Un anno di pausa

In questi giorni sono tornata qui, sul mio blog, a valutare se tenerlo aperto, se continuare a investire per il dominio, se trasformarlo in una pagina statica, se… se… se…
E mi sono accorta che l’ultimo (con gli occhi di oggi) criptico articolo risale a febbraio del 2024.
Criptico perché lo avevo intitolato “Infuturazione (assenza di)” e forse segnalava già – in forma embrionale – quello che è maturato successivamente nella mia testa.

Infatti negli ultimi mesi si è sempre più consolidata una stanchezza da social media che mi ha portato gradualmente a scrivere sempre meno su Facebook (per me un po’ il social di elezione), a non pubblicare quasi più su LinkedIn dove – come ha egregiamente sintetizzato Alberto Puliafito su Substack – “[…] mi sembra che l’ossessione di stare sempre sul pezzo favorisca la proliferazione di contenuti che non hanno alcun valore aggiunto. […]” (Quali social dovremmo lasciare?), a chiudere l’account X (tanto lo frequentavo pochissimo, indipendentemente dalla deriva che ha poi preso la piattaforma) e a bighellonare con sempre meno convinzione su Instagram.

Insomma una graduale ed inesorabile (e più o meno consapevole) ricerca di silenzio.
Complice un’inaspettata lettura di un libro – “Il periodo del silenzio” di Francesca Manfredi – che in modo sottile mi ha spinto ad ascoltare questa nuova esigenza, spingendomi verso altri lidi.

A completare il tutto ci si è messo anche l’esito delle elezioni americane (e le conseguenti scelte delle Big Tech), che hanno reso le piattaforme ancora un po’ più polarizzate (non entro nel merito delle modifiche degli algoritmi e delle politiche di moderazione). Fenomeno che mi ha fatto ritornare con la memoria ai tempi della pandemia durante la quale anche io cedetti alla “seduzione deviante” delle liti digitali e del doomscrolling, alimentando una personale isteria.

Sono passati 5 anni da allora e credo (e spero) che in questi anni qualcosa nella mia testa sia cambiato (in bene o in male, solo il tempo me lo saprà dire).
Sono invecchiata di 5 anni e forse le modalità di interazione con l’intorno sono invecchiate con me. [Di questo ne sto discutendo con Chat GPT e credo che ne tratterò qui, in una categoria dedicata, perché occasione di riflessioni interessanti e a tratti inaspettate. A tale proposito consiglio la lettura dell’articolo – in inglese – di Nicoletta Iacobacci, su Substack: Who Am I Really Talking to When I Talk to AI?.]

E così eccomi di ritorno. Dopo un anno.
[Anche una newsletter che seguo con grande interesse e che tratta del connubio tra arte e vino, scritta da Giorgio Fipaldini, si è presa una pausa di un anno ed è tornata con cadenza mensile, rallentando la frequenza di pubblicazione: Degustazioni d’Arte.]

Torno qui dopo avere continuato a leggere libri (compagni inseparabili di viaggio, verso i quali ho cambiato approccio tornando alle basi: non più letture per condivisione sui social – in una gara verso qualcosa – ma letture per il piacere di leggere, capire e conoscere; letture lente).
Dopo avere preso le distanze da alcune piattaforme avvicinandomi ad altre (in modalità quasi lurker), partecipando ad attività online in gruppi più ristretti, ed iniziando ad esplorare nuove forme di Conversazioni Artificiali senza perdere di vista i contatti umani.

Riscoprendo nel frattempo il piacere di scrivere. Su taccuini prima, e qui oggi.
Con tempi e modi più su misura. Lontana dalle logiche algoritmiche. Vicina a reali desideri di condivisione.

Una cosa che ho fatto l’anno scorso

Non sono rimasta “digitalmente immobile” l’anno scorso.
Ho fatto una cosa per me molto importante e che ha occupato tutti i fine settimana (e gran parte delle sere) fino a metà anno.
Ho portato a termine un progetto che mi è stato molto caro, che era prima sfociato in un libro (“Dare un senso alle cose”, pubblicato a febbraio del 2022) e che a giugno dell’anno scorso (2024) è diventato anche un audio.
Insieme ad un gruppo di amicә del Patto di Milano per la Lettura, ed insieme a Isabella (una IA) , abbiamo dato voce al libro pubblicandolo su tutte le principali piattaforme audio in ascolto gratuito.
Una esperienza di narrazione, di apprendimento tecnico e di lavoro artigianale, che ha chiuso un ideale cerchio di una vicenda personale spartiacque.

Si ascolta qui: SpreakerSpotifyApple PodcastYouTubeAudible.

La foto di apertura è di JOYUMA su Unsplash

Infuturazione (assenza di)

Infuturare: “v. tr. [der. di futuro], letter. – Estendere nel futuro. Come intr. pron., infuturarsi, prolungarsi nel futuro, spec. nella memoria dei posteri: Poscia che s’infutura la tua vita Via più là che ’l punir di lor perfidie (Dante).” [Treccani]

Infuturazione: capacità di vedere nel futuro.
Non in termini di palla di cristallo, bensì in termini di pensiero anticipatorio. E – aggiungo – di capacità di ipotizzare soluzioni verso il futuro.

Il contrario: assenza di “infuturazione”.
Ossia incapacità di vedere – nello specifico – un (proprio) futuro (lavorativo).

La parola infuturazione l’ho ascoltata per la prima volta in un podcast de Il Post dedicato alle emozioni primarie dal titolo “Le basi”. Mi colpì subito e mi è rimasto in mente (anche a distanza di tempo) perché diede una definizione (e quindi una identità) ad un fenomeno che stava già germogliando in me ma che non aveva ancora raggiunto la superficie (come dico scherzando “non era ancora passato dal retrocranio all’avancranio”), manifestandosi in tutta la sua evidenza.

Oggi, reduce da un anno nel quale ho fatto molta pulizia delle tante attività che seguivo ma che stavano diventando un fardello sempre più pesante che alimentava solo una sorta di identità funzionale al far vedere agli altri che facevo cose (alla ricerca di una improbabile approvazione e ammirazione), ho chiaro in mente che non ho la più pallida idea di quale possa essere il mio futuro lavorativo.

Semplicemente non riesco ad immaginarlo.

E in realtà come – per esempio – i social media (luoghi che sono ormai parte integrante della nostra quotidianità, che ci piaccia o meno [NB: ho scoperto che Cal Newport – autore americano che ha fatto della focalizzazione e del minimalismo digitale la sua bandiera, e che vantava la sua assenza dalle piattaforme social – ha aperto un canale YouTube…]), dove tutti (di)mostrano grandi saperi e grandi certezze, ostentando sicurezza e vendendo soluzioni (una modalità che mi ricorda “culture vincenti” del secolo passato), la (mia) perplessità assume dimensioni ingombranti.

Soprattutto se – come me – cominci ad avere una certa età.
Che dovrebbe (secondo alcuni) darti maggiore supporto per le competenze acquisite e le esperienze vissute, unite ad una modalità di pensiero più ponderata (almeno si spera), che dovrebbero renderti unə potenziale esponente della Silver Economy (però in qualità di Prosumer: consumer + producer).

E invece la perplessità genera incapacità di infuturazione che – a sua volta – si porta dietro stallo, disorientamento (per cui necessiti di mettere ordine nelle cose da seguire, gestendo la tanto cara sindrome F.O.M.O. [Fear Of Missing Out]) e pausa nella comunicazione (se e cosa voglio comunicare?).

Ebbene, non so come è da te (che leggi) ma da queste parti più che risposte e soluzioni da condividere ci sono parecchie domande silenziose e necessità di comprensione.

[Foto di Alex wong su Unsplash]

Sull’autonarrarsi

Da tempo ragiono sul se e come narrare quello che si fa (e/o si è) sui social media.
Sto diventando tediosa sul tema, me ne rendo conto.

E all’interno di questo ragionamento si muovono tante variabili anche apparentemente slegate fra loro: ci sono i selfie scattati (vedo profili – soprattutto su Instagram – quasi completamente composti di selfie), ci sono le foto dei cibi mangiati, dei libri letti, dei luoghi visitati…

Alcuni temi mi sono più confortevoli (libri, luoghi e forse anche qualcosa di cibo…), altri mi creano decisamente disagio (i selfie… ma il mio rapporto con l’obiettivo fotografico è sempre stato complesso e riassumibile in “sì a fotografare, no a farsi fotografare”).

E ragionando (ancora) sul tema – questa mattina – mi sono venute in mente due cose lette su due libri lontanissimi tra loro.

La prima è una citazione tratta dall’ultimo libro di Guia Soncini “Questi sono i 50. La fine dell’età adulta.”:

Una volta decidevi se iscriverti a Legge o a Medicina, oggi puoi decidere che a quarant’anni ti guadagnerai da vivere raccontando com’era il mondo quando ne avevi dodici. Ma dev’essere personale, mica roba da libri di storia. Devi saper narrare le merendine, e i cartoni animati, e non le ragioni della guerra in Afghanistan ma dov’eri quando vedesti per la prima volta le immagini delle torri che crollavano. Non fatturerai con la guerra santa in sé, ma col dettaglio di te che avevi comprato il regalo per il tuo compagno di banco ma la guerra santa fece annullare la festa: quanta vendibilissima immedesimabilità nelle piccole cose, altro che geopolitica, altro che la storia maiuscola. Devi fare cascina di futilità: un giorno tutto questo sarà reddito.
Domenico Starnone, che appartiene al secolo in cui per guadagnarti da vivere con la nostalgia dovevi saper scrivere, mica solo avere un telefono con la telecamera, dice che la letteratura si fa su una bottiglietta di chinotto: «Non sulla bottiglia in sé, ma sull’impatto tra me e la bottiglia, l’urto tra me e la parola chinotto, l’emozione che mi dà».

La seconda è un ricordo che arriva da un libro che – nonostante il titolo che può ingannare (“Miliardario a cinque stelle” di Tash Aw) – offre un amaro spaccato della società asiatica.
Ambientato a Shanghai, narra le vicende di quattro persone socialmente lontanissime tra loro, le cui vite si intrecciano e si incrociano in modo inaspettato (un cantante pop, un imprenditrice, un imprenditore ed una ragazza in cerca di fortuna).
La ragazza in cerca di fortuna, arrivata a Shanghai, inizia a costruire la sua immagine e la sua reputazione comprando imitazioni di capi e accessori di marca, leggendo libri di autoaiuto su “come fare per…” e postando sui social media la propria vita progettata a tavolino.
Tra i tanti dettagli della narrazione di questa figura, una mi aveva colpito in particolare (e mi è tornata in mente proprio questa mattina): quando decide di aprire il primo profilo social e sceglie una foto che le è stata scattata da un passante durante una visita in un giardino,

Guardando quella foto sullo schermo del computer capì che era esattamente la più adatta da mettere sul profilo: scattata da qualcun altro, un’amica durante una gita, magari addirittura da un fidanzato. Le dava un’aria desiderabile, diversamente dai tipici autoscatti confusi dove i soggetti avevano sempre lo sguardo all’insù verso l’obiettivo, comunicando istantaneamente all’osservatore: non ho amici.

A parte la “questione selfie” (laterale ma non per questo trascurabile, su cui andrebbero spese ulteriori parole), riflettevo che la narrazione della propria vita genera in chi ci legge non solo un posizionamento reputazionale e caratteriale (e anche delle contro-riflessioni), ma suggerisce anche possibili scenari professionali alternativi che possono essere invisibili a noi narratorә (immersә come siamo nel flusso della nostra storia e della nostra cronaca) e che sono costituiti del contenuto che pubblichiamo, supportato a sua volta dalla nostra esperienza (più o meno sistematizzata, più o meno consapevolmente).

Quindi, torno a domandarmi, ha senso narrarsi sui social?
Ha senso condividere ciò che si fa, si legge, si visita, si pensa…?
Sì. A questo punto credo di sì.
[Aggiungo: ha senso condividere costantemente il nostro volto? Dipende, da quello che vuoi comunicare. Perché tutte e tutti desideriamo comunicare qualcosa a qualcuno.]

E di una cosa sono certa: non esiste un unico modo per narrarsi, ne esistono tanti (anche non narrarsi è un modo per narrarsi). Altrimenti non sarebbe auto-narrazione.

L’importante è esserne consapevoli.
Avendo sempre in mente il mantra “ciò che pubblichi ti posiziona”, senza dimenticare che ad una azione corrisponde sempre una reazione.

[Foto di Madrona Rose su Unsplash]

Emozioni, spot e distrazioni

Ascoltando l’apertura di “Morning” (il podcast de Il Post condotto da Francesco Costa) di giovedì 28 settembre mi sono sentita meno sola.
Mi sto riferendo alla profusione di parole ed al delirio di interpretazioni attorno allo spot di Esselunga.

Profusione di parole e delirio di interpretazioni che ho letto via-via sempre più stranita (nella serata del giorno prima ho letto cose veramente improbabili – al limite del complottismo – che mi hanno fatto pensare che chi le ha scritte o ha qualche problema, oppure lo ha fatto scientemente per aumentare la sua engagement [una volta si sarebbe detto klout] applicando strategie di comunicazione che sfruttano tecniche di hate speech).
Profusione di parole e delirio di interpretazioni che hanno generato una lunga chat notturno-mattutina con un amico che ha posizioni diametralmente opposte alle mie su alcuni temi piuttosto importanti (due “carichi da novanta” quali aborto e eutanasia, sui quali ci siamo scontrati in passato con discreta brutalità, per poi fermarci un istante prendere atto delle differenze di opinioni e riprendere a dialogare con toni decisamente più civili) ma con il quale mi confronto spesso per avere un punto di vista diverso. Nello specifico avevo bisogno di capire se sono io che “vivo su Urano” o meno. (Non mi sono ancora data una risposta ma propendo per la prima ipotesi, visto il disorientamento provato negli ultimi tempi nel leggere semplificazioni e/o estremizzazioni su temi di un certo peso.)

Non avevo ancora visto lo spot (l’ho guardato un paio di giorni dopo).
Ma mi è sorta una domanda: conoscendo Esselunga (che non è nata ieri), il suo portato e la sua storia, cosa ci si aspettava di diverso?
Se ci si aspettava qualcosa di diverso e “innovativo stile Ikea”, di cui ho visto due spot risalenti uno a 6 anni fa, e l’altro a quasi 10 anni fa… beh… sono stupita.

Sono stupita perché sembra essere sfuggita una variabile non da poco: si tratta di due realtà diversissime, con background culturali diversissimi, appartenenti a due Paesi diversissimi tra loro (ma di cosa stiamo parlando?, mi sono domandata osservando picchi di isteria digitale).
E – altra cosa da non trascurare – essendo imprese private sono libere (sottolineo “libere”: occhio al doppio legame) di comunicare quello che è più in linea con la propria visione ed il proprio “target” di riferimento.

Esselunga poteva fare qualcosa di diverso? Sì certo (per lo meno credo).
Anche Ikea poteva fare qualcosa di diverso (per lo meno credo, anche qui).
Ma stiamo mettendo a confronto due aziende diverse con due strategie di comunicazione diverse.
Stiamo tentando di fare un paragone tra pesche e patate (per restare geolocalizzati).
E se non riusciamo a cogliere queste differenze, facendo le valutazioni con i dovuti distinguo, stiamo commettendo un errore. Disperdendo energie in un dibattito sterile e – per certi aspetti – superficiale.

Chiudo questa prima parte di riflessione con le parole di un post pubblicato nei giorni scorsi da Paolo Borzacchiello che esordisce con

“Siamo tutti inclusivi. Soprattutto con chi la pensa come noi.”

(Suggerisco di andare sul suo profilo Instagram o Facebook per leggere l’argomentazione associata.)
Offre ulteriori spunti di riflessione.

Qualche ulteriore considerazione

Tutto questo dibattere ed agitarsi attorno ad uno spot di una azienda che sta comunicando una sua visione (sulla quale possiamo essere d’accordo o meno) mi ha fatto pensare ad altri spot recenti sui quali poche o nulle parole sono state spese (in questa analisi serrata sul rispetto di standard politically correct e di inclusività): Fineco (marketing emozionale), Mulino Bianco (con papà e figlia che sgranocchiano rumorosamente fette biscottate), un paio di spot su anticalcare e igienizzanti per lavatrici (padre e figlio/a piccola).
Se c’è stato qualche dibattito attorno a questi spot io non me ne sono accorta.
E se c’è stato deve essere stato minimo.

Su Esselunga invece sì è sollevato un notevole polverone forse grazie a (o a causa di, a seconda del punto dal quale si osserva il fenomeno) le emozioni che ha pescato in ognunә di noi.
Come avevo ipotizzato nelle prime ore del fenomeno (con grande incertezza supportata da molti dubbi), e come ho avuto conferma successivamente leggendo e ascoltando voci pacate nel web, le reazioni sono state la manifestazione evidente del nostro personale vissuto e delle lenti attraverso le quali vediamo il mondo (e lo viviamo).

Chi ha pianto (essendo figliә di genitori divorziati), chi si è commossә (come la sottoscritta, che ha provato grande tenerezza per la bimba), chi si è arrabbiatә per le ragioni più disparate (vedendoci – nei casi più estremi – complotti filo-governativi)…

Reazioni che però viste le dimensioni e la forza discretamente anomale, mi hanno ricordato delle riflessioni di Noam Chomsky.

Le distrazioni

Lungi da me supportare teorie complottiste degne di un film distopico, ma osservando quello che accadeva (ma possibile che si debba spendere tanta energia dietro a uno spot di un supermercato?, mi chiedevo) guardavo la facilità con cui una discreta moltitudine di persone (tra cui anche alcunә insospettabilә) stava perdendo tempo (ed eventuali focus su temi di forse ben altra portata) su qualcosa di – tutto sommato – insignificante.

[Fonte profilo Facebook di YouTrend]

Cos’è il NADEF lo si può leggere qui: NADEF: cos’è? Significato e importanza del termine

Vedendo il post di YouTrend e ripensando all’enorme chiacchiericcio sullo spot, il riferimento a Noam Chomsky alla sue “dieci regole della manipolazione mediatica” si è rinforzato nella mia testa (alimentando il “bias di conferma”).
In particolare la quinta regola recita:

La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, questa tenderà, con una certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico: come quella di una persona di 12 anni o meno.

Attenzione!, non sto accarezzando l’idea complottista dello spot come strumento per distrarci da altro.
Assolutamente no.

Mi sono solo ritrovata a riflettere che l’essere umano (seppur dotato di strumenti intellettuali utili a discernere argomenti primari da argomenti secondari) è – a tratti – veramente disorientante in taluni suoi comportamenti (e ragionamenti).
E questo non è un bene.
Perché sono convinta che in un mondo sempre più instabile, imprevedibile e complesso, sia necessario acquisire, rinforzare e affinare strumenti intellettuali e cognitivi tali che ci consentano di discernere ciò che è realmente importante da ciò che non lo è (o lo è meno).

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Questo non vuol dire che non si debba riflettere su cosa un certo spot stimola (il marketing emozionale è uno strumento assai affascinante e degno di tutta l’attenzione possibile) e comunica, ma va incorniciato all’interno di certe dimensioni e contesti.
Affinché tutto assuma le giuste dimensioni che portano alle giuste attenzioni.

Un aggiornamento post pubblicazione

Appena pubblicato questo articolo, ho intercettato la bella riflessione di Daniele Chieffi su LinkedIn, di cui consiglio la lettura: La pesca di Esselunga: brand activism, polarizzazione e un pizzico di politica.

[La foto di intestazione è di Cory Schadt su Unsplash]

Stare sui social (2023)

Probabilmente sto invecchiando… anzi, sicuramente sto invecchiando (l’anagrafe è abbastanza implacabile e inesorabile su questo, ma anche i neuroni contribuiscono attivamente alla questione)…
Fatto sta che ultimamente sono:

  1. In crisi da produzione di contenuti
  2. Intollerante da fruizione di contenuti

Detta in parole povere, mi chiedo se ha ancora senso (per me) stare sui social network. Sia in modalità attiva che in modalità passiva.
E – last but not least – su quale social stare (se voglio continuare a starci).
Non so se sono la sola a fare questi ragionamenti oppure se sono in buona compagnia (credo la seconda perché, leggendo in giro e parlando con persone, avverto una certa fatica sul tema), ma questo è.

Ha senso continuare a stare su Linkedin?

Complice l’inaspettato riconoscimento di un anno fa come “LinkedIn Top Voice”, è scattata nella mia testa l’ansia da prestazione (“Oddio, cosa pubblico oggi?”, “Oddio, cosa posso scrivere sul tema per cui mi è stato dato il riconoscimento?”, “Oddio,… [da completare a piacere]?”).
Ed è stato vuoto pneumatico (quasi una paralisi intellettiva) e (successivo) scoraggiamento per bassissima interazione (a parte la spinta iniziale arrivata dal riconoscimento). Unita all’osservazione su altri di un’autoreferenzialità abbastanza prevedibile visto che l’obiettivo primario dello stare sulla piattaforma è farsi notare dai recruiter e vendere i propri servizi.
Quindi se dovessi rispondere alla domanda “ha senso continuare a stare su LinkedIn?”, in questo momento (mentre sto scrivendo queste righe) risponderei di no. Per me che ho una tendenza più conversazionale, potrei farne tranquillamente a meno oppure limitarmi a fare manutenzione al profilo.
Se però – come ho fatto qualche settimana fa – metto in pausa il profilo, scomparendo dai radar, scatta nella mia testa la sempreverde “sindrome F.O.M.O.” e dopo 24 ore mi trovo a riattivarlo.
E così mi trovo ad oscillare tra il “chiudo” e il “mantengo passivamente (che non si sa mai, dice la F.O.M.O.)”.
I dubbi e le perplessità permangono, e mi è risuonato molto il post recente di una persona che seguivo che annunciava la chiusura del suo profilo per (sintetizzo) “inutilità”.
E visto che penso di avere uno spirito più conversazionale (per lo meno online) potrei concentrarmi su Facebook…

Ha senso continuare a stare su Facebook?

Conosco diverse persone che se ne sono andate da Facebook, approdando sul su citato LinkedIn o prediligendo Instagram.
Con Facebook ho un rapporto decisamente meno perplesso di quello che ho LinkedIn.
Su Facebook ho conosciuto persone interessanti, ho avuto conversazioni altrettanto interessanti, ho avuto modo di conoscere (e partecipare) ad eventi interessanti… Ma…
Ma col tempo (forse complice l’algoritmo, non so… o forse complice la mia succitata anzianità incipiente associata a sfinimento intellettivo e abbassamento del livello di tolleranza) è diventato faticoso.
Negli ultimi tempi ancora di più.
Le discussioni si fanno sempre più sfiancanti. E lo sfiancamento è maggiore per l’assenza di canali fondamentali di comunicazione quali – per esempio – quello visivo, uditivo, di tono di voce, ecc. ecc. che compensano modi di scrittura che paiono un po’ aggressivi.
Il “non si può più dire niente” si è impossessato della sottoscritta che ha delle riflessioni su temi corposi che vorrebbe condividere, ma che tiene per sé (o per conversazioni in presenza) vista l’alta reattività dell’ambiente digitale in questione (mi riferisco a temi quali la Parità di Genere, i Femminismi, i Linguaggi, la Body Positive… tutti temi “incendiari” capaci di scatenare reazioni sanguigne che poi ti tocca gestire con fatica).
E quindi, che faccio?
Anche qui non ho una risposta certa, ma sta prendendo piede l’idea della “modalità Lurker”…

E Instagram?

Instagram è forse ancora un’oasi nella quale riesci a gestire ciò che vedi (a parte il disastro di post suggeriti e sponsorizzati secondo profilazioni talvolta assai stravaganti e che si tramutano in disturbi della tua timeline) ed è – in questo momento – la migliore soluzione per me.
Anche se si sta insinuando una sottile noia che credo (e spero) di poter sanare con una sistemazione della lista di chi seguo (c’è sempre la questione della educazione dell’algoritmo, talvolta un po’ gnucco nel comprendere che certi argomenti non mi interessano).
Qui mi riservo qualche ulteriore riflessione a seguito dell’imminente riordino funzionale agli obiettivi di fruizione della piattaforma, anche se sento diminuire la pulsione ad aprire e “scrollare il feed” per una certa uniformità di contenuto.

E gli altri social?

Qui ho alcune certezze (una per la verità) e qualche dubbio valutativo.

La certezza che Tik Tok non è il social che fa per me. Per lo meno in modalità attiva (alla tenera età di 55 anni non mi vedo a fare balletti strani davanti all’obiettivo dello smartphone, e poi c’è la questione della iper-compressione del tempo di divulgazione di contenuti che non sono capace di gestire).
Telegram: un social che ho, sul quale seguo alcuni canali e che mi dimentico sistematicamente di consultare. Ma che è interessante per la modalità di fruizione e sul quale mi riservo sempre di approfondire di più (non è escluso che nell’imminente non apra un canale sul quale condividere gli articoli di questo blog e altri contenuti).
Twitter/X: ho un account ma lo frequento pochissimo. Mi è utile per avere aggiornamenti in tempo reale sul traffico ATM (l’azienda dei trasporti milanese), ma per il resto poco altro. Anche perché talvolta intercetto risse digitali davanti alle quali quelle su Facebook impallidiscono. Sono sempre lì-lì per chiudere l’account ma poi mi trattengo causa sindrome F.O.M.O. (che prima o poi sconfiggerò).
Substack e Medium: se la prima la seguo (a spizzichi e bocconi), la seconda – dopo un periodo nel quale ci ho anche scritto sopra – l’ho abbandonata pur avendo l’applicazione sullo smartphone (utile per la segnalazione su altre piattaforme di pubblicazione di articoli interessanti). Non le ritengo fondamentali (per me, per ora).
Flickr: Flickr è il mio cloud di foto. Ma non un cloud disordinato, no. E’ un luogo di archiviazione sul quale – nel tempo – ho caricato tantissime foto (organizzandole in album) e, anche se interagisco poco, resta un posto nel quale condivido ciò che vedo. Senza parole, solo con immagini che – proprio perché so essere destinate a questa piattaforma – curo con maggiore attenzione. Lasciando a chi le guarda le proprie considerazioni e suggestioni.
You Tube: il caro e vecchio You Tube, una specie di bisonte digitale che placido avanza ruminando dati e traffico. Ho un canale nel quale pubblicavo con una certa regolarità dei video, mentre oggi è un po’ più fermo. Ma non lo chiudo complice anche quello che mi disse un amico: il rilascio dei suoi dati nel web è più lento rispetto ad altre piattaforme mordi e fuggi, con una conseguente buona indicizzazione dei contenuti. E poi non è detto che non pubblichi altri video in futuro.

Una questione di tempo

Forse tutta questa lunga digressione ha un comune denominatore: il tempo trascorso su queste piattaforme. Che – per quanto mi riguarda – tende a scendere a favore di fruizione di contenuti specifici su siti web, fuori dal recinto dei social media che stanno diventando (nella mia testa) una sorta di finestra di ciò che c’è all’esterno (l’esatto contrario dell’obiettivo di questi medium: tenerti dentro il loro recinto digitale), imparando a trovare e seguire le tracce contenute nei post.

Una questione di modalità

E poi c’è la questione della modalità.
Quella modalità che passa sotto il nome di Lurker:

Il lurker è un soggetto che partecipa a una comunità virtuale (una mailing list, un newsgroup, un forum, un blog, una chat) leggendo e seguendo le attività e i messaggi, senza però scrivere o inviarne di propri, non rendendo palese la propria presenza, o perché non lo reputa necessario, o perché non lo desidera […] – Fonte Wikipedia

Una modalità silenziosa: l’esserci sì ma sotto tono.
Osservando, valutando e pubblicando se e quando si ritiene utile (quindi senza essere ostaggio degli algoritmi sempre più demanding).
Rivedendo il proprio rapporto con questi mezzi che stanno scrivendo un pezzo importante della storia della comunicazione e del linguaggio.

Quindi “ha senso stare sui social”?

Arrivata alla fine di questo articolo forse la risposta è sì, cambiando modalità.
Cambiando il personale rapporto con queste piattaforme che sono degli strumenti e – come tutti gli strumenti – la bontà (o meno) dipende dall’utilizzo che se ne fa.
Sperimentando nuove piattaforme
Rivalutando la modalità blog-centrica sulla quale – in passato – avevo nutrito dei dubbi.
Consultando con cognizione di causa.
Pubblicando con cognizione di causa.
A favore – forse e si spera – di una maggiore qualità.
Con buona pace degli algoritmi.
E priorità ai propri obiettivi.

[Foto di NordWood Themes su Unsplash]

Un anno fa, oggi

Il caso ha voluto che oggi (11 agosto) mi sia ritrovata a scrivere poco fa un post di omaggio su Michela Murgia (morta ieri, 10 agosto).

Scrivo “il caso” perché oggi è un anno che è morta una cara amica di infanzia, che conoscevo da più di quarant’anni (quasi cinquanta).

Oggi (verso le due del pomeriggio) ricevevo la telefonata che comunque sapevo che sarebbe arrivata.
Non voglio sembrare disumana, ma quando ascoltai le parole di Silvia (la prima con cui parlai) sentii un senso di liberazione.
Come un grande respiro a pieni polmoni, dopo tanto tempo di insufficienza respiratoria. Di costrizione.
Pensai: “Signore ti ringrazio. È finita.”

C’era il dolore gigantesco che la morte porta con sé, ma c’era anche quella sensazione che viene ben descritta dalla frase “che la terra ti sia lieve”.
Perché – per me – vedere la distruzione che quel male stava operando sulla persona Stefania e la sua dignità di essere umano, era insopportabile. Un senso di impotenza inaudito.

Di quelle prime ore ricordo la disperazione di Evelin, la compostezza dolorosa di Ilaria (“Se succede, per favore, chiamami. Non mandarmi un messaggio.”, e così feci), la voce sotto shock (quasi “instupidita”) della figlia quando la chiamai a distanza di qualche ora, e poi via via i messaggi audio e scritti della rete di amici.

Ricordo il personale “terrore” di dovermi avvicinare ad una madre che aveva perso la figlia (“non ce la faccio”, mi ripetevo spesso nelle ore trascorse tra la notizia e il viaggio verso Milano; poi sono andata e l’ho fatto, mi sono seduta in cucina con lei e la zia e siamo state lì, in silenzio, solo qualche parola; cosa puoi dire ad una madre che sta seppellendo la propria figlia?).

Ci sono frammenti di alcune immagini e alcuni ricordi di quei tre mesi di un anno fa che mi porto ancora dentro e che so che il tempo aiuterà a mitigare e a ristrutturare (come si dice in questi casi). Di cui non ho scritto e ho detto a pochi.

E di questo dirne a pochi, o conservare dentro di sé, mi ha fatto riflettere un libro che sto leggendo (“La società della performance” di Maura Gancitano e Andrea Colamedici) nel quale viene scritto dei sentimenti condivisi: alcuni sentimenti, nel momento in cui vengono condivisi, perdono l’essenza (l’anima, si potrebbe dire); alcuni sentimenti non sono condivisibili proprio per la loro natura.
Con questo non sto dicendo che chi condivide sentimenti e vicende personali li snatura. Assolutamente no; sono la prima a farlo.

Sono convinta che come esseri umani abbiamo bisogno di condividere con i nostri simili, e abbiamo bisogno di scrivere da qualche parte i nostri ricordi (la scrittura come atto terapeutico e/o di consapevolezza e/o di messa a fuoco, come scrive Nicoletta Cinotti nel suo “Scrivere la mente” [tra i consigli di lettura di Mafe De Baggis]; così come ricordo sempre quello che lessi nel libro di Roberto Cotroneo “Il sogno di scrivere” che paragonava il nostro pubblicare sui social media come la scrittura del più grande romanzo collettivo).

Il cosa scrivere, il cosa condividere, è un atto estremamente personale.
Perché ricordo che al primo anniversario di morte di mia madre (morta il 28 marzo 2018) io non scrissi nulla.
Volevo dimenticare? Può darsi.
Ma forse stavo solo interiorizzando. Metabolizzando.
E avevo bisogno di un po’ di silenzio esterno ed anche interno.

Un anno fa, comunque, se ne andava una carissima amica. E forse – oggi – a distanza di un anno, ne sento ancora di più la mancanza.
Come a distanza di mesi dalla morte di mia mamma quando alla sera – prima di addormentarmi – come una personale preghiera dicevo: “Ti voglio bene mamma. Ovunque tu sia.” (e mi addormentavo abbracciata al cuscino).

[La foto è di Quaritsch Photography su Pexel]

Tra il mondo e l’orto

Stamattina, ascoltando Morning (la rassegna stampa mattutina de Il Post), ho ascoltato (mi si perdoni la ripetizione) della situazione in Sudan (e dei legami tra Stati coinvolti a vario titolo con la regione in guerra, che disegnano – elaboro le parole utilizzate – “un nuovo mondo che rifiuta l’Occidente” [questione di cui ascolto già da parecchio tempo da parte di un collega]).

E – all’interno dello stesso podcast – ho ascoltato anche della vicenda del programma di Massimo Giletti (non voglio entrare nel merito della trasmissione, che non ho mai guardato e sulla quale ho una mia opinione che però non è oggetto di questa riflessione) e delle ipotesi che si fanno sul motivo della sua sospensione (dalle più prosaiche [questioni di ritorni in termini di pubblicità] alle più complottiste).

In una improvvisa ed inaspettata associazione mentale ho ripensato alla conferenza di apertura del festival Cara Casa (alla quale ho assistito sabato mattina, dedicato al tema della casa e – ad esso collegato – delle metropoli), al percorso a piedi che ho fatto successivamente da viale Padova (il convegno era ospitato allo Spazio Mosso) a Lambrate (percorrendo strade a me sconosciute fino a quel momento e che mi hanno mostrato un mondo altro), all’attenzione che ho posto qualche giorno fa alle case a ridosso della ferrovia a Genova (“Non va bene così”, ho pensato, “come si possono accettare queste situazioni?”)…

Le foto qui sopra le ho scattate dal treno mentre ci stavamo avvicinando alla stazione di Genova Porta Principe. Nessuno zoom: nelle prime tre foto (partendo dall’alto al basso, da sinistra a destra, si vede il parapetto della ferrovia).

[Perché mi interesso così tanto (sono così reattiva) a questi temi?, mi sono domandata. Perché penso che un giorno potrei trovarmi anch’io in una situazione simile e non vorrei mai trovarmici, mi sono risposta. E così cerco di capire e di conoscere per prepararmi, quasi a rassicurarmi, pre-occupandomi di qualcosa che potrebbe accadere ma non è detto che accada.
Sarebbe poi molto più comodo volgere lo sguardo altrove, non curandosene. Ma – come dicevo ad un altro collega – alla pulsione di tapparsi le orecchie e chiudere gli occhi, rispondo col forzarmi a guardare e ascoltare per non diventare indifferente, scivolando nella disumanità.]

Dunque una realtà, un perimetro, di ragionamento più o meno ampio.
Costantemente sotto gli occhi.
Altamente instabile e in transizione verso nuovi equilibri che – per una comune mortale come me – sono sconosciuti e dei quali posso solo cercare di intuirne i contorni (per – appunto – prepararmi).

Una faccenda, questa, da mal di testa e – se non ben gestita – generatrice di stati d’ansia.

Ma…

Ma sempre quel collega di cui scrivevo qualche riga sopra (colui che da tempo riflette sui nuovi equilibri mondiali), qualche giorno fa mi ha detto (lo scrivo con parole mie): “Mi preoccupo di quello che succede alla macro-scala, ma se mi fermo a pensare alla mia vita (alla mia realtà, al mio intorno, n.d.r.) va bene. Non posso lamentarmi. Sì, ci sono problemi e preoccupazioni, ma va bene.”

Ecco – riflettevo stamattina – un buon modo per non farsi travolgere da loop mentali che si innescano (e si autoalimentano) a causa di ciò che si legge, si osserva e si ascolta di quello che accade nel mondo (vicino o lontano che sia), che affardella ulteriormente, è quello di tornare spesso nel proprio “orto”. Concentrandosi e prendendosene cura.

Uno scorcio dell’Orto comune di Niguarda, bella realtà di orticoltura sociale (http://www.ortocomuneniguarda.org/)

Adottando però – nello stesso tempo – uno “strabismo funzionale”.
Ossia stare nel proprio “orto”, coltivandolo, senza comunque perdere di vista (con la coda dell’occhio) quello che accade al di fuori (ciò che non ci tocca direttamente).

Perché anche asserragliarsi, isolandosi nel proprio “orto”, può non essere una buona idea.
Essendo il recinto sempre (almeno un po’) aperto e impollinabile (e talvolta anche infestabile).

[Foto di CHUTTERSNAP su Unsplash]

Tempi complicati

Premetto di essere un po’ drammatica e cupa in questi giorni, ma leggendo alcune notizie il primo pensiero è stato: “Dopo 1984 [Orwell, n.d.r.] ci stiamo avvicinando a passo felpato e circospetto a scenari alla Fahrenheit 451 [Bradbury, n.d.r.]”

Dei libri di Robert Dahl (della loro riscrittura) avevo letto, di Ian Fleming ho letto di recente e di Agatha Christie ho sentito in queste ultime ore…
Scoprendo nel frattempo una nuova professione: il Sensitivity reader. Cioè colui (o colei) che ha il compito di leggere i libri, valutarne il linguaggio ed un possibile suo aggiustamento per non urtare la sensibilità dei lettori.

Che dire davanti a tanta idiozia umana?
(Mantenendo il beneficio del dubbio sui Sensitivity reader.)
Nulla. Semplicemente nulla.

Ma mi sono ricordata di due cose.

La prima.
Una sera di tarda estate del 2020 su un terrazzo in centro a Milano.
L’ultimo incontro del Bookeater Club di Zelda Was a Writer (al secolo Camilla Ronzullo), ed uno dei primi incontri in presenza dopo mesi di lockdown e incontri online.
Libro – o meglio audiolibro – in oggetto: “Via col vento”, letto magistralmente da Anna Della Rosa, in una nuova traduzione curata da Neri Pozza che ne aveva acquisito i diritti.
Ricordo che dibattemmo sul tema della riscrittura fatta – in questo caso – per adattare il linguaggio a termini più moderni (c’era un problema di linguaggio appesantito dalla vetustà). Si ragionò sul rischio di operazioni di riscrittura, di cancel culture e di rischi di neo-lingua (tirammo in ballo “1984” di Orwell)…

La seconda.
Ricordo mia mamma quando mi raccontava dei libri all’indice durante la sua giovinezza.
Dell’elenco di libri banditi esposti nelle bacheche delle parrocchie (se ricordo bene…).

Ora… io non avrei mai pensato di vedere anche questo.
Non nel 2023.

Dopo una pandemia, una guerra alle porte dell’Europa, una crisi energetica e climatica sempre più presenti… la cancel culture che diventa sempre più pervasiva (già ai tempi della prima Guerra del Golfo, gli USA bandirono il termine “French fries” perché la Francia era restia a partecipare e/o sostenere il conflitto…).
Perché sembrano eventi slegati tra loro, ma sono espressioni di un mondo sempre più complesso, veloce, interconnesso e instabile.

Contradditorio e generatore di paure.

Perché “fa niente” se una persona entra in una scuola armata di fucile d’assalto e fa una strage (solo per citare l’episodio più recente).
L’importante è cambiare nome ad una scuola perché Washington è un personaggio controverso (cambieranno anche le immagini sui dollari…?), l’importante è protestare per una immagine del David perché i genitori non erano stati preventivamente avvisati, l’importante è (perché ce n’è per tutti, anche qui in Italia) emettere leggi su ipotetici reati relativi alla carne sintetica (la notizia è di poche ore fa) in una miopia conservatrice incurante delle possibilità di sostenibilità alimentare e ambientale…

Ci sono dei periodi (e questo è uno di quelli) nei quali chiuderei tutto, cancellerei tutti gli account e smetterei di informarmi (ed ascoltare) per non leggere (e ascoltare) di questi deliri dettati da una ignoranza abissale e profondissima.

Oggi sono cupa e drammatica, lo so.
E allo stato attuale non vedo un bel futuro.
Da qualsiasi parte mi volti.
(Poi magari domani mi alzo più riposata e vedo qualche spiraglio di ottimismo…)

Di sicuro sono tempi turbolenti ed è in atto una frattura culturale (sociale e politica) preoccupante (inutile edulcorare i termini).
Dove l’ignoranza urla e spintona, mettendo nell’angolo il sapere e la cultura. Che si devono fare silenziosi e capillarmente pervasivi per poter proseguire la propria opera di divulgazione utile a navigare in tempi così complessi e complicati.

[Foto di Ed Robertson su Unsplash]

Condividere, o no?

In questi ultimi tempi sono diventata molto più (forse meglio dire “ancor più”) sensibile ad argomentazioni palesemente basate su fonti poco attendibili, che fanno della disinformazione il loro pane quotidiano.
Disinformazione utile a fare leva sulla emotività e sulla ignoranza (intesa come “il non sapere”) altrui, ulteriormente utile ad altri scopi (talvolta ben noti, altre volte meno).

E su questa faccenda (gli altri scopi) faccio ancora molta fatica a comprendere il motivo di tali dinamiche: perché si ha interesse ad alimentare ignoranza che genera ulteriore impoverimento intellettuale ed economico, in un circolo vizioso che si autoalimenta e che prima o poi (più prima che poi, temo) collasserà su se stesso? Perché non si ritiene più utile condividere una visione di crescita utile al benessere nostro [nel qui e ora] e di chi verrà dopo di noi?
(Nel mentre scrivo queste parole mi sto dando già qualche tipo di risposta riassumibile – e sintetizzabile – in: cervello pigro —> facili spiegazioni —> facili soluzioni (immediate) —> mantenimento status quo —> cervello pigro —> facili spiegazioni —> facili soluzioni (immediate) —> mantenimento status quo… e via così, in questo percorso circolare che si autoalimenta e automantiene. Applicabile non solo per chi resta all’interno della propria bolla, ma anche alimentato da chi produce contenuti [per stupidità propria, per strategie di click-bait, ecc. ecc.].)

Non passa settimana (talvolta anche solo qualche giorno) che non mi trovi a discutere ascoltando frasi fatte e prelevate pari-pari da fonti note per scarsa obiettività e alta strumentalizzazione.
E ogni volta mi tocca fare un bel respiro per non aggredire verbalmente l’interlocutore, sfinita dall’ascoltare sempre le stesse argomentazioni come un disco rotto (sono stanca, confesso).
La voglia di ritirarsi, di chiudere i profili social, di ridurre le conversazioni (online e offline) al minimo sindacale (le note “conversazioni da ascensore”), è molto forte.

E l’ho pensato anche l’altra sera quando stavo per condividere su Facebook il link ad un podcast (a mio avviso) molto ben fatto: La Nave, prodotto da Il Post e dedicato alla imbarcazione Geo Barents (la nave di salvataggio di Medici Senza Frontiere che naviga nel Mediterraneo).
Argomento delicatissimo (questo delle navi delle ong), oggetto di speculazioni e strumentalizzazioni di tutti i generi (da ambo le parti), e portatore di risse digitali (e verbali) non indifferenti.

Stavo quindi per condividerne il link e poi… ho cancellato il post (“a che serve?”, mi sono chiesta).

A che serve continuare a condividere in ambienti digitali o meno (quasi tutti) sempre più polarizzati? Ha senso farlo?
E poi: perché lo voglio fare? Cosa voglio dimostrare (a me stessa e agli altri)?
E ancora: una volta che ho condiviso una informazione, sono in grado di reggere ad eventuali dibattiti di posizione?

(Mi è successo di recente su un altro argomento delicato di tipo spirituale e ho mollato la conversazione, fiaccata: lì sono stata annichilita da una dissertazione teologica che mi ha fatto sentire ignorante [su alcune informazioni non ero in grado di dibattere per mia non conoscenza] e profondamente stanca [percepivo – dal mio punto di vista – una graniticità di idee dell’interlocutore, fermo nelle proprie posizioni]. Posso dire però con grande serenità che ho trovato teologi molto più aperti e dialoganti, rispetto a persone comuni arroccate su certezze utili a non sentirsi esposte e prive di punti di riferimento.)

Quindi, ha senso continuare a condividere?
Non lo so. O meglio, dipende.

Se condivido per costruire la mia identità online (per posizionarmi), la risposta è sì (“ciò che scrivi ti posiziona”).
Se condivido per offrire uno sguardo diverso ad un problema (o a una questione, anche delicata) che porti qualche spunto di riflessione in più, la risposta è forse no. Forse non ne vale la pena.

Ma il scegliere di non condividere più con questo intento (l’offrire spunti di riflessione in più), non preclude il continuare ad esplorare, informarsi e percorrere proprie strade. Per cercare di imparare ad abitare nel modo migliore possibile questo mondo.
Semplicemente si sceglie di cambiare ambienti (digitali e/o reali) dove condividere quanto scoperto.
Facendo – nel contempo – parlare il proprio lavoro e le proprie azioni. (Ma questo è un altro discorso che merita qualche riga a parte).

[La foto è di Nijwam Swargiary su Unsplash]

8 marzo, una riflessione tardiva

Una settimana fa trascorrevo l’8 marzo in una bella realtà: SisTech, una associazione no profit che aiuta donne rifugiate a ricostruire la propria professione aiutandone l’inserimento nel mondo del digitale.

Nello specifico il mio contributo è stato dare una mano alle fellow (così si chiamano le donne del programma di formazione) nel costruire il loro pitch per un evento di networking nel quale si sono presentate e hanno raccontato della loro professionalità e del loro percorso di studi.

Sono stata contenta di essere stata coinvolta dall’associazione anche quest’anno (avevo collaborato anche per l’edizione del 2021) e sono stata contentissima di presenziare all’evento (cosa che non mi era stata possibile nell’edizione precedente, a causa di un impegno di lavoro).

E’ stato un bel modo di “festeggiare” l’8 marzo.

Lo scrivo con profonda convinzione perché per anni, soprattutto quando ero più giovane, mi toccava festeggiare in ristoranti e/o locali tra altre donne (alcune inquietantemente assatanate) e l’inevitabile spogliarello di maschietti (nello specifico imbarazzati camerieri e/o baristi).

Nel corso degli anni mi sono gradualmente sfilata da questa incombenza (raccogliendo talvolta giudizi di disapprovazione).
Iniziando ad evitare questa data e iniziando a capire il perché si celebra questa ricorrenza (si festeggia per gioia, si celebra per ricordare).
[Per sapere qualcosa di più sull’origine dell’8 marzo, il podcast “Cosa c’entra” di Chiara Alessi ha dedicato una puntata ascoltabile qui, e Il Post (testata che prediligo) ha scritto un articolo.]

Per come sono fatta io (che ho passato anni a rincorrere l’approvazione altrui) c’è voluto del tempo prima che mi autorizzassi a fare quello che ritenevo più allineato al mio sentire. C’è voluta una presa di consapevolezza dovuta anche all’età. (Le ragazze di oggi sono molto più attente e consapevoli delle ragazze del mio tempo: altri tempi, altra cultura; non giudico, era solo un tempo diverso.)

E proprio l’8 marzo, ascoltando su Instagram le stories di Cristina Fogazzi (nota come l’Estetista Cinica) mi sono ritrovata a riflettere. Ascoltandola ho ripercorso una serie di pensieri fatti negli ultimi tempi che mi hanno avvicinato al tema della inclusività.
Che – a sua volta – mi ha portato ad essere più attenta ad una serie di sfumature di parole e comportamenti che incontro quotidianamente.
Che – a sua volta – è frutto di incontri con associazioni e persone (donne e uomini) che trattano l’argomento.
Che – a loro volta – mi hanno fatto avvicinare a letture che stanno ulteriormente alimentando la sensibilità sul tema molto vaso e composito, a rischio di riduttività (che impoverisce e banalizza).

Ci sono alcuni momenti nei quali questo tema (declinato al femminile) mi provoca ancora qualche fastidio.
Ma oggi questo fastidio non genera più – come prima – una scrollata mentale per togliermi di dosso un qualcosa che mi (appunto) infastidisce.
Oggi il fastidio è diventato un prezioso alleato che mi indica che là (in quel punto) c’è ancora un nodo da sciogliere e da comprendere.

Mi sono sempre “fatta pregio “ di lavorare con uomini e di non avere mai percepito “accondiscendenza” nei miei confronti. Oggi però il dubbio mi viene e mi pongo alcune domande.
È perché non mi sono mai posta il problema e quindi – non ponendomelo – non l’ho mai generato nella “controparte”?
Oppure è un mio punto cieco?
Non lo so. E non lo saprò mai, perché quel tempo ormai è andato.

Oggi è un tempo diverso.
Che si porta dietro esperienze, nuove conoscenze apprese e in corso di apprendimento, e nuove sensibilità.

[Foto di Katherine Hanlon su Unsplash]