Libere riflessioni sul tempo

Magritte

Sabato sera, prima di addormentarmi, ho avuto la sensazione di avere perso il controllo del (mio) tempo.

Mi è venuto il panico, pensando alle cose che devo fare.
E pensando alle cose fatte, che mi sembra di non avere fatto.

Così mi sono fermata un attimo e ho ripercorso mentalmente la giornata…

Cosa hai fatto stamattina? Sono andata a lavorare.
Bene, e cosa hai fatto in particolare? Ho portato avanti un disegno, recuperando qualche ora di lavoro.
Ok. E poi cosa hai fatto? Sono andata a pranzo da mia mamma.
E poi? Sono andata dal parrucchiere.
E dopo? Dopo sono tornata da mia mamma e ho riposato un po’.
E quando ti sei svegliata cosa hai fatto? Sono andata in stazione a prendere il babbo che tornava dal mare. L’ho accompagnato a casa e poi sono tornata a casa mia.
Cosa hai fatto nella serata? Ho cincischiato da un libro all’altro senza trovare la giusta motivazione per proseguire nella lettura di un testo preciso.

E pensando proprio alla serata, e ai suggerimenti di una persona sulla mia indecisione su cosa leggere, ho pensato che quando perdo (anche) la costanza mi viene il panico.
Mi sembra di gettare via il tempo.

Chissà… Forse anche da un innocuo commento ad un post sui libri, può scaturire una riflessione sul tempo e sulla sua dispersione…
Può essere…

Infatti è stato così che ho ripreso la concentrazione sulla lettura di un libro (“Una cosa alla volta, in fila indiana”, mi recito ogni tanto, quando sento che sto per iniziare a sbandare).

È stata una settimana dura.
Funestata anche da tensioni in ufficio.
Ho visto scorrere via il tempo (prezioso) in modo inesorabile.
Praticamente l’ho visto gettare via. Con conseguente accumulo di ritardo.

Quando succede questo, puntualmente ricompare l’ansia e l’affanno.
Mancano cose, manca il tempo, e bisogna fare in fretta e bene.
E “in fretta e bene” sono due concetti che – per me – non vanno a braccetto…

Entrando in questo meccanismo perverso, facendosi tritare dall’ingranaggio, perdo ancora di più la consapevolezza di quello che sto facendo.
E non riesco a rendermi conto, non riesco ad avere il polso della situazione.
Ho la sensazione di girare in tondo.
Inutilmente.

Così, mi devo fermare (come ho fatto ieri sera), riepilogare e ripercorrere quello che ho fatto, passo-passo, per scrollarmi di dosso quella sgradevole sensazione di perdita del controllo e della gestione del tempo.
Già aggravata dalla continua frammentazione operativa, che ti fa scartare, avanzando a zig-zag da un argomento all’altro e ad un altro ancora…

Fermarmi.
Ogni tanto devo fermarmi e capire dove sono, cosa ho fatto e cosa devo ancora fare.
Con carta e penna.
Con un computer.
Con i Post-it.
Va bene qualsiasi strumento.
Basta che riesca a ricordarmi – quando sono presa dall’ansia e sento di essere prossima ad essere soverchiata dagli eventi – di fermarmi due minuti per osservare cosa ho fatto, congelando la situazione.

Per capire che – forse – il tempo non l’ho gettato via…

[Immagine: “Il tempo trafitto” di René Magritte]

Slot Temporale

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Questa stravagante commistione di due parole quasi ridondanti tra loro (“slot” e “temporale”, nel senso di tempo), mi è venuta in mente oggi, mentre guardavo ad una serie di iniziative culturali e digitali alle quali mi sono iscritta.

Tra la Fondazione del Corriere della Sera (che avvia un ciclo di tre conferenze dal titolo “Cultura e Sviluppo nel mondo che cambia”, che verteranno sulla “Creatività”, sulla “Innovazione” e sulla “Conoscenza”), le iniziative di Meet the Media Guru, la magica scoperta che ho fatto delle visite guidate ad Hangar Bicocca (spazio spettacolare!)  e le conferenze della Social Media Week (che si terrà a Milano settimana prossima), mi sono resa conto che il comune denominatore di queste iniziative è il tempo.

60, 90 minuti massimo di conferenze e visite. Non di più.

Uno specchio dei tempi (sempre più accelerati) che inizio ad apprezzare particolarmente anche io.

E mi domando, da migrante digitale quale io mi sento, se questo è indice di un abbassamento di attenzione e di volontà di approfondimento, oppure se si tratta semplicemente di un cambio radicale del modo di comunicare.

Perchè osservo (o per lo meno, mi sembra di osservare) che sì, c’è una maggiore superficialità della condivisione di informazione (prova ne sono certe bufale, gettate abilmente in rete, alle quali abboccano subito in tanti, senza previa verifica della veridicità della notizia), ma c’è anche una abile ricerca di trasmissione e condivisione di informazioni, operando delle sintesi efficaci.

Sintesi che – ribadisco – apprezzo sempre più, forse perchè riescono a trasferire contenuto senza entrare nella “pericolosa” zona del calo di attenzione (che non ricordo più dopo quanto tempo si verifica).

Infatti – in contemporanea – mi rendo conto che davanti a filmati lunghi, tomi impressionanti e visite guidate fiume, mi stanco, mi distraggo e mi annoio.

Mi affascina il linguaggio e la comunicazione, ed i mezzi utilizzati per trasmetterli.

Ed in una Era come questa – dove la comunicazione (soprattutto visiva… ma questa è un’altra riflessione che mi facevo dopo avere visto Prometheus) ha assunto aspetti affascinanti che presagiscono evoluzioni che forse noi (almeno io…) non riusciamo ancora ad intuire – accorgermi di un cambiamento percettivo che mi interessa da vicino, mi stupisce e mi disorienta.

Io, me!, povera migrante digitale che ha passato anni a studiare tomi mostruosi, visitando mostre oceaniche…

Immagine tratta dal Sintesi Digitale