La comunicazione di Apple

Ieri sera – sulla strada verso casa – con un occhio (e le due orecchie) ho seguito la presentazione di Apple.
Non entro nel merito della specificità dei prodotti (sempre più performanti), ma – ad evento terminato – mi sono fatta alcune considerazioni.

La cosa che mi ha colpito – e di cui mi sono resa conto ad evento concluso – è la percezione di essere stata in una realtà parallela per tutta la durata dell’evento (pur essendo in movimento, coi mezzi pubblici).
Anche se guardavo sullo schermo di uno smartphone (quindi piccolo), il coinvolgimento è stato alto. E questo è un dettaglio non trascurabile.
Apple dai tempi della pandemia ha cambiato le modalità di presentazione dei suoi prodotti, utilizzando la sede di Cupertino come base, scenario e filo conduttore: ti porta altrove con una sapiente regia fatta di orizzontalità delle riprese, simmetrie, inquadrature curatissime e architettonicamente (e graficamente) perfette.
Con colori, luci… oggetto di grande attenzione.
Un lavoro di ricerca e preparazione che – secondo me – fa ancora scuola. Per il suo minimalismo e la sua essenzialità che sono lusso.
(Steve Jobs ha rivoluzionato il modo di fare public speaking, di vendere una idea/un prodotto, di costruire le presentazioni con la tecnologia di allora. L’impronta e la ricerca sono rimaste con la tecnologia di adesso.)

Chiaramente non tutti siamo Apple e pochissimi credo abbiano una capacità tecnologica come quella che Apple utilizza per i suoi eventi, ma credo che guardare le loro presentazioni sia sempre una fonte di spunti interessanti.
Guardarla – prima – come spettatore, lasciandosi coinvolgere da un punto di vista sensoriale, e – poi – da un punto di vista tecnico, allenandosi ad osservare e capire cose viene detto e come viene detto, è sempre un’occasione interessante.
E chissà che avvalendosi di supporti tecnologici sempre più avanzati, e di facile utilizzo, che ci portiamo in tasca (ieri sera ascoltando i dettagli tecnologici dei nuovi dispositivi mi è tornata in mente l’affermazioni di diversi anni fa per cui “abbiamo in tasca dei supercomputer”) non si traggano idee utili da trasferire (e modellare) su di sé e sugli argomenti che trattiamo.

[La foto in evidenza è di Jessy Smith su Unsplash]

“Jony Ive. Il genio che ha dato forma ai sogni Apple” [VIDEO]

$_35Un paio di settimane fa ho letto il libro scritto da Leander Kahney sulla figura di Jonathan Ive, il celebre “master-designer” di Apple.
L’uomo che ha creato gli oggetti della celebre casa, rendendoli unici e dipingendo una nuova visione dei device elettronici.

Avevo già letto un altro libro di Leander Kahney (“Nella testa di Steve Jobs”), ma non mi aveva entusiasmato: forse si parlava da troppo tempo della figura di Jobs e cominciavano a circolare notizie, studi e considerazioni via-via sempre più scontate.

Stavolta invece sono rimasta piacevolmente sorpresa: vuoi per la figura raccontata e vuoi anche per la evidenziazione di alcune caratteristiche salienti, già note ma ben raccontate e trattate.

Prima di tutto la attenzione di Jony Ive per la semplificazione: una passione difficile da perseguire perché per semplificare bisogna togliere, ridurre e ottimizzare. E non è così facile come sembra anche se lui ci riesce egregiamente.
Una sorta di ossessione, la sua, che lo accompagna fin da prima del suo ingresso in Apple e che creerà quello stile che ha reso inconfondibile gli oggetti prodotti dalla casa di Cupertino.

Poi la nota attenzione per il cliente. In particolare per l’esperienza utente.
Una attenzione che esplora come l’essere umano interagisce con gli oggetti e arriva a studiare anche l’esperienza dell’aprire le scatole che contengono i dispositivi Apple (ricordo ancora la scatola che conteneva l’iPhone).

Il tutto perseguendo la bellezza delle forme. L’estetica degli oggetti. Attraverso la linearità e la ricerca sull’impiego di nuovi materiali.

Semplicità. Attenzione per l’utente. Bellezza.
Tre concetti cardine che penso siano attualissimi e potrebbero fornire spunti anche nelle nostre scuole di design e di architettura.

Infatti ritengo che testi simili (come anche film-documentari come quello che ho visto di recente su Sir Norman Foster) siano molto più interessanti di molti libri canonici di storia dell’Architettura, perché più coinvolgenti e più attuali.
Sarebbe una iniziativa interessante introdurli nelle bibliografie d’esame: credo che stimolerebbero dibattiti e riflessioni, nonché spunti di crescita e di sperimentazione.

Think Different

Questo film lo dedichiamo ai folli. Agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Costoro non amano le regole, specie i regolamenti, e non hanno alcun rispetto per lo status-quo. Potete citarli, essere in disaccordo con loro, potete glorificarli o denigrarli, ma l’unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli, perchè riescono a cambiare le cose, perchè fanno progredire l’umanità. E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio; perchè solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.

[Campagna Apple “Think Different”, debutto 28/09/1997]

Spot pubblicitario di Ridley Scott per Apple. Anno 1984. Fonte di ispirazione: “1984” di George Orwell.

“Steve Jobs – L’uomo che ha inventato il futuro”

“Siate autori della vostra vita, non lasciate che gli altri la scrivano per voi” [Steve Jobs]

Scritto da Jay Elliot (ex-Senior Vice President di Apple), con la collaborazione di William L. Simon, racconta dall’interno la storia della Apple e del suo fondatore Steve Jobs (insieme a Steve Wozniak).

Come ho letto in altre recensioni su Anobii, è effettivamente evidente che l’autore nutre una vera e propria venerazione per Steve, ma resta comunque il fatto che si tratta di un libro interessante: una storia che racconta la determinazione, l’intuito, i successi ed i sonori capitomboli dell’uomo più venerato dei nostri giorni.

L’obiettivo del libro è quello di tracciare e modellare la metodica di Steve Jobs: come affronta le sfide, come motiva i suoi collaboratori, come segue il suo istinto, nel tentativo di estrarre quella che l’autore chiama la “iLeadership” (parafrasando la “i” di iMac, iPhone, iPad e così via).

Sicuramente interessante nell’evidenziare le sue capacità di visualizzazione del prodotto nella sua totalità (compreso l’imballo!) prima che esista (fattibile o non fattibile, ma sempre fattibile alla fine) e nella capacità di trascinare con se la squadra, in progetti al limite della resistenza fisica e psicologica, con il suo stile di “Leadership battistrada“.

Affascinante la sua ossessione per il design ed il minimalismo (ed anche un pizzico di lusso…), passando per l’informalità dell’ambiente di lavoro e le modalità di progettazione (che vanno contro tutti i principi di Project Management: si avanza in parallelo su più fronti, anzichè per fasi successive).

C’è però un “neo”: il tentativo di estrarre uno schema operativo di Steve Jobs fa cadere il libro sul finale.

Va bene trarre ispirazione e spunti da personaggi di questo calibro, ma credo sia assolutamente da evitare una ripetizione che resta una scopiazzatura dell’originale, privo della linfa vitale che fa la differenza.

Quindi leggerlo si, senza però tentare di riprodurre pedissequamente: non si sarà mai uguali all’originale.

Spetta a noi stessi sviluppare il nostro personale stile di leadership.

[Immagine in evidenza tratta dal sito Macitynet]