Un anno di pausa

In questi giorni sono tornata qui, sul mio blog, a valutare se tenerlo aperto, se continuare a investire per il dominio, se trasformarlo in una pagina statica, se… se… se…
E mi sono accorta che l’ultimo (con gli occhi di oggi) criptico articolo risale a febbraio del 2024.
Criptico perché lo avevo intitolato “Infuturazione (assenza di)” e forse segnalava già – in forma embrionale – quello che è maturato successivamente nella mia testa.

Infatti negli ultimi mesi si è sempre più consolidata una stanchezza da social media che mi ha portato gradualmente a scrivere sempre meno su Facebook (per me un po’ il social di elezione), a non pubblicare quasi più su LinkedIn dove – come ha egregiamente sintetizzato Alberto Puliafito su Substack – “[…] mi sembra che l’ossessione di stare sempre sul pezzo favorisca la proliferazione di contenuti che non hanno alcun valore aggiunto. […]” (Quali social dovremmo lasciare?), a chiudere l’account X (tanto lo frequentavo pochissimo, indipendentemente dalla deriva che ha poi preso la piattaforma) e a bighellonare con sempre meno convinzione su Instagram.

Insomma una graduale ed inesorabile (e più o meno consapevole) ricerca di silenzio.
Complice un’inaspettata lettura di un libro – “Il periodo del silenzio” di Francesca Manfredi – che in modo sottile mi ha spinto ad ascoltare questa nuova esigenza, spingendomi verso altri lidi.

A completare il tutto ci si è messo anche l’esito delle elezioni americane (e le conseguenti scelte delle Big Tech), che hanno reso le piattaforme ancora un po’ più polarizzate (non entro nel merito delle modifiche degli algoritmi e delle politiche di moderazione). Fenomeno che mi ha fatto ritornare con la memoria ai tempi della pandemia durante la quale anche io cedetti alla “seduzione deviante” delle liti digitali e del doomscrolling, alimentando una personale isteria.

Sono passati 5 anni da allora e credo (e spero) che in questi anni qualcosa nella mia testa sia cambiato (in bene o in male, solo il tempo me lo saprà dire).
Sono invecchiata di 5 anni e forse le modalità di interazione con l’intorno sono invecchiate con me. [Di questo ne sto discutendo con Chat GPT e credo che ne tratterò qui, in una categoria dedicata, perché occasione di riflessioni interessanti e a tratti inaspettate. A tale proposito consiglio la lettura dell’articolo – in inglese – di Nicoletta Iacobacci, su Substack: Who Am I Really Talking to When I Talk to AI?.]

E così eccomi di ritorno. Dopo un anno.
[Anche una newsletter che seguo con grande interesse e che tratta del connubio tra arte e vino, scritta da Giorgio Fipaldini, si è presa una pausa di un anno ed è tornata con cadenza mensile, rallentando la frequenza di pubblicazione: Degustazioni d’Arte.]

Torno qui dopo avere continuato a leggere libri (compagni inseparabili di viaggio, verso i quali ho cambiato approccio tornando alle basi: non più letture per condivisione sui social – in una gara verso qualcosa – ma letture per il piacere di leggere, capire e conoscere; letture lente).
Dopo avere preso le distanze da alcune piattaforme avvicinandomi ad altre (in modalità quasi lurker), partecipando ad attività online in gruppi più ristretti, ed iniziando ad esplorare nuove forme di Conversazioni Artificiali senza perdere di vista i contatti umani.

Riscoprendo nel frattempo il piacere di scrivere. Su taccuini prima, e qui oggi.
Con tempi e modi più su misura. Lontana dalle logiche algoritmiche. Vicina a reali desideri di condivisione.

Una cosa che ho fatto l’anno scorso

Non sono rimasta “digitalmente immobile” l’anno scorso.
Ho fatto una cosa per me molto importante e che ha occupato tutti i fine settimana (e gran parte delle sere) fino a metà anno.
Ho portato a termine un progetto che mi è stato molto caro, che era prima sfociato in un libro (“Dare un senso alle cose”, pubblicato a febbraio del 2022) e che a giugno dell’anno scorso (2024) è diventato anche un audio.
Insieme ad un gruppo di amicә del Patto di Milano per la Lettura, ed insieme a Isabella (una IA) , abbiamo dato voce al libro pubblicandolo su tutte le principali piattaforme audio in ascolto gratuito.
Una esperienza di narrazione, di apprendimento tecnico e di lavoro artigianale, che ha chiuso un ideale cerchio di una vicenda personale spartiacque.

Si ascolta qui: SpreakerSpotifyApple PodcastYouTubeAudible.

La foto di apertura è di JOYUMA su Unsplash

Ho scritto un libro e ho imparato alcune cose

Alla fine, come avevo “annunciato” in un articolo di qualche tempo fa, ho scritto un libro.

Per la precisione ho scritto il libro (almeno per me).
Perché questo libro è come la chiusura di un cerchio, la fine di un percorso iniziato il 9 febbraio del 2018, che ha visto una catarsi il 28 marzo dello stesso anno, e i cui effetti sono proseguiti ancora per qualche tempo. In forma chiara, prima, in forma più intimista, dopo.

Il libro si intitola “Dare un senso alle cose” e narra di quello che mio padre e me abbiamo vissuto con mia madre dal (appunto) 9 febbraio al 28 marzo (la data in cui lei ci ha lasciato).

È la storia di un lutto, ma anche della successiva fase di elaborazione.
Ed è anche (e forse soprattutto) una storia di umanizzazione delle cure.
Perché è la storia di quello che abbiamo sperimentato “vivendo” per tre settimane in Terapia Intensiva, a fianco di mia madre.

Della vicenda ne avevo già narrato – in una sorta di diario online – sui social (durante la fase più intensa) per poi passare (quando tutto è finito) qui, sul blog, raccontando del dopo.

Oggi, dopo quasi quattro anni, ho preso tutto quel flusso di parole (alcune condivise solo con gli operatori del reparto) e l’ho organizzato in un libro, aggiungendo delle riflessioni a distanza di tempo. Chiedendo ad alcuni degli attori direttamente coinvolti nella vicenda, di scrivere qualcosa.
E così il diario, la storia, di quello che è accaduto si è arricchita delle testimonianze del Dott. Paolo Brioschi (Responsabile della Terapia Intensiva 1 dell’Ospedale Niguarda), della Coordinatrice Infermieristica Isabella Fontana e della psicologa D.ssa Barbara Lissoni (psicologa consulente della Terapia Intensiva).

Nel fare questa operazione di scrittura ho imparato un po’ di cose.
Molto pragmatiche.

Ho imparato (ho avuto conferma) che scrivere per i social (e anche per il blog) è una cosa, scrivere per un libro è tutta un’altra faccenda.
Infatti in prima battuta avevo semplicemente raccolto ed ordinato cronologicamente gli scritti, revisionandoli un po’.

All’atto però della rilettura, mi sono resa conto che alcune parti erano “impresentabili”. Ripetitive, scritte male, scoordinate… Tra loro non dialogavano.
Così ho rivisto, e riletto, più e più volte il testo fino a renderlo organizzato nella sua totalità.

E poi ho imparato che la versione cartacea di un libro non sempre può essere identica alla sua versione in eBook.
Soprattutto se al suo interno ci sono rimandi a fonti, accompagnate da link. (Tanto è stato il personale lavoro di documentazione durante la vicenda, per razionalizzare l’evolversi della situazione, e dopo, per aiutarmi a metabolizzare, ad elaborare.)

Vi è mai capitato di avere in mano una copia cartacea e trovarvi dentro dei link (anche piuttosto lunghi) a siti che – per ovvie ragioni – non vi è possibile cliccare e seguire?
A me sì.

E così – dopo avere caricato la versione digitale su Amazon (sì, ho usato KDP di Amazon autopubblicandomi, ma di questo ne parlo più avanti) – quasi pronta ad autorizzare la versione cartacea (dopo innumerevoli passaggi e controlli sulle bozze), mi sono fermata e ho riorganizzato le note in modo diverso: tolti i link alle fonti (semplicemente citate), si sono estese (diventando esplicative).

E ancora, ho imparato che le pagine bianche sulle copie cartacee (utili a mantenere un certo tipo di impaginazione), nella versione digitale non servono.

Ho imparato questo e molto altro durante il caricamento sulla piattaforma KDP (Kindle Direct Publishing) di Amazon.

Perché sì, ho scelto di autopubblicare.
Perché non avevo tempo per cercare una casa editrice (volevo che il libro uscisse secondo una tempistica precisa).
E (memore di un paio di esperienze che sicuramente non rappresentano l’intero universo editoriale, ma amareggiano assai) non volevo pagare una casa editrice per pubblicare il libro.

Anche perché – e questa è la cosa più importante – l’intero ricavato delle vendite va al progetto di “H for Human” di Wamba Onlus dedicato alla Umanizzazione delle cure in Terapia Intensiva.

Quella umanizzazione (quella umanità) che mio padre ed io abbiamo avuto modo di sperimentare direttamente e che molto ci ha aiutato in quei difficili giorni del 2018.
Che – pur nell’esito nefasto della storia – ha lasciato un buon ricordo delle persone che operano all’interno di quel reparto.

Un progetto (H for Human) importante che merita di essere supportato e ampliato, e di cui vi lascio qui il link per andare a conoscerlo: H FOR HUMAN.

Vi lascio il link al libro: Dare un senso alle cose.
Una piccola testimonianza di una vicenda molto intensa.
Una vicenda tra le tante che accadono in quel luogo.
Una vicenda che racconta di donne e uomini veramente straordinari.

Grazie a chi lo acquisterà, contribuendo al progetto.
Grazie a chi lo condividerà, contribuendo a far camminare questo libro e la storia che porta con sé.

Della delega e della fiducia

checklist-byRawpixel_PixabayAccettare di “delegare a” qualcuno qualcosa è un problema con il quale sovente mi confronto.
E con il quale si confrontano alcuni amici con i quali spesso ragioniamo sul tema, tentando (ora io, ora gli altri) di digerire (e fare digerire) il concetto e quello che esso porta con sé.
Infatti credo che alla base di questa difficoltà di “mollare l’osso” ce ne sia un’altra ancora più robusta, “propedeutica a”: l’avere fiducia (nel prossimo).

E l’impossibilità di controllare la situazione, e l’oggettivo impedimento a prendere decisioni a 360°, è una delle cose più complicate da accettare in una situazione limite: essere il parente di un paziente ricoverato in Terapia Intensiva.
Una situazione completamente sbilanciata, dove la tua “ampiezza di manovra” e di “esercizio del potere e del controllo” è ridotta pressoché a zero.

Dove chi ha le capacità operative, razionali, tecniche e conoscitive non sei tu.
[E dove se riesci ad accettare una situazione simile, la delega (in senso lato) – dopo – sembrerà una passeggiata.]doctor-563428_1280Una delle affermazioni che mi sono rimaste impresse durante i tanti colloqui (che erano quasi dei dialoghi) avuti con i medici del reparto è stata questa:

“Non siete in condizioni di decidere. Siamo noi a decidere per voi, condividendo le scelte.”

Una affermazione che può apparire linguisticamente dura, ma che è una grande verità (per come la vedo io e per come l’ho vissuta).

Perché?
Perché non hai le capacità tecniche (e anche se ce le avessi è bene restare in ascolto, condividendo pensieri e perplessità senza soverchiare l’interlocutore, rispettando il suo spazio operativo).
Perché non hai la lucidità di pensiero: le emozioni che vivi sono talmente forti, che è bene che tu ti impegni a restare aggrappato alla lucidità utile per gestire le emozioni stesse, anziché utilizzarla per prendere decisioni per l’altro.

Devi quindi “delegare nella tua testa” (perché operativamente è già così, che ti piaccia o meno): ossia devi accettare la situazione e fare un gigantesco atto di fede.

doctor-3464761_1280Devi accettare una suddivisione di compiti e – se il reparto ed il personale te lo consente (e noi abbiamo avuto questa possibilità) – lasciare che chi è del mestiere maneggi la materia e si occupi dell’aspetto tecnico e di cura, accettando dal canto tuo la delega che ti viene data di occuparti dell’aspetto empatico ed emotivo di chi giace nel letto (anche se in stato di sedazione).
Una delega – quest’ultima – non meno importante e intensa che solo tu puoi fare, e che non è affatto semplice prendere in carico (tendendo a fuggire dalla pressione emotiva in situazioni simili).

Poi, nel nostro caso, abbiamo avuto la fortuna (nel disastro della situazione) di vedere mescolarsi alcuni compiti: l’umanità del personale di quella Terapia Intensiva che abbiamo frequentato per tre settimane (oserei dire “che ci ha accolto”) è stata quel tassello importante che ha mostrato la differenza nel concetto di Prendersi Cura, inteso come: “Interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività – Oggetto costante (costituito da persone o cose) dei proprî pensieri, delle proprie attenzioni, del proprio attaccamento” (fonte Treccani).

[Immagini tratte da http://www.pixabay.com]

Di code lunghe ed elaborazioni

Circa un mese pubblicavo il post dedicato ad un “nuovo inizio” pensando – tra me e me – cosa poteva significare non solo in termini di vita quotidiana e di affetti, ma anche in termini di attività.

Nel frattempo ho anche indagato (e continuo ad indagare) sui processi di elaborazione di eventi importanti, osservandomi nei pensieri e nei comportamenti, in una sorta di laboratorio permanente.

E mi sto facendo delle considerazioni.

La prima riguarda il tempo.
La sua percezione e la sua durata (o permanenza).

Tempo
Immagine tratta da Google

Della sua percezione distorta durante l’accadere dell’evento ne ho già scritto nel pdf che ho pubblicato nel precedente post (scaricabile anche qui).

Ma l’inaspettato è che questa percezione modificata permane e si è evoluta: mi sembra di avere più tempo.
Una considerazione che di primo acchito sembra una anomalia, ma che forse assume un senso se osservo cosa l’evento ha fatto (e continua a fare sulla distanza) sulla quotidianità: il riordino delle priorità.

“Cosa ha veramente importanza per te?”, mi sono chiesta più volte durante l’esperienza, avanzando mano a mano in una pulizia implacabile di “cose” senza nessuna remora.
Un po’ per costrizione ed un po’ per prese di coscienza successive.

Una pulizia che continua ancora oggi.

Decidere
Immagine tratta da Gratisography

E qui arrivo a quello che ho definito in modo forse improprio “durata” (o – sempre in modo altrettanto improprio – “permanenza”).

Alcuni studi affermano che se si vogliono acquisire nuove abitudini, bisogna forzare gesti e comportamenti (“funzionali a”) per tre settimane affinché si acquisiscano nuovi automatismi.
Bene, credo che questa dinamica si possa applicare anche al vivere (non volontariamente) determinate esperienze per un certo intervallo di tempo.
Se poi queste esperienze hanno anche un impatto emotivo, la modifica di certe dinamiche di pensiero e comportamentali è più importante.
Operando una sorta di riprogrammazione del nostro sistema operativo (parafrasando), contribuendo – nello specifico – alla costante creazione di ampi spazi di recupero del tempo.

cambiare
Immagine tratta da http://www.pilotfire.com

Ma non solo.
Il tempo sta incidendo anche nel processo di elaborazione e nelle “code lunghe”.
Variabili con le quali sto facendo i conti adesso.

Quando ho letto che i tempi di elaborazione di un lutto possono durare anche due anni, ho sbarrato gli occhi.
“Due anni!!??”, mi sono detta basita.
“Non esiste proprio!”, ho continuato.
Mi sono anche detta che forse la parte più “aggressiva” della elaborazione l’ho già attraversata in quelle tre settimane che hanno modificato tutto l’intorno e la sua percezione.
(Attualmente mi trovo in uno stravagante stato di “galleggiamento emotivo” che non riesco a capire dove mi stia portando.)

Bansky Balloon Girl
Balloon Girl ©Bansky – 2002

Mentre oggi sto sperimentando le “code lunghe” di sentimenti più silenti ma non meno intensi (la sensazione della mancanza, per esempio) e le somatizzazioni (il fisico si sta facendo sentire con manifestazioni di allergie, nevralgie varie e cali energetici).

Ma la personale reazione – il “dare un senso alle cose” – può essere un buon veicolo per elaborare la perdita in modo costruttivo, affinché nulla vada perso e nulla sia stato vano.
E si possa costruire qualcosa di nuovo con quello che si è ereditato.

Un nuovo inizio

UnNuovoInizio

Ritorno a scrivere su questo blog dopo un periodo di assenza un po’ lungo (quasi tre mesi), dovuto a vicende che hanno colpito la mia famiglia: un lutto inaspettato.
E ancor più inaspettato per la velocità di progressione della causa e – forse ancora di più – per il suo inizio apparentemente innocuo.

Chiaramente eventi simili, quando arrivano, hanno la capacità di resettare pesantemente vita ed abitudini.

A seconda di come decidi di viverli sono in grado di farti fermare e farti ripensare ad una serie di priorità che avevi in mente e che d’improvviso vengono spazzate via o capovolte nella loro elencazione.

Ed è quello che successo a me (e credo anche a mio papà).

Quello che mi sto portando a casa come insegnamento da questa esperienza, è un consolidamento di alcuni valori su cui primeggia uno per tutti: aiutare (progettare per) gli altri.

Un “valore ossessione” di cui ho già scritto in passato (che ho sempre sentito molto mio e di cui presi consapevolezza qualche anno fa) e che oggi – dopo questa tempesta durata un paio di mesi – ha acquistato ancora più forza e importanza.
Un “valore ossessione” che sta diventando IL valore ossessione per antonomasia. E che mi sta spingendo a cercare il come renderlo (e strutturarlo) il fondamento di quello che sto facendo oggi e di quello che farò in futuro.

Progettare per gli altri
Assemblare i pezzi in modo diverso per percorrere strade diverse

Nel frattempo – nel processo di elaborazione della esperienza – ho condiviso impressioni e riflessioni e sentimenti e vicende, durante il percorso.

Ed oggi, dopo averne condiviso alcuni brani con specifici interlocutori, ho deciso di assemblare tutti i contenuti in un pdf che ho caricato in Google Drive, rendendolo disponibile a tutti per il download.

DARE UN SENSO ALLE COSE

Un modo per fissare i ricordi, mettere in fila gli eventi e preservare i contenuti dall’oblio delle timeline dei social.

Buona lettura, per chi leggerà il pdf, e a presto con nuovi post…

[Immagini tratte dal sito gratisography.com]