Decrescita digitale

Sta succedendo qualcosa di curioso negli ultimi tempi.
O forse sono io che me ne sto accorgendo solo di recente, quando in realtà il fenomeno è in corso da diverso tempo.

Sto parlando di un rallentamento (o forse sarebbe meglio dire “alleggerimento”) delle connessioni.

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Qualche tempo fa alcuni amici avevano espresso più o meno velatamente il desiderio di chiudere l’account Facebook (per le ragioni più disparate: dalle vicende di violazione dei dati alle timeline sempre più infestate di conversazioni rancorose e fake news).
D’altronde articoli, editoriali e riflessioni pubbliche sull’argomento sono all’ordine del giorno.

Ma la cosa interessante è che nello stesso momento tre blogger che seguo sempre con interesse (Riccardo Scandellari [noto come Skande], Luca Conti e Domitilla Ferrari) hanno cambiato più o meno radicalmente la loro modalità di comunicazione, passando dalla condivisione sui social network (che comunque continuano a fare) alla redazione di newsletter settimanali assai accurate.

Contribuendo in questo modo ad un rallentamento delle modalità di lettura, a favore di approfondimenti, informazioni utili e contenuti (senza dimenticare anche momenti di riflessione personale, come sta facendo Luca Conti con le sue comunicazioni settimanali).

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Una sorta di slow reading digitale (argomento – questo del processo lento di lettura – oggetto anche di un libro dalle dimensioni consistenti che ho in nota di leggere da tempo e che forse è giunto il momento di approcciare).

Con una variabile aggiuntiva non indifferente: l’invito a rispondere alle newsletter, stabilendo un dialogo ed una nuova forma di commento e condivisione, diverso rispetto a quello in atto sui social network, dove – se si osserva – si attivano delle dinamiche nella quali ci si parla “sopra e addosso”, senza leggere con accuratezza quanto scritto dall’interlocutore di turno bensì focalizzandosi sul dire (anche imporre) il proprio punto di vista.

E questo invito a rispondere alle mail (“se rispondi a questa mail, avrò il piacere di leggerti e di risponderti”) recupera l’antico rituale di rapporti epistolari in una moderna versione 3.0.
Rapporti – e dialoghi a distanza – per i quali era (ed è) necessario prendersi del tempo per leggere, comprendere e redigere una risposta accurata.
Avendo così anche il tempo di riflettere e di approfondire a nostra volta. Obbligandoci ad ascoltare.

Una cosa – questa – da non sottovalutare. Ed un segnale debole da osservare con attenzione.

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Di seguito i link degli autori menzionati:

Un interessante e corposo articolo (in inglese) del New YorK Times sulla bontà dell’abbandono di Facebook: This Is Your Brain Off Facebook.

[Immagine di copertina tratta da Pexels]

Ritorno alla carta

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(Immagine tratta da http://www.trackback.it)

Questa mattina ho letto l’articolo di “Science of us” dal titolo “A Neuroscientist on the Calming Powers of the To-Do List“.

Una lettura casuale che capita a proposito.
E che si collega con una azione che ho intrapreso da poco per altri motivi.
Infatti dopo un lungo periodo altamente digitale sto riscoprendo il valore del cartaceo.

Sono tornata sui miei passi dopo che mi sono resa conto che attivare promemoria, usare il calendario di Google (sempre aperto in background sul desktop) e scrivere appunti, il tutto sullo smartphone, è sì un buon metodo di archiviazione e di gestione del mare di dati che ci circonda, ma sta generando un progressivo effetto collaterale non indifferente (e che non avevo previsto): io dimentico. (Che detto così appare come un paradosso.)

Mi sono resa conto che l’efficacia del promemoria digitale e sonoro (che si attiva al momento opportuno) è fondamentale, ma tutta l’attività che lo precede (l’appuntare le cose da fare sui dispositivi elettronici) ha gradualmente creato un processo di delega massivo all’ambiente digitale. (Funzione utile per sgombrare la mente da incombenze a volte superflue, che – parallelamente – mi sta facendo “perdere pezzi per strada”.)

“Vi piacerebbe un dispositivo tascabile che ci ricordasse ogni appuntamento e impegno della giornata? A me sì. Aspetto il giorno in cui i computer portatili saranno diventati così piccoli che potrò portarne sempre uno in tasca. Decisamente lo caricherò di tutto il peso di ricordarmi le cose. Dev’essere piccolo. Dev’essere comodo da usare. E dev’essere relativamente potente, almeno rispetto agli standard di oggi. Deve avere una tastiera completa e uno schermo abbastanza grande. Ha bisogno di una buona grafica, perché questo fa un’enorme differenza nella facilità d’uso, e molta memoria, anzi, una memoria enorme. E dev’essere facile da collegare al telefono; ho bisogno di collegarlo ai computer in casa e al laboratorio. […]”

La citazione qui sopra è tratta dal libro “La caffettiera del masochista”, scritto da Donald A. Norman nel lontano 1988 e di cui sto leggendo in questi giorni l’edizione Giunti del 1997 (esiste una versione aggiornata e ampliata). Un sogno di un uomo che ha scritto queste righe in un mondo ancora fortemente analogico, e che sentiva la pressione gradualmente sempre più forte di una tecnologia sempre più complessa, ancora poco dialogante con l’utente finale (e che richiedeva un aumento delle capacità di memorizzazione e comprensione).

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NeXT Cube, 1988 (fonte Computer History)

Non sto mettendo in discussione quanto la tecnologia sempre più avanzata e user friendly offre in termini di vantaggi. Sto solo facendo alcune riflessioni osservando (e osservandomi) cosa accade quando compio alcune attività.

E qualche tempo fa, mentre stavo disegnando su un pezzo di carta la struttura (il flusso) di un progetto per capirne le sfaccettature e comprendere come proseguire, ho avuto l’ennesima conferma (e la netta percezione) che scrivere a mano ti aiuta non solo a ragionare meglio attorno ad un problema, ma anche a ricordarlo più efficacemente (è un processo neurologico noto ai più, ma che può accadere di dimenticarsi davanti a dispositivi sempre più “performanti”).

Oltre che – personalmente – mi è utile per calmarmi visto che lo scrivere (abbozzare) a mano è un’azione più lenta rispetto alla digitazione rapida (e quasi compulsiva) su telefono.

Visual Note e Sketchnotes sono alcuni dei metodi per prendere appunti non solo elencando, ma anche disegnando. Rinforzando il processo neurologico di apprendimento (immagine tratta da mrlosik.com)

Così quest’anno sono tornata all’agenda cartacea, ai quaderni e alla elencazione delle cose da fare suddivise ed ordinate per priorità, giorni, punti, associazioni di idee, ecc. ecc. (continuando comunque ad utilizzare promemoria e calendari digitali, preziosi per avvertire dell’approssimarsi di qualche appuntamento).

Devo dire che i primi riscontri personali sono positivi, nonostante sia un’appassionata di digitale (sempre come utente) che ne apprezza le immense potenzialità (e che tempo fa faceva le stesse considerazioni dell’autore de “La caffettiera del masochista”).

E credo anche che il giusto equilibrio sia nell’area di intersezione tra il digitale e l’analogico/cartaceo. Lì dove si possono intersecare e rendere collaborative le azioni effettuate sui dispositivi con quelle effettuate su supporti cartacei (e fisici).

Link utili:

[L’immagine di copertina è tratta dal sito unadonna.it]

Una riflessione sul rapporto coi libri

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Mi sto accorgendo che ho un rapporto duale (se così si può definire) con i libri…
A seconda del genere, preferisco la versione cartacea o la versione ebook.

Quando si tratta di libri di narrativa (o ai quali tengo particolarmente per varie ragioni) preferisco la carta.
[E mi ricordo una intervista a Oriana Fallaci, nella quale diceva che lei amava i libri di carta: “li puoi toccare ed annusare”, diceva… già, l’odore della carta…]
Un rapporto sensoriale e quasi fisico, che favorisce – almeno in me, migrante digitale (e quindi con un piede di qua ed un piede di là, a cavallo della linea di demarcazione della digitalizzazione) – un maggiore immersione nella storia raccontata.
(Anche se si dice che, a livello cognitivo, nulla cambia tra una versione digitale ed una versione cartacea di un libro)

Invece, stranamente e per un motivo a me totalmente sconosciuto, quando si tratta di libri di management, di web (e qui potrebbe esserci una sorta di congruenza di argomentazione), professionali, mi oriento sulle versioni digitali.
Come se non ci fosse coinvolgimento emotivo, ma solo informativo.
Come se la mia interazione col testo fosse più logica e meno emozionale.
(Anche se può succedere che acquisti la versione cartacea di qualche libro di queste categorie. Ma mai il contrario… Almeno fino ad oggi.)

E sono ben conscia del vantaggio che le versioni digitali offrono!
Basti pensare che sul mio kindle (versione base) ho archiviati circa 90 titoli (una follia…!).
Che se ci penso, se faccio mente locale, significa che ho tutto su un piccolo dispositivo ultraleggero che mi porto ovunque, e che mi consente anche di leggere tomi altrimenti cartacei sotto il peso dei quali soccomberei…

Stranezze di una migrante digitale… Che si sta divertendo a partecipare, tra l’altro, a progetti di nuove forme di narrazione digitale e condivisa (e verso la quale è fortemente attratta) come questo: #mmgFantasia (fateci un giro… è un gran bel progetto che spero sia il primo di una lunga serie…)

(A proposito di migranti digitali, ieri sera – sulla strada verso casa – ho letto, rilanciato su Twitter, questo divertente articolo di un coetaneo che consiglio: L’interazione e la percezione di se stessi per Matteo Piselli. Non c’entra nulla con l’argomento in questione, ma offre qualche spunto di riflessione divertente ed interessante sui 40 anni e dintorni…)

[Immagine tratta da ehibook.corriere.it]