Prima dell’estate sono stata contattata dalla giovanissima associazione Thesis4U, un bel progetto nato a dicembre dello scorso anno (2020) che ha l’obiettivo di mettere in contatto studenti universitari ed aziende, per dare modo di realizzare “tesi d’azienda”. Non scendo nello specifico della descrizione della loro mission per non dare informazioni errate e invito ad andare a visitare il loro sito a questo link: https://thesisforyou.com/. Credo ne valga la pena.
Per quanto riguarda il mio contributo, con Stefano Perego abbiamo chiacchierato di public speaking, condividendo spunti e riflessioni per comunicare in modo efficace. Cercando di offrire uno sguardo d’insieme su un tema abbastanza vario e abitato da diverse variabili.
“Se volete diventare scrittori, dovete leggere e scrivere un sacco” [Stephen King, “On writing: Autobiografia di un mestiere”.]
Vuoi scrivere? Leggi tanto e scrivi tanto! Concetto espresso anche da Haruki Murakami nel suo libro “Il mestiere dello scrittore”.
Touché!
Con buona pace di tutti i corsi di scrittura creativa (e di “scrittura creativa” e suo anatema dedicato ho letto [o forse ascoltato] di recente da qualche parte e – tristemente – non ricordo più dove: un podcast? un libro?… non mi ricordo più… ed è stato solo 24 ore fa…). Ma avevo già letto sul tema, nel lontano 2017, un articolo su Linkiesta che “non le mandava a dire” (come si suol dire).
Ma non sono qui a riflettere di scrittura creativa. E/o ad alimentare polemiche sul tema. No.
Sono qui a mettere per iscritto su questo blog, esponendomi e prendendo pubblicamente un impegno, che sto scrivendo un libro.
Ecco. L’ho dichiarato. Lo vedo scritto nero su bianco. E l’ansia ha fatto un altro (salutare) saltino in avanti.
Pensavo fosse facile!
“Ho tutto il materiale. Devo solo metterlo in ordine, stando attenta a non creare ridondanze e ripetizioni. Legandolo assieme.”, mi dicevo prima di iniziare. Sì, più o meno…
Riprendere in mano del materiale scritto in tempi diversi, legato comunque da un filo rosso, e organizzarlo in modo che scorra e persegua un obiettivo ben preciso, è tutto un altro paio di maniche rispetto a quello che ti sei prefigurato nella testa.
Sicuramente il leggere tanti libri (soprattutto romanzi, anche di generi assai diversi tra loro, ma anche saggi) aiuta molto. Ti permette di accedere a fonti, linguaggio e ricordi diversi tra loro, che vanno a comporre un mosaico.
Ma scrivere un libro è una sfida. Anche se sei abituata a scrivere sui social media e se hai un blog (che aggiorno con scarsa frequenza).
Scrivendolo qui [Barbara ripeti con me: “Sto scrivendo un libro“], mi do una sorta di pedata nel sedere da sola (visto che son settimane che cincischio, adducendo le scuse più strampalate e creative, disturbata dalla scimmia della procrastinazione). E visto che ci sono mi do anche un tempo:
(massimo) metà ottobre per la chiusura
(massimo) metà novembre per la pubblicazione (tempo per raccogliere i contributi ospiti, che saranno tre).
Andando in autopubblicazione. Sì. Per alcune ragioni.
La prima perché mi ha urtato profondamente sentire che per essere pubblicati devi pagare (avevo contattato una casa editrice per sondare la possibilità di pubblicazione di un “progetto di scrittura corale” a sfondo etico [momentaneamente fermo per problemi di altra natura], ma mi è stato fatto capire che un contributo alla stampa del libro era necessario; cosa che poi mi è stata confermata anche da un’altra persona). Allora tanto vale che l’investimento di tempo e denaro, servano per l’autopubblicazione.
La seconda è perché essendo uno scritto un po’ particolare è bene che mi assuma in toto la responsabilità di questa operazione (niente di complottista, beninteso!).
La terza è indirettamente legata al fatto che l’intero ricavato delle vendite andrà a finanziare un progetto/ricerca. Devo ancora capire “chi” (anche se l’area è individuata), ma andrà in beneficenza per un motivo molto preciso che racconterò a pubblicazione avvenuta e in fase di presentazione del libro.
Ecco, è tutto qua.
Probabile che nei prossimi giorni (e nelle prossime settimane) venga colta da un desiderio di narrare questo progetto di scrittura e ciò che imparo strada facendo. Ma per ora mi fermo qui.
Confesso che scrivere questo post non è stato semplice. Così come trovargli un titolo. Perché prende le mosse da due protagonisti della comunicazione (e della politica) che sono stati a loro volta protagonisti (perdonate la ripetizione) di episodi molto lontani tra loro (sia geograficamente che dal punto di vista argomentativo), ma che mi hanno spinto a fare alcune riflessioni che condivido qui.
Parla della candidatura (poi ritirata/rifiutata) di Oscar Di Montigny a Sindaco di Milano e – soprattutto – del “trattamento verbale” ricevuto dal protagonista della vicenda da parte de Il Fatto Quotidiano (“trattamento” che corre lungo il sottile confine che separa il disaccordo educato e lo sbeffeggiamento, pendendo abbondantemente verso quest’ultimo).
Giorni addietro avevo ascoltato Francesco Costa su Morning (il podcast mattutino de Il Post) che leggeva la dichiarazione con la quale Oscar Di Montigny declinava l’invito a candidarsi:
Non significa che avrei accettato ma che sarei potuto andare dai miei figli e dirgli che sarei partito per un viaggio. Loro mi avrebbero chiesto: “Come parti? Con una caravella? Con un zattera? O con una nave da guerra?” Gli avrei detto: “Ragazzi sono con una zattera, fatevi il segno della croce” oppure gli avrei detto “state tranquilli, salpo con una super nave da guerra e 10 ammiragli, ci vediamo tra cinque anni”. E siccome non so con che nave sarei partito, la questione non c’è più.
La citazione è tratta da un articolo de Il Post che rimanda ad una intervista rilasciata dal protagonista della vicenda al Corriere della Sera.
Quello che qui mi interessa evidenziare nello specifico è il linguaggio usato (in questo caso metaforico ed evocativo, quasi da Viaggio dell’Eroe, ed indicatore dello stile di comunicazione di Oscar Di Montigny).
Ma per ora fermiamoci qui e passiamo al successivo protagonista.
Boris Johnson non ha mai nascosto la sua ammirazione per Churchill, da cui ha tratto spesso ispirazione e di cui ha curato anche la biografia “The Churchill Factor”.
E al di là del personale apprezzamento (o meno) dell’uomo politico, da più parti viene riconosciuta la sua capacità oratoria. Simon Lancaster (speechwriter), nel suo libro “Winning Minds”, apre analizzando il discorso che il Premier diede ad Hyde Park nel 2012 in occasione dell’apertura dei giochi olimpici (apprezzandone la struttura) che iniziò con contestazioni e fischi, e finì tra le ovazioni. Più recentemente (un anno fa circa) è stato analizzato con interesse il suo discorso di ringraziamento al personale sanitario dopo la sua dimissione dalla Terapia Intensiva: fu evidenziata l’emozione, il dare un nome e cognome agli infermieri che lo avevano assistito, ecc. ecc.
Ma ci sono altri tre “momenti comunicativi” del Primo Ministro inglese su cui ho riflettuto per la loro efficacia emotiva immediata e che stanno mostrando debolezze sulla distanza e sul piano concreto:
La comunicazione attorno alla Brexit (che ha fatto la sua fortuna politica ma che – come un’onda lunga – sta evidenziando problemi non da poco)
All’inizio della pandemia la celeberrima ed inquietante proposta di non chiudere nulla puntando all’”immunità di gregge” (puntualmente smentita all’incrementare esponenziale dei contagi, dei ricoveri e dei decessi che portò al lockdown anche in Gran Bretagna)
La più recente dichiarazione dell’imminente ritorno alla normalità entro metà/fine giugno (forte del successo [dal verbo “succedere”] della campagna vaccinale), smentita dalla diffusione della variante Delta che sta facendo fare dei comprensibili passi indietro.
Cerco di arrivare al punto, conscia del fatto che il ragionamento può non essere così lineare.
Oscar Di Montigny e Boris Johnson sono due ottimi oratori che provengono da due mondi diversi ed operano in contesti diversi, ma che mi spingono a fare delle riflessioni sulla comunicazione e sulla sua persuasione.
La prima riflessione parte dalla candidatura di Oscar Di Montigny.
Il curriculum professionale e la capacità oratoria non rendono automaticamente una persona in grado di comunicare all’interno di un ambiente civico e/o politico. Ho avuto modo di ascoltarlo diversi anni fa al primo congresso della Singularity University Italia e – pur preferendo una retorica più pragmatica – non posso non riconoscere la sua capacità di evocare ed emozionare. Ma da qui ad entrare in politica, c’è una linea di demarcazione che richiede un adattamento di linguaggio che porta ad una maggiore precisione, concretezza e chiarezza di intenti (nel bene e nel male), a scapito di suggestioni perfette per Convention “tra pari”, e/o fortemente “targetizzate”, ma non per realtà politiche e cittadine.
La seconda riflessione prende le mosse dalla retorica di Boris Johnson per evidenziare l’altra faccia della comunicazione che emoziona, suggestiona, motiva ed evoca. Ma in modo diverso rispetto al precedente protagonista. Una comunicazione che seduce ed infiamma platee, disegnando scenari apparentemente concreti e fattibili (perfettamente funzionali a guadagnare molti consensi). Ma che spesso – al confronto con la realtà, che è sempre molto più complessa di quanto siamo in grado di comprendere – porta a risultati che possono essere profondamente diversi sulla media/lunga gittata.
C’è un detto di Cicerone che riassume perfettamente l’obiettivo della comunicazione e che ben si applica – a diverso titolo – ai due protagonisti di questo post:
Non c’è nulla di più nobile che riuscire a catturare l’attenzione delle persone con la parola, indirizzare le loro opinioni, distoglierle da ciò che riteniamo sbagliato e condurle verso ciò che apprezziamo.
Una citazione che, nella sua eleganza, trovo sia utile non solo per chi comunica, ma anche per chi ascolta.
Per sviluppare un orecchio più attento, facendo spazio allo sviluppo/potenziamento dello spirito critico e della capacità del “leggere tra le righe”, entrambi adatti ad interpretare quanto le parole pronunciate – più o meno abilmente – possono celare. Nel bene e nel male.
Durante questo anno appena trascorso, dopo i primi mesi che mi hanno generato qualche difficoltà emotiva, ho iniziato a seguire con maggiore attenzione la gestione della crisi e la relativa comunicazione (quest’ultima, talvolta, al limite dello schizofrenico; soprattutto qui in Lombardia).
Ne ho scritto spesso su Facebook (che considero e tratto come una sorta di diario online, talvolta scritto un po’ di pancia), molto meno qui sul blog (in una categoria dedicata, cercando di farlo in modo più ponderato) ed ora – dopo qualche mese – torno sull’argomento, facendo qualche considerazione sui temi citati nel titolo di questo post. Aggiungendo un altro tassello, in una sorta di operazione a “futura memoria”/annotazione valida per me, ma magari anche per chi legge (che – sempre magari – può aiutarmi a comprendere meglio cose che ho la sensazione mi stiano sfuggendo).
Ripercorro per sommi capi, alcuni punti degli ultimi sette giorni:
lunedì 1 marzo siamo tornati in Zona Arancione, secondo l’analisi dei dati del venerdì precedente (come ogni “santo” venerdì da qualche tempo a questa parte) e leggo di una dichiarazione del Presidente Fontana (rilanciata dalle testate giornalistiche) che lamenta “Basta con questo stillicidio“, auspicando (in sintesi) una visione a media/lunga distanza;
l’altro giorno ascolto la conferenza stampa di Regione Lombardia: quando è il turno di Bertolaso, egli parte con un monologo un po’ polemico (che – confesso – ho condiviso in linea di principio) dichiarando (nella risposta ad una domanda di una giornalista) che – secondo lui – tutta l’Italia si sta avvicinando a grandi passi verso il “rosso” (ricordarsi il “basta stillicidio” al punto 1, auspicando visioni a media/lunga distanza);
ieri leggo la notizia dell’ennesimo invio dei dati sbagliati di Regione Lombardia (stavolta pubblici, quindi nessun “è colpa tua!”, “no, è colpa tua!”, “facciamo che non è colpa di nessuno”… della volta precedente) che ci ha fatto rimanere una settimana in più (la scorsa) in Zona Gialla (con – anche – il pasticcio degli assembramenti alla Darsena): è stato automatico per me ricordarmi delle notizie che avevo letto relative alle modalità di tracciamento fatto durante la seconda ondata (ottobre/novembre) con 120 operatori al telefono. 120 persone impegnate a tenere un tracciamento simil-amanuense in Era di Big Data, a inseguire le migliaia di casi;
immediatamente a valle della lettura dell’articolo al punto 3), sempre ieri leggo della Ordinanza firmata dal Presidente Fontana che ha portato stanotte la Lombardia in Zona “Arancione rinforzata” (per te che leggi, torna al punto 1), allo “stillicidio” e alla visione a medio/lungo termine).
La prima: a seguire l’andamento labirintico delle gestione della situazione e della relativa comunicazione pensi di avere seri problemi di comprensione.
La seconda: davanti a dinamiche simili il comportamento schizofrenico sembra una barzelletta, al confronto.
Mi rendo conto essere due considerazioni che possono amareggiare. Sono due considerazioni che mi fanno rabbrividire soprattutto per quello stile di comunicazione da campagna elettorale (per alcuni aspetti) che – al di là delle giuste informazioni numeriche – agita gli animi e non fa bene al senso civico (già messo a dura prova dalla scarsa educazione e alto egoismo che contraddistingue le ultime generazioni [compresa quella di chi scrive], e che ha qualche familiarità con la dinamica NIMBY – Not In My Back Yard).
E’ vero che uno potrebbe chiedermi (cosa che io puntualmente faccio davanti a chi contesta senza essere propositivo): “E tu cosa avresti fatto di diverso?”
Non lo so. So però che la comunicazione potrebbe essere un po’ più filtrata (non censurata: filtrata e “meditata”) e meno emotiva. Mettendo da parte polemiche sterili e comunicazioni da campagna elettorale, che non aiutano nessuno sulla breve/media/lunga distanza. Anzi, agiscono aggiungendo difficoltà a difficoltà. Con ricadute sulla gestione delle dinamiche sociali.
Per concludere, un’ultima considerazione personale che mi richiama un (spero errato) “la storia si ripete”.
Il piano vaccinale di massa (in Lombardia): ineccepibile sulla carta e gigantesco per estensione. (Si può ascoltare seguendo il link della conferenza stampa che ho inserito nel punto 2).
Mancano i vaccini: lo sappiamo ed è un problema esteso (ieri leggevo la newsletter di ISPI sul tema e sullo “strappo” di Austria e Danimarca). Ma mi ricorda – con grande inquietudine – la vicenda dell’Ospedale in Fiera: una astronave senza equipaggio (ai tempi) richiesto (poi) agli altri ospedali (già in affanno).
Spero davvero che – questa volta – il percorso della vicenda sarà diverso. (Apprezzabile comunque la scelta dell’utilizzo di strutture esistenti, lasciando da parte il discutibile progetto dei “padiglioni Primula“).
Organizzare un TEDx è sempre una impresa molto “impegnativa” (per usare un eufemismo).
E organizzarlo durante una pandemia (in lockdown), lo è ancora di più. Se poi decidi di farlo in diretta con le/gli speaker collegati in remoto da varie parti d’Italia (e del mondo), la complessità aumenta.
Piattaforme, connessioni più o meno stabili, condivisioni sui canali, fusi orari molto diversi, gestione dei dispositivi…
E preparazione di speaker che – magari – non sono avvezzi al mezzo digitale, oppure risentono della assenza del pubblico (un po’ perché non abituati, un po’ perché – al contrario – provati dai lunghi mesi di connessioni quasi interamente digitali), oppure – ancora – devono adattare la modalità di comunicazione per ottimizzarla.
Il backstage prima dell’inizio della diretta (screenshot di Marta Caroti – Licenziataria TEDxNavigliWomen)
Si poteva fare meglio? Sicuramente.
Ma ritengo sia stato fatto un grande lavoro. Di comunicazione, di lancio, della conduzione della diretta (grazie alla competenza di Florencia Di Stefano-Abichain e al Service che ha gestito la regia dell’evento).
La performance e l’impianto scenico, così come lo associamo all’idea delle conferenze TEDx, ha ceduto il passo alla gestione da remoto assoggettata all’idea.
E se la forza delle idee e delle storie sono le variabili attorno alle quali si costruiscono i Talk, qui le si sono valorizzate ancora di più per attraversare i filtri digitali e arrivare al pubblico in ascolto (nel momento di picco della diretta si registrarono quasi 900 persone, che continuavano a commentare e interagire con le parole condivise dalle e dagli speaker).
Sono onorata di avere dato il mio contributo, aiutando alcune(i) speaker a orientarsi e focalizzarsi sul cosa dire e come dirlo al meglio delle possibilità, e dei mezzi a disposizione.
Aiutandoli a prendere confidenza con il mezzo, con un occhio rivolto al tempo e l’altro allo standing, rimanendo concentrati sull’obiettivo da condividere (non è facile parlare ad un webcam, soli in una stanza, immaginando dall’altra parte un pubblico che ti ascolta, guardando l’obiettivo come se fosse una persona). Cercando di metterle(i) nella migliore condizione possibile, compatibile con la loro personalità e le loro storie.
“Fatto è meglio che perfetto”, recita un antico adagio. Ma “la forza delle idee” è anche un altro importante mantra da tenere (sempre) presente.
TED ha approvato pochi giorni fa i video di TEDxNavigliWomen che – ora – sono visibili a questo link:
Sta facendo parlare molto di sé. Mi riferisco al discorso di Arnold Schwarzenegger.
E dopo una mia personale iniziale perplessità, qualche riflessione l’ho fatta.
Confesso che quando me lo hanno segnalato, ho nutrito qualche “pregiudizio anticipatorio” (complice qualche mio bias sul tema). Che però è scomparso ascoltandolo.
Infatti se da un lato ho constatato un utilizzo di modi misurati (mi riferisco al tono della voce, al ritmo e alle pause: alla modalità espressiva), dall’altro il contenuto è tosto, “non mandandogliele a dire” al Presidente uscente (rappresentante – tra l’altro – del suo stesso partito: infatti Arnold Schwarzenegger appartiene al Partito Repubblicano).
Forte è il rimando alla nefasta “Notte dei Cristalli” e agli spettri che risveglia (Schwarzenegger è austriaco naturalizzato americano).
Intelligente è l’uso del “Democracy First” con un chiaro rimando al motto di Trump “America First”.
L’uso della spada di Conan può far sorridere (in gergo tecnico è un “prop” [un oggetto di scena utilizzato a supporto della propria argomentazione], e non è l’unico presente nel video), ma fa parte della sua storia e diventa strumento e metafora della tempra. Efficace e incoraggiante in chi lo ascolta. Spada/tempra che è anche una metafora della (sua) vita.
Il video può piacere o non piacere. Lui può piacere o non piacere. A mio avviso va però ascoltato e studiato, tenendo a mente il pubblico a cui si rivolge.
Tenendo anche a mente quello che Schwarzenegger rappresenta.
Una icona della cinematografia popolare, con una storia interessante alle spalle: immigrato, è stato culturista prima (Mister Universo, se non sbaglio, la cui traccia si rivela nella foto alle sue spalle, affiancata alle due bandiere americana e dello stato della California), attore poi (anche con ironia) e infine Governatore della California. Appartenente al Partito Repubblicano e sposato (fino al 2017) con Maria Shriver Kennedy (il cui nome appartiene alla storia americana).
Un percorso (ed una figura) che stupisce per la sua eterogeneità e che – sicuramente – ha presa sull’immaginario collettivo. Rappresentando esso stesso una concretizzazione del Sogno Americano.
Se non ci fosse di che seriamente preoccuparsi, questo periodo sarebbe il perfetto test in campo di una simulazione distopica degna dei migliori libri futuristici e cyber-punk. L’esempio perfetto di un (altrettano) perfetto esperimento sociale (come scriveva Annamaria Testa in un suo articolo di qualche mese fa su Internazionale: Coinvolti in un gigantesco esperimento sociale).
Cerco di spiegare nel modo più semplice che mi riesce, perché stamattina (leggendo un paio di post su Facebook) si è attivata una sequenza di pensieri che – come un lampo – ha illuminato a giorno una situazione difficile da comprendere in ogni suo aspetto, ma comunque molto chiara. (Lo so, suona come un paradosso…)
Parto dall’inizio.
Ieri riflettevo con una amica sulle restrizioni sotto Natale. Ed il discorso si è – comprensibilmente – allargato.
Si è allargato al tipo di cultura ormai molto ben radicata (frutto di anni di comunicazione, TV, modelli sociali, educazione… ecc. ecc. di un certo tipo), che ha alimentato molto bene (consapevolmente o meno, non lo so) la deresponsabilizzazione del singolo e dei gruppi. [“Non è mai colpa mia, è colpa di… [qualcun altro]” è la tecnica più collaudata utilizzata in molti ambiti per “flangiarsi il fondoschiena” (per usare una metafora ingegneristica che usiamo sul lavoro).]
In serata ho continuato a riflettere e – leggendo altri contributi sui social, dedicati agli assembramenti di domenica durante il “liberi tutti” – si è accesa una lampadina con su la scritta “cashback”. Quella iniziativa (fatta – confido, ma con personale scarsa convinzione – con buoni propositi per supportare l’economia del territorio) che “premia” (per semplificare) gli acquisti nei negozi fisici e non online.
La domanda sorge spontanea: la maggioranza delle persone – in una situazione simile (“liberi tutti” + “cashback” + Natale) – cosa fa? Esce per andare a fare acquisti. (“Se posso uscire e posso fare questa cosa, allora esco e lo faccio” è un pensiero logico che non fa un plissé, giusto?)
E qui apro una ulteriore parentesi: Paolo Benanti ha scritto sul suo profilo Facebook un post molto interessante del perché IO (la App con la quale si può attivare il meccanismo del cashback) ha avuto più download di IMMUNI:
Un meccanismo che ha a che fare con la ricompensa (immediato il rimando al concetto della “Gamification”).
Ma non è finita qui.
Perché stamattina un contatto su Facebook ha condiviso una riflessione interessante di Christophe Clavé (francese, autore di libri non tradotti in italiano, operante nel mondo aziendale e manageriale) che esordisce così:
“L’effetto Flynn – che prende il nome dallo scienziato che ha studiato questo fenomeno – afferma che il Quoziente d’Intelligenza (QI) medio della popolazione mondiale è in continuo aumento. Questo almeno dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni ’90. Da allora il QI è invece in diminuzione. È l’inversione dell’Effetto Flynn. […]” – Qui il testo integrale
Clavé ragiona sull’impoverimento del linguaggio (proprio qualche giorno fa avevo riflettuto in tal senso su una mia esperienza di quasi 20 anni fa con la lettura ad alta voce e alla quale dedicherò un articolo) e sulla conseguente incapacità di “guardare avanti e indietro” rispetto al presente per formulare pensieri complessi che ci aiutino a comprendere ed affrontare situazioni (altrettanto) complesse.
Ho ripensato alla riflessione di ieri che mi aveva fatto ricordare un Talk di diversi anni fa (2011) di Eli Pariser dedicato alle “Filters Bubble”.
Le Filter Bubbles, un sofisticato sistema di supporto ai Bias di conferma, che evidenziava come gli algoritmi di ricerca “ti mostrano ciò che tu vuoi vedere, sulla base di quello che tu cerchi, chiudendoti in un recinto di convinzioni che ti autocostruisci” (estrema sintesi dell’idea del Talk). [Nel 2011 eravamo agli albori dei social media.]
Eli Pariser invitata (già nel 2011) a differenziare le ricerche per restare mentalmente aperti, curiosi e ricettivi. E oggi più che mai (davanti alla complessità crescente) lo sforzo è necessario seppur impegnativo.
Orbene, ascoltando le conversazioni online, e osservando i comportamenti online e offline, è abbastanza evidente che il mix di impoverimento di linguaggio, che porta ad un impoverimento della curiosità (a favore di una maggiore propensione ad essere guidati [ricordiamoci che il cervello è pigro e tende a risparmiare energia] e a deresponsabilizzarsi, di conseguenza, soddisfacendo i bisogni del “qui e ora”, senza preoccuparsi di cosa sarà domani), porta a scelte e comportamenti di un certo tipo. Con le conseguenze che questa pandemia sta evidenziando in tutta la sua cristallina chiarezza.
Se non ci fosse di che seriamente preoccuparsi, ci sarebbe da accomodarsi e osservare con pura meraviglia e stupore l’evolversi della situazione e le dinamiche che la muovono.
Avevo in mente di scrivere questo articolo da parecchio tempo. Poi – come al solito – mi sono lasciata trasportare dalle incombenze ed arrivo un po’ lunga, anche se il ragionamento che intendo fare non ha scadenza.
Mi riferisco a due “pesi massimi” della politica e della economia dei cui discorsi si è molto parlato nei mesi precedenti.
Foto tratta da “The Conversation”Foto tratta da Forbes
Prima doverosa premessa: la sospensione di qualsiasi giudizio di tipo politico, etico, ecc. ecc. che potrebbe inficiare la capacità di analizzare e trarre degli spunti utili. Infatti quello che mi ripropongo qui, è di fare delle considerazioni sulla tecnica e sulla performance (esposizione).
Due “pesi massimi”, dicevo: Joe Biden e Mario Draghi.
Con due discorsi di alto livello e di contenuti importanti. Con due esposizioni molto diverse tra loro. Che possono avere effetti diversi in termini di valorizzazione, rendendo più o meno efficace il messaggio che trasmettono.
Seconda doverosa premessa: la politica americana ha una grande cultura in tema di public speaking (oratoria). Cosa su cui noi italiani pecchiamo un po’ e su cui il mondo istituzionale, politico ed accademico ha (forse) qualche “presunzione” o ne ritiene l’attenzione una variabile secondaria, preferendo concentrarsi sul contenuto.
E una ulteriore conferma della capacità americana in tema di comunicazione in pubblico la abbiamo avuta con il discorso di Joe Biden alla Convention Democratica.
Osservate il tono di voce, le pause, lo sguardo. Persino le espressioni del volto. Un discorso talmente preparato sin nei minimi dettagli, tale da essere interiorizzato (concetto su cui tornerò in uno dei prossimi articoli). Qui sotto il file con il discorso di Biden tradotto in italiano (grazie alla pagina Facebook “Elezioni USA 2020“):
Ad onor del vero, va tenuto presente che in questi casi vi è sempre il “gobbo” sul quale scorre il testo (il cui nome corretto è Teleprompter). Questo consente di mantenere il contatto visivo con il pubblico e – fattore non trascurabile – ci deve fare riflettere su un’altra variabile non meno importante: la lettura interpretata (un modo di interpretare le parole scritte che non è “semplice” lettura).
E questo mi porta a rivolgere l’attenzione al discorso di Mario Draghi al meeting di Rimini. Contenuto di altissimo valore penalizzato – ahimè – dalla esposizione in una modalità tendente al mono-tono. [L’intervento di Mario Draghi è dal minuto 00:24]
In questo caso un lavoro sulla voce, sulla sua varietà, la sua velocità e le pause, avrebbe aggiunto – a mio avviso – ulteriore efficacia alle già importanti parole da lui pronunciate. Una “colorazione vocale” fatta nel rispetto della personalità dell’oratore, per mantenerlo entro la sua “zona di comfort” senza esporlo emotivamente.
Sì perché la voce è emozione. E’ il veicolo delle nostre emozioni.
E questo mi rimanda ad una conversazione recente avuta con un manager di una grande società digitale, in occasione di un suo contributo. Espresse la propria difficoltà nel dare maggiore efficacia alla sua esposizione: “Non riesco a fare più di così”, disse. Quello che mi sentii di suggerire fu di lavorare sulla velocità e sulle pause: di accelerare o rallentare a seconda del contenuto, inserendo pause strategiche per sottolineare concetti o creare attesa. Dando maggiore dinamicità al suo discorso per tenera alta l’attenzione del pubblico, dando la possibilità di cogliere di più dalle sue parole.
L’altro giorno pensavo (ed esternavo su Facebook):
Stavolta non mi faccio fregare come al primo giro. No. Perché al “primo giro” sono andata in sovraccarico emotivo e non ho letto un libro per tutto il lockdown (una anomalia per me, che sono una “lettrice forte”). Recuperando poi (tra prestiti in biblioteca, acquisti e audiolibri), viaggiando oggi sui 23 libri letti (in una sorta di recupero del tempo perduto). Stavolta proseguo e rinforzo, registrando letture (nel rispetto dei copyright) ripartendo con Spreaker (come già scritto un paio di giorni fa). Forte di alcuni strumenti domestici (ma efficaci) acquisiti durante la registrazione di letture per il Patto per la Lettura. Forte anche di una centratura recuperata (e di una pulizia fatta) durante il percorso di psicoterapia. Stavolta non mi faccio fregare. Proprio no.
Una specie di “colpo di reni” (una reazione) rispetto le imminenti (e progressive) restrizioni, che alla prima tornata mi avevano un po’ turbato.
Uno scatto in avanti rinforzato – inoltre – dal recente ritorno nel mio profilo Spreaker per fare un controllo random e piccola manutenzione. E che ha riservato una piccola sorpresa.
Che poi è una piccola sorpresa-non-sorpresa perché chi mastica un po’ di web, algoritmi, ecc. ecc., sa che le notizie che immettiamo in rete, camminano poi con le loro gambe. Anche se te le dimentichi.
E così è stato per circa un anno con i miei podcast, abbandonati a se stessi. Ma che – pur nella microscopicità dei numeri – hanno continuato a fare i loro passettini.
E così, forte di questi “numerelli”, e forte della convinzione che
ho ripreso in mano il canale, riattivando l’abbonamento e ricominciando a leggere ad ad alta voce.
Ripartendo oggi con le letture tratte dal sito Nuovo e Utile (di Annamaria Testa), e selezionando testi da leggere i cui diritti d’autore sono decaduti.
Ecco quindi che un insieme di eventi e scoperte mi ha riavvicinato ai podcast
la passione per la lettura, la scoperta degli audiolibri (da me sempre scartati a priori) che tanto mi stanno anche insegnando in tema di interpretazione del testo, l’essere lettrice volontaria del Patto di Milano per la Lettura che si è avvicinata agli audio in questo tempo di pandemia (non potendo fare tutti gli eventi in presenza), l’essere convinta del beneficio della lettura, e il desiderio di condividerlo come conforto in questi tempi così complessi,
rimettendo in marcia una piattaforma dimenticata per un po’ di tempo.
Lo scorso 7/8 marzo si sarebbe dovuto svolgere a Riccione il quarto Congresso DonnaON. Sappiamo come è andata in quelle settimane: l’epidemia dilagante, i decreti e le ordinanze sempre più restrittive, i lockdown che si sono moltiplicati in un effetto domino… Interi eventi, fiere e manifestazioni venivano via-via posticipati di qualche mese fino ad essere rinviati all’anno successivo… e anche DonnaON non è stato da meno.
Ma dopo un momento di comprensibile smarrimento, Carina Fisicaro (Founder del progetto) ha organizzato in breve tempo due maratone in diretta su Facebook a distanza di due settimane l’una dall’altra. La prima a metà aprile e la seconda durante il primo weekend di maggio:
Empowered Women United for a World ” DonnaONLine” (18/19 aprile)
DonnaONLine Empowered Women United for the World (2/3 Maggio)
Due weekend durante i quali circa 40 professioniste (complessivamente) si sono alternate in una staffetta di speech della durata di 45 minuti, nei quali hanno condiviso esperienze, riflessioni, suggestioni e strumenti per fare meglio e affrontare questo periodo ad alta imprevedibilità.
Nei due weekend ho avuto il piacere e l’onore di portare il mio contributo su due temi a me molto cari: le parole e la loro cura (di cui avevo già fatto una specie di test-speech qualche settimana prima) e la leadership di servizio (di cui avevo scritto un articolo per QuiFinanza a gennaio).
I video delle dirette di tutte le speaker sono disponibili sulle pagine Facebook i cui link sono elencati qui sotto, mentre – in chiusura di questo articolo – sono visibili i video dei miei due interventi (disponibili anche sul mio canale YouTube):