs-heart

Quando rifletto sulla emotività e sulla mie reazioni alle sollecitazioni che arrivano dall’esterno, a posteriori – osservando – ho notato che sono sostanzialmente tre le zone fisiche dove risiedono le (mie) emozioni:

  • mente
  • cuore
  • pancia

in ordine anatomico, dall’alto verso il basso.

Mi piace pensare al cuore come alla zona dove risiedono i sentimenti come l’amore, la generosità e l’affetto; alla mente come ad un vero e proprio Data Center, dove risiede la logica e la analiticità (dove tutto deve passare per essere filtrato ed essere emesso verso il mondo esterno, in determinate condizioni); alla pancia come al luogo dove sorgono e risiedono i sentimenti e le sensazioni più viscerali (le grandi passioni, le portentose arrabbiature, le reazioni inconsulte che sorgono ad una velocità formidabile).

Nella mia quotidianità spesso mi accorgo di questi sommovimenti emotivi ed intellettivi e, a posteriori, analizzo le dinamiche tentando di comprenderne i percorsi per cercare di individuarli ad un livello sempre più profondo in modo da gestirli e conoscerli (conoscermi) sempre più approfonditamente.

Ritengo importante conoscere la natura e la sede delle nostre emozioni: sono un mondo affascinante e che ci dice molto su noi stessi, al di là di qualsiasi concetto codificato.

Per quanto mi riguarda so che, in occasioni professionali, devo essere in grado di gestire il cuore e la pancia e dare la “consolle” di comando alla mente; in questo modo mi è possibile analizzare e valutare oggettivamente le situazioni ambientali per muovermi nel modo più opportuno.

Questo non è più valido nei sentimenti, dove il cuore (capace di esprimere grandi sentimenti) deve prendere il sopravvento. E’ lui, in queste situazioni, che deve guidare la danza. E’ di lui che mi devo fidare, mettendo a tacere la mente che potrebbe soverchiare i sentimenti con una fredda analisi delle variabili ambientali.

La pancia è quella che mi affascina di più: è il luogo dove risiedono le emozioni più viscerali e che entra in funzione quando l’istinto prende il sopravvento, quando le emozioni si fanno molto forti e le passioni esplodono. Saltano tutti i controlli e si “scende” ad un livello più animale. Lei, la pancia, non deve intervenire (non deve prendere il comando) in situazioni professionali, ma deve comunque essere ascoltata per i segnali che fornisce; quelle famose “sensazioni di pancia” che – difficilmente – sbagliano.

E’ un meraviglioso universo emotivo il nostro: da conoscere, da scoprire e da ascoltare con la massima attenzione.

Noi siamo fondamentalmente animali (la specie dominante in questa era) e dobbiamo essere in grado di recuperare quel lato animale di noi, imparando ad utilizzarlo ed alleandolo con la mente (mezzo molto-molto potente e sofisticato al nostro servizio).

Civiltà del fare… Civiltà del pensare…

Qualche tempo fa, facendo qualche riflessione a ruota libera su quello che sta succedendo nel mondo del lavoro e nella vita quotidiana, mio padre ha fatto una constatazione interessante: “La mia epoca era una civiltà del fare, adesso è il momento della civiltà del pensare“.

Questa affermazione mi ha dato lo spunto per fare qualche riflessione personale.

Effettivamente l’epoca dei nostri genitori è stata una epoca che, per condizioni socio-politiche e storiche, ha realizzato concretamente molto.

Oggi, abbiamo raggiunto un tale stato di benessere – in senso lato – che stiamo “pensando”, forse anche troppo.

Troppe riflessioni, troppe dissertazioni sui “massimi sistemi”, troppi ragionamenti su come potrebbe essere fatta qualsiasi cosa.

Ho frequentato molto il web in questi ultimi mesi, leggendo molti blog, partecipando ad alcuni forum e leggendo di tanti maestri spirituali. La sensazione che ho è quella di sentire tante voci che parlano per il puro gusto di parlare (attività assai piacevole, peraltro) ma che stanno perdendo il contatto con la realtà.

Di conseguenza la sensazione che ho (per una mia formazione mentale) è quella di “inconcludenza”.

Per come ragiono, per la quotidianità che vivo e per il lavoro che faccio, secondo me la “chiave di volta” è nel ritorno alla civiltà del fare.

Ho sperimentato e percorso per molti mesi ambiti spirituali/filosofici che mi hanno arricchito (contribuendo in maniera sostanziale ad un miglioramento dello stato di benessere), ma la realtà quotidiana è fatta d’altro: è fatta di concretezza, di realizzazione di oggetti, di procacciamento di beni di consumo.

Navigando in rete vedo troppi consulenti dalle dizioni più variegate e pochi “artigiani” (identifico con la parola “artigiani” coloro che fanno qualcosa di concreto, che producono qualcosa di concreto, che costruiscono qualcosa di concreto).

Ho la sensazione che andando avanti così la tendenza sia quella di ritagliarsi ruoli di “consulenti di immateriale” (tanti manager, tanti gestori, tanti esperti di crescita personale e maestri spirituali), volendo così assurgere a livelli alti di concetto e rifiutando ruoli operativi effettivamente necessari alla quotidianità, scollandosi dalla realtà (come se fosse una fuga e un rifiuto di assunzione di responsabilità).

Forse è arrivato il momento di tornare coi piedi per terra, spogliandosi di ruoli manageriali (anche assunti in tempi prematuri): mi fanno sorridere Project Manager giovanissimi, imbottiti di concetti astratti imparati in master costosissimi, che gestiscono progetti secondo schemi precostituiti, senza considerare le varibili che situazioni reali e concrete comportano e – di conseguenza – trovandosi incapaci davanti alle reali difficoltà.

E ho visto persone “perdersi” alla ricerca di chimere, smarrendosi in filosofeggiamenti e non concludendo nulla, gettando alle ortiche la propria vita.

Nel corso di varie esperienze lavorative ho imparato moltissimo da muratori, carpentieri, idraulici, elettricisti… e non solo a livello tecnico, ma anche a livello umano (il cantiere è una grossa scuola di vita): la sapienza e la saggezza che scaturiscono dalle esperienze di vita sono di inestimabile valore.

E per lasciare un segno nell’universo non è necessario essere un maestro spirituale; si lascia un segno nell’universo anche e soprattutto facendo bene il proprio lavoro e vivendo seguendo i propri valori.

Il cambiamento

Riflettendo sul Cambiamento e sulla fatica del vivere il cambiamento, mi è capitato di trovare questa frase (“Saper Attendere” di Francesco Gambino):
La fretta è sovente “cattiva” consigliera. Nella vita è bene avere pazienza e saper aspettare. Non sempre è possibile esaudire i propri desideri in modo immediato. Alcuni hanno bisogno di tempo, forse di molto tempo, per realizzarsi. Allora la cosa importante da fare è non essere impazienti, ma avere fiducia e crederci. E, con convinzione, attendere il momento giusto. Un giorno, quando forse meno te lo aspetti, qualcuno busserà alla tua porta… Non meravigliarti se, per caso, è la ricompensa che aspettavi che è venuta a cercarti!

Allora mi è tornato in mente un libro che ho letto questa estate: “Quando tutto cambia, cambia tutto” di N. D. Walsh [L’autore è lo stesso di “Conversazioni con Dio”].
Quello che mi ha profondamente colpito è il concetto che il “Cambiamento” (voluto o non voluto, lento o veloce) è sempre un evento che conduce verso una situazione migliore: Madre Natura/l’Universo, quando produce un cambiamento, lo produce perchè la situazione attuale non è più sostenibile ed è necessario andare verso una nuova configurazione di equilibrio.
Secondo l’autore lo stesso concetto è applicabile ai cambiamenti che avvengono nella nostra vita anche se – durante tali fasi – può sembrare di vivere una situazione difficile e sofferta, e può sembrare anche di non avere nessuna via di uscita.
Questa chiave di lettura ha rappresentato, e rappresenta, una fonte di ispirazione e di motivazione ad attendersi qualcosa di diverso e positivo, predisponendosi ad un atteggiamento di “attesa” ed “accoglienza”.

E’ una “idea” da conservare nel proprio intimo come una calda coperta di conforto nei momenti di difficile transizione: transizioni che possono essere molto lente, nonostante le si voglia più rapide; transizioni che nel loro lento evolversi e nei loro momenti di stallo, sembrano mantenerti in uno stato di sospensione “eterna” che può generare disorientamento.

Ed i pensieri si dirigono verso altre riflessioni (collegate come da un filo invisibile) sul perchè non si è mai soddisfatti di quello che si ha…
L’insoddisfazione è generata dal cambiamento in corso o genera il cambiamento?
Perchè non si è soddisfatti di quello che si ha?
Forse perchè si è alla ricerca di quello che si è? Di cosa si è? (Consciamente o inconsciamente)
Forse ci si confonde tra ciò che si ha (e che definisce una facciata, un ruolo) e ciò che si è?

Le domande portano ed intraprendere un percorso di ricerca che conduce “da qualche parte”, senza sapere dove porterà mentre si muovono i primi passi. Forse si vorrebbe vedere subito il risultato senza attendere i giusti tempi di maturazione… Ma forse ci si dovrebbe ispirare alla natura per acquisire la “pazienza” nell’assistere/vivere il processo di cambiamento, utilizzandolo come momento di arricchimento.