Di errori di comunicazione. Miei.

Di recente ho commesso un errore.
Importante, secondo i miei parametri.

Ho ceduto alla lusinga dal “vago sentore primitivo” (leggasi “intervento del cervello rettile”) di quella benedetta/maledetta piattaforma che si chiama Facebook: ho ceduto alla pulsione di voler esprimere un opinione personale su una vicenda di grande risonanza mediatica che “fa scopa” (termine mutuato dal celebre gioco a carte) con un tema fortemente polarizzante.

Praticamente una tempesta perfetta che – se ben condotta – può generare engagement (che non era il mio obiettivo) ma che se sfugge al controllo genera un flame (che si stava generando) su cui bisogna cercare di intervenire rapidamente, con tutta la difficoltà derivante da una comunicazione temporalmente non allineata e priva di tutta una serie di canali comunicativi che possono smorzare eventuali malintesi (tono di voce, espressioni del volto, sguardi, ecc. ecc.).

Foto di Antenna su Unsplash

Anzi, l’errore non è stato uno.
Bensì sono stati due.
Il primo è stato quello di voler esprimere una opinione sulla questione (non necessaria, anche se pubblicata sul profilo personale).
Il secondo è stato quello di toccare uno degli argomenti più sensibili in circolazione negli ultimi giorni.

Parto dal secondo per poi collegarmi al primo.

Di solito un suggerimento che si da a chi muove i primi passi nella comunicazione in pubblico, e al pubblico, è di evitare di trattare argomenti relativi a politica, religione e sesso (a meno che non siano esattamente i temi di cui si deve parlare, nel qual caso si lavora sul come trattarli a livello di linguaggio utilizzato e “tono di voce”).
Perché questo?
Perché sono temi che bisogna saper gestire (anche a livello emotivo), così come bisogna saper gestire quello che si muove a valle. Cioè quello che le tue parole scritte (o dette) generano in chi ti legge (o ascolta).

Ai tre argomenti sopra citati se ne devono però aggiungere altri due: lo sport (ma di questo già si sapeva, in particolare sul tema calcio, e oggi anche in estensione su altre discipline) e la questione vaccini (anche se non esprimi opinioni contro chi non la pensa come te).

Foto di Frank Busch su Unsplash

Una ingenuità mia, lusingata da vecchi insegnamenti male interpretati: il prendere posizione per (mi si perdoni la ripetizione) posizionarsi.
(Dove per “posizionarsi” intendo acquisire autorevolezza su qualcosa.)

Ma il posizionarsi non si accompagna necessariamente all’esprimere opinioni su argomenti che non sono attinenti al tema su cui vuoi acquisire (o hai) – appunto – autorevolezza.
Anche se esprimere opinioni (anche su argomenti “esterni” alla tua area di competenza) ti posiziona. Irrimediabilmente. Nel bene e nel male.
(E quando sei posizionato/a devi saperti gestire e devi saperne gestire le conseguenze.)

Recentemente – a valle del post (che ho poi rimosso) – mi è tornato in mente quello che aveva riflettuto qualche giorno prima un contatto (sempre su Facebook): la decisione di non condividere più opinioni su tutto, constatandone il beneficio (anche mentale) che ne stava traendo.

Una scelta editoriale.

Così facendo qualcunә potrebbe pensare che questo vada a compromettere la libertà di espressione.
Ma non è così.
Si è liberә di pensare ciò che si vuole ma non ci si deve sentire obbligatә (dal proprio Ego) ad esprimere le proprie idee.
Anzi, questa scelta può essere l’occasione per esercitarsi nella misurazione delle parole, nella osservazione e nell’ascolto. Senza esprimere un giudizio e senza cedere alla pulsione indotta dalle emozioni che i contenuti altrui possono generare.

Non dico che l’adozione di questo comportamento sia un percorso facile.
Continueremo ad arrabbiarci, o a indignarci, davanti a ciò che non è allineato con il nostro pensiero: siamo umanә e siamo fatti di emozioni. E’ giusto che sia così.
Ma se desideriamo instaurare dialoghi costruttivi, anche se i nostri interlocutorә si trovano su posizioni opposte alle nostre, la strada da percorrere è questa: sospendere il giudizio, riconoscere le nostre emozioni (mettendole momentaneamente da parte) e – soprattutto – predisporsi all’ascolto (anche attivo).

Foto di Wonderlane su Unsplash

Forse i canali di comunicazione a nostra disposizione (i social media), con la loro modalità di comunicazione asimmetrica (nei termini di cui scrivevo all’inizio), non sono il luogo ideale per affrontare temi importanti.
A meno che si sviluppino competenze emotive e di linguaggio (in senso ampio) tali da consentirci confronti dialettici “calibrati” e approfonditi.

Perché queste piattaforme offrono indubbiamente potenzialità immense e sono – di conseguenza – strumenti molto potenti. E come tutti gli strumenti (potenti o meno) la bontà (o meno) dell’uso che se ne fa, dipende solo ed esclusivamente da noi.
E – nello specifico – dalle nostre competenze emotive e di linguaggio.

(Nota finale “ludica”: parallelamente ho avuto modo di “apprezzare” la velocità di risposta dell’algoritmo che – al mattino successivo alla pubblicazione del disgraziato post – mi mostrava con solerzia contenuti analoghi di contatti che non ricordavo neanche di avere e che mi hanno generato qualche “mal di pancia”. Confido che la rimozione del post e il riordino del profilo sollecitino a breve l’algoritmo ad un aggiustamento altrettanto rapido della timeline.)

Di AI, dialettica e dibattito

adult-ai-artificial-intelligence-1020325

Nutro una grande curiosità verso le Intelligenze Artificiali (IA o AI che dir si voglia).
Verso le loro applicazioni nei campi sempre più diversificati.
Riuscire a seguirne lo sviluppo è una impresa ardua, nel fiume di informazioni che ci avvolgono e ci circondano, unita alla loro velocissima evoluzione e progressione.

Seguo sempre con grandissimo interesse due siti/blog che narrano ed illustrano di medicina, AI, neuroscienze, ricerca e (bio)etica: La medicina in uno scatto e il blog di Paolo Benanti.
Due fonti che mi aiutano a sapere di più e a riflettere attorno all’argomento.

Una riflessione costante e continua sulla indubbia bontà e supporto che simili tecnologie possono fornire (e stanno già fornendo) all’uomo, sfruttando la grande capacità di calcolo, e soprattutto la velocità, che consentono di trovare soluzioni in tempi brevi laddove – se fosse l’uomo a farlo – ci impiegherebbe troppo tempo.
(E’ noto il caso di Watson – di IBM – e della sua diagnosi nel 2016 di un raro cancro, in tempi tali da consentire la cura tempestiva della paziente: Donna salvata da leucemia: il supercomputer Watson risolve caso medico.)

ai-artificial-intelligence-board-326461 (1)

Ma – d’altro canto – la mia è anche una riflessione costellata di dubbi e di inquietudini.
Perché?
Perché più queste “tecnologie” sono sviluppate e potenziate e più acquisiscono capacità di discernimento e auto-determinazione.
(E’ di quasi un anno fa la notizia della sospensione del programma di ricerca di Facebook su due AI che avevano iniziato a dialogare tra loro in un modo non comprensibile dai loro programmatori, dando dimostrazione della capacità di sviluppo di un linguaggio ottimizzato per le loro funzioni: L’intelligenza artificiale di Facebook parla una lingua incomprensibile, ma niente panico.)

Da più parti voci più o meno autorevoli, rassicurano sul fatto che non c’è da preoccuparsi. Che le macchine e le Intelligenze Artificiali supporteranno l’Uomo e non la sostituiranno mai (fatto salvo la questione delle professioni).
E che – anzi! – ci consentiranno di dedicarci allo sviluppo e al potenziamento della creatività e di altre qualità umane non replicabili.

ai-angry-artificial-39349

Uhm… Siamo sicuri?

Oggi leggo sul profilo LinkedIn di Francesca Gammicchia di Talento Umano (che ha creato la Scuola di Dibattito), la seguente notizia: Project Debater, la nuova AI capace di dibattere per aiutare a prendere decisioni. (Riporto il link alla versione italiana, per comodità.)

 

20ibmdebater3-facebookJumbo
Un momento del dibattito – ©NewYorkTimes

E cito, dall’articolo:

Il ruolo svolto da Project Debater sarà quello di “facilitatore” nel far meglio circolare pensieri, opinioni, punti di vista e riflessioni per arrivare ad una sintesi efficace ed efficiente. Un “Thinker” al servizio di pensatori in carne ed ossa.Project Debater, inoltre, riflette la missione di “IBM Research” di sviluppare un’intelligenza artificiale che impari diverse discipline per aumentare le capacità umane.

Project Debater è un passo in più verso una competenza che si ritiene (si riteneva sino ad oggi) sia di esclusivo appannaggio della specie umana: capacità di argomentazione.
Che unita alla enorme capacità di gestione, reperimento e organizzazione dei dati tipica delle AI sempre più evolute, apre scenari a mio avviso abbastanza imprevedibili

Si potrà obiettare che comunque i dati li immettiamo noi e la programmazione e lo sviluppo degli algoritmi delle AI sono “farina del nostro sacco”.
Sì, è vero.
Così come le scelte “if/or/and” nella programmazione delle opzioni e delle scelte, che possono porre delle discriminanti da non sottovalutare (è di qualche giorno fa l’interessante articolo di Paolo Benanti: Divinazioni: le AI di Google prevedono la morte).

ai-artificial-intelligence-astronaut-39644Tutte variabili che ci permettono di progettare, governare e stabilire dei limiti (sperando che non vengano superati dall’autoapprendimento citato poco sopra) e che quindi – come per tutti gli strumenti ad alto potenziale – si prestano anche a possibili strumentalizzazioni utili ad assecondare fini non necessariamente etici.
(Uccideresti una macchina? L’automazione, i robot e il dilemma etico dell’intelligenza artificiale.)

Le strade da percorrere sono ancora parzialmente (o forse per gran parte) ignote, e forse non saranno mai chiare del tutto.
Forse le tracceremo nel momento in cui le percorreremo.
E credo che questo ci spingerà (ci deve spingere) a far fare alla creatività un ulteriore fondamentale salto in avanti.
Per necessità e per sopravvivenza.

 

[Immagine di copertina: 2001, Odissea nello spazio – Tutte le immagini sono tratte da Pexels ad eccezione dell’immagine tratta dal New York Times]