Crescere

nodoCrescere costa fatica.
Fatica nel superare dei nodi parecchio intricati.
Ci sono appena passata e non è stato facile.

Non è stata la prima volta e non sarà neanche l’ultima: la vita personale e quella professionale (ormai strettamente interlacciate tra loro) sono costellate di questi nodi.

Però – come aveva anticipato una amica – una volta che sei dall’altra parte, che hai superato questi nodi (sciogliendoli con più o meno fatica), stai meglio e tutto ricomincia a scorrere in modo più fluido.
Molte cose piano-piano si riposizionano secondo una nuova configurazione di equilibrio.

Sì certo, quando sei dentro la fase di transizione, tutto è difficile.
Sei dentro una grossa turbolenza con i pensieri che schizzano da una parte all’altra come delle palline in un flipper impazzito.
Le emozioni si fanno sentire in modo sgradevole, togliendoti lucidità mentale.

E costa…
Costa sudore e lacrime. Alcune anche amare.

Però…

Però devi tenere duro.
Devi stringere i denti.
Devi farti coraggio e fare anche il lavoro sporco: guardare in faccia i tuoi demoni, le tue paure, immergerti nella “palta” dei brutti pensieri e starci, fronteggiandoli.

E poi magari devi anche scegliere.
Certo.

Però…
Però devi sempre-sempre-sempre ricordarti (con l’ultimo barlume di lucidità mentale che mantieni nel mezzo del caos e delle pressioni) che queste fasi di mutazione hanno una fine. Un termine.
E che quando sarai di là, sarai migliore e – comunque sia – avrai imparato delle cose nuove.

Sarà diverso.
Sicuramente più funzionale.
E – per come la vedo io – il “più funzionale” porta sempre qualcosa di buono.
Anche se di primo acchito così non appare.

Quindi avanti così…
Sciogliendo nodi e districando matasse…

[Immagini tratte dal Google Image]

“Pane raffermo” – un vecchio post dimenticato…

Questo post è stato scritto per la prima volta nell’aprile 2011 (per la precisione 28/04/2011)… Sì, ben 3 anni e mezzo fa. Salvato nelle bozze.
E lì e rimasto fino ad oggi, quando – complice qualche considerazione degli ultimi giorni sulla “vita normale” – mi è tornato in mente e ho deciso di riprenderlo.

Non l’ho mai dimenticato. Era sempre presente in un angolo della testa.
Ma non lo ricordavo scritto così:
(e la pubblico così, come era stato scritta nel lontano 2011, con le [eventuali] ingenuità presenti… tanto non è cambiato granché da allora…)
[Un po’ di cose in questo post sono mescolate fra loro, quasi una libera associazione di idee.
Un po’ tirate per i capelli. Un po’ bislacche.
E tutte che necessiterebbero di un certo approfondimento (dopo questi anni di giacenza in bozze).]

SIATE MODERATI E ADOTTATE UN PROFILO BASSO……è sempre una gran bella cosa nella vita, questa linea di comportamento ti garantisce una certa “non visibilità”, ti protegge in qualche modo la tua privacy, e non suscita l’invidia di nessuno. E’ un comportamento che può risparmiarti un sacco di grane gratuite. Quello che conta veramente nella vita non è quello che hai o possiedi ma quello che c’è dentro di te e prima o poi viene sempre fuori …..lascia che siano gli altri a scoprire il resto………. [Mirco Gasparotto]

Riuscire a mettere in ordine i pensieri che sono scaturiti dalla nota di Mirco Gasparotto (pubblicata sul suo profilo Facebook) e dalla abitudine che hanno dei miei conoscenti di non buttare via il pane raffermo che raccolgono per farne cibo per gli animali della loro fattoria, non è facile.
Quello che emerge è una riflessione sullo spreco e sulla ostentazione, che stanno diventando (almeno per me) una fonte di disturbo sempre maggiore. Senza contare lo stupore che provo davanti allo squilibrio tra quanti professano di non riuscire ad arrivare a fine mese e contemporaneamente sfoggiano 2-3 cellulari ultimo grido e vestono griffato.
Magari sono anche le stesse persone che – pur di apparire e soddisfare l’illusione di essere qualcuno (e di fare parte di un “gruppo”) – comprano falsi di griffe per poter dire: “Anche io ho questa borsa (o scarpe, o capo di abbigliamento, o…)”, cercando disperatamente una certezza in beni ed oggetti che sono dei palliativi momentanei.
Suona molto strano vedere gente che si lamenta di non riuscire ad arrivare a fine mese e poi getta via impressionanti quantità di cibo (ne parlavo qualche tempo fa con un signore dello stabile in cui vivo).
Fa impressione vedere sacchi di pane raffermo che rischiano di essere gettati via e vengono recuperati da un signore che provvede a portarli alla succitata fattoria.
C’è qualcosa che non va. C’è una pericolosa perdita di coscienza di cosa è veramente importante e cosa non lo è.

Una vita normale…

2014-10-09 12.02.26Non se capita anche a voi, ma ci sono delle giornate che hanno il potere (per le cause più strane ed imprevedibili) di capovolgere alcune cose.
Hanno il potere di spostare dei punti di vista…

In genere (per quanto mi riguarda) sono pre-annunciate da scossoni emotivi o sensazioni di disagio più o meno striscianti…
Che sfociano in post nervosi, rognosi, emotivi su Facebook (usato proprio come un diario online).
Ed in questi giorni è stato un po’ così…
Partita con una richiesta assolutamente innocua su una breve recensione che avevo scritto (“Cosa preferisci che scriva a fianco del tuo nome? Architetto, blogger, Presidente Milan Easy Toastmasters Club, altro…“) che mi aveva fatto cambiare due volte le indicazioni (“Scusate, sono refrattaria alle etichette”, avevo commentato mortificata), sono esplosa con due post in rapida successione (intervallati da un crescente fastidio nei confronti dei termini roboanti e vincenti che leggi sui social [dimostrazione palese dello stato di frustrazione pericolosa indotta dalle condivisioni che leggi che possono indurre stati di inadeguatezza assolutamente ingiustificati])

Il primo recitava così:

Attenzione, post rognoso.
Se non volete leggerlo, fermatevi qui.

Sarà l’atmosfera plumbea di oggi, sarà l’approssimarsi della menopausa, fatto sta che…

Lo so, sono una che non chiede mai.
E che non si autoincensa mai.
Sono una discreta.
E questo mi sta costando caro.
Molto caro.
Ne sono cosciente.
In un’era e con degli strumenti utilizzati da parecchi per farsi una pubblicità autoincensante imbarazzante.
Ma non posso farci nulla.
Fare altro equivarrebbe a forzare e a rendermi ridicola. Ergo non lo faccio.
Faccio quello che posso.
E cerco di farlo con le mie forze.
Sono arrivata dove sono arrivata, per conto mio.
Non sono arrivata in alto. No.
Non sono amministratore delegato di nulla.
Né sono direttore generale di alcunché.
Non ho scritto libri (onestamente non saprei che scrivere).
Non sono interessata a fare corsi.
Lavoro (grazie a Dio).
Ho un piccolo blog dove scribacchio.
E sono refrattaria alle etichette roboanti.

Insomma sono un bipede che si alza alla mattina, va a lavorare e torna a casa alla sera.
Coltivando qualche hobby.
E il mattino dopo ricomincia.

Perché ho scritto tutto questo?
Non lo so.
Avevo voglia di farlo. E basta.
Sarà il tempo.
Sarà l’approssimarsi della menopausa.
Boh…
O forse è solo un reclamo di normalità.
Buona serata.
(Fine del post rognoso)

Ed il secondo – di stamattina – recitava così:

“Una vita normale”… ecco, se dovessi scrivere un libro (per riagganciarsi ad un post “rognoso” di un paio di giorni fa) lo intitolerei così: “Una vita normale”.
Fatta di lavoro quotidiano, di ragionamenti attorno a cose da risolvere, di cose da pagare, di corse per prendere il treno, di libri letti nei ritagli di tempo, di “sabati del villaggio”, di domande (che aumentano all’aumentare dell’età) e di accettazione per lo stato in essere, di lotte, di arrabbiature, di tregue e di ricerca di un po’ di un pace…
Sembra che parlare di tutto questo sia scandaloso.
Sia proibito.
Sembra il nuovo tabù.

Confesso che anche io rifuggivo la normalità come la peste.
Ma erano altri tempi.
Erano tanti anni fa.
Anni nei quali ballavo sui tavoli fino alle 3.00 di notte, con 2-3 Cuba libre in corpo. E poi il mattino dopo mi alzavo e e andavo a lavorare, bevendo 5-6 caffè al giorno.
Senza batter ciglio.
(Se lo faccio ora, stramazzo…)

Oggi essere normali, “essere quotidiani”, sembra sia qualcosa di orribile. Da evitare a tutti i costi.
Perché?
Gli status che leggi sui social network sono tutti ad alta celebrazione di imprese epiche.
Perché?
Sembra che la normalità faccia paura.
Sembra che la normalità sia sinonimo di estinzione. (Quando ormai l’epicità collettiva sta creando un gigantesco rumore di fondo, che annulla qualsiasi singolarità.)

Che poi – per me – essere “normali” può anche voler dire essere se stessi, senza sovrastrutture.
Linearmente, essenzialmente.
Facendo quello si sa fare.
Essendo quello che si è.
Senza tanti orpelli.
Facendo semplicemente le cose.

Ebbene, ecco perché ho cambiato stamattina – scrivendo questo post – volevo cambiare il motto del blog in “Una Vita Normale“.
Un motto che sarebbe è decisamente più aderente al concetto di “blog personale” e a quello che cerco di comunicare qui: “una vita normale”, fatta di riflessioni e di esperienze vissute.
Ma per ora va bene così. Va bene “Non Solo Un Architetto”.
Perché, che mi piaccia o no, c’è bisogno di definizioni ed etichette. Costruite anche attraverso negazioni (ma questo è un altro discorso…).